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Comuni della Provincia di Cagliari
Scritto da MARALB   
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panorama


S
elegas (in sardo Sèligas) è un comune di 1.523 abitanti della provincia di Cagliari, nella regione della Trexenta.



LA PREISTORIA

La Sardegna, per quanto si sa, non fu tra le terre più anticamente abitate. Dell'uomo vissuto in quella forma di civiltà, che siamo soliti chiamare Paleolitica, non sono state sinora trovate tracce sicure.

Per la Trexenta non si conoscono neanche documentazioni materiali pertinenti alle fasi antica e media del Neolitico (Età della pietra levigata). Si hanno, tuttavia, precise testimonianze monumentali e materiali attribuibili agli orizzonti della Cultura di San Michele di Ozieri (Neolitico superiore) e Abealzu Filigosa (Calcolitico), entro un arco di tempo compreso fra la fine del IV e la prima metà del III millennio a. C..
In quell'Epoca molte zone della Sardegna erano già punteggiate di presenze umane: gli archeologi distinguono, per quel periodo, due manifestazioni diverse del modo di essere e di abitare, due "Culture": quella di Arzachena, caratterizzata da grandi tombe "a circolo" -dette così perché le sepolture erano collocate al centro di circoli di grandi pietre- e quella di S. Michele, che prende il nome da una grotta di Ozieri dove ne furono rinvenute le testimonianze più significative.
Alla forte e compatta concentrazione delle genti appartenenti a quest'ultima Cultura nelle zone litorali e sublitorali, fanno riscontro i centri di collina della Marmilla, della Trexenta, e gli insediamenti degli altipiani del Logudoro, del Goceano, di quelli sotto al Marghine, ecc..
Queste popolazioni, la cui diffusione altimetrica corrisponde grosso modo a quella dell'insediamento umano odierno, occupavano luoghi di morfologia ed economia diversa (terreni pascolativi, zone cerealicole, bassure lacustri ricche di pesca, suoli metalliferi, ecc.).
Mentre nelle zone pastorali l'abitazione era spesso costituita da una caverna naturale, nelle zone pianeggianti prevaleva la capanna (fatta di pietre, di frasche, di erbe palustri, ecc..) aggregata con altre a formare un villaggio, che però non si sviluppava sino a raggiungere il tipo della collettività urbana.
I villaggi, non correndo pericoli di sorta, non erano fortificati. Gli antichi abitatori ebbero, quindi, la possibilità di svolgere, in uno stato di pace, le loro forme autonome di vita e di attività non minacciate centro storicoda popoli estranei.
Per lo più, gli agglomerati, erano ubicati in punti elevati, come a Turriga, in agro di Selegas.
Nell'ambito della Cultura di Ozieri ebbe origine, per impulso orientale, e si diffuse, in aspetti formali vari, "l'idolo della Dea madre di stile planare". Ma non si perde del tutto lo schema del precedente idolo femminile "obeso", che tende a semplificarsi, appiattendosi.
Per quanto riguarda questa fase, il sito più importante è situato in territorio di Selegas: a Turriga, appunto, ed è legato al ritrovamento della famosa statuina marmorea, nota con l'errata denominazione di Dea madre di Senorbì, attualmente conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.
Lo stile planare (ossia la traduzione metafisica della figura umana) si rileva compiutamente nelle statuine in marmo e in altre pietre del tipo cosiddetto "Cicladico", di cui, appunto, la Dea madre di "Selegas", dovette costituire il modello iconografico più diretto. La maggiore ricchezza e differenziazione delle immagini sacre di questo tipo pare essere il risultato dell'espansione generalizzata e progredita della forma economica agricola, mentre l'estrema stilizzazione lineare delle figure sembra rispondere ad un pensiero evoluto sul piano metafisico e religioso.
La Dea madre di "Selegas", è stereotipata e geometrica, senza attributi femminili ridondanti come, invece, accade nelle Veneri paleolitiche. Essa appartiene al tipo di quelle rinvenute nelle Cicladi e, in generale, nel bacino dell'Egeo.
La statua, fatta su calcare marmoreo, venne ritrovata nel 1935 in una cava in regione Turriga, inserita nella spaccatura di due grossi massi, giacente di fianco nella frattura naturale del banco roccioso, sotto una coltre di un metro di terra, col cono terminale rivolto verso l'interno. Essa doveva servire, senza dubbio, a concentrare l'attenzione del fedele su quello che formava l'attributo essenziale donna-madre, feconda alimentatrice della vita. Più che un'immagine tombale, per il doppio dell'anima del defunto, si deve ritenere una rappresentazione della vita, idea centrale delle religioni Neolitiche mediterranee, legato al culto della fecondità e associato a quello lunare e solare.

L'importanza delle sue dimensioni: cm. 40 di altezza e cm. 18 al maggior sviluppo delle spalle, dimostra che non si tratta di una stipe funebre. E' sormontata da un capo a collo tozzo allungato, e termina in una punta conica che inizia dalla regione toracica, mentre le spalle, dalle braccia non sviluppate, sono sommariamente rappresentate da due alete discendenti, leggermente oblique in due linee che s'incontrano idealmente oltre l'estremità del cono terminale; il corpo è decisamente appiatito, infatti, il petto si riduce ad una specie di tavola trapezoidale, che s'incurva sensibilmente ai margini delle alette davanti e dietro, ed è munita di due mammelle discretamente sviluppate. Da questo punto di vista può essere avvicinata ai grandi Menhirs mammellati esistenti nell'isola.
Inoltre, l'idoletto, per la rappresentazione schematica del volto espresso dal solo setto nasale che divide due piani inclinati tra di loro, mostra un'identità di ceppo con quelli cicladici innegabile. Con quelli esso ha in comune anche il solco triangolare che divide il collo dal petto.
Con questa scultura si congiunge la civiltà sarda all'egea, della quale, però, i prodotti del genere non raggiungono mai quelle dimensioni e quella perfezione che vediamo nella statuina sarda, che rappresenta l'esemplare più grande e più importante di tutto il mondo.
Con l'Eneolitico (seconda metà del III millennio a.C.) le attività agricole andarono concentrandosi nelle zone pianeggianti e di bassa collina, ove l'agricoltura è più redditizia per la feracità delle terre, la facilità di lavorarle e la mitezza del clima rispetto alle terre pedemontane o degli altipiani, che furono destinate agli allevamenti; per cui, s'iniziò una prima differenziazione delle attività umane fra gente del piano e gente delle alte colline e degli altipiani, posto che le montagne centrali, per il rigore del clima e l'asperità del suolo, fossero poco o per nulla abitate, salvo da qualche tribù di cacciatori.
Mentre per la pastorizia si ha bisogno di vaste superfici terriere, con esiguo impiego di manodopera, nell'agricoltura il fenomeno è inverso rispetto a quest'ultima variabile, in quanto le colture richiedono maggior manodopera, perciò nelle zone agricole si svilupparono centri demografici non meno importanti e ricchi di quelli pastorali.
Con lo sviluppo demografico e agricolo e con i conseguenti rapporti commerciali e, quindi, umani, la tribù villaggio, che da prima aveva una struttura monoica, assunse proporzioni tali che promossero la creazione di propaggini, che, col tempo, si scissero dando origine a nuovi gruppi e centri demografici agricoli o pastorali autonomi, che uniti da interessi culturali ed economici, diedero vita a più vaste e complesse entità demografiche e territoriali.
san vitalia  In questa Età, come in quella successiva, l'Età del bronzo antico (1800-1500 a.C.), il momento più caratteristico di ogni Cultura è la sepoltura.
 Fu in quel periodo che i protosardi eressero le pietrefitte dove svolgevano i loro riti magico-religiosi per allontanare le avversità; costruirono i Dolmen e  scavarono le Domus de Janas (le loro tombe). Agli stessi costruttori delle Domus de Janas e, in seguito delle Tombe di giganti, si fa risalire la costruzione dei  Nuraghi.
 La civiltà nuragica ebbe origine da una popolazione di pastori guerrieri proveniente -a quanto pare- dalle regioni a Sud del Mar Caspio, e arrivata in Sardegna  fra il 1800 e il 1500 a.C., dopo aver compiuto un lungo viaggio attraverso l'Asia Minore, l'Africa ed il Mar Mediterraneo.
 Questo popolo viveva allo stato patriarcale, in tribù autonome, con una forte coesione fra loro; era animato da un profondo spirito religioso; costruiva pozzi sacri per l'adorazione delle acque, adorava il sole, seppelliva i morti nelle tombe di giganti; tesseva la lana, modellava la creta con grande abilità, lavorava il bronzo con maestria. E viveva in capanne isolate o in villaggi protetti da torri: i nuraghi, appunto.
La loro civiltà ebbe tre fasi (arcaica, media, recente) e si concluse verso il terzo secolo a.C. con la conquista da parte dei romani.
Il nuraghe è generalmente una costruzione con camera circolare coperta da una falsa cupola. Questo tipo di nuraghe detto a "tholos" (ne esiste un altro tipo più primitivo di forma rettangolare) è quello più diffuso e che ha mantenuto gli esempi più armonici, rivela una componente anatolico-egea, nelle sue caratteristiche tecnico-architettoniche.
Recenti scoperte hanno consentito di definire con sicurezza la forma superiore della torre nuragica, che finiva in un terrazzo, circondato da un parapetto murario, o sospeso su mensole con fori sul pavimento del ballatoio. L'esistenza dei balconi è confermata anche dai modellini in pietra e bronzo di torri semplici e plurime.
Sul finire del II millennio e sicuramente agli inizi del I millennio a.C. alle torri isolate si aggiungono altri corpi di fabbrica, i quali non alterandone il fondamento architettonico, le arricchiscono e le rendono più elaborate. Nascono, così, i nuraghi plurimi le cui forme più vistose ed elaborate conservano la torre primitiva nel mezzo di un fasciame murario (bastione) di varia figura, articolato ai margini, in corrispondenza delle torri minori. Questi nuraghi sono chiamati polilobati, in quanto le torrette perimetrali figurano come tanti lobi in cui si espande la massa centrale, dominata dal cono maggiore o mastio. A seconda del numero delle torrette si distingue il tipo di nuraghe. I nuraghi di questo tipo costituirebbero il nucleo in cui s'incentrano le proliferazioni dei nuraghi minori (costituiti da semplici torri) destinate a tutelare la vita della tribù e gli interessi territoriali dei piccoli reami.
Secondo alcuni studiosi, il nuraghe sarebbe, più che una fortezza, un tempio solare, il monumento religioso fulcro di una comunità nuragica guidata e sorreta da sacerdoti.
I nuragici identificavano gli Dei con gli astri. Il sole ebbe nell'antichità un posto preminente, così anche i costruttori dei nuraghi avrebbero orientato i loro templi (i nuraghi) verso la luce che poteva penetrare attraverso l'ingresso e l'apertura sopra l'ingresso stesso in occasione dei solstizi (Sud-Sud-Est). La credenza religiosa nel Dio Sole e negli astri, teneva uniti clan e tribù nuragiche, mentre si sviluppava un'architettura megalitica fondata sulla conoscenza della matematica e dell'astronomia. Gli architetti dei nuraghi dovevano, infatti, avere delle conoscenze matematiche, necessarie, non solo per la costruzione della tholos, ma anche per le osservazioni astronomiche che servivano per la previsione delle lunazioni, dei solstizi, ecc..
Mentre i pozzi sacri potrebbero essere stati degli osservatori astronomici; luoghi di osservazione legati al culto della luna e dell'acqua, a differenza delle costruzioni nuragiche, strettamente connesse al culto solare ed astrale.
Concludendo, in origine i nuraghi erano osservatori astronomici, templi, fortezze, abitazioni: presumibilmente edificati secondo canoni astronomici. Successivamente, con le invasioni nemiche, assunsero, prevalentemente, un carattere difensivo anche rifasciando le torri preesistenti con antemurali o torri aggiunte. L'isola dei nuraghi ci ha lasciato, come espressione d'arte, le statuette di bronzo (circa 500), che rappresentano l'intera dimensione della cultura e della società del tempo.
Oggi, in tutta la Sardegna, si conservano circa settemila nuraghi, diffusi con una media regionale di 0,27 per Kmq. (in Trexenta anche 0,90).
Costruiti da schiavi o semischiavi, i nuraghi rappresentano un grande sforzo umano, economico e sociale.
La Trexenta, ricca zona nuragica, forse dipendeva dalla gens dell'acropoli di Serri.
In territorio di Selegas, il maggior centro nuragico finora conosciuto è situato a Nuritzi.
Il nuraghe Nuritzi, di tipo complesso, di cui, oggi, è rilevabile la parte inferiore del mastio, che appare decentrato rispetto alla pianta totale, si ritiene che fosse il centro politico e militare di una tribù o di un clan che controllava la vallata circostante.
Lo scavo effettuato nel 1983 ha documentato che il nuraghe fu demolito o distrutto intorno all'ottavo secolo a.C., e chiuso da un lastricato che interessava oltre che il vano anche la cortina muraria esterna ridotta ai due ultimi filari di base. Attorno ad esso sono stati trovati anche residui di ossa di suini, caprini ed ovini, valve di molluschi ed una grossa scoria di rame. E' stata, altresì, documentata la presenza di evidenti tracce di combustione, che (con gli elementi raccolti durante lo scavo di una torre) dovrebbero confermare l'ipotesi di una definitiva distruzione ed il suo conseguente abbandono.
Altri nuraghi si trovano a Bruncu is Olias, Bruncu de sa Guardia, Bruncu sa Figu e a Ungrera.
Al nuraghe Simieri, in agro di Selegas, faceva riscontro il complesso nuragico sito in regione Santu Teru di Senorbì, dove è stata anche ipotizzata l'esistenza di un tempio a pozzo. Qui, nel 1841, fu rinvenuto uno dei più bei bronzetti nuragici che orna il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari: un soldato nuragico cornuto, con scudo e spada nella destra. La statuina è di accurata fattura, ben proporzionata e plasmata con dovizia di particolari. Il piccolo bronzo è impostato frontalmente su base piatta con quattro fori destinati ad alloggiare dei chiodi per il fissaggio ad un supporto. La figurina santa vitaliaè caratterizzata, soprattutto, da un elmo con lunghe corna che si slanciano verticalmente, incurvandosi simmetricamente all'indietro. Il corpo appare stretto da una tunica a due balze a cui si sovrappone una corta corazza provvista, a metà altezza, di una cintura a cerniera dalla quale pendono sulle spalle due bande frangiate. Gli stinchi sono coperti da gambiere curate nella rappresentazione particolare dei singoli anelli delle stringhe di cuoio girate nei polpacci. Lo scudo, impugnato nella mano sinistra, è circolare con umbrone centrale e da esso spuntano in alto tre piccole spade.
L'eleganza della rappresentazione, che cura i particolari senza nuocere alla solidità dell'impostazione globale, fanno di questo bronzetto uno dei capolavori
della plastica nuragica dell'Età del ferro.
Secondo lo studioso Federico Aru -il quale sostiene che la Cultura di Ozieri derivi dalla colonizzazione, in epoca prenuragica, della Sardegna, da parte dei Sumeri- il Bruncu Simieri, sul quale sorge l'omonimo nuraghe, sarebbe una chiara alterazione di monte dei Sumeri. Secondo il citato Autore, sul Bruncu Simieri, sia per la posizione in luogo elevato, condizione primaria degli Zikkurat, e sia per altri elementi legati ad un'organizzazione templare della zona (nella quale esistevano una trentina di centri agricoli, fra quelli tuttora esistenti e quelli ora distrutti, che si distinguevano per una iniziale radice sumerica "se" e accadica "seu", significanti: grano), al posto del nuraghe doveva sorgere, in epoca eneolitica uno Zikkurat, abbattuto dai nuragici per l'utilizzo del materiale utile alla costruzione del nuraghe.
"L'attuale mammellone presenta in cima un aspetto simile a quello di Barumini prima dell'inizio dello scavo del nuraghe" -così ha scritto il sopracitato Autore- il quale così prosegue: "Il sito non è stato mai oggetto di interesse degli archeologi, eppure uno scavo serio potrebbe riservare stupefacenti sorprese... Attorno a questo centro comunitario templare, che palpitava di vitale attività agricola, tutta una zona sacra dedicata agli dei della triade: Sole, Luna, e Venere, rappresentante la Dea madre Ishtar." Era credenza comune dei Sumeri che gli dei avessero la loro sede e si manifestassero sui monti e, quindi, i luoghi di culto dovevano essere situati in luogo alto, a metà strada fra il cielo e la terra. In mancanza di un luogo alto naturale, lo creavano artificialmente con un cumulo di pietra o terra, come ci rivela lo Zikkurat di Monte Accodì, tuttora esistente, nella Nurra, il cui nome sarebbe una corruzione di Monte degli Accadi.
Questo Zikkurat, costruito artificialmente in aperta pianura è costituito da una torre trapezoidale costruita su muri perimetrali colmata da strati di terra, con una rampa sulla quale dovevano ascendere i sacerdoti per effettuare i sacrifici e i sacri riti.
Le sepolture caratteristiche dell'Età dei nuraghi sono dette "tombe di giganti", per il fatto di essere state tombe collettive, di dimensioni spesso considerevoli. Gli elementi costitutivi sono la camera sepolcrale a pianta rettangolare allungata e spesso lastricata, il cumulo contenuto da una crepidine di pietre con parte posteriore absidata, ed un'area rituale antistante, compresa in una struttura semicircolare detta "esedra", al centro della quale si apre l'accesso alla camera, distinto da un elemento di facciata. Lo schema generale del piano risulta così quello di una testa bovina, con le corna disegnate dall'ampia esedra a mezza luna. E' uno schema simbolico, come è quello della chiesa cristiana che ripete il segno della Croce, e suggerisce l'immagine del toro, la divinità, cioè, che assieme alla Gran madre protegge i morti.
Al centro dell'esedra sorgono le stele monolitiche che rappresentano l'organo sessuale maschile e stanno a significare la forza attiva, fecondatrice della divinità (Sole, ecc.; dietro al fallo si cela, dunque, il dio maschio); altre, mammellate, rappresentano la Dea madre che protegge i morti. Anche la tomba di giganti, come la domu de janas, imitava un tipo di dimora del vivo, per quel concetto tradizionale di ritenere che l'aldilà non fosse che un prolungamento della vita domestica. Esse rappresentano altresì il potere riconosciuto allo spirito dei morti (e in particolare degli antenati-eroi deposti nei sepolcri-templi). Le pietre fitte disposte intorno alle tombe di giganti riassumono la coppia divina che già esisteva all'Età della pietra e del rame: cioè il Dio che incarna il principio maschile e la Dea madre che sintetizza il principio femminile. Gli elementi di questa religione "sessuale" si riproducono oltre che nell'edificio della tomba di giganti anche nella vita di tutti i giorni.
I resti di una tomba di giganti si trova nei pressi del nuraghe "Is Olias".
Ma il culto centrale e principale dell'Età dei nuraghi era quello delle acque. L'acqua dei pozzi induceva la suggestione del ciclo vitale che si svolge nel grembo materno: nasce la figura della Dea madre.
I pozzi sacri, dovevano essere, come le tombe di giganti, numerosi nel territorio di Selegas. Resti di un pozzo sacro si trovano presso il nuraghe "Sa Figu"; un altro doveva sorgere nei pressi della chiesa di Sant'Elia. Inoltre, secondo alcune attendibili notizie, la stessa chiesa di Santa Vitalia sarebbe stata eretta sul luogo dove sorgeva un pozzo sacro.
Accanto alla Dea madre, genitrice e vivificatrice dell'organico e dell'inorganico, tutrice e rigeneratrice della morte, regolatrice del ciclo lunare, e, pertanto, di natura uranico-astrale, stava una figura di dio maschio (il Sole) espresso drasticamente nella forma essenziale del fallo. Il dio maschio era figura complementare e necessaria alla Dea madre, non toccata da uomo e allo stato verginale.
Sia in periodo prenuragico che nuragico, col dualismo del ciclo vegetale (nascita e morte periodica della vegetazione) che si riflette nel dualismo uranico (cielo solare, lunare-astrale) e nel dualismo umano (mistero della vita e della morte), gli dei sono spiriti invisibili che animano tutta la materia fisica, gli organismi, l'uomo e il mondo intero, percettibile e intuibile (il Cosmo).

CULTI E TRADIZIONI

Selegas fece parte, sino all'8 dicembre 1503 della Diocesi di Dolia, le cui origini risalgono all'anno 1000. Le fonti circa la Diocesi Doliense ed il suo Vescovo iniziano esattamente col 1089. In tale anno, infatti, in documenti storici, appare la firma di VIGILIO come "Episcopus Doliensis". La sede di questo antico Vescovado era Dolia o villa San Pantaleo (ora Dolianova) e la giurisdizione episcopale si estendeva su 92 chiese parrocchiali.
In San Pantaleo sedeva anche un Capitolo con un arciprete e otto canonici; la denominazione, localmente, era "Piscopatu de Olia".
Dalla data del 1089 inizia la serie certa e cronologica degli "Episcopi Doliensi" con Vigilio, seguito da Benedetto dei Marsigliesi (1112); Aliberto o Alberto (1120); Rodolfo (1163); Guantino (1217); Pietro de Cilo o Decili (1261); Gonario de Milii (1306-1308, che partecipò al Concilio generale di Vienne, in Francia); Orlando (1317); Francescovo (1334); Saladino (1342); Giovanni del Bardassino (1355):; Nicolò I (1364); Giovanni II (1380); Secondo de Moris (1391); Giacomo (1394); Nicolò II di Bonifacio (1397); Goffredo Sigarlia (1403); Ludovico (1429); Giovanni Martim (1432); Giovanni Arcedi (1451) -rinunciatario-; Antonio Proavo (1451); Pietro Pilares (1480 o 1482 -rinunciatario- nel 1513 nominato Arcivescovo di Cagliari); Raimondo de Loaria di Saragozza (1484); Augusto de Leonis (1485); e l'ultimo Vescovo ufficiale di Dolia Pietro Ferrer o Feria (1493), deceduto nel 1502.
Con Pietro Ferrer cessa la Diocesi Doliense: per decreto di Alessandro VI del 12 aprile 1502. In seguito alla morte del Ferrer fu disposta la soppressione e l'incorporazione nella Archidiocesi cagliaritana. La Bolla Ufficiale e definitiva della soppressione del Vescovado di Dolia fu promulgata dal Papa Giulio II l'8 dicembre 1503. Da allora il titolo della Chiesa Doliense fu assunto dagli Arcivescovi di Cagliari.
La chiesa parrocchiale di Selegas è dedicata a Sant'Anna.
Si racconta che ad una donna, che si era recata in campagna a fare legna sia apparsa una signora, la quale le raccomandò di sollecitare il parroco locale affinchè si erigesse una chiesa in regione "Pranu su Prunu Sceddaxiu" in onore della Santa.
La pianta della chiesa, di stile tardo-gotico, ha forma rettangolare. All'interno vi sono otto cappelle: quattro da una parte e quattro dall'altra, ed è arricchita dal marmo dell'altare e della balaustra; vi sono pure degli archi di pietra viva, alcuni a tutto sesto ed altri a sesto acuto.
Nella parte centrale della volta, ricostruita nel 1902, si nota un dipinto firmato dal pittore Parenti Oreste, con incisa la data della sua esecuzione: 1902.
Il dipinto raffigura Sant'Anna con la Madonna bambina poggiata sulle ginocchia.
Il campanile è dotato di quattro campane; la più antica, risalente al 1608, porta incisa la scritta : Seligas.
Si racconta che i marmi necessari alla edificazione dell'altare e dela balaustra fossero destinati alla chiesa dei Martiri di Fonni, un paese dell'interno; ma, poichè il trasporto veniva effettuato con carri a buoi, il caricò si fermò a Selegas. I buoi, infatti, giunti in paese, non risposero più ai comandi dei conducenti e vi si fermarono: gli abitanti di Selegas, nella convinzione che questo fosse un segno della volontà di Sant'Anna, decisero che i marmi dovessero restare nella chiesa della Patrona.
Da un documento inedito risalente al 1777, conservato nell'Archivio Arcivescovile di Cagliari, risulta che nella villa di Selegas vi erano tre chiese, una delle quali fondata ed eretta dagli eredi Marroccu, verosimilmente nel 1700; delle altre due si dichiara di non aversi menzione della loro antichità.
Oltre alla chiesa di Sant'Anna, che era ed è la parrocchiale, delle altre due, una era dedicata a San Pietro e l'altra è la chiesa rurale della Vergine d'Itria.
Sui resti della chiesa di San Pietro venne riedificata nel 1810 l'attuale chiesa dedicata a Sant'Elia. La chiesa rurale della Vergine d'Itria, distante dal popolato due miglia e mezza, era custodita da un eremita che viveva di elemosine.
Dal documento citato, si evince che a Selegas non vi erano altre chiese rurali profanate, né interdette al culto, così come non era mai esistito alcun convento di religiosi, non essendovi stata, in alcun tempo, casa di religiosi.
La chiesa parrocchiale viene descritta in buono stato, così come in buono stato risultava l'ossario e l'adiacente cimitero.
Già nel 1777 risultava esistere l'oratorio pubblico eretto col titolo della Vergine del Rosario, dove, tuttavia, non si celebravano, né messe, né uffici divini.
Esisteva un'unica Confraternita con l'invocazione del SS. Rosario, fondata da un religioso domenicano, predicatore quaresimale. Non risulta l'anno di fondazione della Confraternita, né il nome del religioso.
La Confraternita, governata dal Rettore e dagli addetti, spendeva i redditi che le provenivano da 36 starelli di terreno dato in affitto, da una donazione e da una questua fatta ogni anno dalla "priorissa", per la cappella della Vergine e per la sua festa.
E' precisato che nella villa di Selegas non esisteva alcuna reliquia, a riserva del legno della croce, venerato dal popolo in maniera "preziosa e autentica"; tuttavia, secondo una notizia del gesuita Francesco Ortolano, del 1623, accanto alla pila dell'acqua benedetta sarebbero riposte le reliquie dei martiri Virgilio e Serso, giustiziati nel 303 d.C..
Né la chiesa parrocchiale, né quella rurale erano soggette ad alcun diritto di patronato, sia da parte degli abitanti del paese, sia da parte dei forestieri; mentre sulla chiesa di San Pietro avevano diritto patronale gli eredi Marroccu, per averla fondata e dotata degli arredi necessari al culto.
A Selegas, oltre al parrocco, vi erano tre curati. La rendita del parrocco era di lire 2.000, e un terzo della Decima, mentre la restamte parte della Decima serviva per i curati e per le spese correnti inerenti la chiesa.
Nella chiesa parrocchiale si celebravano due feste per la Patrona Sant'Anna, una alla seconda domenica di maggio, l'altra nel suo giorno specifico.
In occasione della festa di Sant'Anna si facevano corse di cavalli, che costeggiavano il paese, mentre in occasione della festa della Vergine d'Itria si faceva una particolare questua. In genere, le feste non conoscevano disordini di alcun tipo.
Oggi, le feste principali sono quella della Patrona, il 26 luglio; Sant'Elia, la seconda domenica di luglio; e Santa Vitalia -la cui chiesa è stata ricostruita nel 1950 dove si trovava la precedente, eretta nel 1887 da Padre Domenico F. Serra-, che si festeggia il primo lunedì di ottobre.
I componenti il Comitato dei festeggiamenti si chiamano "obreris", col loro Presidente che prende il nome di "obreri majori" o obriere capo. Il nome "obreri" deriva dallo spagnolo "obra", che significa opera o virtù; "obrere" che significa operaio, "obreria", rendita di chiesa, "obrayero" capo di operai, che può avere anche il significato di capo di congregazione religiosa, che opera per rendere più belle le feste.
Essi organizzano i divertimenti, regolano le spese, si mettono d'impegno per far divertire il popolo durante lo svolgimento delle feste religiose. In tali occasioni, specialmente per la festa della Patrona, in tutto il paese è un affaccendarsi delle famiglie: vengono gli ospiti degli altri paesi e bisogna accoglierli bene per dimostrare il gradimento della loro visita.
Per la festa di Sant'Anna, oltre alla corsa dei cavalli "su paliu de Sant'Anna", si correva anche a "pariglie"; il vincitore riceveva un premio dal Comitato.
La festa di Sant'Elia è la festa dei giovani, "sa festa de is bagadius", e sono questi che costituiscono il Comitato per i festeggiamenti.
Altra importante festa religiosa è la festa dell'Immacolata Concezione: "Sa Suncursa Manna de Selegas". Per questa festa, al posto degli obrieri, sono le "priorissas", con a capo "sa priorissa manna", assistita e coadiuvata dalle "priorisseddas", ragazzette, che a turno, con lo scorrere degli anni, da "priorisseddas" passeranno a "priorissa manna".
La festa della Madonna del Rosario, come si è visto, era organizzata dalla Confraternita del Rosario, che oggi non esiste più.
Come in tutta la Spagna, Portogallo, Italia, Francia ed altri numerosi Paesi del mondo cristiano, anche in Sardegna, ogni anno, alla vigilia delle feste di San Giovanni Battista e di Sant'Antonio Abate,
si accendono dei grandi falò, chiamati in dialetto "fogus" o "fogoronis". Intorno alla data della festa di San Giovanni, ricorre il solstizio d'estate.
A Selegas, per San Giovanni "Santu Juani de froris", si facevano "fogoronis" di legna e di paglia lungo le strade, e si saltavano.
Altra festa importante era quella di Sant'Isidoro, mentre la festa di San sebastiano, talvolta si trascurava,
Sant'Isidoro è il Patrono degli agricoltori e si festeggia nel mese di maggio. In occasione di questa festa si eseguiva la più grande pulizia annuale degli animali da lavoro.
Isidoro, che fu, in vita, agricoltore, nacque nella città di Madrid in Spagna nell'anno 1110, ed era sposato con Maria Turiba, contadina anch'ella, e di grande virtù. Per la sua festa, nei paesi agricoli della Sardegna, ed anche a Selegas, c'era l'usanza di far uscire i buoi ed i cavalli "mudaus", ornati, con "gutturadas", collane ricamate, e con fiori, e limoni e arance conficcate sulla punta delle corna. I buoi e i cavalli si portavano in processione e ricevevano la benedizione del parrocco, insieme coi campi e coi contadini che li conducevano. Vuole la leggenda che questo Santo contadino protegga i seminati da ogni male e da ogni tempesta.
Durante la Quaresima era in voga in tutta la Trexenta, ma soprattutto a Selegas, l'antichissima usanza di "Giuanni Spadinu e Maria Codreddara". Il mercoledì delle ceneri, le donne non dimenticavano di fare, con le forbici, due figurine di cartone, le quali rappresentavano un uomo e una donna, e cioè marito e moglie. L'uomo era chiamato
"Giuanni Spadinu" e la donna "Maria Codreddara". Alla donna si facevano sette piedi, mentre l'uomo veniva rappresentato con una spada in mano. I piedi della moglie servivano a contare le settimane della Quaresima. Ogni settimana che passava, veniva tagliato un piede a "Maria Codreddara", così che quando erano finiti i sette piedi, era finita anche la Quaresima.
"Giuanni Spadinu", con la spada in mano, rappresentava il segno della difesa della propria moglie "Maria Codreddara", contro i malefizi dei diavoli.
Il giorno di Pasqua, quando Gesù risorge, le due figurine venivano bruciate.
Durante la settimana Santa, quando Gesù è morto, in segno di lutto, non si sente più l'argenteo e solenne suono delle campane chiamare in chiesa i fedeli. A Selegas, come in altri paesi sardi, si usava che una squadra di ragazzi andasse in giro per il paese per indicare alla gente l'ora di recarsi in chiesa per le funzioni religiose. Questi ragazzi, muniti di "mattraccas" e di "tabeddas, si trascinavano dietro un grosso e vecchio tronco che percuotevano ritmicamente, assieme alle "matraccas".
Per tutti i Santi, la campana maggiore del campanile del paese, piangeva "tokkendu s'adoppiu" o "addoppiendu" per tutta la notte, mentre la "priorissa" della chiesa parrocchiale portava del cibo, che veniva depositato nel campanile, dove veniva consumato dal sacrestano e da altre persone che vi si riunivano.
Il carnevale, a Selegas si svolgeva con molti divertimenti. Si ballava nelle piazze e nelle case del paese, si friggevano e si offrivano le "zippulas", si colmavano grandi "salateris de brugnolus" coperti di miele e di zucchero, ed inaffiati da buon vino.
Le maschere -fra le quali non mancava mai, per far ridere, la comica figura "de sa viudedda" e "de sa mamm'e titta", la balia, correvano a cavallo per le vie tortuose del paese, ed a colpi di bastone cercavano di colpire ed uccidere delle galline, che pendevano legate ad una fune i cui capi erano fermati ai muri opposti della strada. Di notte, poi, si faceva baldoria mangiando le galline uccise durante la gara di corsa a cavallo; e si facevano pantagrueliche cene, con molti invitati, durante le quali non mancavano i canti.
Durante i divertimenti per il carnevale era costume antichissimo di legare una bella ragazza ad una sedia con un grande fazzoletto fra il braccio e la spalliera della sedia, detta "sa bragadera". Un giovinotto le dedicava, cantandola, una canzone, anche d'amore; come premio, il giovane otteneva di ballare con la ragazza, che in tal modo poteva liberarsi.
Questa canzone, o "mutettu", veniva chiamata, appunto, "canzoni de muncadori", canzone di fazzoletto, la cui esecuzione variava a seconda dell'estro del cantante.
L'ultima domenica di carnevale si faceva "su carnevali motu", cioè il carnevale morto, costituito da un fantoccio, che veniva messo a sedere sopra una carretta o carriola, con una botticina di sotto. In testa portava un imbuto "unu imbudeddu", all'interno, un lungo tubo di
canna, chiamato "sa tuponella", che andava a finire dentro la botticina, attraverso il buco detto "su maffu". A "su tingioni" si appliccava il rubinetto per fare uscire il vino.
Le maschere, vociando allegramente, portavano il fantoccio del carnevale morto, di casa in casa, dicendo che "carnevali motu" aveva una grande sete, e pregavano di invitarlo a bere. La botticina del carnevale "sa carradedda de carnevali motu" veniva sempre riempita, grazie agli inviti di buon vino che gli venivano offerti, e così veniva procurato tutto il vino per il divertimento, che, appunto, consisteva anche in grandi bevute.
Il fantoccio, alla fine della festa, si bruciava in piazza, fra allegre risate e grida festose.
Il giorno di "carnevali motu" si faceva anche la pentolaccia; una grande pentola veniva appesa in una grande stanza e, fra i divertimenti e le gozzoviglie, si cercava, bendati, di romperla: "de segai sa pingiada".
A Selegas è rimasto vivo il ricordo dei balli in piazza, come quello "de su sprigu", durante il quale, una ragazza, seduta al centro del cerchio formato dai ballerini, si lasciava corteggiare, rimirando attraverso uno specchio il ballerino che le danzava attorno. Nel ballo detto "de su babbu de is orfanas", il ballerino fungeva da padre de "is bagadias" e, ad una ad una, le invitava al centro del cerchio, dove si ripeteva quanto descritto a proposito del carnevale. Ciascuna ragazza, infatti, sedeva su una sedia, posta al centro del cerchio formato nella danza ed ascoltava le lodi che il "babbu de is orfanas"
cantava in suo favore affinchè si facesse avanti un corteggiatore. Il corteggiatore, a sua volta, cercava di conquistare la ragazza, alla quale era lasciata la facoltà di accettarlo o meno. Il ballo proseguiva, in tal modo, per tutta la serata.
Ma il ballo più significativo è senz'altro "su ballu cantau", accompagnato dalla musica di "Andimironai". I cantanti stanno al centro del cerchio composto dai danzatori, e cantano, con voce lenta e malinconica, ispirando un passo lento e ondeggiante.
Il costume femminile di Selegas, usato, peraltro, assieme a quello maschile, solo a fini folkloristici, è composto da: camicia, corsetto, giacchino, gonna, grembiule, e da un fazzoletto di seta posto sul capo. La camicia è di lino bianco, ricamata a "puntu vanu", con larghe maniche che, coperte dal giacchino, si stirano con pieghe ad organetto. Il corsetto "su cossu" è di broccato azzurro a fiori dorati e guarnito di nastri. Il giacchino è di seta nera, con maniche strette leggermente aperte all'interno, fino al gomito; stretto in vita, è raggrinzato a pieghe fittissime e lunghe. Il grembiule, "su deventabi", è di seta o raso, guarnito di trine e pizzi. La gonna è blu, in passato nera o color "papassa", guarnita di trine e balza di diverso colore, terminante, talvolta, "a puntas a puntas" e con larghe pieghe dette "tavellas"; il tessuto usato è "s'arrasigliu", conosciuto in Sardegna da almeno 300 anni. Sul capo si portava un piccolo fazzoletto rosso per raccogliere i capelli, "su turbanti", sul quale nelle grandi occasioni si usava indossare "su mucadori de seda mannu".
I gioielli erano d'argento e consistevano prevalentemente in due "ganceras", una portata sul petto e l'altra appesa in vita.
La foggia del costume maschile, semplice, ma allo stesso tempo elegante, ricorda quello dei greci e degli egizi. Il tessuto, d'orbace, è stato oggi sostituito dal panno di lana. Si compone della camicia con ricami a "puntu vanu" con piccolo collo e larghe maniche, calzoni larghi di lino bianco e le ghette, "is crazas", tenute su da un fiocco, sempre rosso, a simboleggiante l'appartenenza alla categoriapreminente dei lavoratori agricoli, dentro cui si infilavano le estremità inferiori dei calzoni, i quali potevano anche essere portati sciolti sul ginocchio. Sui calzoni s'indossava, infine, il gonnellino, sempre di panno nero.
Sulla camicia si indossava "su farsettu", un gilè nero bordato di nero o di bordeaux, stretto in vita da un cinturone di pelle; sopra "su farsettu" s'indossava, nel periodo invernale, un giubotto di pelle senza maniche, "sa mastruca".
Non mancava mai il copricapo, "sa berritta", girata all'indietro nei giorni feriali e davanti nei giorni festivi.



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fonte:  http://www.comune.selegas.ca.it/index.php?option=com_content&view=article&id=58&Itemid=14
fonte storica a cura di  Albino Lepori)





 

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