scalaplano si trova in Sardegna, nella nuova provincia di Cagliari, al
confine con la provincia d'Ogliastra. La sede comunale è a
338 metri sul livello del mare. Il territorio del comune è compreso tra
i 94 e i 676 metri s.l.m. L'escursione altimetrica complessiva risulta
essere pari a 582 metri.
Il territorio del comune è prevalentemente occupato
dall’altopiano che scende dolcemente dai 670 ai 300 metri di altitudine
vicino al paese, tra le valli del Flumendosa o Saeprus e del Flumineddu
o Stanali che delimitano in certi tratti i confini con i paesi vicini.
I due fiumi soprattutto nel periodo estivo sono pressoché asciutti,
perché sbarrati a monte da dighe poderose.
I loro bacini comunicano attraverso una galleria sotterranea col bacino
del Mulargia, il grandioso complesso consente di irrigare 50.000 ha. di
terreno del Campidano e di approvvigionare di acqua potabile tanti
comuni del campidano compresa la città di Cagliari.
Alberto della Marmora nel suo “Itinerario dell’isola di Sardegna”
afferma che nei due fiumi abbondavano le trote, le anguille e i muggini
e che non pochi escalaplanesi attendevano alla pesca di tali pesci per
poi venderli nei paesi vicini.
Il paese è situato in una regione collinare alle ultime propaggini
meridionali del Gennargentu, alla confluenza della strada da Ballao con
quella che unisce Orroli a Esterzili e Perdasdefogu.
Il territorio del Comune si estende per Kmq. 93,88 c. a, e confina: a
nord con Esterzili, dal Flumendosa a ''Funtana de Tremini" e di qui col
troncone staccato del territorio di Seui fino al Flumineddu; ad est con
Perdasdefogu lungo il Flumineddu fino a ''Sclamoris'' e poi, oltre il
fiume, fino a toccare il rio "Coili de Ierru" e con Ballao lungo detto
rio fino alla confluenza con Flumineddu e, lungo il corso di questo,
fino alla confluenza del rio "Sa Pirixedda"; a sud confina con Ballao
fino al Flumendosa; ad ovest con Goni ed Orroli.
Il comune di Escalaplano ha fatto registrare nel censimento del 1991
una popolazione pari a 2.742 abitanti. Nel censimento del 2001 ha fatto
registrare una popolazione pari a 2.532 abitanti, mostrando quindi nel
decennio 1991 - 2001 una variazione percentuale di abitanti pari al
-7,70%. Gli abitanti sono distribuiti in 877 nuclei familiari con una
media per nucleo familiare di 2,89
componenti.
Escalaplano non ha mai fatto parte di nessuno dei territori di questa
parte della Sardegna ed effettivamente si è sempre trovato ai confini
delle province e dei territori dell'Ogliastra, del Sarrabus- Gerrei, e
del Sarcidano al quale ha fatto parte fino al 2007, essendo inserito
all’interno della XIII Comunità Montana “Sarcidano Barbagia
di Seulo”. Nel 2008 la Giunta Regionale, con deliberazione n. 12/23 del
26/02/2008, inserisce invece il comune di Escalaplano all’unione di
comuni “Gerrei” e il 30.03.2008 con deliberazione n. 5 il Consiglio
Comunale ha deliberato di non aderire alla costituenda Comunità Montana
“Sarcidano Barbagia di Seulo”. Tradizionalmente è anche
legato all’Ogliastra essendo compreso nella diocesi di Lanusei.
Il suo territorio risulta essere occupato per la gran parte da un
altopiano, che ospita una vegetazione ricca di boschi di sugherete e
terreni da destinare a pascolo.
E’ considerato un centro ad economia prevalentemente
agropastorale.
Di Escalaplano si parla per la prima volta nel “Repartimiento de
Cerdena”, ruolo delle imposte combinato dagli aragonesi nel 1358, sulla
base di quello Pisano del 1316: “Villanova de Scala de Pla
situada enfra la dita curatoria de Guallill e de Barbarga e no ha
naguna quantidat de diners froment y ordi en lo Componiment e assò per
son tal homens qui apenas stan a camandament de Señor”.
Nel primo documento rinvenuto su Escalaplano il paese è chiamato Scala
de Pla (no) dal luogo nel quale è situato, l’accesso a Su Pranu.
Per la leggenda il centro era conosciuto con il nome di
Escall 'e Oru" ovvero scala d'oro, da un’antica scala d’oro
appartenente ad una famiglia nobile e ritrovata nel territorio.
Il territorio di Escalaplano si caratterizza per le numerose
presenze archeologiche appartenenti ad epoche diverse, che vanno dal
Neolitico, come i nuraghi sparsi nel territorio comunale, i
pozzi sacri di “Is Clamoris” e le domu de janas di fossada
, all’alto Medioevo. Il centro storico del Comune presenta,
ancora perfettamente intatti, esempi di architettura tradizionale in
pietra, tra i quali i caratteristici archi.
Deve essere sicuramente citata la parrocchia di San
Sebastiano, che rappresenta un raro esempio di costruzione dell’epoca
rinascimentale, altre costruzioni simili sono piuttosto rare in
Sardegna. La facciata della chiesa è in stile Gotico
Aragonese con prezioso rosone con traforo a raggiera e fregi
floreali. L’interno ha la volta a botte retta da archi a tutto sesto e
da pilastri in pietra. Il presbiterio è ornato da particolari
bassorilievi raffiguranti gli apostoli.
Nel comune si svolgono ancora le tradizionali feste popolari,
tra queste le più importanti sono: la festa di San Sebastiano (20
gennaio); la festa della Candelora (2 febbraio); la festa dell’Assunta
( il 15 agosto); festa di Ognissanti (1 novembre). Da non
dimenticare anche le sagre, tra le quali merita sicuramente una
citazione la Sagra di Olio di Lentisco, che si svolge a maggio.
Il territorio inoltre è ricco di bellezze interessanti sia da
un punto di vista paesaggistico (bellezze ambientali e naturalistiche)
che storico.
La parte più suggestiva del territorio si incontra sulla strada che si
dirige verso Orroli. Dopo tre Km una deviazione a sinistra conduce al
culmine di una collina sulla quale sorge la chiesa di San Giovanni dove
si festa il 24 giugno. Poco oltre, il nastro d’asfalto attraversa la
vallata del Flumendosa, suggestiva non tanto per le dimensioni del
corso d’acqua, qui ridotto al minimo dopo aver formato il lago Medio
del Flumendosa (la diga è a quattro chilometri), quanto per la
profondità della valle, incassata tra pendii alti e ripidi.
Escalaplano è un comune della Sardegna che con l'istituzione
delle nuove province fa ora parte della provincia di Cagliari.
Precedentemente faceva parte di quella di Nuoro. E' situato al confine
della provincia di Cagliari con quella dell'Ogliastra, ha una
popolazione di 2.370 abitanti (residenti al 31.12.2007). Il suo
territorio si sviluppa per 93,88 chilometri quadrati e confina con
Esterzili, Perdasdefogu, Ballao, Goni e Orroli più precisamente
confina: a nord con Esterzili, dal Flumendosa a ''Funtana de Tremini" e
di qui col troncone staccato del territorio di Seui fino al Flumineddu;
ad est con Perdasdefogu lungo il Flumineddu fino a ''Sclamoris'' e poi,
oltre il fiume, fino a toccare il rio "Coili de Ierru" e con Ballao
lungo detto rio fino alla confluenza con Flumineddu e, lungo il corso
di questo, fino alla confluenza del rio "Sa Pirixedda"; a sud confina
con Ballao fino al Flumendosa; ad ovest con Goni ed Orroli.
Escalaplano è compreso nella diocesi di Lanusei e
fino al 2007 faceva parte della XIII Comunità Montana
“Sarcidano Barbagia di Seulo”. Nel 2008 la Giunta Regionale ha inserito
il comune di Escalaplano all’unione di comuni “Gerrei” e il Consiglio
Comunale ha deliberato la non adesione alla nuova Comunità Montana
“Sarcidano Barbagia di Seulo” stabilendo invece l’adesione all’Unione
Comuni del Gerrei.
Escalaplano giace sul pendio meridionale
dell’omonimo altipiano a 325 m. d’altezza. Il suo territorio è
attraversato dal Flumendosa e dal Flumineddu che delimitano in certi
tratti i confini con i paesi vicini. I due fiumi soprattutto nel
periodo estivo sono pressoché asciutti, perché sbarrati a monte da
dighe poderose. Vittorio Angius nel suo “Dizionario geografico-storico-
commerciale degli stati di S.M. il Re di Sardegna" pubblicato da
Goffredo Casalis nel 1841 afferma che nei due fiumi abbondavano le
trote, le anguille e i muggini e che non pochi escalaplanesi
attendevano alla pesca di tali pesci per poi venderli nei paesi vicini.
Il territorio del paese è ricco di monumenti
archeologici che testimoniano la presenza di vita umana risalente al
neolitico e all’età nuragica.
Vi sono infatti le domus de janas in località
Santu Giuanni, i nuraghi di Fumia, Perde Utzei, Amuai, Fossada, Pranu
Illixi, Genna Picinnu e quello di Perducatta che sorge al confine
urbano di Escalaplano. Vi si trovano pure un pozzo sacro e una fontana
nuragica in località Is Clamoris, a pochi metri dal letto del
Flumineddu.
Inoltre si conservano tracce della dominazione romana in località Is
Arrantas, Perde Utzei ed in Foss’è Canna. Tutta la regione compresa tra
il Flumineddu e il Flumendosa nel primo secolo dopo Cristo era abitata
e fiorente, perché vi erano stanziati i popoli Palvicenses i quali
nell'anno 86 dopo Cristo ottennero un decreto scolpito nel bronzo dal
Pretore M. Helvio Agrippa che ordinava che i Gallinensi più
non invadessero il loro territorio, come risulta dal detto
atto ritrovato ad Estezili nel 1866 nella Zona di Corte Lucetta da un
agricoltore mentre arava il suo terreno. La lastra di bronzo
era larga 60 cm, alta 45, spessa 5 e pesante circa 20 kg.
Nel centro storico del paese è situata la chiesa
parrocchiale seicentesca dedicata a S. Sebastiano. Lo stile è
rinascimentale il grande e originale rosone della facciata è invece in
stile aragonese, probabilmente la chiesa attuale è stata ricostruita
sulle preesistenze di una chiesa in stile aragonese. La chiesa venne
costruita tra il 1614 e il 1623 infatti dai registri
parrocchiali risulta che nel 1599 durante una visita pastorale,
l'arcivescovo di Cagliari, Antonio Lasso, viste le condizioni della
chiesa ordinò la costruzione di un nuovo edificio di culto.
I lavori non iniziarono subito e l'ordine venne ripetuto nel
1606 e nel 1614. Nel 1623 i lavori dovevano essere probabilmente
terminati in quanto il Vescovo ausiliare Sebastiano Carta,
in visita a Escalaplano, ordinò al parroco di costruire un
pulpito ligneo ancora oggi esistente. Il campanile attuale fu
invece fatto costruire in pietra lavorata a vista circa un secolo dopo
e precisamente dal 1778 al 1785 dal parroco Francesco Lai.
Sul campanile si appese la nuova campana, fusa nel 1587 da maestro
Pietro Tolu di Cagliari, per ordine di Nicola Pisano, procuratore della
parrocchia (tre campane, che attualmente si trovano all'interno della
chiesa, sono state fuse rispettivamente nel 1587, 1602 e 1699).
L'architetto Vico Mossa scrive della chiesa
parrocchiale di Escalaplano "La chiesa è derivata dal Rinascimento
Italiano, sia nelle strutture che nelle decorazioni plastiche.
L'armoniosa navata, fiancheggiata da cappelle coperte da belle volte, è
illuminata da un grande, originale rosone. Le decorazioni scultoree
nell'arcone dell'abside rappresentano la Vergine e gli Apostoli e, nel
catino, il martirio di San Sebastiano. E' uno dei rari esempi di
organismi cinquecenteschi di penetrazione classicistica italiana."
I lavori di restauro della chiesa, conclusi alcuni
anni fa, hanno evidenziato la bellezza ma anche l’importanza delle
strutture architettoniche di quella che è stata considerata uno dei
rari esempi di organismi rinascimentali di penetrazione classicistica
italiana.
Molto antica è anche la chiesa di San Salvatore da
poco restaurata, e quella altrettanto antica dedicata a San Giovanni
Battista, ricostruita circa 50 anni fa a poca distanza dalla vecchia
chiesa. Nel 1800 era anche ricordata la chiesa della Vergine Assunta.
In antico Escalaplano faceva parte della diocesi di Dòlia, che nel
1503, fu aggregata all'archidiocesi di Cagliari. Dal 1824 fa parte
della Diocesi di Ogliastra.
Per quanto riguarda le origini del paese, non è
possibile indicare con certezza una data precisa della sua nascita per
mancanza di documenti. Il paese, nel medioevo, appartenne
alla curatoria di Gerréi (o Villasalto o Galilla), nel regno giudicale
di Càlari a cui il suo territorio apparteneva a partire dal
900 d.c., fino al 1258 quando cioè si formarono i quattro Regni di
Sardegna. Quando in quell’anno 1258 il “giudicato” di Calari fu
abbattuto dagli altri tre “Regni” filopisani e dal Comune di Pisa, il
territorio fu smembrato e diviso fra i coalizzati. Probabilmente la
“curatoria” di Gerrei insieme ad altre che formavano la parte centrale
fu data al Regno d’Arborea che allora era governato da Guglielmo di
Capraia. Il 4 gennaio 1295 il sovrano di Arborèa, Mariano II, lasciò
per testamento la sua Terza parte del Calaritano alla Repubblica
comunale di Pisa, ma il testamento fu eseguito solo dopo il 1300,
quanto Pisa ottenne il Terzo del territorio del Calaritano, formato
dalle “curatorie” centrali di: Gippi, Nuraminis, Trexenta, Marmilla
inferiore, Dolia, Siurgus, Gerrei e Barbagia di Seulo, infatti Mariano
II d’Arborea lo aveva lasciato al Comune toscano. La dominazione pisana
in Sardegna limitata al solo territorio del Cagliaritano e della
Gallura durò 66 anni, dal 1258 al 1324.
Il 13 giugno 1323 era sbarcata in
Sardegna una potente armata catalano-aragonese, venuta nell’isola per
strappare ai Toscani i loro possedimenti sardi e fondare con essi il
Regno di “Sardegna e Corsica” istituito teoricamente dal papa Bonifacio
VIII nel 1297 per risolvere la Guerra del Vespro ed infeudandolo
nominalmente al neoguelfo Giacomo II il Giusto, re della Corona
d’Aragona. Escalaplano dal 1324 fu pertanto un paese del Regno
catalano-aragonese di Sardegna e venne concesso, secundum morem
Italiae, a Nicolò Carròs, unitamente a Spatiani e Sassài, con gli
abitanti in continuo stato di agitazione. Alla morte di Nicolò Carròs,
nel 1347, il feudo passò a suo nipote Giovanni. Dal 1365 al 1409 il
paese, con la curatorìa, ritornò sotto le istituzioni giudicali,
venendo a far parte del Regno di Arborèa. Dopo la battaglia di Sanluri
del 1409 le popolazioni mantennero ancora uno stato di agitazione
contro il sistema feudale dei Carròs che avevano unito il territorio al
feudo di Mandas. Nel 1479 morì Nicolò, ultimo erede dei Carròs ed il
feudo passò a Pietro Maza de Liçana, marito di Beatrice Carròs. dal
1546-1571 il feudo fu ereditato dai Ladron, che nel 1614 divennero
duchi di Mandas. Nel 1617 i Ladron si estinsero e il feudo passò agli
Zuñiga, duchi di Bejar.
Intorno al 1652 la popolazione di
Escalaplano diminuì vertiginosamente a causa di un epidemia di peste.
Nel 1777 il feudo passò ai Tellez Giron, dai quali Escalaplano fu
riscattato nel marzo del 1843.
Per quanto riguarda i documenti
esistenti, di Escalaplano si parla per la prima volta nel
“Repartimiento de Cerdena”, ruolo delle imposte combinato dagli
aragonesi nel 1358, sulla base di quello Pisano del 1316: “Villanova de
Scala de Pla situada enfra la dita curatoria de Guallill e de
Barbarga e no ha naguna quantidat de diners froment y ordi en lo
Componiment e assò per son tal homens qui apenas stan a camandament de
Señor” . Il paese viene quindi descritto come paese nuovo o perlomeno
sconosciuto agli aragonesi, situato al di fuori delle vecchie
curatorie. Allora il paese era compreso tra la curatoria di Guallill
(Gerrei) e di Barbarga (Barbagia di Seulo) non era ancora censito dai
Pisani per imposte di moneta, di grano e di orzo, perché, erano uomini
che stavano a mala pena sottomessi ad un padrone.
In un'altro documento, risalente al XIV
secolo, conservato nell’Archivio Di Stato di Cagliari, il paese è
denominato “Villa de Scala de Pla”, faceva parte del Regno di Sardegna
ed era inserito nel Feudo della famiglia Carròs. Nel documento il
paese, insieme ad altre “ville”, fu riconfermato in feudo a Nicolò
Carròs d’Arborea.
Il paese è chiamato Scala de Pla (no)
dal luogo nel quale è situato, l’accesso a Su Pranu.
Lo storico N. Tomassia crede che fosse
un centro, fino ad allora ignorato, dei famosi ribelli
barbaricini, vissuto di nascosto in quelle montagne e sconosciuto dal
potere politico, basandosi su un documento del 1415 che parla
di "omicidi, stragi, rapine e ferimenti che si commettono e
si perpetrano a Villasor da alcuni uomini ancora ribelli che scendono
dalla Barbagia". Resterebbe da spiegare come il centro
abitato in cui sorge oggi Escalaplano si sia potuto
nascondere per oltre un millennio vicino alla capitale dell'isola, pur
essendo circondato da paesi entrati nella legalità, sebbene
fossero più lontani. Per far ciò basterebbe tornare
indietro nel tempo per poco più di un secolo per trovarne l'origine
nelle truppe arruolate da Giovanni Visconti nelle sue terre della
Gallura, dell'Ogliastra, di Quirra, del Sarrabus e di
Colostrai messe al bando dal comune di Pisa. Anselmo di Capraia inviato
da Pisa sconfisse, tra la Trexenta e Cagliari, tali truppe e Giovanni
Visconti fu costretto a fuggire imbarcandosi verso il
continente. Le truppe superstiti si diressero a nord del Gerrei
inoltrandosi fino all'altipiano compreso tra il corso del Flumendosa ed
il Flumineddu, dove oggi sorge Escalaplano. Le conche
profonde dei due fiumi brulicavano di trote e anguille, branchi di
cinghiali di mufloni e di cervi scorazzavano in mezzo ai boschi, voli
di innumerevoli colombacci di pernici, merli e tordi
offrivano cibo abbondante per sopravvivere in attesa di tempi più
favorevoli. Pisa nel frattempo doveva guardarsi da Genova e non
poteva permettersi di stanare i fuggiaschi che nel frattempo
si erano fatti raggiungere dalle famiglie impiantando nuovamente
greggi, coltivando orti e cereali. La sconfitta di Pisa ad opera degli
aragonesi fu per loro, motivo di speranza, l'assedio del castello di
Quirra operato invano dai Doria contro gli aragonesi creò loro un passo
avanti verso la libertà. Molti di loro preferirono stare nascosti, ma
il gruppo che abitava nella Scala di accesso a Su Pranu si aprì ai
nuovi arrivati che li accolsero benevolmente anche perché si erano
battuti contro il nemico comune e senza contropartita. Nacque così
ufficialmente Escalaplano infeudato a Don Giovanni Carròs che li
addomesticò a pagare i tributi come tutti gli altri paesi.
Le notizie successive risalgono agli
anni che vanno dal 1605 in poi, poiché è proprio dal 1605 che
cominciano i primi registri parrocchiali capaci di offrire un quadro
delle condizioni del paese e del suo andamento demografico.
La popolazione di Escalaplano, come
quasi ovunque in Ogliastra, era costituita in prevalenza da
massai e pastori.
Spuntavano tuttavia tra le famiglie più
abbienti alcuni scrivani, notai, sacerdoti; era l'unico modo di
distinguersi e potevano farlo, naturalmente, coloro che potevano
disporre di qualcosa di più del puro necessario per vivere. Quelli che
sapevano scrivere erano chiamati Mosser (Signori) e Sennora veniva
chiamata la loro moglie. Troviamo scrivani e notai quando vengono
riportati battesimi, cresime, matrimoni ma anche quando si parla di
testamenti nel libro dei defunti: Notai e scrivani sono imparentati tra
loro tant'è che la composizione del paese nei primi anni del 600 è
caratterizzata dalla folta presenza di Pisano, Demontis, Melis, Gessa,
Serra.
A metà del settecento c'erano almeno
cinque notai che offrivano la possibilità di nozze a parecchi nobili di
altri paesi che avevano cominciato ad affluire a Escalaplano per
sposarvi la figlia o la sorella di un notaio ricco. Il 30 maggio 1749
il nobile vedovo di Villaputzu don Giuseppe Deplano venne a sposarvi
Felicia Pisano, figlia del notaio Giuseppe Pisano Sanna. Il 26 marzo
1751 don Vito Tommaso Dedoni di Nurri sposò Crescenza Demontis, nipote
del curato Antonio Demontis e del fratello di questi il notaio Luca. Il
7 agosto 1762 il nobile di Mandas, don Pietro Salaris venne per sposare
Margherita Depau. Nel 1766 don Giuseppe Dedoni sposa Maria Teresa
Podda. Morto don Giuseppe Deplano, venne da Nurri, per sposarne la
vedova Donna Felicita, il nobile vedovo di Nurri don Pietro Dedoni. Il
20 dicembre 1772 don Pasquale Dedoni di Nurri sposò Maria Lucifera
Demontis, figlia del notaio Luca. Un altro don Giuseppe Dedoni di Nurri
sposò donna Maria Anna Dedoni figlia del primo nobile Dedoni arrivato a
Escalaplano. Da tutti questi nobili nacquero altri nobili, otto dal
solo don Giuseppe Dedoni, le cui cinque figlie attirarono altri nobili
ad Escalaplano. Il volto del paese cambiava radicalmente per le
esigenze di procurare doti adeguate alle figliole nobili per trovare
partiti adeguati e per trovare un avviamento dignitoso per i figli
maschi, i quali, perché nobili, non potevano dedicarsi ai lavori
manuali. Crebbero anche le esigenze delle famiglie notarili imparentate
con i nobili o ambiziose di diventarlo.
Nei secoli successivi Escalaplano non
subì altri mutamenti continuò però, in considerazione della posizione
geografica, ad essere un villaggio isolato privo di vie di
comunicazione che lo mettevano in contatto con i paesi vicini. Il
Flumendosa, l'antico Saeprus era il fiume più terribile della Sardegna
e ogni anno si contavano delle vittime, soprattutto durante la cattiva
stagione quando i collegamenti erano quasi impossibili ed isolavano il
paese, causando miseria e abbandono da parte dell'autorità.
Altra importante testimonianza su
Escalaplano è quella di Vittorio Angius nel suo “Dizionario
geografico-storico- commerciale degli stati di S.M. il Re di Sardegna"
pubblicato da Goffredo Casalis nel 1841. L'Angius descriveva il paese
nel 1830 indicando che:
Scalaplano, Villaggio della Sardegna nella provincia d'Isili e diocesi
di Bonavoglia. Era parte della curatoria di Galilla compresa nel
giudicato di Cagliari. Era composto di 285 famiglie per un totale di
1220 abitanti. Nascevano nell'anno in 40 morivano 25, matrimoni 10. Le
più frequenti malattie sono i dolori laterali. Molti vivono agli 80
anni. Le professioni principali erano l'agricoltura e la pastorizia .
Nelle arti necessarie sono impiegate circa cinquanta persone e vi sono
non pochi che si occupano in trasportare e rivendere i prodotti del
paese e le opere degli artefici. Lavoransi in più di trecento telai la
lana e il lino , e vendesi il sovrappiù del bisogno. Vi è stabilita la
scuola di primaria istruzione alla quale però ordinariamente non
concorrono più di dodici fanciulli. Dopo il monte granatico e nummario
non altro stabilimento di pubblica utilità può rammentarsi. La chiesa
parrocchiale è dedicata a S. Sebastiano Martire. Un prete che
qualificano vicario la governa, ed è assistito nella cura della anime
da un altro sacerdote. Sono altre tre chiese minori, nel villaggio una
dedicata alla Vergine Assunta e due nella campagna dedicate al
Salvatore e a S. Giovanni Battista. Nelle principali feste è bello il
vedere le lunghe schiere dei buoi e dei cavalli adornati alla meglio,
che si guidano avanti ai simulacri dei santi. In alcune di queste i
ricchi gareggiano in fare splendide elemosine ai poveri, e tutti a
ospitare gli stranieri che vi concorrono. Si seminano ogni anno
starelli di grano 1000, d'orzo 800, di fave e piselli 200. Il grano
rende il sei, l'orzo il dieci, le fave cinque i piselli anche
dieci. Quello che sopravanza dei cereali portasi a vendere a
Tortolì sul dorso dei cavalli, perché non si può con i carri. Le viti
prosperano ed annualmente si raccolgono circa 20 mila quartare di
mosto. Il vino lodasi come ottimo. Se ne brucia poco per acquavite. Si
numerano pecore 2000, capre 1500, buoi e vacche 900, cavalli 30,
giumenti 200. Quando gli Scalaplanesi potevano vendere nel porto del
Sarrabus i loro formaggi ai napoletani, le capre e le pecore erano più
numerose. I cacciatori trovano facilmente cinghiali, cervi e daini e
altre specie minori. Numerosissime le specie d'uccelli e nella fine
dell'inverno trovansi grandissimi sciami di tordi. O formasi o crescono
in questo territorio non meno di sedici ruscelli che danno tributo al
Dosa (Flumendosa) e allo Stanali suo confluente (Flumineddu). Né in uno
né nell'altro di questi due fiumi, che scorrono da una e dall'altra
parte del villaggio, e si uniscono a mezzogiorno, si è formato alcun
ponte, sebbene sia sommo pericolo a guadarli in stagion piovosa. Per
non essere totalmente interrotte le comunicazioni con gli altri
villaggi del dipartimento, si passa il Dosa sopra una barchetta, e per
questo comodo deve pagare il comune starelli venticinque di grano. In
questi due fiumi abbondano le trote, le anguille e i muggini. Non pochi
escalaplanesi attendono alla pesca, e si computa che i medesimi
prendevano circa 45 cantare di tali pesci che portano vendere nei
vicini dipartimenti.
Agli inizi del XX° secolo, seppure la
prima e seconda guerra mondiale non interessarono direttamente il
paese, gli avvenimenti bellici segnarono molto il paese per la partenza
di molti escalaplanesi al fronte, per la preoccupazione dovuta alla
paura di bombardamenti e sia per la mancanza di cibo. Escalaplano non
subì bombardamenti ma senz'altro fu partecipe al dolore e alla rovina
della città di Cagliari che venne quasi completamente distrutta.
Durante la notte si vedevano in continuazione le luci delle esplosioni
che illuminavano la campagna e si udivano boati che facevano sentire la
paura per la guerra. La più grande preoccupazione era però
quella della sopravvivenza, il cibo scarseggiava e si doveva
pensare anche a dar da mangiare ai numerosi sfollati provenienti
soprattutto da Cagliari e centri vicini per sfuggire dai bombardamenti.
Con la seconda guerra terminò il periodo
buio e di crisi. Si realizzarono opere importanti: la costruzione dei
ponti sul Flumendosa, le strade per Ballao, Perdasdefogu Orroli,
Esterzili e recentemente Goni che migliorarono le comunicazioni ed
eliminarono finalmente l'isolamento. Altre importanti opere la
costruzione delle dighe, tra le quali la grandiosa costruzione della
diga sul Flumendosa che coincise con il massimo sviluppo demografico
del paese.
La diga sul Flumendosa, che i romani
chiamavano Saeprus, era già in progettazione dal 1945 anche con lo
scopo di evitare le disastrose piene che causavano gravi danni alle
colture e agli abitati di San Vito, Villaputzu e Muravera. Nella
costruzione dello sbarramento sul Flumendosa, indispensabile come
quello del Mulargia per portare l'acqua al Campidano, venne dispiegata
una grande forza di uomini e mezzi. Si avanza lentamente in un ambiente
che metteva a dura prova gli operai, per la maggior parte contadini e
pastori del luogo che avevano però scarsa dimestichezza con i mezzi
utilizzati e con il sincronismo richiesto dalla costruzione. L'EAF, che
costruì la dighe con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno, evitò però
di licenziare gli operai del luogo e di sostituirli con operai
specializzati del continente per non ingrossare le già robuste file
della disoccupazione. Ci si limitò ad assumere nella penisola un certo
numero di addetti professionalmente capaci, i quali fecero da guida
alle maestranze locali. Si arriva così alla grande festa del primo
febbraio del 1958 in cui avviene l'inaugurazione della diga ad arco di
gravità in calcestruzzo, alta 120 metri, con una capacità di invaso
pari a 290 milioni di metri cubi, che strozza il Flumendosa nella
direzione del Nuraghe Arrubiu e forma un invaso che si allunga per 17
chilometri. L'opera progettata dal Prof. Filippo Arredi, indiscussa
autorità in campo idraulico, è una tra le maggiori del genere in
Europa. Il padrino, il giorno dell'inaugurazione, è un personaggio
d'eccezione: si tratta di Giovanni Gronchi, Presidente della
Repubblica. Il Capo dello Stato è attorniato da un nugolo di
personalità: i rappresentanti della Camera e del Senato, il Ministro
Campilli, L'On.le Antonio Maxia, il Presidente e il Direttore generale
dell'EAF ecc. ecc. L'Arcivescovo Paolo Botto provvede al rito
religioso e subito dopo Gronchi taglia il nastro. Applausi a non finire
degli addetti ai lavori, autorità e abitanti dei paesi vicini.
Contemporaneamente si inaugura la galleria, lunga 10 chilometri, che
collega l'invaso del Flumendosa con quello del Mulargia. Nel 1982 si
inaugura invece lo sbarramento in calcestruzzo sul Flumineddu,
affluente di sinistra del Flumendosa. Alta quasi 41 metri ha un invaso
di 1,4 milioni di metri cubi. L'opera è finalizzata ad arricchire il
lago del Flumendosa tramite una galleria di sette chilometri.