elegas (in sardo Sèligas) è un comune di 1.523 abitanti della
provincia di Cagliari, nella regione della Trexenta.
LA PREISTORIA
La Sardegna, per quanto si sa, non fu tra le terre più anticamente
abitate. Dell'uomo vissuto in quella forma di civiltà, che siamo soliti
chiamare Paleolitica, non sono state sinora trovate tracce sicure.
Per la Trexenta non si conoscono neanche documentazioni materiali
pertinenti alle fasi antica e media del Neolitico (Età della pietra
levigata). Si hanno, tuttavia, precise testimonianze monumentali e
materiali attribuibili agli orizzonti della Cultura di San Michele di
Ozieri (Neolitico superiore) e Abealzu Filigosa (Calcolitico), entro un
arco di tempo compreso fra la fine del IV e la prima metà del III
millennio a. C..
In quell'Epoca molte zone della Sardegna erano già punteggiate di
presenze umane: gli archeologi distinguono, per quel periodo, due
manifestazioni diverse del modo di essere e di abitare, due "Culture":
quella di Arzachena, caratterizzata da grandi tombe "a circolo" -dette
così perché le sepolture erano collocate al centro di circoli di grandi
pietre- e quella di S. Michele, che prende il nome da una grotta di
Ozieri dove ne furono rinvenute le testimonianze più significative.
Alla forte e compatta concentrazione delle genti appartenenti a
quest'ultima Cultura nelle zone litorali e sublitorali, fanno riscontro
i centri di collina della Marmilla, della Trexenta, e gli insediamenti
degli altipiani del Logudoro, del Goceano, di quelli sotto al Marghine,
ecc..
Queste popolazioni, la cui diffusione altimetrica corrisponde grosso
modo a quella dell'insediamento umano odierno, occupavano luoghi di
morfologia ed economia diversa (terreni pascolativi, zone cerealicole,
bassure lacustri ricche di pesca, suoli metalliferi, ecc.).
Mentre nelle zone pastorali l'abitazione era spesso costituita da una
caverna naturale, nelle zone pianeggianti prevaleva la capanna (fatta
di pietre, di frasche, di erbe palustri, ecc..) aggregata con altre a
formare un villaggio, che però non si sviluppava sino a raggiungere il
tipo della collettività urbana.
I villaggi, non correndo pericoli di sorta, non erano fortificati. Gli
antichi abitatori ebbero, quindi, la possibilità di svolgere, in uno
stato di pace, le loro forme autonome di vita e di attività non
minacciate da
popoli estranei.
Per lo più, gli agglomerati, erano ubicati in punti elevati, come a
Turriga, in agro di Selegas.
Nell'ambito della Cultura di Ozieri ebbe origine, per impulso
orientale, e si diffuse, in aspetti formali vari, "l'idolo della Dea
madre di stile planare". Ma non si perde del tutto lo schema del
precedente idolo femminile "obeso", che tende a semplificarsi,
appiattendosi.
Per quanto riguarda questa fase, il sito più importante è situato in
territorio di Selegas: a Turriga, appunto, ed è legato al ritrovamento
della famosa statuina marmorea, nota con l'errata denominazione di Dea
madre di Senorbì, attualmente conservata nel Museo Archeologico
Nazionale di Cagliari.
Lo stile planare (ossia la traduzione metafisica della figura umana) si
rileva compiutamente nelle statuine in marmo e in altre pietre del tipo
cosiddetto "Cicladico", di cui, appunto, la Dea madre di "Selegas",
dovette costituire il modello iconografico più diretto. La maggiore
ricchezza e differenziazione delle immagini sacre di questo tipo pare
essere il risultato dell'espansione generalizzata e progredita della
forma economica agricola, mentre l'estrema stilizzazione lineare delle
figure sembra rispondere ad un pensiero evoluto sul piano metafisico e
religioso.
La Dea madre di "Selegas", è stereotipata e geometrica, senza attributi
femminili ridondanti come, invece, accade nelle Veneri paleolitiche.
Essa appartiene al tipo di quelle rinvenute nelle Cicladi e, in
generale, nel bacino dell'Egeo.
La statua, fatta su calcare marmoreo, venne ritrovata nel 1935 in una
cava in regione Turriga, inserita nella spaccatura di due grossi massi,
giacente di fianco nella frattura naturale del banco roccioso, sotto
una coltre di un metro di terra, col cono terminale rivolto verso
l'interno. Essa doveva servire, senza dubbio, a concentrare
l'attenzione del fedele su quello che formava l'attributo essenziale
donna-madre, feconda alimentatrice della vita. Più che un'immagine
tombale, per il doppio dell'anima del defunto, si deve ritenere una
rappresentazione della vita, idea centrale delle religioni Neolitiche
mediterranee, legato al culto della fecondità e associato a quello
lunare e solare.
L'importanza delle sue dimensioni: cm. 40 di altezza e cm. 18 al
maggior sviluppo delle spalle, dimostra che non si tratta di una stipe
funebre. E' sormontata da un capo a collo tozzo allungato, e termina in
una punta conica che inizia dalla regione toracica, mentre le spalle,
dalle braccia non sviluppate, sono sommariamente rappresentate da due
alete discendenti, leggermente oblique in due linee che s'incontrano
idealmente oltre l'estremità del cono terminale; il corpo è decisamente
appiatito, infatti, il petto si riduce ad una specie di tavola
trapezoidale, che s'incurva sensibilmente ai margini delle alette
davanti e dietro, ed è munita di due mammelle discretamente sviluppate.
Da questo punto di vista può essere avvicinata ai grandi Menhirs
mammellati esistenti nell'isola.
Inoltre, l'idoletto, per la rappresentazione schematica del volto
espresso dal solo setto nasale che divide due piani inclinati tra di
loro, mostra un'identità di ceppo con quelli cicladici innegabile. Con
quelli esso ha in comune anche il solco triangolare che divide il collo
dal petto.
Con questa scultura si congiunge la civiltà sarda all'egea, della
quale, però, i prodotti del genere non raggiungono mai quelle
dimensioni e quella perfezione che vediamo nella statuina sarda, che
rappresenta l'esemplare più grande e più importante di tutto il mondo.
Con l'Eneolitico (seconda metà del III millennio a.C.) le attività
agricole andarono concentrandosi nelle zone pianeggianti e di bassa
collina, ove l'agricoltura è più redditizia per la feracità delle
terre, la facilità di lavorarle e la mitezza del clima rispetto alle
terre pedemontane o degli altipiani, che furono destinate agli
allevamenti; per cui, s'iniziò una prima differenziazione delle
attività umane fra gente del piano e gente delle alte colline e degli
altipiani, posto che le montagne centrali, per il rigore del clima e
l'asperità del suolo, fossero poco o per nulla abitate, salvo da
qualche tribù di cacciatori.
Mentre per la pastorizia si ha bisogno di vaste superfici terriere, con
esiguo impiego di manodopera, nell'agricoltura il fenomeno è inverso
rispetto a quest'ultima variabile, in quanto le colture richiedono
maggior manodopera, perciò nelle zone agricole si svilupparono centri
demografici non meno importanti e ricchi di quelli pastorali.
Con lo sviluppo demografico e agricolo e con i conseguenti rapporti
commerciali e, quindi, umani, la tribù villaggio, che da prima aveva
una struttura monoica, assunse proporzioni tali che promossero la
creazione di propaggini, che, col tempo, si scissero dando origine a
nuovi gruppi e centri demografici agricoli o pastorali autonomi, che
uniti da interessi culturali ed economici, diedero vita a più vaste e
complesse entità demografiche e territoriali.
In questa Età, come in quella successiva, l'Età del bronzo antico
(1800-1500 a.C.), il momento più caratteristico di ogni Cultura è la
sepoltura.
Fu in quel periodo che i protosardi eressero le pietrefitte
dove svolgevano i loro riti magico-religiosi per allontanare le
avversità; costruirono i Dolmen e scavarono le Domus de Janas
(le loro tombe). Agli stessi costruttori delle Domus de Janas e, in
seguito delle Tombe di giganti, si fa risalire la costruzione dei
Nuraghi.
La civiltà nuragica ebbe origine da una popolazione di
pastori guerrieri proveniente -a quanto pare- dalle regioni a Sud del
Mar Caspio, e arrivata in Sardegna fra il 1800 e il 1500
a.C., dopo aver compiuto un lungo viaggio attraverso l'Asia Minore,
l'Africa ed il Mar Mediterraneo.
Questo popolo viveva allo stato patriarcale, in tribù
autonome, con una forte coesione fra loro; era animato da un profondo
spirito religioso; costruiva pozzi sacri per l'adorazione delle acque,
adorava il sole, seppelliva i morti nelle tombe di giganti; tesseva la
lana, modellava la creta con grande abilità, lavorava il bronzo con
maestria. E viveva in capanne isolate o in villaggi protetti da torri:
i nuraghi, appunto.
La loro civiltà ebbe tre fasi (arcaica, media, recente) e si concluse
verso il terzo secolo a.C. con la conquista da parte dei romani.
Il nuraghe è generalmente una costruzione con camera circolare coperta
da una falsa cupola. Questo tipo di nuraghe detto a "tholos" (ne esiste
un altro tipo più primitivo di forma rettangolare) è quello più diffuso
e che ha mantenuto gli esempi più armonici, rivela una componente
anatolico-egea, nelle sue caratteristiche tecnico-architettoniche.
Recenti scoperte hanno consentito di definire con sicurezza la forma
superiore della torre nuragica, che finiva in un terrazzo, circondato
da un parapetto murario, o sospeso su mensole con fori sul pavimento
del ballatoio. L'esistenza dei balconi è confermata anche dai modellini
in pietra e bronzo di torri semplici e plurime.
Sul finire del II millennio e sicuramente agli inizi del I millennio
a.C. alle torri isolate si aggiungono altri corpi di fabbrica, i quali
non alterandone il fondamento architettonico, le arricchiscono e le
rendono più elaborate. Nascono, così, i nuraghi plurimi le cui forme
più vistose ed elaborate conservano la torre primitiva nel mezzo di un
fasciame murario (bastione) di varia figura, articolato ai margini, in
corrispondenza delle torri minori. Questi nuraghi sono chiamati
polilobati, in quanto le torrette perimetrali figurano come tanti lobi
in cui si espande la massa centrale, dominata dal cono maggiore o
mastio. A seconda del numero delle torrette si distingue il tipo di
nuraghe. I nuraghi di questo tipo costituirebbero il nucleo in cui
s'incentrano le proliferazioni dei nuraghi minori (costituiti da
semplici torri) destinate a tutelare la vita della tribù e gli
interessi territoriali dei piccoli reami.
Secondo alcuni studiosi, il nuraghe sarebbe, più che una fortezza, un
tempio solare, il monumento religioso fulcro di una comunità nuragica
guidata e sorreta da sacerdoti.
I nuragici identificavano gli Dei con gli astri. Il sole ebbe
nell'antichità un posto preminente, così anche i costruttori dei
nuraghi avrebbero orientato i loro templi (i nuraghi) verso la luce che
poteva penetrare attraverso l'ingresso e l'apertura sopra l'ingresso
stesso in occasione dei solstizi (Sud-Sud-Est). La credenza religiosa
nel Dio Sole e negli astri, teneva uniti clan e tribù nuragiche, mentre
si sviluppava un'architettura megalitica fondata sulla conoscenza della
matematica e dell'astronomia. Gli architetti dei nuraghi dovevano,
infatti, avere delle conoscenze matematiche, necessarie, non solo per
la costruzione della tholos, ma anche per le osservazioni astronomiche
che servivano per la previsione delle lunazioni, dei solstizi, ecc..
Mentre i pozzi sacri potrebbero essere stati degli osservatori
astronomici; luoghi di osservazione legati al culto della luna e
dell'acqua, a differenza delle costruzioni nuragiche, strettamente
connesse al culto solare ed astrale.
Concludendo, in origine i nuraghi erano osservatori astronomici,
templi, fortezze, abitazioni: presumibilmente edificati secondo canoni
astronomici. Successivamente, con le invasioni nemiche, assunsero,
prevalentemente, un carattere difensivo anche rifasciando le torri
preesistenti con antemurali o torri aggiunte. L'isola dei nuraghi ci ha
lasciato, come espressione d'arte, le statuette di bronzo (circa 500),
che rappresentano l'intera dimensione della cultura e della società del
tempo.
Oggi, in tutta la Sardegna, si conservano circa settemila nuraghi,
diffusi con una media regionale di 0,27 per Kmq. (in Trexenta anche
0,90).
Costruiti da schiavi o semischiavi, i nuraghi rappresentano un grande
sforzo umano, economico e sociale.
La Trexenta, ricca zona nuragica, forse dipendeva dalla gens
dell'acropoli di Serri.
In territorio di Selegas, il maggior centro nuragico finora conosciuto
è situato a Nuritzi.
Il nuraghe Nuritzi, di tipo complesso, di cui, oggi, è rilevabile la
parte inferiore del mastio, che appare decentrato rispetto alla pianta
totale, si ritiene che fosse il centro politico e militare di una tribù
o di un clan che controllava la vallata circostante.
Lo scavo effettuato nel 1983 ha documentato che il nuraghe fu demolito
o distrutto intorno all'ottavo secolo a.C., e chiuso da un lastricato
che interessava oltre che il vano anche la cortina muraria esterna
ridotta ai due ultimi filari di base. Attorno ad esso sono stati
trovati anche residui di ossa di suini, caprini ed ovini, valve di
molluschi ed una grossa scoria di rame. E' stata, altresì, documentata
la presenza di evidenti tracce di combustione, che (con gli elementi
raccolti durante lo scavo di una torre) dovrebbero confermare l'ipotesi
di una definitiva distruzione ed il suo conseguente abbandono.
Altri nuraghi si trovano a Bruncu is Olias, Bruncu de sa Guardia,
Bruncu sa Figu e a Ungrera.
Al nuraghe Simieri, in agro di Selegas, faceva riscontro il complesso
nuragico sito in regione Santu Teru di Senorbì, dove è stata anche
ipotizzata l'esistenza di un tempio a pozzo. Qui, nel 1841, fu
rinvenuto uno dei più bei bronzetti nuragici che orna il Museo
Archeologico Nazionale di Cagliari: un soldato nuragico cornuto, con
scudo e spada nella destra. La statuina è di accurata fattura, ben
proporzionata e plasmata con dovizia di particolari. Il piccolo bronzo
è impostato frontalmente su base piatta con quattro fori destinati ad
alloggiare dei chiodi per il fissaggio ad un supporto. La figurina è
caratterizzata, soprattutto, da un elmo con lunghe corna che si
slanciano verticalmente, incurvandosi simmetricamente all'indietro. Il
corpo appare stretto da una tunica a due balze a cui si sovrappone una
corta corazza provvista, a metà altezza, di una cintura a cerniera
dalla quale pendono sulle spalle due bande frangiate. Gli stinchi sono
coperti da gambiere curate nella rappresentazione particolare dei
singoli anelli delle stringhe di cuoio girate nei polpacci. Lo scudo,
impugnato nella mano sinistra, è circolare con umbrone centrale e da
esso spuntano in alto tre piccole spade.
L'eleganza della rappresentazione, che cura i particolari senza nuocere
alla solidità dell'impostazione globale, fanno di questo bronzetto uno
dei capolavori
della plastica nuragica dell'Età del ferro.
Secondo lo studioso Federico Aru -il quale sostiene che la Cultura di
Ozieri derivi dalla colonizzazione, in epoca prenuragica, della
Sardegna, da parte dei Sumeri- il Bruncu Simieri, sul quale sorge
l'omonimo nuraghe, sarebbe una chiara alterazione di monte dei Sumeri.
Secondo il citato Autore, sul Bruncu Simieri, sia per la posizione in
luogo elevato, condizione primaria degli Zikkurat, e sia per altri
elementi legati ad un'organizzazione templare della zona (nella quale
esistevano una trentina di centri agricoli, fra quelli tuttora
esistenti e quelli ora distrutti, che si distinguevano per una iniziale
radice sumerica "se" e accadica "seu", significanti: grano), al posto
del nuraghe doveva sorgere, in epoca eneolitica uno Zikkurat, abbattuto
dai nuragici per l'utilizzo del materiale utile alla costruzione del
nuraghe.
"L'attuale mammellone presenta in cima un aspetto simile a quello di
Barumini prima dell'inizio dello scavo del nuraghe" -così ha scritto il
sopracitato Autore- il quale così prosegue: "Il sito non è stato mai
oggetto di interesse degli archeologi, eppure uno scavo serio potrebbe
riservare stupefacenti sorprese... Attorno a questo centro comunitario
templare, che palpitava di vitale attività agricola, tutta una zona
sacra dedicata agli dei della triade: Sole, Luna, e Venere,
rappresentante la Dea madre Ishtar." Era credenza comune dei Sumeri che
gli dei avessero la loro sede e si manifestassero sui monti e, quindi,
i luoghi di culto dovevano essere situati in luogo alto, a metà strada
fra il cielo e la terra. In mancanza di un luogo alto naturale, lo
creavano artificialmente con un cumulo di pietra o terra, come ci
rivela lo Zikkurat di Monte Accodì, tuttora esistente, nella Nurra, il
cui nome sarebbe una corruzione di Monte degli Accadi.
Questo Zikkurat, costruito artificialmente in aperta pianura è
costituito da una torre trapezoidale costruita su muri perimetrali
colmata da strati di terra, con una rampa sulla quale dovevano
ascendere i sacerdoti per effettuare i sacrifici e i sacri riti.
Le sepolture caratteristiche dell'Età dei nuraghi sono dette "tombe di
giganti", per il fatto di essere state tombe collettive, di dimensioni
spesso considerevoli. Gli elementi costitutivi sono la camera
sepolcrale a pianta rettangolare allungata e spesso lastricata, il
cumulo contenuto da una crepidine di pietre con parte posteriore
absidata, ed un'area rituale antistante, compresa in una struttura
semicircolare detta "esedra", al centro della quale si apre l'accesso
alla camera, distinto da un elemento di facciata. Lo schema generale
del piano risulta così quello di una testa bovina, con le corna
disegnate dall'ampia esedra a mezza luna. E' uno schema simbolico, come
è quello della chiesa cristiana che ripete il segno della Croce, e
suggerisce l'immagine del toro, la divinità, cioè, che assieme alla
Gran madre protegge i morti.
Al centro dell'esedra sorgono le stele monolitiche che rappresentano
l'organo sessuale maschile e stanno a significare la forza attiva,
fecondatrice della divinità (Sole, ecc.; dietro al fallo si cela,
dunque, il dio maschio); altre, mammellate, rappresentano la Dea madre
che protegge i morti. Anche la tomba di giganti, come la domu de janas,
imitava un tipo di dimora del vivo, per quel concetto tradizionale di
ritenere che l'aldilà non fosse che un prolungamento della vita
domestica. Esse rappresentano altresì il potere riconosciuto allo
spirito dei morti (e in particolare degli antenati-eroi deposti nei
sepolcri-templi). Le pietre fitte disposte intorno alle tombe di
giganti riassumono la coppia divina che già esisteva all'Età della
pietra e del rame: cioè il Dio che incarna il principio maschile e la
Dea madre che sintetizza il principio femminile. Gli elementi di questa
religione "sessuale" si riproducono oltre che nell'edificio della tomba
di giganti anche nella vita di tutti i giorni.
I resti di una tomba di giganti si trova nei pressi del nuraghe "Is
Olias".
Ma il culto centrale e principale dell'Età dei nuraghi era quello delle
acque. L'acqua dei pozzi induceva la suggestione del ciclo vitale che
si svolge nel grembo materno: nasce la figura della Dea madre.
I pozzi sacri, dovevano essere, come le tombe di giganti, numerosi nel
territorio di Selegas. Resti di un pozzo sacro si trovano presso il
nuraghe "Sa Figu"; un altro doveva sorgere nei pressi della chiesa di
Sant'Elia. Inoltre, secondo alcune attendibili notizie, la stessa
chiesa di Santa Vitalia sarebbe stata eretta sul luogo dove sorgeva un
pozzo sacro.
Accanto alla Dea madre, genitrice e vivificatrice dell'organico e
dell'inorganico, tutrice e rigeneratrice della morte, regolatrice del
ciclo lunare, e, pertanto, di natura uranico-astrale, stava una figura
di dio maschio (il Sole) espresso drasticamente nella forma essenziale
del fallo. Il dio maschio era figura complementare e necessaria alla
Dea madre, non toccata da uomo e allo stato verginale.
Sia in periodo prenuragico che nuragico, col dualismo del ciclo
vegetale (nascita e morte periodica della vegetazione) che si riflette
nel dualismo uranico (cielo solare, lunare-astrale) e nel dualismo
umano (mistero della vita e della morte), gli dei sono spiriti
invisibili che animano tutta la materia fisica, gli organismi, l'uomo e
il mondo intero, percettibile e intuibile (il Cosmo).
CULTI E TRADIZIONI
Selegas fece parte, sino all'8 dicembre 1503 della Diocesi di Dolia, le
cui origini risalgono all'anno 1000. Le fonti circa la Diocesi Doliense
ed il suo Vescovo iniziano esattamente col 1089. In tale anno, infatti,
in documenti storici, appare la firma di VIGILIO come "Episcopus
Doliensis". La sede di questo antico Vescovado era Dolia o villa San
Pantaleo (ora Dolianova) e la giurisdizione episcopale si estendeva su
92 chiese parrocchiali.
In San Pantaleo sedeva anche un Capitolo con un arciprete e otto
canonici; la denominazione, localmente, era "Piscopatu de Olia".
Dalla data del 1089 inizia la serie certa e cronologica degli "Episcopi
Doliensi" con Vigilio, seguito da Benedetto dei Marsigliesi (1112);
Aliberto o Alberto (1120); Rodolfo (1163); Guantino (1217); Pietro de
Cilo o Decili (1261); Gonario de Milii (1306-1308, che partecipò al
Concilio generale di Vienne, in Francia); Orlando (1317); Francescovo
(1334); Saladino (1342); Giovanni del Bardassino (1355):; Nicolò I
(1364); Giovanni II (1380); Secondo de Moris (1391); Giacomo (1394);
Nicolò II di Bonifacio (1397); Goffredo Sigarlia (1403); Ludovico
(1429); Giovanni Martim (1432); Giovanni Arcedi (1451) -rinunciatario-;
Antonio Proavo (1451); Pietro Pilares (1480 o 1482 -rinunciatario- nel
1513 nominato Arcivescovo di Cagliari); Raimondo de Loaria di Saragozza
(1484); Augusto de Leonis (1485); e l'ultimo Vescovo ufficiale di Dolia
Pietro Ferrer o Feria (1493), deceduto nel 1502.
Con Pietro Ferrer cessa la Diocesi Doliense: per decreto di Alessandro
VI del 12 aprile 1502. In seguito alla morte del Ferrer fu disposta la
soppressione e l'incorporazione nella Archidiocesi cagliaritana. La
Bolla Ufficiale e definitiva della soppressione del Vescovado di Dolia
fu promulgata dal Papa Giulio II l'8 dicembre 1503. Da allora il titolo
della Chiesa Doliense fu assunto dagli Arcivescovi di Cagliari.
La chiesa parrocchiale di Selegas è dedicata a Sant'Anna.
Si racconta che ad una donna, che si era recata in campagna a fare
legna sia apparsa una signora, la quale le raccomandò di sollecitare il
parroco locale affinchè si erigesse una chiesa in regione "Pranu su
Prunu Sceddaxiu" in onore della Santa.
La pianta della chiesa, di stile tardo-gotico, ha forma rettangolare.
All'interno vi sono otto cappelle: quattro da una parte e quattro
dall'altra, ed è arricchita dal marmo dell'altare e della balaustra; vi
sono pure degli archi di pietra viva, alcuni a tutto sesto ed altri a
sesto acuto.
Nella parte centrale della volta, ricostruita nel 1902, si nota un
dipinto firmato dal pittore Parenti Oreste, con incisa la data della
sua esecuzione: 1902.
Il dipinto raffigura Sant'Anna con la Madonna bambina poggiata sulle
ginocchia.
Il campanile è dotato di quattro campane; la più antica, risalente al
1608, porta incisa la scritta : Seligas.
Si racconta che i marmi necessari alla edificazione dell'altare e dela
balaustra fossero destinati alla chiesa dei Martiri di Fonni, un paese
dell'interno; ma, poichè il trasporto veniva effettuato con carri a
buoi, il caricò si fermò a Selegas. I buoi, infatti, giunti in paese,
non risposero più ai comandi dei conducenti e vi si fermarono: gli
abitanti di Selegas, nella convinzione che questo fosse un segno della
volontà di Sant'Anna, decisero che i marmi dovessero restare nella
chiesa della Patrona.
Da un documento inedito risalente al 1777, conservato nell'Archivio
Arcivescovile di Cagliari, risulta che nella villa di Selegas vi erano
tre chiese, una delle quali fondata ed eretta dagli eredi Marroccu,
verosimilmente nel 1700; delle altre due si dichiara di non aversi
menzione della loro antichità.
Oltre alla chiesa di Sant'Anna, che era ed è la parrocchiale, delle
altre due, una era dedicata a San Pietro e l'altra è la chiesa rurale
della Vergine d'Itria.
Sui resti della chiesa di San Pietro venne riedificata nel 1810
l'attuale chiesa dedicata a Sant'Elia. La chiesa rurale della Vergine
d'Itria, distante dal popolato due miglia e mezza, era custodita da un
eremita che viveva di elemosine.
Dal documento citato, si evince che a Selegas non vi erano altre chiese
rurali profanate, né interdette al culto, così come non era mai
esistito alcun convento di religiosi, non essendovi stata, in alcun
tempo, casa di religiosi.
La chiesa parrocchiale viene descritta in buono stato, così come in
buono stato risultava l'ossario e l'adiacente cimitero.
Già nel 1777 risultava esistere l'oratorio pubblico eretto col titolo
della Vergine del Rosario, dove, tuttavia, non si celebravano, né
messe, né uffici divini.
Esisteva un'unica Confraternita con l'invocazione del SS. Rosario,
fondata da un religioso domenicano, predicatore quaresimale. Non
risulta l'anno di fondazione della Confraternita, né il nome del
religioso.
La Confraternita, governata dal Rettore e dagli addetti, spendeva i
redditi che le provenivano da 36 starelli di terreno dato in affitto,
da una donazione e da una questua fatta ogni anno dalla "priorissa",
per la cappella della Vergine e per la sua festa.
E' precisato che nella villa di Selegas non esisteva alcuna reliquia, a
riserva del legno della croce, venerato dal popolo in maniera "preziosa
e autentica"; tuttavia, secondo una notizia del gesuita Francesco
Ortolano, del 1623, accanto alla pila dell'acqua benedetta sarebbero
riposte le reliquie dei martiri Virgilio e Serso, giustiziati nel 303
d.C..
Né la chiesa parrocchiale, né quella rurale erano soggette ad alcun
diritto di patronato, sia da parte degli abitanti del paese, sia da
parte dei forestieri; mentre sulla chiesa di San Pietro avevano diritto
patronale gli eredi Marroccu, per averla fondata e dotata degli arredi
necessari al culto.
A Selegas, oltre al parrocco, vi erano tre curati. La rendita del
parrocco era di lire 2.000, e un terzo della Decima, mentre la restamte
parte della Decima serviva per i curati e per le spese correnti
inerenti la chiesa.
Nella chiesa parrocchiale si celebravano due feste per la Patrona
Sant'Anna, una alla seconda domenica di maggio, l'altra nel suo giorno
specifico.
In occasione della festa di Sant'Anna si facevano corse di cavalli, che
costeggiavano il paese, mentre in occasione della festa della Vergine
d'Itria si faceva una particolare questua. In genere, le feste non
conoscevano disordini di alcun tipo.
Oggi, le feste principali sono quella della Patrona, il 26 luglio;
Sant'Elia, la seconda domenica di luglio; e Santa Vitalia -la cui
chiesa è stata ricostruita nel 1950 dove si trovava la precedente,
eretta nel 1887 da Padre Domenico F. Serra-, che si festeggia il primo
lunedì di ottobre.
I componenti il Comitato dei festeggiamenti si chiamano "obreris", col
loro Presidente che prende il nome di "obreri majori" o obriere capo.
Il nome "obreri" deriva dallo spagnolo "obra", che significa opera o
virtù; "obrere" che significa operaio, "obreria", rendita di chiesa,
"obrayero" capo di operai, che può avere anche il significato di capo
di congregazione religiosa, che opera per rendere più belle le feste.
Essi organizzano i divertimenti, regolano le spese, si mettono
d'impegno per far divertire il popolo durante lo svolgimento delle
feste religiose. In tali occasioni, specialmente per la festa della
Patrona, in tutto il paese è un affaccendarsi delle famiglie: vengono
gli ospiti degli altri paesi e bisogna accoglierli bene per dimostrare
il gradimento della loro visita.
Per la festa di Sant'Anna, oltre alla corsa dei cavalli "su paliu de
Sant'Anna", si correva anche a "pariglie"; il vincitore riceveva un
premio dal Comitato.
La festa di Sant'Elia è la festa dei giovani, "sa festa de is
bagadius", e sono questi che costituiscono il Comitato per i
festeggiamenti.
Altra importante festa religiosa è la festa dell'Immacolata Concezione:
"Sa Suncursa Manna de Selegas". Per questa festa, al posto degli
obrieri, sono le "priorissas", con a capo "sa priorissa manna",
assistita e coadiuvata dalle "priorisseddas", ragazzette, che a turno,
con lo scorrere degli anni, da "priorisseddas" passeranno a "priorissa
manna".
La festa della Madonna del Rosario, come si è visto, era organizzata
dalla Confraternita del Rosario, che oggi non esiste più.
Come in tutta la Spagna, Portogallo, Italia, Francia ed altri numerosi
Paesi del mondo cristiano, anche in Sardegna, ogni anno, alla vigilia
delle feste di San Giovanni Battista e di Sant'Antonio Abate,
si accendono dei grandi falò, chiamati in dialetto "fogus" o
"fogoronis". Intorno alla data della festa di San Giovanni, ricorre il
solstizio d'estate.
A Selegas, per San Giovanni "Santu Juani de froris", si facevano
"fogoronis" di legna e di paglia lungo le strade, e si saltavano.
Altra festa importante era quella di Sant'Isidoro, mentre la festa di
San sebastiano, talvolta si trascurava,
Sant'Isidoro è il Patrono degli agricoltori e si festeggia nel mese di
maggio. In occasione di questa festa si eseguiva la più grande pulizia
annuale degli animali da lavoro.
Isidoro, che fu, in vita, agricoltore, nacque nella città di Madrid in
Spagna nell'anno 1110, ed era sposato con Maria Turiba, contadina
anch'ella, e di grande virtù. Per la sua festa, nei paesi agricoli
della Sardegna, ed anche a Selegas, c'era l'usanza di far uscire i buoi
ed i cavalli "mudaus", ornati, con "gutturadas", collane ricamate, e
con fiori, e limoni e arance conficcate sulla punta delle corna. I buoi
e i cavalli si portavano in processione e ricevevano la benedizione del
parrocco, insieme coi campi e coi contadini che li conducevano. Vuole
la leggenda che questo Santo contadino protegga i seminati da ogni male
e da ogni tempesta.
Durante la Quaresima era in voga in tutta la Trexenta, ma soprattutto a
Selegas, l'antichissima usanza di "Giuanni Spadinu e Maria Codreddara".
Il mercoledì delle ceneri, le donne non dimenticavano di fare, con le
forbici, due figurine di cartone, le quali rappresentavano un uomo e
una donna, e cioè marito e moglie. L'uomo era chiamato
"Giuanni Spadinu" e la donna "Maria Codreddara". Alla donna si facevano
sette piedi, mentre l'uomo veniva rappresentato con una spada in mano.
I piedi della moglie servivano a contare le settimane della Quaresima.
Ogni settimana che passava, veniva tagliato un piede a "Maria
Codreddara", così che quando erano finiti i sette piedi, era finita
anche la Quaresima.
"Giuanni Spadinu", con la spada in mano, rappresentava il segno della
difesa della propria moglie "Maria Codreddara", contro i malefizi dei
diavoli.
Il giorno di Pasqua, quando Gesù risorge, le due figurine venivano
bruciate.
Durante la settimana Santa, quando Gesù è morto, in segno di lutto, non
si sente più l'argenteo e solenne suono delle campane chiamare in
chiesa i fedeli. A Selegas, come in altri paesi sardi, si usava che una
squadra di ragazzi andasse in giro per il paese per indicare alla gente
l'ora di recarsi in chiesa per le funzioni religiose. Questi ragazzi,
muniti di "mattraccas" e di "tabeddas, si trascinavano dietro un grosso
e vecchio tronco che percuotevano ritmicamente, assieme alle
"matraccas".
Per tutti i Santi, la campana maggiore del campanile del paese,
piangeva "tokkendu s'adoppiu" o "addoppiendu" per tutta la notte,
mentre la "priorissa" della chiesa parrocchiale portava del cibo, che
veniva depositato nel campanile, dove veniva consumato dal sacrestano e
da altre persone che vi si riunivano.
Il carnevale, a Selegas si svolgeva con molti divertimenti. Si ballava
nelle piazze e nelle case del paese, si friggevano e si offrivano le
"zippulas", si colmavano grandi "salateris de brugnolus" coperti di
miele e di zucchero, ed inaffiati da buon vino.
Le maschere -fra le quali non mancava mai, per far ridere, la comica
figura "de sa viudedda" e "de sa mamm'e titta", la balia, correvano a
cavallo per le vie tortuose del paese, ed a colpi di bastone cercavano
di colpire ed uccidere delle galline, che pendevano legate ad una fune
i cui capi erano fermati ai muri opposti della strada. Di notte, poi,
si faceva baldoria mangiando le galline uccise durante la gara di corsa
a cavallo; e si facevano pantagrueliche cene, con molti invitati,
durante le quali non mancavano i canti.
Durante i divertimenti per il carnevale era costume antichissimo di
legare una bella ragazza ad una sedia con un grande fazzoletto fra il
braccio e la spalliera della sedia, detta "sa bragadera". Un giovinotto
le dedicava, cantandola, una canzone, anche d'amore; come premio, il
giovane otteneva di ballare con la ragazza, che in tal modo poteva
liberarsi.
Questa canzone, o "mutettu", veniva chiamata, appunto, "canzoni de
muncadori", canzone di fazzoletto, la cui esecuzione variava a seconda
dell'estro del cantante.
L'ultima domenica di carnevale si faceva "su carnevali motu", cioè il
carnevale morto, costituito da un fantoccio, che veniva messo a sedere
sopra una carretta o carriola, con una botticina di sotto. In testa
portava un imbuto "unu imbudeddu", all'interno, un lungo tubo di
canna, chiamato "sa tuponella", che andava a finire dentro la
botticina, attraverso il buco detto "su maffu". A "su tingioni" si
appliccava il rubinetto per fare uscire il vino.
Le maschere, vociando allegramente, portavano il fantoccio del
carnevale morto, di casa in casa, dicendo che "carnevali motu" aveva
una grande sete, e pregavano di invitarlo a bere. La botticina del
carnevale "sa carradedda de carnevali motu" veniva sempre riempita,
grazie agli inviti di buon vino che gli venivano offerti, e così veniva
procurato tutto il vino per il divertimento, che, appunto, consisteva
anche in grandi bevute.
Il fantoccio, alla fine della festa, si bruciava in piazza, fra allegre
risate e grida festose.
Il giorno di "carnevali motu" si faceva anche la pentolaccia; una
grande pentola veniva appesa in una grande stanza e, fra i divertimenti
e le gozzoviglie, si cercava, bendati, di romperla: "de segai sa
pingiada".
A Selegas è rimasto vivo il ricordo dei balli in piazza, come quello
"de su sprigu", durante il quale, una ragazza, seduta al centro del
cerchio formato dai ballerini, si lasciava corteggiare, rimirando
attraverso uno specchio il ballerino che le danzava attorno. Nel ballo
detto "de su babbu de is orfanas", il ballerino fungeva da padre de "is
bagadias" e, ad una ad una, le invitava al centro del cerchio, dove si
ripeteva quanto descritto a proposito del carnevale. Ciascuna ragazza,
infatti, sedeva su una sedia, posta al centro del cerchio formato nella
danza ed ascoltava le lodi che il "babbu de is orfanas"
cantava in suo favore affinchè si facesse avanti un corteggiatore. Il
corteggiatore, a sua volta, cercava di conquistare la ragazza, alla
quale era lasciata la facoltà di accettarlo o meno. Il ballo
proseguiva, in tal modo, per tutta la serata.
Ma il ballo più significativo è senz'altro "su ballu cantau",
accompagnato dalla musica di "Andimironai". I cantanti stanno al centro
del cerchio composto dai danzatori, e cantano, con voce lenta e
malinconica, ispirando un passo lento e ondeggiante.
Il costume femminile di Selegas, usato, peraltro, assieme a quello
maschile, solo a fini folkloristici, è composto da: camicia, corsetto,
giacchino, gonna, grembiule, e da un fazzoletto di seta posto sul capo.
La camicia è di lino bianco, ricamata a "puntu vanu", con larghe
maniche che, coperte dal giacchino, si stirano con pieghe ad organetto.
Il corsetto "su cossu" è di broccato azzurro a fiori dorati e guarnito
di nastri. Il giacchino è di seta nera, con maniche strette leggermente
aperte all'interno, fino al gomito; stretto in vita, è raggrinzato a
pieghe fittissime e lunghe. Il grembiule, "su deventabi", è di seta o
raso, guarnito di trine e pizzi. La gonna è blu, in passato nera o
color "papassa", guarnita di trine e balza di diverso colore,
terminante, talvolta, "a puntas a puntas" e con larghe pieghe dette
"tavellas"; il tessuto usato è "s'arrasigliu", conosciuto in Sardegna
da almeno 300 anni. Sul capo si portava un piccolo fazzoletto rosso per
raccogliere i capelli, "su turbanti", sul quale nelle grandi occasioni
si usava indossare "su mucadori de seda mannu".
I gioielli erano d'argento e consistevano prevalentemente in due
"ganceras", una portata sul petto e l'altra appesa in vita.
La foggia del costume maschile, semplice, ma allo stesso tempo
elegante, ricorda quello dei greci e degli egizi. Il tessuto, d'orbace,
è stato oggi sostituito dal panno di lana. Si compone della camicia con
ricami a "puntu vanu" con piccolo collo e larghe maniche, calzoni
larghi di lino bianco e le ghette, "is crazas", tenute su da un fiocco,
sempre rosso, a simboleggiante l'appartenenza alla categoriapreminente
dei lavoratori agricoli, dentro cui si infilavano le estremità
inferiori dei calzoni, i quali potevano anche essere portati sciolti
sul ginocchio. Sui calzoni s'indossava, infine, il gonnellino, sempre
di panno nero.
Sulla camicia si indossava "su farsettu", un gilè nero bordato di nero
o di bordeaux, stretto in vita da un cinturone di pelle; sopra "su
farsettu" s'indossava, nel periodo invernale, un giubotto di pelle
senza maniche, "sa mastruca".
Non mancava mai il copricapo, "sa berritta", girata all'indietro nei
giorni feriali e davanti nei giorni festivi.