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Scritto da MARALB
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Sabato 13 Dicembre 2008 17:36 |
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nuragico
CIVILTA'
NURAGICA
N ata e sviluppatasi in Sardegna la civiltà nuragica abbraccia un
periodo di tempo che va dalla piena età del Bronzo (dal 1.700 a.C.) al
II secolo d.C., ormai in piena epoca romana. Deve il suo nome alle
caratteristiche torri nuragiche che costituiscono le sue vestigia più
eloquenti e fu il frutto dell'evoluzione di preesistenti civiltà le cui
tracce più evidenti sono monumenti megalitici (dolmen) e menhir.
Le torri nuragiche sono unanimemente considerate come i monumenti
megalitici più grandi e meglio conservati d'Europa. Sulla loro
effettiva funzione si discute da almeno cinque secoli e tanti restano
ancora gli interrogativi da chiarire: c'è chi li ha visti come tombe
monumentali e chi come case di giganti, chi fortezze, forni per la
fusione di metalli, prigioni e chi templi di culto del sole.

Popolo di guerrieri e di navigatori, i sardi commerciavano
con gli altri popoli mediterranei e la loro civiltà ha
prodotto non solo i caratteristici complessi nuragici, ma
anche gli enigmatici templi dell'acqua sacra, le tombe dei
giganti e delle particolari statuine in bronzo. Per molto tempo la
loro cultura ha convissuto con altre civiltà estranee
all'isola, come quella fenicia, quella punica e quella
romana, senza mai però essere assorbita da queste.
In epoche remote l'Isola fu abitata stabilmente da genti
arrivate nel Neolitico da varie parti del continente europeo
e forse dal continente africano. I primi insediamenti sono
stati rinvenuti sia in Gallura che nella Sardegna centrale,
ma in tutta l'Isola progressivamente si svilupparono diverse
culture.
Di questi popoli prenuragici si possono ancora ammirare più
di 2.400 tombe ipogeiche, conosciute con il nome sardo di
Domus de Janas. Queste singolari vestigia si trovano disseminate in
tutta l'Isola e sono state scavate con grande maestria nel granito e
nella pietra lavica. Alcune sono decorate con sculture e pitture
simboliche e si presume siano appartenute a capi politici e forse anche
religiosi. Sono state datate dagli archeologi intorno al IV millennio
a.C..
Ma il monumento più enigmatico di quel periodo è sicuramente la
piramide a gradoni, ossia lo ziqqurath di Monte d'Accoddi, presso
Sassari, le cui similitudini con le ziqqurath mesopotamiche sono
eclatanti ma inspiegabili. Secondo alcuni studiosi ciò è dovuto ad un
flusso migratorio avvenuto attorno al III-IV millennio a.C., di genti
mesopotamiche e, in particolare, di Sumeri verso il Mediterraneo
occidentale.
Tale altare preistorico rappresenta il primo esempio in occidente di
un’architettura tipica dell’Oriente mesopotamico. Costituisce anche un
esempio, unico in Europa, di una singolare concezione religiosa tipica
delle genti mesopotamiche, le quali erano persuase che il cielo e la
terra si unissero - per mezzo di un monte - mentre una divinità
scendeva tra gli uomini. L'altare sulla torre era perciò considerato il
punto di incontro tra umano e divino e si pensa che un gran numero di
animali – sicuramente bovini - venissero sacrificati per propiziare la
rigenerazione della vita e della vegetazione. Ai piedi della piramide a
gradoni sono stati ritrovati dagli archeologi grandi accumuli composti
da resti di antichi pasti sacri ed anche oggetti utilizzati durante i
riti.
L'Età del
Bronzo
Con l’Età del Bronzo Medio (fase non avanzata, 1.700 a.C. circa), con
la nascita della Civiltà Nuragica, gli antichi luoghi di culto vengono
abbandonati. L'altare di Monte d'Accoddi non fu più utilizzato a
partire dal 2.000 a.C. e ciò lascerebbe desumere che in tutta
probabilità nuove genti arrivarono in Sardegna in quel periodo,
portando con se nuovi culti, nuove tecnologie e nuovi modelli di vita,
rendendo obsoleti i precedenti o reinterpretandoli alla luce della
cultura dominante.
L'introduzione del bronzo portò notevoli miglioramenti in ogni campo.
Con la nuova lega di rame e stagno si otteneva infatti un metallo più
duro e resistente, adatto a fabbricare attrezzi agricoli, ma
soprattutto si prestava alla forgia di armi assai migliori, da
utilizzare sia per la caccia che per la guerra.
Ben presto in Sardegna, terra ricca di miniere, si costruirono fornaci
per la fusione delle leghe che da esperti artigiani venivano lavorate
in maniera molto abile, dando vita ad un fiorente commercio verso tutta
l'area mediterranea ed in particolare verso quelle regioni povere di
metalli.
Ciò spiega l'analogia culturale dei nuragici con le civiltà presenti
nell'area egea (Micene, Creta e Cipro) e con l'area iberica.
Gli Shardana
L' Età del Bronzo fu il periodo in cui nel Mar Mediterraneo ci fu un
vasto movimento guerresco, e secondo ipotesi non comprovate da
documentazione archeologica, la Sardegna e la Corsica furono invase da
una popolazione di navigatori-guerrieri proveniente da Oriente: i
Popoli del mare, e tra essi gli Shardana, misteriosi navigatori
guerrieri, già ben conosciuti dagli antichi Egizi che li
rappresentarono nei grandi bassorilievi del tempio di Medinet Habu (XII
secolo a.C.).

L'incontro tra le preesistenti popolazioni della cultura megalitica e
le nuove genti non fu probabilmente pacifico. Secondo alcune congetture
gli indigeni cercarono di resistere agli invasori, ma invano. Furono
sconfitti e i loro insediamenti distrutti. Altre ipotesi sostengo che
l'integrazione fu pacifica e graduale, mentre non viene escluso che gli
Shardana non siano altro che l'evoluzione dello stesso popolo
megalitico sardo. Ma questo incontro di genti così diverse tra loro,
diede vita ad un amalgama di popoli e di culture che segnerà
indelebilmente, per sempre, le due isole gemelle del Mediterraneo
occidentale. Successivamente, dopo il 2.000 a.C., si sviluppò
l’architettura del Nuraghe, torre di megaliti a secco con tholos (false
cupole, spalti, cortili e corridoi), in Corsica chiamata Torreana.
Fonti egizie, databili al periodo del faraone Ramses II, tramandano che
gli Shardana sono venuti con le loro navi da guerra dal mezzo del Gran
Mare (Grande Verde), nessuno può resistergli; questi guerrieri
navigatori vengono anche definiti come: ..gli Shardana del mare, dal
cuore ribelle, senza padroni, che nessuno aveva potuto contrastare.
Queste considerazioni vengono poi riportate nel resoconto della
battaglia di Kadesh, passata alla storia per essere la prima con un
racconto preciso ed una descrizione tattica dei combattimenti.
L'equipaggiamento militare dei guerrieri Shardana, descritto nei
bassorilievi, risulta molto particolare e distinto da quello di altri
guerrieri contemporanei. Usavano spade lunghe, pugnali, lance e
soprattutto lo scudo tondo (in quel periodo usato probabilmente solo
dai sardi), mentre i guerrieri egiziani erano prevalentemente arcieri.
Portavano un gonnellino corto, una corazza e un elmo provvisto di
corna, e le loro imbarcazioni erano caratterizzate da protomi animali,
con l'albero simile a quanto raffigurato in alcune navicelle nuragiche
in bronzo rinvenute nei nuraghi. Secondo studiosi della civiltà
nuragica come Domenico Uccheddu e Bruno Vacca gli Shardana avrebbero
navigato attorno all'africa. Questo viene provato secondo Uccheddu
dalla forma dei manufatti in bronzo ritrovati che raffigurano
imbarcazioni con il fondo ampio per ospitare merci e dall'anello posto
sopra l'albero, che denota una tecnologia in grado di girare meglio la
vela al vento. Altre prove sono riscontrabili sempre nei bronzetti
ritrovati che raffigurano vascelli con protomi di bovini africani come
il cobu o l'antilope e altri animali come lo scimpanzè. In altri
bronzetti, esposti al museo archelogico di Cagliari, e visibili da
chiunque, sono raffigurati personaggi con fattezze chiaramente
negroidi, ben distinti dai bronzetti raffiguranti i sardi nuragici.
Tra gli antichi scritti, quelli riportati da Zenobio e attribuiti a
Simonide di Ceo, parlano di assalti dei sardi all'isola di Creta, nello
stesso periodo in cui i Popoli del mare invadevano l' Egitto. Ciò
evidenzierebbe una frequentazione dei Sardi nuragici nel Mediterraneo
orientale. Ulteriori conferme di questa frequentazione arrivano poi
dalla stessa ceramica nuragica del XIII sec., ritrovata a Tirinto, a
Creta e in Sicilia nell'Agrigentino, lungo la rotta che collegava
l'oriente all'occidente del Mediterraneo.
Le fonti
greche e romane
Anticamente, i geografi e gli storici greci tentarono di risolvere
l'enigma dei misteriosi popoli costruttori di nuraghi. Per loro la
Sardegna era la più grande isola del Mediterraneo (in realtà è la
seconda) e la descrivevano come una terra felice e libera, dove fioriva
una civiltà ricca e raffinata e dall'agricoltura fiorentissima.
Nei loro resoconti dunque i greci parlarono di edifici favolosi, che
battezzarono daidaleia, dal nome del loro leggendario architetto
Dedalo. Secondo una loro leggenda fu lui a concepire il famoso
labirinto del re Minosse a Creta, prima di sbarcare in Sicilia e
trasferirsi successivamente in Sardegna, accompagnato da un gruppo di
coloni.
Pseudo Aristotele: Si dice che nell'isola di Sardegna si trovano
edifici modellati secondo l'antica tradizione ellenica, e molti altri
splendidi edifici, e delle costruzioni con volta a cupola con
straordinario rapporto delle proporzioni. Si ritiene che queste opere
siano state innalzate da Iolao figlio di Ificle nel tempo in cui,
portando con sé i Tespiadi figli di Eracle, trasferì la colonia per
condurla via dai loro luoghi di origine verso quelle contrade, poiché
procurava queste per il parentado di Eracle, al quale qualunque terra
fosse situata verso Occidente riteneva gli appartenesse .... Raccontano
poi che la Sardegna sia stata, in tempi lontani, prospera e
dispensatrice di ogni prodotto: difatti raccontano che Aristeo, il
quale - si dice ancora - ai suoi tempi era stato il più esperto fra gli
uomini nell'arte di coltivare i campi, fosse il signore in questi
luoghi; prima di Aristeo questi luoghi erano occupati da molti e grandi
uccelli ....
Diodoro Siculo riporta le origini al mito di Eracle: Quando ebbe
portato a termine le imprese, poiché secondo l'oracolo del dio era
opportuno che prima di passare fra gli déi inviasse una colonia in
Sardegna e ne mettesse a capo i figli che aveva avuto dalle Tespiadi,
Eracle decise di spedire, con i fanciulli, suo nipote Iolao, poiché
erano tutti molto giovani. Sugli Ilienses racconta inoltre che: ..prima
i Cartaginesi e poi i Romani li combatterono spesso, ma fallirono il
loro obiettivo.
Fonti romane ci tramandarono invece che le due isole furono
abitate da tante etnie che si erano progressivamente
uniformate culturalmente, rimanendo però divise politicamente
in tante tribù, sovente confederate ma anche in contesa tra
loro per il possesso dei territori più ricchi e fertili. Le
stesse fonti fanno sapere quali erano le più consistenti concentrazioni
etniche, e tra queste vengono indicate chiaramente quelle
degli Iolei o Ilienses, dei Bàlari, dei Corsi e le Civitates
Barbariae, ossia le etnie che stanziavano nelle attuali
Barbagie e che rifiutavano il processo di romanizzazione.
Marco Giuniano Giustino, Epitoma Historiarum Philippicarum,
XIII, 7, dopo il resoconto della "facile" conquista della
vicina Sicilia, racconta della spedizione cartaginese del
generale Malco nel 540 a.C., in una Sardegna ancora fortemente
nuragica: ...portata la guerra in Sardegna, furono gravemente
sconfitti in una grande battaglia dove persero la maggior
parte dell'esercito. Per questo furono esiliati il loro
comandante, Malco, e i sopravvissuti.... La sconfitta determinò una
sanguinosa rivoluzione interna a Cartagine, con la presa di
potere inizialmente da parte di Malco e la sua definitiva sconfitta
ad opera di Magone. La Sardegna, sempre secondo Giustino (
XIX,1, 3-6 ) divenne oggetto di una seconda spedizione navale
sotto il comando di Asdrubale e Amilcare, figli di Magone. ...In
Sardegna Asdrubale fu gravemente ferito e vi morì lasciando
il comando al fratello Amilcare; e non solo il lutto che percorse la
cittadinanza ma il fatto di essere stato undici volte
dittatore e aver riportato quattro trionfi lo resero grande... Dunque
Asdrubale, ferito nel corso della guerra sarda, morì nell'isola, dopo
aver passato il comando al fratello Amilcare. Fu questi che entro il
510 a.C. ebbe la meglio sulla resistenza anticartaginese ottenendo il
dominio della Sardegna costiera e di altri territori come l'Iglesiente
minerario e le pianure dalla Sardegna meridionale. La Civiltà Nuragica
sopravvisse nelle zone interne.
Pausania (X, 17, 5) ricorda che i Cartaginesi nel periodo in cui erano
potenti per la loro flotta, sottomisero tutti coloro che si trovavano
in Sardegna ad eccezione degli Iliesi (localizzati nel Marghine e nel
Goceano) e dei Corsi (in Gallura), per i quali fu sufficiente la
protezione delle montagne per non essere asserviti....
Strabone conferma la sopravvivenza della Cultura Nuragica anche in
epoca romana: racconta infatti che alcuni capi militari romani,
disperando di domare i Sardi in campo aperto, preferivano tendere loro
degli agguati, profittando del costume di quei barbari di raccogliersi,
dopo grandi razzie, a celebrare feste tutti insieme.
La sopravvivenza della cultura Nuragica nei secoli viene denominata
Costante resistenziale sarda.
Su Nuraxi di
Barumini.

Risalenti al II millennio a.C. (dal 1700 circa) i nuraghi sono torri
megalitiche di forma tronco conica, ampiamente diffusi in tutto il
territorio della Sardegna (1 nuraghe ogni 3 chilometri quadrati circa).
Furono il centro della vita sociale degli antichi sardi e diedero il
nome alla loro civiltà, sebbene la loro funzione e destinazione sia
ancora altamente controversa tra storici ed archeologi che, di volta in
volta, hanno elaborato teorie sul loro uso militare, civile, religioso
o per la sepoltura dei defunti. Secondo alcuni hanno funzione
astronomica. Intorno al 1500 a.C., dai rilievi archeologici, si possono
notare aggregazioni sempre più consistenti di villaggi costruiti in
prossimità di queste poderose costruzioni, edificate spesso sulla
sommità di un’altura, ma sempre con tecnica megalitica (grossi blocchi
di pietra sovrapposti) e con ampie camere aventi i soffitti voltati a
tholos (falsa cupola). Probabilmente per un maggior bisogno di
protezione, si nota nel tempo il costante aggiungersi progressivo di
più torri a quella più antica - addossandole o collegandole tra loro
con cortine murarie. Da semplici, i nuraghi divennero in questo modo
complessi, trilobati ed anche quadrilobati, in modo da essere
caratterizzati da sistemi articolati di torri, con sistemi murari
muniti di feritoie. Tuttavia alcuni hanno una posizione meno
strategica. Secondo alcune teorie avrebbero una funzione sacra per
marcare l'orizzonte visto dai principali nuraghi rispetto ai solstizi.
Quelli giunti fino a noi - a parte le torri isolate - sono costruzioni
imponenti e complesse, con annessi villaggi a formare costruzioni
simili a castelli, a volte denominati dagli studiosi anche regge
nuragiche. Nonostante siano trascorsi millenni, questi villaggi
nuragici non sono scomparsi completamente, ma si ritiene che le
popolazioni nuragiche abbiano abitato costantemente i siti,
mantenendoli in vita e originando alcuni paesi della Sardegna odierna,
forse a quelli che hanno come prefisso la parola Nur come Nurachi,
Nuraminis, Nurri, Nurallao, Noragugume.
Molti siti nuragici sono stati riportati alla luce da imponenti scavi
archeologici, ne sono un esempio quelli di Su Nuraxi a (Barumini),
Palmavera, (Alghero), Santu Antine a (Torralba), Santa Cristina a
(Paulilatino), Genna Maria a (Villanovaforru), Nuraghe Losa ad
(Abbasanta), ma molto resta ancora da scavare ed esaminare
scientificamente vista la notevole quantità di vestigia nuragiche.
Le Tholoi ed i legami
con la Civiltà Micenea e con la Civiltà Minoica
Le Tholoi sono caratteristiche oltre che della Civiltà nuragica anche
della Civiltà micenea, di quella minoica e, più tardi, di quella
etrusca. Tuttavia questa copertura ogivale a "falsa cupola" la si
ritrova a partire dal neolitico anche in Siria, Oman, Turchia, Spagna.
I Micenei, detti Achei o Danai furono la terza popolazione ellenica che
invase la Grecia nel II millennio a.C., riuscendo a egemonizzare
definitivamente le genti preelleniche, da alcuni dette greche, o
pelasgi. Essi diedero luogo a costruzioni imponenti come il Tesoro di
Atreo caratterizzato da una tholos alta 13 metri. Questa tipologia
edilizia, con connotati e tecniche costruttive ben precise, oltre ai
corridoi megalitici quasi a sesto acuto presenti nella fortezza di
Tirinto ed in diversi nuraghi, lasciano ipotizzare un forte legame
culturale tra queste civiltà.
Ciò è testimoniato, oltre che dalla citazione degli edifici modellati
secondo l'antica tradizione ellenica ad opera dello Pseudo Aristotele,
dai reciproci scambi commarciali il cui filo conduttore, anche
culturale, sembra essere legato alla metallurgia.
Nel testo De mirabilibus auscultationibus, scritto di tradizione
beotico-euboica, cioè di regioni interessate dalla colonizzazione
micenea, vengono istituite correlazioni strutturali e storiche tra le
tholoi Achee e quelle nuragiche spiegandole dalla loro ottica
attraverso la venuta di Dedalo in Sardegna: i Greci moderni riconobbero
nella Sardegna la forte impronta comune ai Micenei in queste lontane
terre d'occidente. Dedalo, Iolao, Aristeo..., potrebbero inoltre essere
considerati un riflesso dell'attivissimo commercio minoico-miceneo così
come la leggenda su Dedalo che, esule da Creta e rifugiatosi nella
Sicilia occidentale, a Camico, viene poi fatto approdare in Sardegna da
Iolao o Aristeo, mettendo in risalto il cambiamento della rotta
commerciale verso l'occidente avvenuto durante il Miceneo III b.
La Civiltà Minoica similmente a quella micenea presenta forti analogie
con quella nuragica. Ad esempio è assai simile nella tipologia
costruttiva il complesso del villaggio di Stylos a Sternaki che include
una tomba del tardo minoico con tholos ed una lunga dromos. Ma sono
tanti i siti archeologici in cui si respira una certa somiglianza e
familiarità: Phylaki, Yerokambos, Platanos, Odigitria, Nea Roumata,
Koumasa, Kamilari, Apesokari, Chamaizi, Phourni. Da un punto di vista
culturale la Civiltà Nuragica e quella Minoica avevano in comune il
culto per la Grande Madre, una figura tipica del resto in quasi tutte
le civiltà che si affacciavano sul Mar Mediterraneo, con l'attributo
della Colomba quale richiamo alla fertilità spesso riportata a
coronamento delle navicelle nuragiche in bronzo. Altro forte punto di
contatto era la venerazione e l'importanza del Toro, protagonista della
tauromachia e della leggenda minoica del minotauro che, probabilmente,
in Sardegna aveva un qualche richiamo essendo stati ritrovati bronzetti
aventi corpo di toro e testa umana. Altra similitudine era di tipo
"sportivo", essendo praticato nelle due isole il pugilato con mani
dotate di guantoni.
Le etnie
nuragiche
L'illustre studioso della civiltà nuragica Giovanni Lilliu, alle entità
etniche più rilevanti (che negli ultimi tempi della loro storia si
ritirarono nei territori montani - fondendosi ulteriormente tra loro -
e creando il tessuto di sardità costituito oggigiorno dalle popolazioni
barbaricine), fa corrispondere entità culturali abbastanza evidenti:
* - i Bàlari costituirono l'etnico che
produsse la cultura di Bonnànaro e che sembra trovare corrispondenza
anche nelle isole Baleari;
* - negli Iolèi (anche Iliesi/Iliensi)
viene individuato un ciclo culturale prodotto da etnie provenienti dal
Mediterraneo orientale, ossia gli Achèi-Eraclidi, arrivati in Sardegna
sulla scia dei Minoici-Cicladi prenuragici;
* - nei Corsi, stabiliti in Gallura sin
dai tempi più remoti, viene indicata l'etnia che produsse l'aspetto
culturale detto gallurese ossia la cultura di Arzachena che si estese
poi anche alla vicina Corsica a cui darà il nome.

Queste ed altre etnie progressivamente si accentrarono in villaggi a
cui poi corrispose un territorio molto ben definito, fino a formare nel
corso del II millennio a.C. - e specie nella prima metà del I Millennio
a.C - piccoli staterelli - che raggiunsero, federandosi tra loro, un
notevole equilibrio ed un notevole assetto civile.
Ecco le principali tribù nuragiche - così come ci vengono tramandate
dagli scritti romani - che popolavano la Sardegna e la Corsica:
* i Beronicenses nel basso Sulcis e
nell' Iglesiente
* i Giddilitani nel Montiferru
* gli Euthicani nell'Oristanese
* gli Uddadhaddar nel Montiferru
* i Luguidonensi nel Logudoro
* i Balari nell'alto e basso Coghinas
* i Corsi nel Montacuto e nella Gallura
* i Lestrigoni in Gallura settentrionale
* gli Iliensi o Iolei nelle montagne di
Alà
* i Nurritani o Nurrenses nei territori
di Orotelli
* i Parati nel Monte Albo
* i Sossinati nel Monte Albo
* gli Acconiti nel Monte Albo e nei
monti Remule
* i Cunusitani a Fonni
* i Celsitani in Barbagia
* gli Esaronensi nella valle del Cedrino
* i Gallilensi nell'alto Flumendosa e
nel Gennargentu
* i Maltamonenses in Marmilla
* i Semilitenses nel Cixerri
* i Moddol nella Trexenta
* i Cervini in Corsica settentrionale
* i Tarabeni in Corsica meridionale
* i Titiani in Corsica meredionale
* i Belatoni nella Corsica del Sud
* i Venacini nella Corsica settentrionale
* i Cilebensi nella Corsica del Nord
* i Licinini nella Corsica centrale
* gli Opini nella Corsica centrale
* i Sumbri nel centro della Corsica
* i Cumanesi, in Corsica centrale
* i Subasani, in Corsica meridionale
* i Macrini, nella Corsica del Nord
Suddivisione
del territorio
La disposizione delle torri, poste a difesa e dominio di un territorio,
corrispondevano spesso a frontiere politiche o etniche e delimitavano
zone agricole e pastorali non molto diverse, per grandezza e per forma,
da quelle che saranno, nel Medioevo, le curatorie giudicali.
Si suppone che solamente una società gerarchicamente molto organizzata,
con un numero molto elevato di persone religiosamente assoggettate,
poteva esprimere architetture così imponenti come le reggia nuragica de
su Nuraxi o altre tipologie architettoniche.
Struttura
economica
Se l’assetto urbanistico era fondato sul villaggio, quello economico si
basava sull' agricoltura e sulla pastorizia originando probabilmente
una economia inizialmente di tipo agro-pastorale. Le figurine dei
bronzetti ritrovati evidenziano abbastanza chiaramente una
specializzazione nelle arti e nei mestieri.
Dopo essere stata per anni dipinta come una civiltà chiusa in se
stessa, con ricostruzioni che ad esempio attribuivano alle navicelle
nuragiche in bronzo la funzione di lucerne e non di riproduzione votiva
delle vere imbarcazioni nuragiche, così come avveniva invece per i
guerrieri, per le altre figure della società civile e religiosa, per i
nuraghi o per i carri ecc., le evidenze archeologiche testimoniano
forti legami con la Civiltà Micenea, con la Spagna, con l'Italia, con
Cipro. Ma sono di grande attualità e interesse alcuni rinvenimenti
archeologici nelle coste del Vicino Oriente e della Bulgaria.
I frequenti scambi commerciali e l’importanza dell’intenso commercio
del rame verso il Mediterraneo orientale, testimoniato dal ritrovamento
di importanti quantità di lingotti di rame di tipo probabilmente
cipriota, contribuirono significativamente a provocare nei nuragici un
intenso sviluppo economico e culturale, basato sulla metallurgia e sui
commerci. Tale sviluppo è considerato da molti studiosi - per quei
tempi - il più importante mai prodotto in tutto l’Occidente
mediterraneo di allora. I contatti con i popoli orientali divennero
sempre più stretti, in particolare quelli con Cipro e con le coste
libanesi, ma si è oramai certi dei contatti anche con l’ Europa
atlantica e con l’Europa centrale. Ceramiche nuragiche di tipo
"askoide", anfore, tripodi e spade di tipo nuragico sono state trovate
ad esempio in Spagna (Huelva, Tarragona, Malaga, teruel e Cadice) oltre
lo stretto di Gibilterra.
Gli scambi con i centri Etruschi, principalmente con Vetulonia, Vulci e
Populonia, avvenuti tra il IX ed il VI secolo a.C., sono molto assidui
e ben documentati dai ritrovamenti in tombe etrusche delle singolari e
tipiche statuette e navicelle votive e di vasi nuragici, che
testimonierebbero anche legami di tipo dinastico.
La navigazione rivestì pertanto un ruolo molto importante. Sono state
infatti trovate negli scavi archeologici ben 70 navicelle di bronzo che
richiamerebbero la tradizione marinaresca. Grazie alle relazioni
commerciali con altri popoli, i sardi nuragici arricchirono il loro
patrimonio culturale ed anche la qualità dei loro prodotti.
La metallurgia nuragica
La metallurgia realizzava tutto il ciclo di lavorazione sul posto e la
maestria dimostrata dai nuragici nella lavorazione del bronzo, fa
capire fino a che punto erano divenuti abili nella lavorazione dei
metalli e nella costruzione di armi. Nei musei sardi, oltre alle
magnifiche collezioni di bronzetti votivi, si possono ammirare anche
veri e propri arsenali di armi di ogni specie. Stupisce non solo il
notevole livello tecnico raggiunto dagli artigiani, ma anche l’indice
elevato di produzione e l'elevato grado di consumo, sono stati
rinvenuti - infatti - grandissime quantità di oggetti in bronzo rotti e
destinati nuovamente alla fusione.

Le attuali ricerche sui bronzi tentano ancora di stabilire
con esattezza la loro datazione: se sono stati prodotti prima del VIII
secolo a.C. e se i risultati daranno esito positivo, saranno
senza ombra di dubbio di molto antecedenti alle più antiche sculture
bronzee greche fino ad ora conosciute.
Le ultime scoperte archeologiche fanno conoscere nuovi ed
interessanti aspetti della civiltà nuragica nella quale i ricchi
giacimenti di minerali, soprattutto quelli di rame e piombo,
hanno avuto un ruolo primario. Non è infatti considerata una semplice
coincidenza se l’età aurea, nel mezzo del II millennio a.C.,
viene posta in un’ epoca in cui l’attività estrattiva e metallurgica
conobbe una straordinaria espansione.
La metallurgia produsse poi lingotti di rame, chiamati - per
la loro particolare forma - a pelle di bue: alcuni di questi lingotti
sono stati ritrovati in Spagna e in Francia, ma anche lungo
le lontane coste turche ed in Grecia.
L'esame delle armi rinvenute offre interessanti riflessioni
essendo, queste, utili per capire le connessioni e, forse, le origini
ed i flussi commerciali della civiltà nuragica. Nel periodo che va dal
1500 a.C. al 1200 a.C. le armi avevano una foggia ed una fattura di
tipo orientale; nel periodo che va dal 1200 a.C. al 900 a.C., le armi
erano invece di tipo egeo.
Non è stato invece ancora risolto il "mistero" legato alla fusione del
bronzo: tale lega è infatti il risultato della fusione tra il rame
(ampiamente disponibile in Sardegna) e lo stagno, del quale invece non
è mai stata segnalata la presenza sull'Isola, salvo un piccolo
giacimento di cassiterite in località Perdu Cara presso Fluminimaggiore
di cui fu concesso nel dopoguerra il permesso di ricerca alla S.M.M. di
Pertusola. Grandi giacimenti di stagno erano presenti in Inghilterra. I
nuragici, dunque, si approvvigionavano presumibilmente all'esterno
intrattenendo scambi commerciali con paesi lontani.
Le ceramiche
Nella ceramica, l'abilità ed il gusto degli artigiani sardi si
manifestano essenzialmente nel decorare le superfici di vasi ad uso
certamente rituale, destinati ad essere utilizzati nel corso di
complesse cerimonie, forse in alcuni casi anche ad essere frantumati al
termine del rito, come le brocche rinvenute nel fondo dei pozzi sacri.
La ceramica sviluppa anche una grafia geometrica nelle lampade, nei
vasi piriformi (esclusivi della Sardegna) e negli askoi. Forme
importate e locali sono state trovate a Barumini, a Santu Antine, a
Cuccuru Nuraxi, Santa Anastasia, Villanovaforru, Furtei e Suelli.
Ritrovate anche nel continente italiano e in Spagna, tutto fa pensare
ad una Sardegna molto ben inserita nei commerci del Mediterraneo.
I
bronzetti
Oltre ad oggetti di uso militare, l' artigianato fabbricava attrezzi
agricoli d’uso comune, oggetti per la casa, monili, vasi di bronzo
laminato, cofanetti, specchi, spille, fibbie, candelabri, manici per
mobili e soprattutto i caratteristici bronzetti votivi.
Utilizzati probabilmente come ex-voto e/o come riferimento ad un mondo
eroico tramandato, legato comunque al culto, i bronzetti
rappresentavano figure di uomini, imbarcazioni, nuraghi e animali utili
per ricostruire scene di vita quotidiana. In base alla loro produzione,
si possono notare diversi stili e gradi di perfezione, tra i quali
quello aulico, chiamato di Uta ed uno popolaresco, definito anche
Mediterraneo.
Tra i bronzetti più noti si possono menzionare i capi tribù (con
mantello e daga borchiata), le divinità con 4 occhi e 4 braccia, gli
uomini-toro, i guerrieri, i pugilatori, le sacerdotesse e le maternità,
due di Serri e una di Urzulei, quest’ultima è nota comunemente come
madre dell’ucciso, in analogia ad una celebre scultura novecentesca di
Francesco Ciusa.
Le statue dei
"Giganti di Monti Prama"
Ai luoghi di culto si associava, in genere, l'offerta dei bronzetti
votivi che raffiguravano uomini e donne, animali, modellini di
imbarcazioni, modellini di nuraghi, esseri fantastici, riproduzioni in
miniatura di oggetti e arredi.
Questa
importante produzione artistico-religiosa ha prodotto un'iconografia
ben codificata e tipizzata che, nel 1974, è stata arricchita
dai resti di 32 (forse 40) statue in pietra arenaria di
dimensioni monumentali (alte da 2,6 a 3 metri) comunemente conosciute
come Giganti di Monti Prama dal nome della località del Sinis
presso Cabras, in provincia di Oristano nella quale vennero ritrovate.
Queste statue richiamano la tipologia dei bronzetti stile
"Abini-Serri".
La scoperta degli enormi frammenti di queste statue giganti
che rappresentano guerrieri, arcieri, lottatori, modelli di nuraghe e
pugilatori dotati di scudo e guantone armato, che si ritiene
siano risalenti al X-VIII secolo a.C., ha sconvolto non poco le attuali
certezze degli archeologi sulla civiltà nuragica, proiettando
nuova luce sull'arte e la cultura delle popolazioni della Sardegna. La
datazione confermerebbe la sopravvivenza e la forza della
cultura nuragica nel periodo fenicio.
I "Giganti" hanno occhi come dischi solari, volutamente privi
di espressione e di bocca ed acconciature che lasciano cadere sulle
spalle 2 trecce per lato, abito di foggia orientale con
scollo a V. Sono ben visibili importantissimi dettagli relativi alla
foggia delle armature e delle protezioni.
Il sito di Monti Prama raffigura un complesso di personaggi
che in tutta probabilità rivestivano carattere eroico, in ricordo di
imprese andate oggi dimenticate, poste a guardia di un sepolcro.
Potrebbe anche trattarsi, con minore probabilità, della
rappresentazione di una sorta di "olimpo" con peculiari divinità
nuragiche.
Struttura
sociale
Gli storici ritengono che la Sardegna nuragica avesse un'organizzazione
di tipo cantonale. Tali entità erano probabilmente formate da varie
famiglie (Clan) che obbedivano ad un capo e vivevano in villaggi
composti da capanne circolari con il tetto in paglia, del tutto simili
alle attuali pinnettas dei pastori barbaricini.
La struttura sociale era fortemente improntata su caratteri militari e
religiosi. In tale struttura teocratica - secondo gli studiosi - aveva
un’importanza di rilievo la figura degli eroi fondatori quali Iolaos,
Norax e Sardus, mitici condottieri ma allo stesso tempo considerati
divinità. È abbastanza plausibile ritenere che la società fosse
strutturata come una società di capi, in cui l'egemonia di alcune
famiglie all'interno della comunità era ben consolidata ed il potere,
forse all'inizio attribuito con un sistema elettivo, probabilmente
divenne stabile ed ereditario.
Le raffigurazioni dei bronzetti ci indicano chiaramente la presenza di
capi-Re, riconoscibili perché molto spesso reggono un bastone borchiato
ed hanno un mantello, interpretati come simbolo di comando, ma sono
rappresentate tutte le varie categorie sociali compresi gli artigiani e
i minatori.
Il gran numero di figurine di soldati lascia desumere una società
votata alla guerra e oligarchica, strutturata in modo gerarchico e ben
organizzata militarmente, ad espressione di una classe militare ben
ordinata in corpi e gradi (arcieri, fanteria, guerrieri con spada, con
daga), con varie uniformi che fanno pensare a milizie di corpi o
cantoni differenti.
Per desumere le tecniche di combattimento sono interessanti gli scudi
forniti di spade di scorta, di coltelli da lancio o i parastinchi
uncinati ed i guantoni metallici per la lotta corpo a corpo.
Un' attenta analisi ci fa inoltre riconoscere anche altre entità di
casta, come quella che fa riferimento al potere pastorale, al
re-pastore, oppure a quello costituito dai sacerdoti (probabilmente
donne). I bronzetti descrivono anche il popolo con figurine di
contadini, di donne, di artigiani, di sportivi (lottatori e pugilatori
simili a quelli della civiltà minoica) e di musicisti.
Dai bronzetti e dalle statue di Monti Prama si desumono informazioni
anche relative all'aspetto ed alla cura del corpo. I maschi portavano
due paia di lunghe trecce nel lato sinistro e destro del volto. Il capo
era invece rasato o coperto da calotte in cuoio. Le donne portavano in
genere i capelli lunghi.
Religione nuragica
Le grandi effigi in pietra, raffiguranti organi genitali maschili,
chiamati bètili, e rappresentazioni di animali come il toro
probabilmente risalgono alla cultura pre nuragica. Tuttavia il toro e
tutti gli animali muniti di corna avevano valenza sacra anche nella
civiltà nuragica, essendo frequentemente riprodotto nelle imbarcazioni,
nei grandi vasi in bronzo per il culto e negli elmi dei soldati. Si
segnalano inoltre i bronzetti di figure metà toro e metà uomo, di
personaggi con quattro braccia e quattro occhi, di cervi con due teste
aventi carattere mitologico, simbolico o religioso. Altro animale sacro
fortemente raffigurato in modo stilizzato era la colomba, la cui
importanza è nota anche nella cultura semitica.
Tutte le diverse tribù nuragiche, per ingraziarsi la, o le, divinità e
poter progredire, avevano probabilmente una religione che collegava la
fertilità dei campi, il ciclo delle stagioni, dell'acqua e della vita,
con la forza maschile del Toro-Sole e la fertilità femminile
dell'Acqua-Luna.
Si ritiene pertanto che vi fosse probabilmente una dea Madre
mediterranea e un dio padre Babai (chiamato in epoca romana: Sardus
Pater Babai). Dagli scavi si evince che in determinate ricorrenze
annuali i nuragici si radunavano in luoghi comuni di culto, con alloggi
e strutture di tipo aggregativo, a volte gradonate, in cui solitamente
si segnala la presenza di un pozzo sacro, talune volte di fattura molto
decorata e complessa da un punto di vista idraulico come Sedda 'e sos
Carros di Oliena (NU). In alcune aree sacre, come quella di Gremanu a
Fonni (NU), di Serra Orrios a Dorgali (NU) o di S'Arcu 'e is forros a
Villagrande Strisaili (Ogliastra), sono presenti templi a base
rettangolare detti Megaron, strutture con spazio sacro interno che
potrebbe essere stato destinato ad un fuoco sacro forse mantenuto
acceso da una casta sacerdotale.
Nei Pozzi Sacri e nei Megaron vi erano sacerdoti di sesso in prevalenza
femminile, che officiavano riti ormai ignoti, ma che si ritiene
comunque collegati all'acqua e forse a ritualità astronomiche di tipo
solare, lunare o di osservazione dei solstizi. In particolare è
interessante la raffigurazione bronzea di una sacerdotessa che presenta
il capo sormontato da un disco che verosimilmente richiama il sole o la
luna. Altri copricapi circolari sono allungati verso l'alto. Si ritiene
che siano collegati alla religiosità anche alcuni dischi cesellati con
figure geometriche, chiamati Pintadera, la cui funzione non è
univocamente stabilita.
Tantissime statuette in bronzo raffigurano personaggi che alzano la
mano (solitamente la destra) in segno di saluto, invocazione o
preghiera.
Molti ricercatori pensano che in occasione di queste feste e
celebrazioni religiose collettive, i santuari abbiano fatto da
incubatore per l’idea di nazione o, comunque, di una più stretta
confederazione. Alcuni pensano anche che si andava realizzando una
sorta di pansardità. In tali occasioni si tenevano probabilmente
incontri intercantonali, giochi sportivi simili alla lotta greco romana
ed al pugilato e si stringevano alleanze familiari e rapporti
commerciali.
Il Pantheon
di Santa Vittoria a Serri
Importantissimo a tal proposito, il santuario di Santa Vittoria di
Serri, vero e proprio Pantheon delle divinità nuragiche. Si suppone che
nell'edificio principale del villaggio si riunissero in assemblee
federali i clan più potenti dei sardi nuragici abitanti la Sardegna
centrale, per consacrare alleanze o per decidere guerre.
Le strutture comuni erano organizzate in modo da far convivere la festa
religiosa e quella civile, il mercato con l’assemblea politica. Era
presente il tempio a pozzo della fonte sacra, fornita di atrio e
con fossa per i sacrifici, con uno spazio per esporre gli ex voto,
scala con soffitto gradonato e la tipica camera - dove si raccoglieva
l'acqua - provvista di falsa cupola con foro centrale. Non mancavano le
protomi taurine sul prospetto e, intorno, betili e cippi. Vi era pure
un sacello rettangolare con sagrestia per le offerte al o agli dei.
I giochi e gli affari si svolgevano in una vasta corte ellittica con
porticati e vani rotondi per il soggiorno dei partecipanti e con i
posti riservati ai rivenditori di merci, ai pastori e ai contadini.
Nelle vicinanze vi era un ambiente circolare con alcune capanne. Il
primo serviva per le assemblee, nelle seconde abitavano gli addetti
alla custodia, alla manutenzione dei luoghi e gli amministratori dei
beni del tempio.
Nello stesso modo era organizzato il tempio di Santa Cristina a
Paulilatino. Sono noti almeno una
ventina di questi templi (molte volte recuperati al culto cristiano
come ad esempio la cumbessias di San Salvatore in Sinis presso Cabras).
Architettura
religiosa
L' architettura religiosa è soprattutto rappresentata dai pozzi sacri e
dalle fonti sacre. Questi monumenti, tra i più elaborati che si trovano
in Sardegna, sono edifici legati al culto animistico o astronomico
dell'acqua e sono edificati con tecnica megalitica. Il cuore del
tempio-sorgente, è la sala con la volta a tholos, come nei nuraghi, il
più delle volte sotterranea e nella quale veniva raccolta l'acqua
sorgiva. Una scala collegava la sala all' atrium del tempio,
generalmente situato al livello del terreno circostante e attorniato da
piccoli altari in pietra sui quali si depositavano le offerte e sui
quali si celebravano i riti propri al culto dell' acqua sacra.
La perfezione e la precisione con la quale sono stati tagliati i
blocchi di pietra calcarea o lavica, è tale che per molto tempo sono
stati datati tra l'VIII ed il VI secolo a.C. e furono comparati
all'architettura religiosa etrusca. Le più recenti scoperte hanno
indotto però gli archeologi a stimare la costruzione di questi templi
intorno al periodo in cui esistevano strettissime relazioni tra i
Nuragici e i Micenei della Grecia e di Cipro, e cioè di molti secoli
anteriori alle prime estimazioni.
I pozzi sacri subirono nel tempo delle trasformazioni. Edificati sulle
sorgenti d'acqua, erano un luogo di pellegrinaggio ed intorno ad essi
si sviluppava generalmente un villaggio-santuario. Le capanne note come
sala del Consiglio sono associate a grandi depositi di oggetti di
bronzo e lingotti di piombo recanti tacche e marchi, forse indicanti il
valore temporale. Si pensa che fossero la riserva della comunità o il
tesoro del tempio.
Col tempo ebbero un evoluzione verso strutture altamente complesse da
un punto di vista idraulico (con canalette piombate, vasche di raccolta
e protomi taurine per l'uscita dell'acqua calda verso un bacile
centrale, circondato da una seduta rituale) come ad es. il complesso di
Sedda 'e sos carros ad Oliena (NU).
Le funzioni religiose di certi templi si perpetuò fino all'arrivo del
cristianesimo: a Perfugas, un tempio nuragico fu scoperto nei giardini
di una chiesa.
Architettura
funeraria
Altrettanto affascinanti e misteriose sono le tombe dei giganti che
parrebbero derivare dai dolmen allungati.
Esse segnano, nelle loro poco sondate diversità strutturali e tecniche,
il complesso evolversi della civiltà nuragica, fino agli albori
dell'Età del ferro.Queste costruzioni funerarie megalitiche, la cui
pianta rappresenta la testa di un toro, sono diffuse uniformemente in
tutta l'Isola, anche se si nota una fortissima concentrazione nella sua
parte centrale.
Si tratta di tombe costituite da una camera sepolcrale allungata,
realizzata con lastroni di pietra ritti verticalmente con copertura a
lastroni (nel tipo più arcaico, o dolmenico), oppure con filari di
pietre disposte e copertura ogivale. Sulla fronte, il corpo tombale si
apre in due ampi bracci lunati, a limitare un'area semicircolare
cerimoniale: la cosiddetta esedra.
In prossimità delle tombe sorgevano spesso degli obelischi
simboleggianti senza dubbio gli dei o gli antenati che vegliavano sui
morti. Questa sorta di menhir sono chiamati baity-loi (in italiano
betili) ed è una parola che sembra derivare da beth-el che in ebraico
significa casa del dio.
Dolmen e
menhir
Altri insediamenti, come i menhir e i dolmen, semplici o allungati,
pongono la più antica realtà isolana in relazione con la vasta
preistoria mediterranea ed in particolare in rapporto con l'Europa del
Nord e della costa atlantica, con l'Africa marocchina e delle Canarie,
specialmente a seguito dei recentissimi rinvenimenti di menhir
istoriati, ritenuti pietre sacre e legate ai culti della fertilità.
Altri edifici di culto, meno diffusi dei pozzi e delle fonti e tuttavia
presenti in varie parti dell'Isola, sono i cosiddetti tempietti in
antis o tempietti a megaron.
fonte: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Civilt%C3%A0_nuragica&oldid=20360254
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Ultimo aggiornamento Martedì 26 Maggio 2009 15:54 |
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