uelli (in sardo Sueddi) è un comune di 1.171 abitanti della provincia
di Cagliari, nella regione della Trexenta.
I giudicati sardi fra il IX e il XV erano entità statali e
amministrative autonome.
L’origine storica dei regni sardi medioevali risiederebbe quindi
nell’evoluzione delle antiche circoscrizioni bizantine in entità
sovrane autonome, fondendo istituti giuridici romano- bizantino e
tradizioni autoctone (usi e istituti di presumibile derivazione dalla
civiltà nuragica).
Il centro storico di Suelli ebbe origine “giudicale”, lo
testimonia la trama radiale dell’insediamento e la tipologia abitativa;
aveva le caratteristiche della villa (o bidda) medioevale facente parte
della curatorìa di Trexenta nel Regno giudicale di Càlari.
La “Villa di Suelli” donata intorno al mille dal giudice Torchitorio II
al vescovo Giorgio, “Episcupus Barbarie”, primo vescovo noto della
Diocesi di Suelli, istituita nel XI secolo,era formata dai territori
delle curadorìas di Ogliastra, Barbagia di Sèulo, Quirra, Sarrabus e
dall’enclave del territorio della stessa Suelli, assieme al confinante
Simieri.
Tale donazione fu successivamente confermata e ampliata, come documenta
un atto del 1215, dalla Giudicessa Benedetta de Lacon (“Ego Benedicta
de Lacon, po boluntade de Deu potestando parte
Kàlaris, fazzulli carta ad Sanctu Jorgi de Suelli…).
Questa donazione, dopo la caduta del Giudicato di Càlari, fu
rispettata sia dai giudici del Regno di Arborea sia dai Pisani sia
dagli Aragonesi. Con la caduta del Giudicato di Càlari nel
1258, Suelli fece parte del terzo spettante al Regno di Arborea .
Infatti nel 1295 il sovrano di Arborea, Mariano II lasciò la terza
parte del calamitano al comune di Pisa, ma il testamento fu
eseguito solo nel 1300, perciò Suelli divenne solo allora un effettivo
possedimento oltremarino della Repubblica comunale pisana.
I giudicati prosperarono sino al XIV secolo, allorché
dovettero affrontare, nel 1323, le pretese sulla Sardegna del regno di
Aragona. Papa Bonifacio VIII aveva concesso al re Giacomo
D’Aragona (1291-1327) una “licentia invadendi” cioè l’autorizzazione a
conquistare il Regnum Sardiniae et Corsicae e a contrastare
il dominio dei pisani nell’isola.
Dal 1324 Suelli fu parte del Regno catalano-aragonese di
Sardegna e le sue rendite furono confermate al vescovo della diocesi.
A causa della guerra fra il Regno catalano-aragonese di
Sardegna e il Regno di Arborea, nel 1365 quest’ultimo conquistò il
cagliaritano e la Trexenta, riprendendo così la fisionomia della
curatorìa giudicale arborense mantenendola fino al 1409.
Ritornato a far parte del Regno di Sardegna, il villaggio tornò in
possesso del vescovo di Suelli, sotto il quale, Suelli fu innalzato a
baronia (1481/1699) e confermata feudo del vescovo “suellense”.
Nel 1424 il vescovado fu abolito e la baronia passò all’arcivescovo di
Cagliari che ottenne il titolo di barone di Suelli e il paese fu
amministrato da un canonico del Capitolo e tale rimase anche sotto la
dominazione piemontese fino al riscatto nel 1839, con l’abolizione dei
feudi.
Nella metà dell’8oo, la Sardegna è una delle ultime regioni europee
nelle quali vige il regime feudale (l’abolizione dei feudi, viene
sancita in modo irreversibile solo con la carta reale del 25 maggio del
1836) e divenne comune.
Il comune fu soppresso nel 1927 e aggregato a Senorbì con Decreto regio
n° 1406 del 14 luglio1927.
Il comune riacquistò autonomia amministrativa con decreto legge
parlamentare n° 113 del 21 gennaio 1947.
In effetti con le sue permanenze archeologiche Suelli testimonia i tre
momenti più essenziali della sua storia: il”nuragico” (in epoca
nuragica fu intensamente frequentato come confermano i numerosi
nuraghi); il “giudicale”; il “baronale”; mentre dell’epoca romana si sa
che fu attraversato dalla grande strada romana “Karalis – olbia” che
conduceva attraverso le Barbagie.
Il quadro storico del milleottocento, descritto da La Marmora durante
il periodo sabaudo, prende in considerazione alcuni punti essenziali di
riferimento, quali: il territorio, la connessa costruzione antropica e
i relativi rapporti tra l’edificazione e l’agro, la proprietà e i
rapporti giurisdizionali.
Il relativo quadro storico nasce dall’analisi di archivi, di materiali
statistici e cartografici.
Dall’immagine cartografica del territorio si può esaminare la trama
essenziale dei centri abitati, tali insediamenti si presentano
solitamente accentrati ed esercitano un controllo su vaste estensioni
di territorio, sulla rete dei percorsi viari, sui corsi d’acqua ecc.
Contemporaneamente a queste costanti é possibile trovare alcune
eccezioni alle regole dell’insediamento, quali: numerosi centri abitati
o disabitati che coesistono nello stesso territorio comunale(si pensi
ai villaggi scomparsi); i rapporti tra le comunità e la risorsa-suolo
(la densità demografica); il rapporto tra abitazione e territorio;
l’accentramento degli insediamenti antropici in Trexenta; gli
insediamenti legati a periodi storici antecedenti (nuraghi, chiese
campestri ecc.).
Nella metà dell’8oo, la Sardegna è una delle ultime regioni europee
nelle quali vige il regime feudale (l’abolizione dei feudi, viene
sancita in modo irreversibile solo con la Carta reale del 25 maggio del
1836). Il persistere, durante il periodo sabaudo, degli usi e
consuetudini della feudalità di origine iberica crea all’interno delle
comunità-villaggio una forte contrapposizione nei confronti del potere
dei baroni; che si trasforma in una sorta di contenzioso fiscale e
giurisdizionale e nel quale l’apparato statale sembra giocare un ruolo
importante (ecco perché intorno agli anni venti e trenta si promuove la
privatizzazione “perfetta” del territorio). I
villaggi hanno consolidato nel corso dei secoli con il proprio
territorio di pertinenza un sistema di equilibrio articolato e
complesso, punto cardine di questo sistema era la gestione comunitaria
dello spazio agrario. E’ un territorio sul quale i componenti della
comunità possono vantare titoli di possesso, ne sono un esempio le
leggi delle chiudende (1820-4), ma nonostante l’esistenza di un
istituto giuridico che assicurasse ai singoli individui il diritto di
possesso, era la comunità nel suo complesso di usi e consuetudini a
garantire ai singoli circa alcune questioni fondamentali. La prima
riguarda la definizione degli spazi agrari rispetto quelli pastorali
(il rispetto dell’area dei coltivi mediante recinzione); la seconda era
la garanzia collettiva della rotazione delle colture indipendentemente
dalle specifiche pertinenze dei singoli. Oltre lo spazio della
vidazzone (il territorio su cui la comunità ha concentrato
umanizzazione, trasformazione e presa di possesso), si estende il
saltus, l’incolto, il dominio degli usi civici. Ogni centro rurale era
situato in un punto medio del proprio territorio in un vero e proprio
crocevia tra diversi ecosistemi e diverse opportunità d’uso, tra il
monte e i campi; tra le sorgenti e le paludi.
Ogni casa, è concentrata nel villaggio, sta anch’essa in un ideale
crocevia tra proprietà o le pertinenze familiari, riproducendo nel suo
microcosmo il
meccanismo generale del rapporto abitato – agro.
I centri abitati sono percorribili oggi, senza eccezione, seguendo le
indicazioni della “Carta di La Marmora” e i limiti dei villaggi sono
rimasti invariati nei successivi cento anni;
delineando l’immobilità dell’architettura; l’immodificabilità dei
confini territoriali comunali, del perimetro dei villaggi e delle
proprietà connesse. Questa situazione rimarca le paradossali fissità
rurali della Sardegna centrale interna in un periodo compreso tra il
primi decenni dell’ottocento e i primi decenni del novecento.
Suelli è il caso emblematico, nel quale i confini delle pertinenze
territoriali, la toponomastica dei limiti comunali definiti nel 1844
sono quelli tracciati sei secoli prima(1200), quando i giudici di
Cagliari perimetrarono lo spazio spettante alla stessa “villa” come
sede della diocesi delle Barbagie.
Questa estrema conservatività ci consente di leggere i modi e le forme
della costruzione popolare del territorio nell’800 (1800-1840).
Il nuraghe Piscu, situato all’interno del parco archeologico di
proprietà comunale dal 1982, costeggia la S.S. 128 in direzione Mandas.
L' area archeologica è inserita in un contesto territoriale ricco di
altre testimonianze architettoniche preistoriche, ma senza dubbio
questo nuraghe attualmente è il monumento maggiormente rappresentativo
della civiltà nuragica della Trexenta e nel territorio assume una
posizione strategica e di controllo sulle fertili vallate circostanti.
La torre centrale sovrasta la piccola collina, a 250 m. s.l.m.
dall'alto della quale si domina con lo sguardo tutto il territorio
circostante e si possono scorgere a breve distanza altre presenze
archittettoniche e nuragiche.
Il nuraghe probabilmente deriva il suo antico nome da “nuraghe de su
piscu” (nuraghe del vescovo) perchè un tempo appartenuto al Vescovo di
Suelli , al quale i giudici di Cagliari avevano fatto numerose
donazioni. E' anche noto agli abitanti della zona come “sa domu de
s’orcu".
DESCRIZIONE NURAGHE
Il complesso archeologico è una costruzione megalitica caratterizzata
da una struttura quadrilobata formata da una torre troncoconica
primitiva (thòlos dal greco antico) e quattro torri agli angoli (oggi
semidistrutte) unite tra loro da spesse mura che l'attorniano e la
chiudono lasciandole spazio solo nella parte antistante l'ingresso,
delimitando così un cortile.
La torre centrale primigenia è quella più antica, appartenente alla
seconda fase dell'Età del Bronzo (1500-1200 a.C.).
Il bastione, di planimetria insolita, è un quadrilobo a profilo retto
curvilineo, anche se due delle torri sono contigue per cui la struttura
nel complesso è irregolare.
Le torri principali, generalmente avevano un diametro di circa 8-12 m e
un altezza di circa 10-20 m mentre il nuraghe piscu, giunto fino a noi
dopo gli scavi del 1860 presenta una base circolare di circa 5,40 metri
e un’altezza di circa 8 metri.
La torre principale ospita una grande camera a thòlos priva di nicchie,
preceduta da un alto corridoio a sezione angolare nel quale si aprono
due nicchie contrapposte (caratteristica poco diffusa nelle altre
strutture nuragiche sino ad oggi conosciute). L'ingresso, unica
apertura verso l'esterno, esposto a Sud, è delimitato superiormente da
un architrave con sovrastante "feritoia quadrata di scarico" di
importante funzione statica per allegerire, in corrispondenza della
mezzeria, l'architrave.
interno
Il vano principale è costruito ad anelli di pietra calcarea in base
alla tecnica costruttiva dell' aggetto che diminuiscono di diametro in
ragione dell’altezza. I blocchi di marna calcarea sono squadrati e
disposti in filari orizzontali, progressivamente più piccoli man mano
che si procede verso la parte superiore , internamente amalgamati con
malta argillosa fino a costituire una cupola litica. Attualmente nella
cupola litica mancano alcuni filari, crollati nel tempo, per avere il
profilo completo.
Si ipotizza che la torre principale fosse costituita da due piani
raggiungibili da una scala in muratura esterna situata sul profilo
basale dell’andito. ingresso
ingresso
Il cortile della zona frontale del mastio, si prolunga sul suo fianco
sinistro dov’era l’ingresso del bastione.
L’antemurale che circonda la torre centrale ha la sua apertura a sud,
quasi in corrispondenza all’ingresso del nuraghe. Nella parte esterna
dell’antemurale sono state riportate alla luce alcune capanne con
perimetri murari circolari e rettangolari situate a Sud-Ovest.
cortile
Cortile
Dagli scavi effettuati nel 1860 dal Can. Comm. Giovanni Spano nella
sala della torre centrale furono rinvenuti un grande giara infissa in
terra ad un lato coperta da una gran lapide, gusci di ostriche, zanne
di cinghiale ed ossame di animali.
In una delle camere e nell’andito furono rinvenuti resti di grano
carbonizzato, uno scodellino di bronzo, cocci vari, zanne, alcuni pezzi
di macine di pietra vulcanica, un pezzo di marmo bardilio (forse
utilizzato per conciare le pelli). Nella parte interna del muraglione è
stato riportato alla luce un “pozzo” (nella struttura simile al
nuraghe) che probabilmente fungeva da cisterna per la raccolta
dell’acqua piovana. Nel fondo emersero diversi tipi di vasellame,
alcuni di questi vasetti si presentano con manico e cavità superiore
tagliata diagonalmente si presume venissero utilizzati per bere.
pozzo
pozzo
Il Nuraghe Piscu è stato sottoposto a due restauri in questi ultimi
decenni, uno nel 1980 che riguardò l'ingresso della torre a cui
seguirono degli scavi e l'altro nel 1988 che consistette nel
consolidamento statico della struttura muraria della torre centrale, e
nel tamponamento della breccia ottocentesca nella parte Nord.
Festeggiamenti in onore di San Giorgio Vescovo
Mercoledì
25 Aprile ricorrenza della morte SS. messa e processione
Sabato 19 Maggio inizio novena S.Giorgio
24-25-26 Maggio ricerca partenza e rientro dei carri per il
tradizionale falò
Sabato 26 Maggio vestizione del Santo
Domenica 27 Maggio Benedizione dei carri e SS. messe e processione
Lunedì 28 Maggio Festeggiamenti solenni in onore del Santo
Martedì 29 Maggio SS. Messe
Sabato 2 Giugno giornata dedicata ai malati
Domenica 3 Giugno Chiusura dei festeggiamenti con rientro del Santo nel
Santuario