allermosa (in sardo Bidda Ermosa) è un comune di 2.010 abitanti della
provincia di Cagliari.
Se la fondazione di Vallermosa si può far risalire con una certa
sicurezza al 1645, questo non vuol dire che tale data segni l’origine
degli insediamenti umani nel territorio.
Notevoli tracce di antichissime frequentazioni risalenti al periodo
nuragico si trovano sparse in diverse località: in un sito a 700 m. di
quota al confine col territorio di Villacidro, chiamato Matzanni, si
trovano 3 pozzi sacri, i resti di 13 capanne e di una lunga struttura
muraria. I Pozzi sono costituiti da un atrio, dal vano scala e dal
pozzo vero e proprio. Recenti scavi hanno evidenziato, davanti al pozzo
“A”, una serie di strutture di forma semilunare dotate di “basi” per le
offerte votive. Presso i pozzi si svolgevano cerimonie legate al culto
delle acque: sia a fini terapeutici che per la pratica dell’ordalia. Il
santuario “federale” religioso rivestiva una funzione sociale e
politica: richiamo e incontro per le popolazioni del circondario.
Presso i pozzi di Matzanni i Cartaginesi costruirono un tempio, dando
continuità sacrale al sito.
Notevoli monumenti dello stesso periodo sono il nuraghe Baccheri e
l’imponente complesso nuragico “Casteddu de Fanaris”, dotato di cortine
perimetrali e torre centrale, contemporaneo del nuraghe di Barumini,
situato al confine col territorio di Decimoputzu. Una curiosità:
G.Spano ha tentato di ubicare nel territorio di Vallermosa la mitica
antica città di Valeria.
Gli insediamenti del periodo romano erano piuttosto ragguardevoli tanto
da potersi permettere una struttura termale di buona fattura. A poche
centinaia di metri dal paese, in direzione Villasor sorge una chiesetta
campestre edificata sui resti murari di antiche terme romane risalenti
al secondo secolo d.C. di cui si possono tuttora ammirare alcuni
componenti: i pavimenti, il frigidarium, la base del calidarium e l’
impianto idraulico. Sono state costruite con la tecnica dell’Opus
Vittatum Mixtum,(una fila di mattoni e una di “tufelli”). Nel IV secolo
la struttura termale divenne luogo di culto cristiano. Per le
decorazioni presenti venne chiamata “Curte Picta”. La
chiesa in seguito andò in rovina e venne più volte riedificata: da
ultimo nel 1926 quando assunse l’aspetto attuale.
Poco dopo il mille nuovi padroni arrivarono in Sardegna: Pisani e
Genovesi invitati dal Papa per cacciare gli Arabi.
In ricompensa il giudice Mariano di Cagliari donò loro ampi territori
tra cui la curatoria di Gippi, di cui faceva parte la valle del Rio
Pau, che passò
alla famiglia pisana dei Visconti.
Pau de Jossu e Pau de Susu erano alcuni dei villaggi che popolavano la
Valle; i loro nomi appaiono per la prima volta nel 1094 quando il
giudice Costantino li donò ai monaci di S. Vittore di Marsiglia ai
quali restarono fino al 1183.
Nel 1272 il giudice cedette in feudo la Villa di Pau de Susu (o
“deVignas”) alla famiglia pisana dei Lanfranchi. Nel 1338 si impadronì
della Villa un notaio di Iglesias che vantava crediti nei confronti di
Pisa. Durante la dominazione aragonese le due Ville continuarono a
versare tributi a Pisa fino al 1414 quando passarono a Giovanni
Civiller, Conte di Villasor, che ne divenne il signore feudale.
Nello stesso periodo scomparvero molti villaggi tra cui anche quelli
della valle del Pau. Gli abitanti superstiti si riunirono in una zona
di pianura corrispondente al territorio dell’attuale Vallermosa.
La fondazione di Vallermosa non avvenne dunque ex novo ma qualificò
giuridicamente un centro già esistente (pur con l'inserimento di nuovi
abitanti).
L’ atto di fondazione ufficiale del nuovo villaggio avvenne nel 1645
per volere di Biagio Alagon marchese di Villasor ma gli abitanti
continuarono a lungo ad usare il vecchio nome di Pau. Patrono continuò
ad essere S.Lucifero al quale è dedicata la chiesa parrocchiale
costruita intorno alla metà del XVII secolo in stile neoclassico, con
la volta a botte. La costruzione delle cappelle iniziata nel 1863 fu
portata a termine nel 1954. Il campanile, originariamente “a vela”, è
stato ricostruito e ampliato nel 1938. Una delle campane proviene dal
distrutto villaggio di Pau de Susu. Nell’abside dell’altar maggiore si
può ammirare una tela settecentesca del pittore Sebastiano Scaleta che
rappresenta S.Lucifero nell’atto di intercedere per il paese.
Ben presto i coloni intrapresero con la feudalità un contenzioso per
regolamentare i rapporti all’interno del feudo, soprattutto per la
parte economica e fiscale. I regolamenti, chiamati Capitoli di Grazia,
vennero concessi nel 1683.
Per le note vicende storiche, la Sardegna fu assegnata al
Piemonte la cui amministrazione tenne in vita i Capitoli di Grazia. Con
l’editto del 1771 si raggiunse in tutta la Sardegna una certa
unitarietà amministrativa con l’istituzione dei consigli comunitativi:
quello di Vallermosa era composto da 5 membri in
rappresentanza dei tre “ordini” censuari in cui era divisa la
popolazione.
Qualcosa di positivo arrivò nel 1776 con l’ istituzione dei
monti frumentari. A capo della giunta amministrativa era il parroco.
Purtroppo era attivo solo il monte granatico (non quello
nummario).
Nel 1838 Carlo Alberto dispose l’abolizione dei feudi.
Bisognava pagare al feudatario il “riscatto”. L’ ultimo di essi
ricevette come riscatto la somma di 37.619 lire sarde.
Nello stesso periodo erano attive nel villaggio altre
istituzioni le cui origini si perdono nel tempo: i Barracelli, corpo di
guardia campestre; il maggiore di prato, che controllava
l’utilizzo dei prati da parte del bestiame; il maggiore di giustizia,
che aveva il compito di far rispettar le leggi e la guardia nazionale,
corpo di volontari armati che vigilavano sull’ordine pubblico,
sovrapponendo spesso, la loro funzione a quella dei barracelli. La
delimitazione del territorio venne effettuata nel 1842; i territori
privati e quelli comunali erano situati attorno al paese, mentre quelli
demaniali costituivano la fascia esterna. Nel 1851 fu istituito il
catasto fondiario e quindi al tributo feudale subentrarono le tasse
statali che convissero fino al 1853 con le decime ecclesiastiche.
Dopo l’ abolizione dei feudi fu istituita la comunione dei pascoli
chiamata “comunella”, che consisteva nel mettere in comune i terreni
privati per il pascolo della comunità. Potevano usufruirne anche i
pastori della transumanza.
La posizione del paese, incuneato nella confluenza dei fiumi Rio Pau e
Cannas era importante ai fini irrigui:ai vantaggi della posizione però
si aggiungevano gli svantaggi derivanti dalle frequenti alluvioni che,
periodicamente, devastavano le campagne e lo stesso centro abitato.
La situazione economica e sociale di Vallermosa attorno alla metà del
1800 viene descritta da Vittorio Angius, nel suo dizionario geografico,
con tinte particolarmente pesanti. “Potrebbero...ma non fanno!” Ma il
cattivo stato della produzione agricola e la miseria degli abitanti
avevano altre cause e non erano dovuti all’ indolenza. La popolazione,
spinta dalla necessità, era costretta ad abbandonare le coltivazioni
per andare nei boschi a far legna e carbone da vendere. A questo si
aggiungeva il fatto che il bestiame, specie quello forestiero,
pascolava incontrastato e distruggeva parte dei raccolti. Questa
situazione era continua fonte di scontri con i pastori transumanti.
Nel 1848 con l’ istituzione dei consigli comunali l’ autonomia
amministrativa delle comunità fece un decisivo passo in avanti benché
lo stato dei salti, aperti all’utilizzo da parte delle tre comunità
dell’ ex marchesato, fu per lungo tempo causa di liti e rimostranze :
gli abitanti di Vallermosa si ribellarono allo sfruttamento del loro
territorio da parte delle popolazioni limitrofe.
Alla fine dell’ ‘800 e durante il primo decennio del ‘900 il paese
contribuì al movimento migratorio noto come “la grande migrazione”.
Destinazione preferita furono le Americhe.
Dopo l’ interruzione nel periodo fascista il movimento migratorio
riprese all’inizio degli anni ‘50. Meta preferita furono le nazioni
industrializzate europee: Germania, Belgio, Francia.
Alla fine degli anni ‘60 l’economia del paese subì una scossa per la
progressiva presenza di industrie situate nella zona industriale di
Villacidro, Macchiareddu e Portovesme, operanti per lo più nel settore
tessile e derivati dall’ industria petrolchimica, che assorbirono
notevole forza lavoro dal settore agro-pastorale. Come nel resto dell’
isola l’esperienza industriale è fallita con conseguente
cassa-integrazione e licenziamenti.
Attualmente il paese cerca di risollevarsi con iniziative economiche di
vario genere dalla crisi generale i cui versa la società sarda.
L’origine del nome, dalla sua fondazione nel 1645 (in sardo locale
Biddaramosa) è chiaramente spagnola. E’ sempre stato accreditato il
significato letterale di “valle bella”, ma recentemente è nata l’
ipotesi che il nome “Vallehermosa” rimandasse a quello di una famiglia
spagnola vicina agli Alagon.
Il paese viene attraversato dalla s.s.193 nella sua parte inferiore.
Arrivando da Siliqua appare quasi d'improvviso la piazza della chiesa
di un bianco abbacinante. Chi arriva dal nord incontra le strutture di
servizio: il distributore e un'area di ristoro per automobilisti
dall’aspetto “country”. All’ingresso del paese ecco un hotel-ristorante
diviso su due costruzioni che si fronteggiano. L’accoglienza continua
lungo la via Roma con un ristorante-pizzeria. Fronteggiano l’hotel le
strutture sportive e uno spazio dedicato agli spettacoli. Il comune è
dotato di una farmacia, di un ambulatorio comunale, di due studi medici
e di uno dentistico. Istruzione e cultura sono rappresentati dalla
scuola materna, dalla primaria e dalla secondaria di primo grado che
fanno parte dell' Istituto Comprensivo di Siliqua, nel paese opera una
biblioteca ben fornita e un centro polifunzionale; la moderna struttura
di un museo si staglia verso le montagne a nord del paese.
Poco distante dal paese sorge la chiesetta campestre di S. Maria
costruita sui resti delle terme che è diventata meta di numerosi
pellegrini e devoti.
L’attività economica prevalente è sempre stata quella agropastorale:
attualmente Vallermosa conta 35 aziende agricole con circa 15000 capi
ovini; esistono altre forme d' allevamento secondarie ma pur sempre
significative: caprini,7 aziende e 770 capi;equini, 3 aziende e 22
capi;vi sono inoltre alcune aziende avicole con circa 11000 capi.
Invero fino alla seconda guerra mondiale erano operanti alcune piccole
fabbriche di laterizi che utilizzavano l’ argilla di buona qualità
presente nel territorio; purtroppo l’alimentazione dei forni avveniva a
scapito dei boschi. Un
moderno oleificio lavora una discreta quantità di olive, la cui
coltivazione costituisce una buona integrazione al bilancio familiare
degli abitanti.
La mancanza di strutture irrigue e il conseguente sistema di
coltivazione di tipo oasistico ha bloccato lo sviluppo delle colture
protette e delle altre coltivazioni di tipo industriale
(carciofi,pomodori,barbabietole ecc.) che, nei paesi vicini come
Decimoputzu e Villasor, ha costituito una valida alternativa al lavoro
in fabbrica. Le coltivazioni tradizionali, grano e avena, che in
passato costituivano la base della produzione agricola sono state del
tutto abbandonate. Qualche ulteriore risorsa proviene dal terziario:dal
settore statale e da alcuni operatori del settore ricettivo e di quello
commerciale e distributivo operanti nella zona industriale, dove tre
aziende specializzate nel settore dell’ edilizia e in quello idraulico
operano ormai a livello regionale. Invece la piccola fabbrica di
tappeti sardi ha fermato la sua produzione.
L’ambiente ancora in buona parte intatto e la riscoperta di costumi e
tradizioni possono dare una spinta alternativa a diversificare lo
sviluppo economico che ha visto crollare il settore industriale di
riferimento, (petrochimica e tessile) su cui erano state riposte le
speranze per un riscatto appena sfiorato e subito svanito. Nell’ area
boscosa di Gutturu Mannu, ci sono delle zone attrezzate per i picnic e
le escursioni naturalistiche.
Vallermosa ha conservato e usa tuttora la varietà del sardo campidanese
simile a quella dei paesi del Medio Campidano. Questo anche per ragioni
storiche legate all’ appartenenza alla Curatoria di Gippi.
Per quanto riguarda le feste tradizionali si festeggia con grande
partecipazione (20 maggio) S. Lucifero patrono delle antiche ville
scomparse; A. Figus (autore di alcuni libri su S.Lucifero e sulle
chiese di Vallermosa) ipotizzava addirittura che il Santo fosse stato
ospite del convento annesso alla chiesetta paleocristiana di S. Maria i
cui festeggiamenti (8 settembre) non sono da meno di quelli in onore
del patrono.
Si stanno riscoprendo, anche in funzione turistica, tradizioni e sagre
come quella della “Pira Camusina”, la Sagra della Pecora e la Festa
della Montagna, che richiama a Matzanni la popolazione di Vallermosa e
dintorni. Queste ed altre occasioni di incontro vedono la
partecipazione del gruppo Folk col riscoperto antico costume. La festa
dell’ arte che si svolge d’ estate a cura della associazione culturale
locale crea eventi musicali e artistici di vario genere. Nuovi fermenti
dal lato culturale: nel 2005 il comune di Vallermosa si è gemellato con
quello catalano di Pedrola anche in seguito alle ricerche sulle proprie
origini. Il recupero della antica casa Montis, in stile campidanese, ha
permesso di avere uno spazio aperto alle più svariate iniziative
socio-culturali. Il nostro comune è stato per tre anni, 2004-2006,
promotore e sede del premio letterario di poesia satirica in sardo,
“S’Arriò” (lo Sberleffo) ideato dal poeta-scrittore Francesco Carlini
(premio letterario Grazia Deledda 2002) che ha pubblicato raccolte di
poesie come Biddaloca e Murupintu e il romanzo Basilisa.
Nell’ampia sala consiliare avvengono presentazioni di nuovi libri,
dibattiti letterari e culturali come quello sulla poesia satirica in
Sardegna, sulla storia, archeologia e cultura locale,
compresi gli antichi mestieri e le tradizioni; ricerche concretizzate
in alcune pubblicazioni e in ricorrenti mostre fotografiche.