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Comuni della Provincia di Cagliari
Scritto da MARALB   
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Soleminis







Soleminis



panorama




S
oleminis (in sardo Solèminis) è un comune di 1.587 abitanti della provincia di Cagliari, situato a circa 18 Km dal capoluogo, lungo la strada statale n.387. La sua economia prevalentemente agropastorale, è arricchita da allevamenti avicoli, e la coltura principale è la vite, seguita dall'ulivo. Di rilievo il parco regionale di Monti Arrubiu, area protetta gestita dalla Regione Sardegna.

Il nome SOLEMINIS appare per la prima volta nell' XI secolo come villa della curatoria del Parteolla, ma non è da escludere che il centro fosse già abitato, con lo stesso nome, forse come villa romana prima e bizantina poi. Resta comunque certo che in tutto il territorio soleminese, tra i più fertili della Sardegna meridionale, la presenza umana appaia documentata sin da epoche remote. Per quanto riguarda l'origine dei toponimo, sono state avanzate alcune ipotesi, anche se non tutte esaurienti. L’ipotesi più attendibile sarebbe quella che fa risalire l'origine del toponìmo a SOLLEMNIS da SOLLUS (totus) cioè tutto al completo, per intero, e ANNUS, che starebbe a significare qualcosa che ricorre ogni anno a data fissa, passato poi a significare solenne perché si è sott'inteso festa (religiosa o civile) che si rinnova ogni anno, (Cicerone ed altri), e quindi luogo in cui si svolgeva annualmente una festa religiosa. Altra interessantissima supposizione, anche perché ci permette di avere dei riscontri oggettivi nel territorio, è quella che il nome derivi da SOL o divinità dio sole, il Febo dei Greci, e EMINENS luogo elevato, in senso verticale. Quindi SOL EMINENS potrebbe tradursi: divinità posta in luogo elevato. Tale ipotesi permette di accostare il citato termine latino con quello odierno che richiama
Se l'archeologia è stata prodiga di dati, altrettanto non può dirsi per le epoche storiche, almeno, fino alla conquista aragonese. L'estrema carenza di documenti, comune a tutta l’lsola, non ci consente di testimoniare con precisione la distribuzione umana nella nostra zona per la quale però non è pensabile l'esistenza di un solo centro abitato, bensì di un insieme di villaggi diversamente ubicati e distribuiti dall'attuale Soleminis. In epoca giudicale Soleminis apparteneva alla curatoria del Parteolla cosa di cui si ha testimonianza documentaria sin dall'X1 secolo, ma con la caduta del Gìudicato di Cagliari, il san giacomopaese passa agli Arborea. Nel 1258 il centro risulta in possesso della nobile famiglia pisana dei Gherardesca e nel 1297 dei Comune di Pisa per disposizione testamentaria. Una prima certezza storica sul villaggio di Soleminis ci è data da documenti che risalgono al 1320 1323 e riguardano le statistiche pisano aragonesi relative alle rendite attribuite alle ville sarde. Per la curatoria dei Parteolla esso elenca 22 centri e per il territorio soleminese cita, oltre il centro omonimo, anche le ville di Sirìos e Sanna, ora scomparse. Con la conquista aragonese Soleminis fu dato in feudo nel 1324 all'aragonese Arnaldo Ballester
e nel 1327 al mercante di Barcellona Pietro di Mediavilla. Successivamente (1345) il paese passò a Francesco di San Clemente che lo tenne fino alla morte dopo la quale venne nuovamente incamerato dalla Corona e successivamente ceduto (1392) a Giordano de Tola . Questi vendette comunque il feudo a Calcerando Torrelas e ai suoi fratelli il 15.2.1442La situazione economica e demografica a partire dalla conquista aragonese, diventò sempre più critica e i sovrani di Spagna dovettero occuparsi anche dei ripopolamento di vaste zone ormai disabitate. (Negli anni attorno al 1449 1547 Soleminis è disabitato).
Nel corso dei XVI secolo il feudo dei nostro paese passò in proprietà di diversi signori dei quali non si è riusciti ad accertare i nomi e le successioni, fatta eccezione per un certo Don Pietro Massa,. Comunque ancora nei primi decenni dei Seicento risulta spopolato e dopo la morte del suo ultimo possessore rientra nelle disponibilità erariali della Corona. Nel frattempo le continue incursioni barbaresche suggerirono l'opportunità di costruire un sistema di fortificazione con torri di avvistamento per la difesa delle coste, vista anche la inutilità di due spedizioni militari in Nord Africa, basi di partenza degli attacchi contro la Sardegna. Ulteriore motivo di preoccupazione per la difesa dell'isola, furono anche le armate francesi che attaccarono le nostre coste nei 1527 e nel 1637. Fu proprio in previsione di ciò che la Corona vendette il feudo di Soleminis onde poter incamerare le somme occorrenti alla fortificazione delle coste e alla dotazione di uomini e mezzi. L'avviso d'asta fu pubblicato il 23 gennaio 1637 con l'invito agli interessati all'acquisto di far pervenire entro quattro giorni l'offerta con le relative condizioni. La prima proposta fu fatta appunto dal Vico che offrì 28.000 lire più altre 5.000 di prestito alla Corona, oppure 30.000 in contanti con patto di riscatto. Il nuovo signore di Soleminis ottenne l'investitura il 20 aprile 1637, ed il titolo di Marchese di Soleminis. Appena avuto possesso del territorio soleminese il Vico tentò di costituirvi un insediamento stabile ma questa iniziativa fallì a causa dello scoppio della terribile peste dei 1652 1656. La politica spagnola della seconda metà dei Seicento, favorendo lo sfruttamento del territorio con numerosi incentivi al ripopolamento e alla valorizzazione delle campagne, creò i presupposti per la rifondazione o il riattamento dei vecchi centri abitati al momento abbandonati. Così, quello che non riuscì al vecchio marchese, riuscì al nipote, suo omonimo, come appunto risulta dallo strumento rogato a Cagliari dal notaio Giovanni Antonio Bojardo tra il marchese di Soleminis e trenta vassalli, il 17 luglio dei 1678. Questa nobile famiglia conservò il feudo fino al 1756, quando, per sentenza dei fisco, questo passò alla nobile famiglia degli Amat, loro discendenti per parte di madre. La famiglia dei Vico si estinse nel 1792 con la morte di don Pietro.
   in un momento in cui il villaggio era ormai in rovina e quasi spopolato.

caserma  L'edificio costruito su di un terrapieno al limite dell'odierno confine comunale, in località: «Sedd 'e Cresia», appare oggi ad un unica navata, coperto da capriate  e voltato a botte nel. la zona dell'altare. Le sue dimensioni sono quelle medie di tutte le chiese rimaneggiate intorno ai secoli XVII XVIII in Sardegna. A tale  periodo sembra infatti risalire l'impianto che attualmente si conserva. Non si esclude comunque che da un oculato rilevamento in fase di restauro, possano  emergere più antiche strutture. La possibilità di tale evenienza è dettata da alcuni suggerimenti che la chiesa offre, come la sua posizione su uno dei punti più  elevati del paese e la sua attiguità alla zona cimiteriale. Inoltre nella parte ancora oggi coperta da capriate sembrano intravedersi i segni di un impianto  antecedente: infatti è molto probabile, data l'esiguità della popolazione all'epoca residente, che l'attuale impianto sia sorto sui resti di uno più antico costruito in  forme romaniche, permettendo così il contenimento dei costi di realizzazione. Nella muratura di destra della navata è presente un'apertura caratteristicamente  rappresentativa dei periodo romanico che potrebbe confermare tale teoria. Vi è però da rilevare che l'attuale navata si presenta piuttosto larga e quindi leggermente fuori scala rispetto alla tipologia delle antiche chiese romaniche , tuttavia non si esclude ancora, che una pianta di diverse dimensioni attraversi in qualche misura l'attuale struttura; anche qui sarà importante verificare, in sede di restauro, le ammorsature che uniscono le due pareti laterali della navata a quelle dei presbiterio. Al momento si può intravedere una crescita dell’attuale fabbrica in due fasi principali: a) primo impianto che oggi sembra riferirsi alla parte coperta a capriate, risalente nella sua conformazione odierna alla prima metà del XVII secolo; b) proseguo della costruzione tra la seconda metà del XVII secolo e i primi anni del XVIII, con la sistemazione dei contrafforti, la realizzazione dell'altare con un vano voltato a botte, chiuso con una tamponatura che esternamente si presenta senza aggetti e con un andamento curvilineo sulla parte alta. I lavori proseguirono in varie fasi per oltre un secolo; nel 1678 comparvero le prime notizie sul Libro Storico della Parrocchiale, la data dei 1756 stampata sulla campana più recente può riferirsi alla realizzazione del campanile che si profila, senz'altro come corpo aggiunto, in sostituzione forse di uno a vela che sormontava la facciata, ristrutturata anch'essa intorno al Millesettecento. Sarà interessante valutare se sotto il coronamento curvilinea della facciata rimangono tracce dei vecchio campanile, questa supposizione e confortata anche dalle dimensioni delle altre tre campane decisamente piccole rispetto allo spazio a loro riservato nell'attuale alloggiamento. Nell'elenco dei lavori "' eseguiti sulla parrocchiale, si evidenziano una serie di lavori che hanno più volte modificato, anche esteriormente, le caratteristiche dell'edificio, in particolare nel 1948 si demolisce il cupolino sormontante il campanile e viene sostituito con una struttura piramidale, molto in voga in quel periodo, che oltre a condizionare non poco l'estetica, crea oggi seri problemi statici al campanile stesso. Un'altra evidente manomissione. senza dubbio di più recente realizzazione, si manifesta nelle quote dei terreno, che si presentano irregolari e con dislivelli di oltre 1,50 m., modificando irrimediabiImente l'aspetto morfologico originario della area circostante la chiesa. Molti elementi di ricerca e studio dovranno ancora affluire per conoscere meglio la storia della_ parrocchiale che realizzata in un'architettura di apprezzabile pregio è certamente la più importante testimonianza storica e devozionale dell'antico centro agricolo.

piazza municioioOgni Comune della Sardegna conserva le testimonianze artistiche che hanno costituito la storia di ogni comunità: Soleminis, che grazie alla sensibilità degli abitanti è un centro che vive un rinnovamento culturale, ha voluto che alcuni fatti materiali della sua storia venissero messi in luce. Il luogo dei manufatti artistici
 è chiaramente la Chiesa, l'edificio simbolo, tutore degli oggetti più preziosi della popolazione perché li si scandiscono le date della vita. Anche la Chiesa di
 San Giacomo ha tenuto per secoli il patrimonio artistico che andiamo ad Indagare per testimoniare, insieme, che Soleminis ha partecipato con coerenza a
 tutti gli avvenimenti, religiosi ed artistici in questa sede, che la Sardegna ha vissuto col pieno coinvolgimento delle sue popolazioni. L'esposizione dei
manufatti artistici si articolerà in pittura e scultura illustrando la presenza di due quadri e di due statue particolarmente importanti per ì culti di Soleminis. La pittura. della Sardegna è nota, soprattutto, per la sua produzione di dipinti su tavola dei secoli XV e XVI, più notoriamente *conosciuti con il termine di
retabli. Molto più spesso vengono ignorate le esecuzioni realizzate sulla tela nei secoli successivi che serbano invece sorprese ed aspetti locali della storia
sarda di molto interesse. Nel patrimonio artistico della parrocchiale di Soleminis compaiono, fra l'altro, due quadri appesi sulla parete di fondo del
presbiterio, che testimoniano l'attività pittorica di due botteghe cagliaritane di un certo pregio. Per ordine cronologico il quadro posto alla destra è il più
antico; è alquanto complesso per la presenza di diversi personaggi che nella loro identificazione e collocazione nell'opera suggeriscono diversi temi: della Trinità, della Sacra Famiglia e di una «Sacra Conversazione ». Il tèma centrale è comunque la trinità poiché tutti gli e elementi si congiungono al dogma. Il quadro raffigura l'interno di,un tempio dove sono disposti su uno schema piramidale, dall'alto verso il basso: l'Eterno; la Colomba; su un trono: Gesù Fanciullo la Madonna e San Giuseppe ed in basso una Santa ed un Santo impegnati nella dissertazione dei dogma trinitario. Questa raffigurazione della «Trinità” è una pittura corretta e composta, da individuare alla fine del Cinquecento. La luce incide frontalmente i soggetti, che sono avvolti in un atmosfera scura vibrata da chiazze isolate di colore riservate alle vesti. L'opera è un seguito degli avvenimenti cinquecenteschi della scuola pittorica di Stampace, dove sono intervenuti numerosi pittori, soprattutto napoletani, e meridionali in genere ad influenzare botteghe preesistenti e a diffondere un arte ormai piuttosto stanca e provinciale con richiami tardomanieristici. li dipinto che troviamo alla sinistra raffigura l'allegoria della redenzione. Cristo che sorregge la croce sulla schiena, dalle mani gronda il sangue che cade su un grande bacino; ai lati dei Cristo la Madonna e l'Eterno. Nell'estremità inferiore le anime in atto di preghiera, sono bagnate dal sangue di Gesù che trabocca dal bacino. Questa tela di notevole interesse soprattutto per il tema, mostra dal punto di vista tecnico pittorico diversi aspetti: il volto della Madonna è eseguito con perizia e dolcezza espressiva; non si può parlare di altrettanta maestria per l'esecuzione dei Cristo dalla realizzazione impacciata sia sotto il profilo anatomico che sotto quello prospettico. Anche il volto dell'eterno, nonostante un certo interesse espressivo, risente di uno schiacciamento dei suo volume pari a quello della figura dei Cristo. Le anime in basso, sono raffigurate sommariamente ma la loro presenza è fondamentale per la definizione dei tema. l'opera è collocabile alla metà del Settecento ed attribuibile a Sebastiano Scaleta, pittore cagliaritano documentato tra il 1750 e il 1762. L'originalità dei tema rientra nel contesto figurativo che deriva dalla esposizione dei Salmi di Sant'Agostino"' sulla :spiegazione del passo di Isaia 63,3 sulla profezia del sacrificio di: Gesù per la redenzione dai peccati. L'iconografia del cosi detto Cristo Pigiatore ebbe particolare fortuna a partire dal XII secolo con varianti influenzati dalla mistica fino al XVIII secolo. L'opera è da mettere in relazione con due piazza san giacomo  dipinti visti dal Canonico Giovanni Spano e citati nella sua “Guida della città e dintorni di Cagliari» nelle chiese intitolate a Santa Teresa e Sant'Agostino Nuovo  nel quartiere di Marina. Le descrizioni rispecchiano quasi fedelmente la nostra tela che si differenzia soltanto di pochi particolari, e precisamente per quello  ormai disperso della chiesa di Santa Teresa: «nell'orlo della mola vi è scritto il motto che ha suggerito l'idea dei pittore TORCULAR CALCAVI SOLUS....  Al  di sopra vi sono gruppi di angeli qua e là sparse colle insegna della passione”. Per il quadro di Sant'Agostino`> invece la citazione è piuttosto breve e per  la  descrizione si rifà completamente a quella dell'opera della chiesa di Santa Teresa. Gli inventari che elencano il cospicuo numero di statue e di pezzi  d'argenteria della chiesa parrocchiale di Soleminis non comprendono le pitture, ciò fa supporre che la parrocchia sia entrata in possesso dei due quadri presi in  esame in tempi posteriori alle date degli inventari Non si conosce neppure la provenienza delle due: opere che verosimilmente, dovettero giungere da altre  chiese ad arricchire il patrimonio di Soleminis. Due temi così importanti non devono essere stati il risultato di una scelta casuale, non rappresentano le consuete  immagini devozionali ma la raffigurazione dei fondamentali dogmi della Trinità e quello della Transustanziazione. Da ciò si deduce che chi ha individuato due tele dai soggetti così interessanti ha saputo concentrare in un numero così esiguo di pitture un corredo pittorico di rilevante importanza sia dal punto di vista teologico che da quello artistico. Il repertorio scultoreo della Parrocchiale ha due interessanti simulacri che sono degni di attenzione per l'importanza dei culto ed anche per essere esiti pregevoli dal punto di vista artistico. La statua che raffigura genericamente San Giacomo è stata utilizzata sia per culto dei discepolo che per quello di San Giacomo Minore. Il simulacro veniva ornato per il 25 luglio di un bel bastone d'argento, simbolo dei pellegrino, e portato in processione per la festa titolare della Parrocchia. La festa dei l' maggio invece, dedicata ai SS. Filippo e Giacomo, esigeva un Santo più dimesso per cui la statua appariva senza ornamenti. E' questo un simulacro superstite di un ben più provvisto corredo di statue, appartenuto alla chiesa parrocchiale di Soleminis, come è attestato dall'inventario del 1888 conservato presso l'Archivio della Curia di Cagliari. L'inventario comprende un consistente elenco di statue: due simulacri di San Giacomo; Sant'Isidoro; la Purissima; Cristo Risorto; San Francesco; San Bardilio; San Pietro; San Priamo; Santa Barbara; Santa Lucia; Sant'Antonio Abate; Sant'Anna; la Vergine dei Dolori; San Sebastiano; San Giovanni Battista; San Raffaele; Angelo Custode; la Vergine dei Rosario; l'Assunta; San Giuseppe. ] Santi che ancora vengono venerati sono purtroppo moderni: si conservano ancora, oltre quello di San Giacomo, Sant'Isidoro, dell'Immacolata, di Sant'Anna (compatrona del paese), della Madonna dei Rosario, San Giuseppe, Sant'Antonio Abate, l’Addolorata, il Sacro Cuore e Santa Rita. L'opera rappresenta il Santo coperto da una lunga veste e,da.un ampio mantello con i lembi tenuti dal braccio sinistro. Il braccio destro regge un libro. Tutta la statuaria lignea contemporanea e immediatamente successiva al secolo XVII risente dell' influènza della scultura di Giuseppe Lonis. La statua ha infatti quel tipo di torsione del tronco ed espressione mistica dei volto caratteristici dell'arte lonisiana rese molto meno enfaticamente di alcune statue originali di quell'autore. L'opera di Soleminis ha una compostezza e sobrietà che ci indicano una statuaria cronologicamente posteriore all’attività del Lonis, da inserire in un ambiente artistico dove è in atto un epurazione del barocco. L'antico Crocefisso ligneo di Soleminis appartiene all'arciconfraternita dei Rosario che aveva sede nell'antico Oratorio omonimo, oggi scomparso, sito di fronte alla chiesa parrocchiale. li simulacro rientra nella tipologia dei Crocefissi da processione, di non grandi dimensioni e facilmente trasportabili nelle manifestazioni sacre. E' presumibile che il simulacro appartenga all'originario corredo. dei l'Oratorio citato e di conseguenza coevo alla fondazione dell’ Arciconfraternita che insieme a tante altre di tutta la Sardegna fu fondata in seguito all’invocazione della Madonna dei Rosario nella battaglia di Lepanto. Con questo Crocifisso si conclude questa breve esposizione sui manufatti artistici di Soleminis, che vanno tutelati perché di tutte le testimonianze artistiche bisogna parlarne e tenerle sempre vive nelle discussioni e manutenzioni costanti per un continuo recupero della «loro memoria».`



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fonte:  http://www.comune.soleminis.ca.it/gonfalone.php














 

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