orroli
Orroli
O rroli (in sardo Arròli) è un comune della provincia di Cagliari, nella
regione del Sarcidano. Al 31 dicembre 2004 contava 2.647 abitanti.
Il territorio di Orroli ospita uno tra i più importanti nuraghi della
Sardegna, il nuraghe Arrubiu, una delle due dighe del Flumendosa e la
diga del Mulargia, lago artificiale.
Amministrazione comunale
Sindaco: Antonio Orgiana (lista civica) dal 10/05/2005
Centralino del comune: 0782 847006
Posta elettronica: non_disponibile
Diverse
testimonianze archeologiche lasciano intravedere la presenza dell'uomo
nel territorio di Orroli fin dal periodo neolitico ( 3500 anni A.C. ).
Numerose Domus de Janas ,resti di necropoli neolitiche e una quorantina
di nuraghi sparsi in tutto il territorio Orrolese, confermano la
presenza di popoli antichi, soggetti a movimenti migratori e di incerta
provenienza, ma fautori di quella che qui a Orroli chiamano la "nostra
preistoria". Le prime abitazioni furono sicuramente le grotte naturali
de "Sa.Corona.Arrubia", situata nel Parco Su Motti ,dove numerose
Domus.de.Janas testimoniano il culto dell'oltretomba di queste
popolazioni primitive. Al culto dell'oltretomba risalgono i numerosi
rinvenimenti di manufatti, utensili e ceramiche. Nell'ultimo periodo
del neolitico si sviluppò in modo considerevole nel nostro territorio
la Civiltà Nuragica (1500 - 238 A.C.). L'esistenza nell'abitato del
nuraghe polilobato di San Nicola, dimostra una presenza ininterrota e
una intensa attività umana.
A testimonianza dell'importanza di questo periodo restando ben quaranta
nuraghi, l'area sacra di Su Putzu ben conservati e tuttora interessati
da campagne di scavo come il pentalobato Nuraghe Arrubiu indubbiamente
il più maestoso e imponente complesso nuragico del Mediterraneo.
Una delle risorse fondementali del comune di Orroli è data dalla
straordinaria concentrazione di vestigia del passato. Siti abitativi e
necropoli ipogeiche del Neolitico finale e della prima Età dei metalli,
monumenti dell'Età del Bronzo e del Ferro, unitamente a testimonianze
dell'Età Romana e Altomedievale, sono variatamente distribuite nel
territorio: Nuraghi, Il pozzo Sacro e Domus de Janas
Le feste tra
passato e presente: eredità bizantina, spagnola o piemontese?
L’alternarsi delle vicende storiche che ha interessato la
Sardegna si è inevitabilmente riflesso e ripercosso sulla storia di
Orroli. L’avvicendarsi dei diversi dominatori impadronitisi
dell’isola ha dato origine – necessariamente – a cambiamenti
riguardanti le istituzioni, gli usi, lo stile di vita. Questi
mutamenti, tuttavia, hanno preso piede (presumibilmente) nel
corso del tempo piuttosto che repentinamente, non riuscendo (poiché
imposti dall’alto) ad affermarsi immediatamente.
Il sentimento religioso, l’espletamento dei riti
ecclesiastici e del culto da parte dei fedeli sono alcuni aspetti della
vita quotidiana sui quali si è ripercosso il susseguirsi dei
conquistatori e della loro religiosità: ognuno di questi ha
portato con sé (e lasciato in eredità al popolo assoggettato) i propri
santi, le proprie convinzioni e le proprie cerimonie. Il
risultato di quanto appena affermato è, da una parte, la persistenza di
culti, riti, feste e tradizioni religiose di origini differenti , che
si trovano a convivere dopo aver – talora – perduto il loro
originario significato; dall’altra la scomparsa di alcuni di questi
stessi culti e tradizioni, dei quali si ha notizia solo attraverso
antiche fonti.
Coloro che maggiormente hanno lasciato la loro impronta sul
popolo sardo, plasmandone vari aspetti culturali, non ultimo quello
linguistico, sono stati innegabilmente gli spagnoli,
probabilmente perché simili per indole al popolo assoggettato,
indubbiamente per la lunga durata del loro dominio: se si include il
periodo di sottomissione della Sardegna agli Aragonesi , il
governo ispanico nell’isola ha interessato l’arco di tempo compreso tra
il XIV e gli inizi del XVIII secolo, influenzando inevitabilmente gli
usi locali. La forte religiosità del popolo conquistatore,
nonché il susseguirsi di re cattolici, che utilizzavano la religione
come strumento di coesione, sono stati elementi determinanti
nell’imprimere una precisa direzione alla fede sarda e alle sue
manifestazioni, tant’è vero che la stragrande maggioranza dei culti
ancora oggi persistenti nei paesi isolani ha una derivazione
chiaramente ispanica.
Notevole è stato senz’altro anche l’apporto bizantino, determinato da
circa quattro secoli di permanenza in Sardegna; a loro si deve
probabilmente il primo consolidarsi della fede cristiana nel popolo
assoggettato e l’introduzione di alcuni dei culti ancora in auge;
tuttavia la lontananza nel tempo del loro dominio ha verosimilmente
determinato la caduta in oblio di numerosi apporti culturali a loro
ascrivibili.
Nessun dato rilevante è attribuibile (dal punto di vista del culto e
della religiosità degli orrolesi) al periodo giudicale e pisano,
interposto tra quello bizantino e spagnolo. Appena percettibile risulta
il trapasso da quest’ultima epoca a quella sabauda , tanto che,
nonostante la presenza piemontese nell’isola, nei registri parrocchiali
locali si scrive in spagnolo fino al 1830, vale a dire per circa un
secolo dopo l’arrivo dei Savoia in Sardegna.
Queste considerazioni possono farsi, oltre che attraverso il raffronto
con la storia dell’intera isola, grazie a non numerose fonti scritte
(principalmente i documenti dell’archivio parrocchiale e le Respuestas,
“risposte” a questionari distribuiti nei villaggi alla fine del 1700),
nelle quali è possibile raccogliere alcune notizie che, spesso in modo
indiretto, consentono di ricostruire – benché lacunosamente – una
porzione della storia religiosa locale, evidenziando una notevole
costanza nella scelta delle figure fatte oggetto di culto; tale
continuità è verificabile principalmente dal 1600 in poi, epoca alla
quale risalgono i più arcaici testi consultati. Questi, integrati con
le notizie fornite dalle fonti orali, verranno utilizzati per tentare
la ricostruzione, in ordine cronologico, degli usi e costumi religiosi
degli orrolesi dal XVII secolo in poi, riservando alle singole
festività una descrizione quanto più accurata possibile nell’epoca più
recente in cui di queste si ha notizia.
La fine del XVII e gli
inizi del XVIII secolo
Grazie ad un libro contabile della Parrocchia , compilato a fine XVII –
inizi XVIII secolo, veniamo a conoscenza di introiti a favore della
chiesa grazie a tutta una serie di “obrerias”: somme (o, più spesso,
frutti della terra) versate dalle persone delegate all’organizzazione
di cerimonie religiose. Per gli anni compresi tra il 1682 e il 1702 le
obrerias vengono elencate specificamente; in tal modo veniamo informati
dei beni donati dai singoli obrieri, ma anche delle festività alle
quali essi sono preposti; in particolare ne vengono citate da 21 a 23
per gli anni compresi tra il 1682 e il 1695, ben 31 per il 1696 e
seguenti. La maggior parte delle cerimonie indirettamente citate
commemora un santo: si menzionano, infatti, gli obrieri di S. “Mauro,
Nicolas, Cathalina, Lucifero, Lucia, Iuan Baptista, Vicente, Iuliana,
Effisio, Marcos, Antonio de Padua, Barbara, Francisco, Antiogo,
Sebastian, Salvador, Ioseph, Lorenço, Antonio Abad” ; a questi si
aggiungono gli obrieri nominati per tutta una serie di ricorrenze in
onore di Maria: la “Virgen del Carmen, de la Candelera, de las Nieves,
de la Defensa” compaiono nei suddetti elenchi.
In tale registro, oltre alle entrate, venivano registrate anche le
spese sostenute dalla Parrocchia; queste ultime erano destinate, in
particolare, al restauro e rifacimento delle strutture ecclesiastiche;
è grazie a questi dati che apprendiamo l’esistenza di chiese ormai
distrutte: nel paragrafo “descargo” datato 1701 leggiamo che furono
pagate 8 libbre e 2 scudi a «Me. Antiogo Esquirro por la puerta de San
Marcos» , mentre 21 libbre e 5 soldi andarono allo stesso Messere il 18
giugno 1708 «por hauer acomodado la Iga de Sta Maria de Tacu» . Si
trattava di due chiese al di fuori del perimetro urbano; della prima
resta traccia nella memoria popolare , forse perché legata alla
leggenda (comune ad altri paesi vicini ) delle “campane d’oro”: la
tradizione vuole che, staccatesi dalla chiesa, siano sprofondate nel
terreno quando questa cadde in rovina e precipitino sempre più in
profondità ogni qualvolta si cerchi di riportarle alla luce.
Nessuna notizia, nemmeno a carattere leggendario, hanno fornito le
fonti orali interrogate a proposito della seconda struttura; questa,
come ci viene detto dal registro della Parrocchia, era ubicata a
“Taccu”, denominazione attribuita all’ampio altopiano di origine
basaltica posto a Sud Est del territorio di Orroli; la toponomastica
attuale non ci fornisce purtroppo informazioni sulla esatta ubicazione
della chiesa.
L’edificio
sacro citato nel 1708 è senz’altro il medesimo per cui, il 27 settembre
1710, viene acquistata una nuova serratura: ci viene detto, infatti,
che si
pagano 2 libbre e 17 soldi “en una serradura de la Iga de Sta Maria ad
Nieves” .
Non sappiamo esattamente quando queste due chiese siano state
realizzate, né quando cadano in rovina; per quanto riguarda
quest’ultimo aspetto, si ha la certezza – grazie a fonti dell’epoca –
che la chiesa e il culto di San Marco resistano almeno fino alla fine
del Settecento, mentre la Vergine della Neve cessa
di essere esplicitamente citata dalle fonti locali nel 1722, quando si
registrano ulteriori spese sostenute per ristrutturarne la chiesa ; da
questo momento in
poi non ricorre nei libri contabili, nei quali si nota una sempre
maggiore sinteticità e genericità nel riportare il bilancio.
La medesima fonte citata finora ci informa, inoltre, del culto
riservato a “Santa Cruz” (vale a dire la Santa Croce), lo Spirito Santo
e il Santo “??to” (Cristo) ; anche queste ricorrenze prevedevano la
nomina di un obriere e, dunque, qualche forma di commemorazione; nulla
però ci viene detto sul modo di celebrare tali festività, né se fossero
previste processioni (ipotesi probabile). Sembra che si tenessero degli
offertori, in special modo per Santa Caterina, infatti si registrano
talvolta le somme o i beni ricavati in tale occasione. Una distinzione
parrebbe riservata all’obreria di San Vincenzo, definita “obreria
Major”, perché indirizzata al patrono del paese, ma forse anche in
relazione a un maggiore impegno (anche economico?) richiesto alla
persona delegata alla sua organizzazione.
Le feste nel XVIII
secolo “piemontese”
A fine Settecento, dunque in pieno governo sabaudo, si
celebrano alcune festività non menzionate in precedenza: in onore di S.
Ramon, S. Pedro, S. Cayetano, S. Luis, S. Estanislao .
Nell’elenco fornito dalle Respuestas compare anche S. Vincenzo Ferrer,
non nominato invece nei più arcaici registri della parrocchia
poiché la chiesa intitolata a tale Santo possedeva libri contabili
propri (sono, infatti, consultabili quelli risalenti al 1754
- 1792). Viene inoltre annoverata l’esistenza di una confraternita
devota alla Vergine del Rosario.
A differenza delle fonti del Seicento, nelle Respuestas non
compaiono i Santi Giovanni Battista (citato però dal registro della
Parrocchia per l’anno 1775 ), Mauro, Lucifero, Giuliana,
Efisio, Francesco, Salvatore, Lorenzo, Lucia, Barbara (citata nel
registro della chiesa di S. Vincenzo Ferrer ); diminuiscono
inoltre le ricorrenze atte a commemorare la Vergine (continua a essere
venerata quella del Carmine), né si citano le cerimonie in
onore della Santa Croce e dello Spirito Santo; tali “divergenze”
rispetto ai documenti del passato possono tuttavia essere
ascritte al fatto che nel questionario di fine Settecento si faccia
riferimento solo alle festività principali.
Grazie alla medesima opera riusciamo ad apprendere notizie
particolari su alcune ricorrenze: nel par. 18 leggiamo che “per la
seconda festa di S. Vincenzo si tengono corse di
cavalli”; per S. Caterina, S. Vincenzo Ferrer e S. Antioco le
processioni sono aperte da coppie di buoi aggiogati (par.
19); veniamo inoltre informati dallo stesso paragrafo 18 che non si era
soliti effettuare alcuna questua.
La fonte suddetta e i registri parrocchiali sembrano concordare a
proposito di quattro festività legate alla chiesa di S. Vincenzo
Ferrer, citate da entrambi, senza tuttavia specificare a chi fossero
dedicate; verosimilmente due delle suddette feste si tenevano per
onorare il Santo al quale la chiesa è dedicata (nelle Respuestas, par.
6, si parla esplicitamente di “dos fiestas” di “S. Vicente Ferrer”);
una era forse riservata a Santa Barbara, il cui simulacro era
probabilmente custodito nella chiesa in questione ; nessuna ipotesi è
formulabile sulla quarta festività.
E’ dunque certa la continuità di culto tra Sei – Settecento per i Santi
Nicola, Caterina, Vincenzo Martire, Antonio Abate, Antonio da Padova,
Sebastiano, Giuseppe, Antioco, Barbara, Giovanni Battista e Marco (in
onore del quale esisteva ancora la chiesa campestre mancante –
all’epoca – del solo tetto ), santi venerati prima dell’arrivo dei
piemontesi nell’isola.
L’Ottocento
La principale fonte sulla storia ecclesiastica orrolese del XIX secolo
è rappresentata (ancora una volta) dai documenti dell’archivio
parrocchiale; questi, tuttavia, sintetizzando quanto più possibile le
notizie registrate, forniscono una quantità di informazioni sempre più
limitata.
Tra i fatti degni di nota si possono annoverare la celebrazione “de las
40 oras”, il rinfresco offerto dal sacerdote ai confratelli in
occasione di alcune feste non meglio specificate, l’acquisto da parte
della chiesa di “coetes y bombas” per la festa del patrono, celebrata
dunque in pompa magna.
Niente ci viene detto sulla persistenza di eventuali “obrerias”, né
sulle processioni ordinariamente tenute; una sola citazione riguarda le
spese tenute per il restauro della chiesa di san Nicola, nessun
riferimento concerne la chiesa di S. Caterina, senz’altro in uso.
Grazie al “Codice delle circolari emanate fin dall’anno 1812” veniamo a
conoscenza di una circostanza straordinaria verificatasi nel 1813: la
circolare del 20 luglio ordinava, al fine di scongiurare il pericolo
incalzante della peste, di fare una processione col simulacro del
patrono e di S. Sebastiano. Di quest’ultimo letteralmente si dice che
fu “invocato dai sardi nella pestilenza del 1528 che cessò nel giorno a
lui sacro del 1529”.
Due fonti relative all’Ottocento sono le opere di G. Casalis e G.
Stefani ; nella prima Vittorio Angius, che si occupa delle voci sulla
Sardegna, dà notizia delle chiese esistenti (che coincidono con quelle
attuali, dunque le chiese dedicate a S. Marco e S. Maria erano ormai
definitivamente cadute in disuso) e della “gerarchia ecclesiastica”:
afferma che «la chiesa maggiore […] governasi da un paroco, che ha il
titolo di rettore. Egli è assistito da tre o quattro preti nella cura
delle anime». Si legge inoltre che «quando si festeggia per queste
titolari [S. Vincenzo Martire e Ferreri, S. Nicola, S. Caterina] vi è
gran concorso di gente da’ prossimi paesi, si tengono piccole fiere e
tra le pubbliche ricreazioni non manca lo spettacolo della corsa dei
barberi»: si tratta probabilmente della corsa di cavalli della quale
parla il paragrafo 18 delle Respuestas a proposito dei festeggiamenti
in onore di S. Vincenzo intorno al 1777.
Non si specifica cosa fosse possibile acquistare nelle fiere citate,
delle quali riferisce anche G. Stefani, secondo il quale si tengono
durante “le feste di S. Catterina e S. Nicolò”.
Le feste nel
Novecento
Talvolta è sufficiente un arco di tempo piuttosto limitato perché si
verifichino cambiamenti sostanziali: attualmente a Orroli si celebrano
i festeggiamenti in onore di S. Vincenzo Martire, patrono del paese, S.
Nicola, S. Isidoro, S. Vincenzo Ferreri, S. Caterina e S. Antonio
Abate; le fonti orali evidenziano, invece, una realtà nettamente
diversa riferibile alla prima metà del Novecento, quando, nei giorni
delle rispettive commemorazioni, si portava in processione per il paese
il simulacro di almeno sedici santi, ognuno accompagnato da un obriere;
il numero delle processioni che si snodavano per il paese era dunque
più che triplo rispetto a quello attuale.
Le notizie sulla situazione nella prima metà del Novecento
riferiscono la pratica di culti in onore di Santi probabilmente
introdotti a Orroli nell’Ottocento, o esistenti in
precedenza, ma di secondaria importanza (considerando che non vengono
annoverati dalle fonti più arcaiche), quali S. Rita, S. Agnese, S.
Biagio.
Le medesime fonti concordano sul culto riservato a numerosi
santi venerati già dal Sei – Settecento, ma non citati esplicitamente
nelle testimonianze scritte del secolo XIX: S. Antonio Abate,
S. Antonio da Padova, S. Sebastiano, S. Pietro, S. Giuseppe, S. Lucia,
S. Giovanni Battista, S. Barbara, oltre ai titolari delle
chiese di S. Caterina e S. Vincenzo Ferrer.
Una nota a sé stante merita S. Isidoro: divenuto oggetto di
culto per gli orrolesi probabilmente durante la dominazione spagnola,
non viene menzionato dalle fonti principali, le Respuestas e
i registri parrocchiali; le prime tuttavia non ne negano il culto: al
paragrafo 18 si elencano le feste religiose dell’epoca e si
conclude la lista con la formula «y otros»: e altre.
Il cambiamento radicale avvenuto nell’ultimo cinquantennio (legato
indubbiamente anche al mutato tenore di vita delle “masse”) è
testimoniato dagli anziani del paese: rievocano con una certa nostalgia
una serie di abitudini, di usi ormai perduti, legati alla sfera
religiosa e vissuti come momenti di aggregazione: le donne, per
esempio, solevano sedersi in gruppo per le strade, durante il mese di
maggio, per recitare - cantando in sardo - il rosario. Ancora presenti
nella seconda metà del secolo, si ricordano i confratelli (noti
attraverso le fonti scritte già dal XVIII secolo), vestiti con un saio
bianco, partecipare a tutte le processioni e sostenere il simulacro dei
santi.
Gli aspetti maggiormente pittoreschi sono legati alle festività
natalizie e pasquali, sulle quali nulla è dato sapere per i secoli
finora esaminati, se non che (come apprendiamo dai registri
parrocchiali) in tali occasioni la chiesa acquistava una maggiore
quantità di cera rispetto al solito.
La celebrazione della Settimana Santa era particolarmente sentita e
prevedeva alcuni momenti suggestivi, probabili reminiscenze
dell’enfatica religiosità spagnola: il venerdì ricorreva l’esposizione
di Gesù morto, compianto dalla Vergine vestita a lutto; il sabato
mattina alle dieci avveniva la benedizione dell’acqua attraverso un
complesso rituale che includeva l’accensione di un fuoco all’ingresso
della chiesa; in entrambi i giorni, in segno di lutto, i simulacri dei
santi venivano ricoperti con un manto viola e le campane tacevano,
erano i ragazzi con “is strocciarranasa” o delle tavolette ad
assolverne la funzione.
La domenica mattina, nelle case, gli stessi proprietari annunciavano la
resurrezione di Cristo bussando alle porte e recitando la formula
“alleluia, alligria, ch’e’ torrau su fill’e Maria” ; il momento “clou”
della mattinata era rappresentato da “s’incontru”: l’incontro tra Maria
e il figlio risorto messo in scena all’esterno della chiesa. Questa, in
occasione della Pasqua, era addobbata con “su nenniri”, grano fatto
germogliare al buio (perciò di colore tenue) ornato di nastri, le cui
origini sono probabilmente da ricercare nel mondo pagano .
Gli addobbi nel periodo natalizio erano costituiti invece da specie
spontanee: mirto e olivastro. Alle festività relative al Natale era
legato “su pan’e saba”: pane realizzato con uva sultanina, noci e/o
mandorle, farina e “saba”, vale a dire mosto cotto; non era previsto
invece “su pani biancu” preparato per Pasqua. Un’usanza curiosa
riguarda la notte di S. Silvestro, quando le famiglie, riunite intorno
al fuoco, interrogavano le foglie di olivastro sul futuro: a coppie
queste venivano gettate sulla brace e, in base al loro esplodere
contemporaneamente o meno, si stabilivano le affinità di coppia tra
giovani innamorati; potevano invece essere lasciate cadere
singolarmente, fornendo così il responso sull’andamento dei mesi
dell’anno (e quindi sul raccolto).
Oltre
che dalle importanti festività di Pasqua e Natale, che coinvolgevano in
ugual misura l’intera comunità, l’anno era per gli orrolesi scandito da
numerosi “appuntamenti religiosi” che impegnavano uno o pochi
individui. Si tratta delle commemorazioni dei santi citati in
precedenza, per ognuno dei quali esistevano delle liste di “iscritti”
che, a turno, dovevano effettuare una questua (presso gli altri
iscritti e non l’intera comunità) il cui ricavato veniva consegnato al
sacerdote (probabilmente si tratta della stessa prassi
eseguita nel Seicento, testimoniata dalla voce “obrerias” che compare
nei libri contabili).
Cronologicamente (escludendo le festività giunte fino ai nostri
giorni), a partire da settembre, mese con cui si fa iniziare l’anno
agrario , si celebrava
S. Barbara (4 dicembre, venerata come protettrice dei minatori), S.
Lucia (13 dicembre; protettrice della vista), S. Agnese (21 gennaio),
S. Biagio (3 febbraio), S. Giuseppe (19 marzo), S. Rita (22 Maggio), S.
Antonio da Padova (13 giugno), S. Giovanni Battista (24 giugno), S.
Pietro (29 giugno).
Tutte le festività sopraelencate coincidono col giorno loro riservato
dal calendario ufficiale e si concentrano maggiormente nei mesi
primaverili – estivi.
In ognuna di queste occasioni era prevista la celebrazione della messa,
in cui si ricordava la vita del santo (spesso officiata da un sacerdote
proveniente
da un altro paese), e una processione col suo simulacro.
L’obriere di ogni festività, al termine delle cerimonie, offriva, a
casa propria, dolci e bevande a pochi amici, dopo aver annunciato –
tramite il sacerdote – il suo “successore” per l’anno seguente;
quest’ultimo era generalmente di sesso maschile, tranne poche eccezioni
(per le feste di S. Lucia e S. Rita), benché le donne avessero un ruolo
fondamentale nell’organizzare ogni cerimonia: a loro era riservata la
questua, nonché la preparazione dei dolci da offrire agli invitati. E’
significativa, a questo proposito, l’introduzione del culto in onore di
S. Rita (insieme all’aumento delle figure femminili nella rosa dei
beati venerati nel paese), invocata e ricordata per la pazienza con cui
contraccambiava i maltrattamenti operati a suo danno dal marito: spia
di una maggiore importanza attribuita alla donna nella sfera religiosa
o, al contrario, tentativo di istituire dei culti che in qualche modo
confortino delle loro pene la sottomessa schiera femminile?
Spesso le festività erano precedute da nove giorni di
preghiera (novena), come nel caso di S. Giuseppe, S. Vincenzo Martire e
Ferreri…, o da un triduo (ossia 3 giorni di
orazioni), come accadeva per S. Lucia. Particolari i festeggiamenti in
onore di S. Giovanni, durante i quali si accendevano dei falò nei
diversi rioni utilizzando non la legna, ma il fieno. I
tradizionali fuochi venivano accesi anche nella notte tra il 19 e il 20
gennaio, in onore di S. Sebastiano, al cui simulacro, durante
la processione per le vie del paese, veniva posto un ramo d’arancio.
Altrettanto singolari le cerimonie in onore di S. Biagio: il sacerdote
poneva accanto alla gola dei fedeli due candele incrociate,
allo scopo di proteggerla dai malanni; tale rito, diffuso non solo in
Sardegna, è da porre probabilmente in relazione con la
leggenda secondo la quale il santo, medico e vescovo del IV secolo d.
C., avrebbe salvato un fanciullo soffocato da una
lisca di pesce conficcataglisi nella gola.
Ancora celebrata nel secolo scorso era tutta una serie di cerimonie
volte a onorare la Vergine: la Candelora, Maria Ausiliatrice…
Un complesso cerimoniale era previsto per le Quarantore; innanzitutto
si effettuava una distinzione tra “Corantorasa Mannasa” e “Pitticcasa”
(letteralmente Quarantore Grandi e Piccole); nel primo caso, la cui
ricorrenza cadeva quindici giorni prima di Pasqua, si nominavano 12
obrieri, otto dei quali coniugati e quattro scapoli; la festa durava
tre giorni (dalla domenica al martedì), durante i quali ogni obriere, a
turno, offriva il pranzo ai propri amici e un “rinfresco” agli altri
obrieri; il martedì avveniva la benedizione e la nomina dei prescelti
per l’anno successivo, dopo aver percorso a piedi e in processione il
piazzale della chiesa. Il medesimo rituale era previsto per
l’appuntamento meno importante, durante il quale le obriere erano però
nove donne, sostituite dai propri mariti nel momento in cui era
necessario salire sull’altare per ascoltare la messa (considerato il
divieto per loro di assolvere tale funzione). Quest’ultima festività
non viene oggi celebrata, mentre il primo – e più importante –
appuntamento è stato riscoperto dopo qualche tempo di oblio.
I Santi
venerati fino ai giorni nostri
Le festività religiose alle quali la popolazione attuale prende parte
in maniera capillare e delle quali avverte l’importanza, sono, come già
affermato in precedenza, poco numerose. L’analisi delle fonti più e
meno antiche e il raffronto di queste con la realtà attuale, evidenzia
la persistenza fino ai nostri giorni dei culti considerabili più
arcaici o meglio radicati nella popolazione orrolese, di derivazione
perlopiù spagnola e bizantina.
La devozione senz’altro maggiormente sentita è quello riservata a S.
Caterina, probabilmente anche a causa dei vari aspetti “laici” che i
festeggiamenti in suo onore prevedono; seguono, in ordine di
importanza, le celebrazioni per S. Vincenzo Ferreri, S. Nicola e S.
Isidoro, S. Antonio Abate e, infine, S. Vincenzo Martire: proprio al
patrono del paese non vengono ormai decretate cerimonie solenni.
Il perché la scelta sia ricaduta su queste figure è difficile da
stabilire; è evidente, tuttavia, che si tratti di protettori di
categorie molto diffuse nel passato: viticoltori, tessitori,
taglialegna, ammalati, etc. In particolare sono diversi i Santi legati
alla sfera agro – pastorale; sembra dunque che i conquistatori, se da
una parte esigevano dai “sudditi” il pagamento di tasse sui cereali
raccolti, dall’altra suggerivano loro a quale santo votarsi affinché
ottenessero un buon raccolto.
Feste
celebrate in date scelte arbitrariamente
E’ degno di nota il fatto che tre delle feste più antiche ancora in
auge (S. Caterina, S. Nicola, S. Vincenzo Ferreri) prevedano una
duplice cerimonia: una nella data in cui i santi vengono commemorati
dal calendario ufficiale, una in un giorno stabilito arbitrariamente;
questa particolarità, riferita dalle Respuestas per S. Nicola e S.
Vincenzo Ferreri , è ricordata dagli anziani del paese solo a proposito
del primo dei due santi, mentre – intervistati – riferiscono solo
la data arbitraria per i festeggiamenti in onore del secondo e di S.
Caterina. Dubbio il caso di S. Vincenzo Martire: nel paragrafo 6 delle
Respuestas si legge
che si tiene «el dia 22 de Henero » la «fiesta principal del patron»:
il giorno 22 di gennaio [si celebra la] festa principale del patrono;
il termine evidenziato può intendersi riferito a “una” delle feste in
onore del santo, o, al contrario, può indicare solo la “priorità” di
tale festa su ogni altra poiché dedicata al patrono;
inoltre nel paragrafo 18 della stessa opera si afferma che «por la
segunda fiesta de S. Vincente hay cursa de cavallos», vale a dire che
“per la seconda festa
di S. Vincenzo ci sono corse di cavalli”: non si specifica a quale “S.
Vincente” ci si riferisca, anche se, sulla base di confronti con quanto
riferito dalle fonti
orali sui festeggiamenti tradizionali, è probabile che non si tratti
del patrono.
San Nicola (6
dicembre / 25 maggio)
Il culto di San Nicola è probabilmente radicato tra gli orrolesi da
tempi particolarmente remoti; questa ipotesi è suggerita dalla credenza
popolare secondo la quale la Chiesa dedicata a tale santo sarebbe stata
la prima parrocchia del paese (credenza peraltro sia attuale, sia
riferita da documenti di fine Settecento ). Una conferma all’opinione
comune è giunta attraverso gli scavi archeologici compiuti all’interno
della suddetta chiesa, che hanno riportato alla luce il suo più antico
impianto (costituito dall’attuale presbiterio), risalente –
probabilmente – già a fine V-inizi VI sec. d. C. A più riprese vi sono
stati effettuati ampliamenti e modifiche, ultima delle quali sembra
essere stata l’aggiunta delle navate laterali avvenuta nel XIX secolo.
L’antichità della chiesa ha fatto si che, col passare del tempo, si
perdesse memoria del suo fondatore, come apprendiamo leggendo il
paragrafo 1 delle Respuestas.
La chiesa perde la funzione di parrocchia nel XVI secolo, quando cioè
viene realizzata quella in onore di S. Vincenzo Martire (santo
“importato” dalla Spagna); quest’ultimo evento segna fondamentalmente
il trapasso dall’egemonia di Bisanzio a quella iberica, infatti la
venerazione per San Nicola, originario della Licia (Paese della
Turchia, vale a dire di quella terra un tempo denominata “Anatolia”),
fu probabilmente introdotta in Sardegna – e anche a Orroli – dai
Bizantini , i quali erano a diretto contatto con la penisola anatolica
(trovandosi Bisanzio, loro “città-madre”, nell’Ellesponto).
Intorno alla vita del santo sono sorte numerose leggende, tanto che i
dati certi riguardanti la sua esistenza sono poco numerosi; in
particolare si sa che visse nel IV sec. d. C. e fu vescovo di Mira.
Secondo la tradizione avrebbe donato la dote a tre fanciulle,
consentendo loro di sposarsi e salvandole dalla vita dissoluta alla
quale erano destinate. E’ stato probabilmente questo episodio a
originare la credenza che san Nicola favorisse i matrimoni : a questo
scopo le ragazze nubili del paese ne scuotevano il simulacro.
Attraverso il paragrafo 8 delle Respuestas veniamo a
conoscenza del fatto che a fine ’700 si compisse una processione in
onore del Santo, mentre il paragrafo 2 dello stesso scritto
ci informa (indirettamente) di un duplice festeggiamento; sembra dunque
che la situazione sia rimasta invariata nel corso dei secoli: ancora
oggi, infatti, il 6 dicembre si celebra la messa in onore del
Santo, nel giorno indicato dal calendario ufficiale come quello della
sua festa, mentre il 25 maggio la messa è preceduta da una processione
alla quale partecipano cavalli, buoi aggiogati, trattori
addobbati, oltre – naturalmente – ai fedeli a piedi e alla statua del
santo.
Gli anziani del paese ricordano che nella prima metà del
secolo scorso alla processione prendevano parte quasi 100 cavalli e
30\40 buoi aggiogati (adornati di tappeti sulla groppa i
primi, arance e fiori tra le corna i secondi), con grande concorso di
gente dai paesi vicini. Si trattava di una festa particolarmente
sentita, che prevedeva lo svago dei partecipanti attraverso
balli tenuti nel sagrato della chiesa per tutta la serata del 25
maggio.
Tutti gli abitanti del rione prospiciente la chiesa si
impegnavano a pulire le strade in prossimità di questa, mentre la buona
riuscita della sagra era affidata a un obriere di sesso
maschile, che provvedeva (in parte a proprie spese, in parte
con i soldi raccolti mediante una questua) all’organizzazione dei balli
e alla distribuzione di dolci e caffè a coloro che
partecipavano alla processione. Proprio il rientro della processione
costituiva il momento culminante della festa, quando il sacerdote
benediceva gli animali presenti: in periodi di povertà quale
quello a cui le notizie si riferiscono (prima metà del Novecento),
quando bastava poco perché il raccolto di un anno di lavoro andasse
perduto, far benedire i propri animali equivaleva quasi a
“vaccinarli” contro ogni genere di malanno.
A dicembre i festeggiamenti avvenivano in tono decisamente
minore: la notte tra il 5 e il 6 nel piazzale della chiesa si accendeva
un falò con legna donata da volontari del paese. Il giorno successivo
si celebrava la messa e si portava il santo in processione, senza che
né buoi né cavalli vi partecipassero.
La forte religiosità dell’epoca e la grande venerazione per il santo si
manifestavano, oltre che nel prendere parte alla processione, mediante
la partecipazione alla novena, che – a maggio – riuniva in chiesa un
numero consistente di fedeli, e – soprattutto – nell’invocare San
Nicola affinché guarisse da malanni di vario genere quanti gli
offrivano ex voto di cera raffiguranti le parti del corpo sofferenti.
Grazie a un’opera della metà dell’Ottocento apprendiamo che durante i
festeggiamenti (probabilmente nel mese di maggio) aveva luogo una
fiera, che, col passare dei secoli, ha lasciato il posto a un numero
sempre minore di venditori ambulanti di dolciumi.
Una particolarità è riferibile, più che al culto del santo, alla chiesa
a lui dedicata: sono numerose le persone che ricordano storie di
“fantasmi”, visioni, ombre e apparizioni “avvenute” in prossimità della
chiesa; tutti inoltre sono a conoscenza dell’utilizzo del sagrato a
scopo cimiteriale, destinazione comune ad altri edifici sacri del
paese, sui quali – tuttavia – la memoria popolare non ha conservato
notizie in proposito. Da rilevare inoltre il fatto che, nonostante sia
passato in secondo piano con l’arrivo degli Spagnoli, il culto per il
primo protettore del paese non sia stato comunque abolito o obliato.
Santa Caterina (25 novembre / prima domenica di giugno)
Le traccas e il fatto che si tratti di una sagra campestre sono gli
elementi distintivi della festa in onore di Santa Caterina. Celebrata
per diversi tempi durante l’ultima domenica di giugno, negli ultimi
anni si è verificato un “ritorno alle origini”, facendo coincidere i
festeggiamenti con la prima domenica dello stesso mese (data rispettata
nella prima metà del Novecento). Questo cambiamento momentaneo viene
attribuito, da alcune fonti orali, al tentativo di evitare le piogge
che spesso accompagnavano i festeggiamenti.
Il culto in onore di Santa Caterina, martirizzata ad Alessandria nel IV
secolo d. C., sembra essere di derivazione bizantina, tuttavia la
costruzione della chiesa a lei dedicata sembra risalire a fine '500,
mentre gli ispanici dominavano l’isola. A questo proposito esiste una
leggenda, secondo la quale Santa Caterina insieme alle sue due sorelle,
S. Barbara e S. Maria, avrebbe scagliato una pietra per decidere in
quale sito sarebbe sorto un edificio a lei sacro, questa sarebbe
appunto caduta nelle campagne di Orroli.
Invocata contro tutti i tipi di malattie, nonché protettrice di
cucitrici, mugnai, etc, attualmente è una delle sante maggiormente care
agli abitanti del paese, i quali partecipano numerosi ai tre giorni di
festa in suo onore, apprezzando gli spettacoli musicali offerti grazie
ai proventi di una questua condotta per tutto il paese da un comitato.
Il fervore religioso si manifesta principalmente nel partecipare alle
processioni mediante le quali si porta il simulacro della santa nella
sua chiesa (venerdì sera) e lo si riconduce in paese (domenica sera),
percorrendo a piedi, a cavallo, o sui carri addobbati le «due miglia »
che intercorrono tra il centro abitato e il santuario campestre.
Giunti in campagna, i fedeli provvedono a sistemarsi in loggiati loro
destinati, dinanzi ai quali pongono in bella vista le traccas, in modo
che trine e merletti siano ben visibili ai passanti. Per il solo capo
obriere è previsto un posto fisso, con spazi più ampi rispetto a quelli
riservati agli altri partecipanti; tale postazione, costante negli
anni, coincide con quella riservata all’organizzatore delle cerimonie
già nel secolo scorso, prima che avvenisse la costruzione dei loggiati.
All’epoca i festeggiamenti duravano due soli giorni, dalla sera del
sabato (quando la processione si recava nella chiesa campestre), fino
alla sera del giorno seguente (quando si rientrava in paese); mentre il
rientro della processione avveniva in modo molto simile a quello
attuale, con cavalieri e carri in parata, il tragitto opposto era
perlopiù compiuto autonomamente dalle traccas, le quali partivano in
genere di mattina nel tentativo di occupare i posti più riparati e
ombreggiati.
Durante la processione molte donne portavano i capelli sciolti o
strisciavano sulle ginocchia per adempiere qualche voto offerto alla
santa; il suo simulacro veniva trasportato in spalla, insieme a un cero
che assume una funzione chiave nei festeggiamenti: già nelle Respuestas
(par. 2) si parla di una “festa della cera” (in sardo denominata
attualmente “cereu”), in particolare si afferma che è la parrocchia a
provvedere a tale festa, poiché la chiesa di S. Caterina non possedeva
alcuna dote.
Attualmente il cero viene consegnato (nella seconda domenica di giugno)
con un anno di anticipo al futuro obriere, il quale deve custodirlo
nella propria abitazione e ornarlo di fiori freschi; in occasione della
riconsegna sono previsti lauti pranzi offerti ad amici e parenti, oltre
all’offerta di dolci e bevande all’obriere entrante, che si reca –
accompagnato da uno stuolo di persone – a prendere in consegna il cero,
dopo aver, a sua volta, preparato un banchetto per i propri ospiti.
Cerimonie molto più modeste contornavano nel secolo scorso queste
occasioni. All’epoca, nei due giorni di permanenza in campagna, il
tempo veniva trascorso tra le funzioni religiose e i banchetti, in
realtà molto modesti: “sa corda cun pisucci” costituiva il pasto tipico
del sabato notte, mentre al pranzo della domenica erano riservati “sa
suppa cotta” e la carne lessa e/o arrosto, niente di paragonabile agli
attuali momenti conviviali.
Il sabato sera erano previsti balli in piazza , accompagnati dalla
musica “de unu sonadori” pagato dall’obriere, il quale generalmente non
faceva questua; a quest’ultimo venivano deputati diversi compiti:
offrire i dolci a tutti coloro che la domenica partecipavano alla
messa, portare il caffè all’alba della domenica a chi pernottava sul
posto, offrire da bere ai cavalieri al rientro dalla processione; la
tradizione vuole inoltre che l’organizzatore delle cerimonie si
distingua per addobbare due traccas anziché una (avveniva nel secolo
scorso e accade tuttora). Oggi queste sono rimorchiate da trattori, che
hanno sostituito i carri trainati dai buoi, in uso fino a un recente
passato; già per la fine del Settecento siamo a conoscenza del fatto
che la processione in onore della santa fosse aperta da una coppia di
buoi al giogo, anche se niente ci viene detto sulla presenza di
eventuali carri a questi annessi.
Al rientro della processione è prevista la benedizione degli animali e
di tutti i partecipanti, che si radunano in prossimità del piazzale
della parrocchia; i festeggiamenti non sono preceduti da novena, né lo
erano nel secolo scorso; l’obriere è, ancora adesso, di sesso maschile.
S. Vincenzo Ferreri (5
aprile / ultima domenica di settembre)
Vissuto in Spagna tra XIV e XV secolo, l’introduzione del culto di S.
Vincenzo Ferrer è, probabilmente, da porre in relazione col dominio
ispanico nell’isola; a conferma di tale ipotesi si può citare la data
di fondazione della chiesa a lui dedicata, il 1704 , che ricade
nell’arco di tempo di assoggettamento agli iberici. Sappiamo da
Respuestas, par. 1, che, tra le chiese esistenti a Orroli,
esclusivamente per quella a lui intitolata si conosce il fondatore,
impersonato dal Rettore Pisano. Egli e i suoi eredi, come apprendiamo
anche grazie al “Libro de Administracion de los bienes de la Iglesia
del Glorioso San Vicente Ferrer”, compilato tra 1754 e 1792, dotarono
la chiesa di numerosi beni, comprendenti terreni, mandrie di animali e
pensioni ; l’edificio sacro doveva comparire tuttavia piuttosto
spoglio, se nel par. 6 delle Respuestas leggiamo che “en la Iglesia […]
hay collaterales dos altares al mayor, en los quales ni se puede
celebrar ni otra señal de altar q. la sola mesa de piedra pa celebrar” .
Entrambe le fonti (Respuestas e Libro de Administracion) annoverano,
tra le proprietà ecclesiastiche, una reliquia del santo, esposta dagli
eredi del Rettore (e non dal parroco!) per le due feste in suo onore;
l’autenticità della reliquia non è però verificabile .
Come già affermato in precedenza, nei secoli passati si celebravano due
feste in onore di S. Vincenzo; attualmente l’unico appuntamento
“rispettato” dalla popolazione è la ricorrenza di fine settembre. In
questa occasione, oltre alla messa “canonica” in cui si ricorda la vita
del santo, è prevista la processione in suo onore, compiuta di sabato
sera; i festeggiamenti “laici” hanno invece inizio già il giorno prima
e si concludono la sera della domenica. Ogni serata è allietata da
attrazioni musicali finanziate mediante una questua.
Generalmente nella notte della domenica si è dilettati dai fuochi
artificiali. Chi ha vissuto la sua giovinezza agli inizi o negli anni
centrali del Novecento ricorda dei festeggiamenti ancora più
“grandiosi” rispetto a quelli attuali: iniziate il sabato sera
attraverso messa e processione, le celebrazioni si protraevano talvolta
fino al martedì successivo; all’occasione ci si preparava mediante nove
giorni di preghiera (novena). Era contemplata la figura di un obriere
(di sesso maschile) che, a differenza di quanto accade attualmente, non
compiva alcuna questua.
Erano i balli in piazza e la presenza di numerosissime bancarelle a
colpire maggiormente: sono, infatti, questi gli aspetti maggiormente
menzionati dagli anziani. Le donne approfittavano di quest’occasione
per acquistare “su ferrusmaltu”: le pentole e gli utensili da cucina
realizzati in ferro smaltato; agli uomini erano riservati i piaceri de
“is paradasa”, bar all’aperto dove, tra le altre cose, si vendeva “sa
carapigna”, la nota granita sarda. Il divertimento dei bambini (ma in
genere di tutta la comunità) era legata alla corsa degli asinelli.
In chiesa erano esposte due statue raffiguranti il santo: in occasione
della festa di fine settembre si portava in processione il simulacro
più piccolo, mentre una sua statua di dimensioni maggiori veniva
sfiorata quando si desiderava porre fine a periodi di grave siccità.
Feste che coincidono col
calendario ufficiale
Le restanti tre feste in onore di santi celebrate ancora oggi a Orroli
ricadono nel giorno esatto previsto per le rispettive commemorazioni.
Risulta evidente da un confronto col recente passato che proprio queste
ultime festività sono andate progressivamente perdendo la loro
importanza: numerose ricorrenze non sono più festeggiate (se non
mediante una messa commemorativa), quelle ancora in auge si celebrano
in un tono piuttosto basso e passano in secondo piano se paragonate al
genere di festeggiamenti previsti per quelle che potremo definire
“feste popolari”, ossia quei riti “assimilati”, personalizzati e fatti
propri dal popolo, che sembrano resistere maggiormente nel tempo.
S. Vincenzo
Martire (22 gennaio)
Vissuto nel III sec. d. C. e martirizzato durante la persecuzione di
Diocleziano in Spagna (della quale era originario), S. Vincenzo diviene
patrono degli orrolesi intorno alla fine del Cinquecento (ancora una
volta ci troviamo in epoca spagnola), quando viene realizzata la chiesa
in suo onore: la data del 1582 si legge in un capitello all’interno
della parrocchia e rappresenta uno dei pochi dati certi sulla
cronologia relativa alla suddetta chiesa (il cui primo impianto
tuttavia potrebbe essere più arcaico). E’ la parrocchia a costituire,
fin dalla sua realizzazione, il fulcro della vita cristiana orrolese:
qui si celebrano le funzioni in onore di quei santi privi di edifici
sacri propri, nel suo piazzale si accendono i falò per S. Antonio
abate, S. Sebastiano…(fino a quando, circa trenta anni fa, il sacerdote
lo vietò), nei suoi libri contabili si registrano le spese relative
anche alle altre chiese (con l’eccezione di quella dedicata a S.
Vincenzo Ferrer).
La festa in onore del santo era già nel secolo scorso (come oggi) un
avvenimento esclusivamente religioso, caratterizzato da novena, messa
celebrata da più sacerdoti, processione dei fedeli (che si teneva la
sera del 21 gennaio); non veniva nominato alcun obriere (a differenza
di quanto avveniva a fine Seicento, quando esisteva per tale occasione
l’obreria major), ma era il sacerdote a offrire un frugale rinfresco al
sacrestano e ai confratelli; né si tenevano balli o altri spettacoli in
piazza; nonostante ciò si trattava di un appuntamento importante per la
comunità cristiana, ma probabilmente non paragonabile ai festeggiamenti
tenuti due secoli fa, quando erano previsti anche i fuochi d’artificio
.
Caratteristici (e propri di quasi tutti i santi venerati nel paese)
alla fine della “messa cantata” erano i “gocciusu” intonati dal
sacrestano e dai fedeli; si trattava della vita del santo in versi,
intercalata da un refrain in cui si invocava il suo aiuto; questo tipo
di componimento sembra ispirato a modelli spagnoli, i gogos castigliani
, i quali – ancora una volta – dimostrano quanto la Sardegna ha
importato dalla penisola iberica.
S. Isidoro (15
maggio)
L’origine ispanica accomuna S. Isidoro a diversi santi venerati a
Orroli, l’essere il protettore degli agricoltori (per essere stato egli
stesso un contadino) lo rende l’emblema del mondo agro – pastorale che
lo ha venerato (e lo venera) in Sardegna.
Originario di Madrid, nonché patrono della città, visse (agli inizi
dell’XI secolo) quando i Bizantini erano ormai in procinto di
abbandonare la nostra isola; si narra che, mentre egli pregava, i suoi
buoi aravano i campi guidati da un angelo. Privo di una chiesa propria,
viene invocato contro la siccità e per la buona riuscita del raccolto,
rispecchiando l’anima della società del passato: una società di
contadini afflitta da quello che ancora oggi rappresenta uno dei
maggiori problemi dell’intera isola, le annate siccitose.
Si è già detto dell’insolito silenzio delle fonti sul culto di S.
Isidoro, che sembra – apparentemente – inspiegabile. Sappiamo che, nel
secolo scorso, per un certo periodo tale culto cadde quasi in oblio,
per essere “riscoperto” solo in tempi relativamente recenti.
Ancora oggi si svolge il 15 maggio una processione in suo onore, alla
quale prendono parte il simulacro del santo (cui viene posta tra le
mani una spiga), i fedeli a piedi, a cavallo e su trattori addobbati
(nella sola motrice: non si tratta di traccas); questi sostituiscono i
buoi aggiogati presenti nel passato. Oggi, come nel secolo scorso, si
nomina un obriere che non compie tuttavia alcuna questua. La festa non
è (oggi come allora) preceduta da novena, né seguita da balli in
piazza; il momento più importante di questa è costituito dalla
benedizione degli animali alla fine della processione (come accade
ogniqualvolta questi vi prendano parte). Nel secolo scorso la messa a
lui dedicata si celebrava nella parrocchia, attualmente questo avviene
nel vecchio cimitero di Orroli.
S. Antonio
Abate (17 gennaio)
Ancora al mondo agricolo rimanda il culto di S. Antonio Abate,
protettore anch’egli dei contadini e del bestiame (oltre che dei
poveri, degli infermi…); originario dell’Egitto, visse tra III e IV
secolo d. C. Il suo nome compare nel menologio greco, ossia tra quelli
dei santi venerati in Oriente, perciò dai Bizantini, i quali ne
diffusero il culto tra i sardi
Le fonti locali tardo – settecentesche ne citano il culto, ma non fanno
menzione del falò acceso ancora oggi in suo onore, forse in connessione
con la credenza che guarisca dal cosiddetto “fuoco di Sant’Antonio”
(herpes zoster), forse reminiscenza di riti più antichi dei quali si è
perduto il significato originario.
Il falò, che fino al divieto intervenuto nel secolo scorso veniva
acceso (la notte tra il 16 e il 17 gennaio) nel piazzale della
parrocchia, attualmente si tiene in quella che viene denominata “Terr’e
sa Santa” (terreno della santa), nella periferia del paese; è usanza,
accanto al fuoco, bere del vino, mentre va scemando l’uso, invalso per
un certo periodo di tempo, che i partecipanti si imbrattassero il viso
con gomma (di pneumatici) bruciata: eco forse di un uso più antico di
imbrattarsi col carbone?
Nella giornata successiva, oltre a riprendersi dalle sbronze del giorno
prima, si partecipava alla messa che celebrava la vita del santo e alla
processione in suo onore. Anche in quest’occasione veniva prescelto un
obriere.
Considerazioni finali
I culti professati oggi sono, evidentemente, il risultato di un lungo
processo di sintesi, intrapreso già prima che il credo cristiano si
diffondesse nella nostra terra: l’incessante passare dei secoli ha
determinato continui cambiamenti nell’ideologia locale; pur trovandosi
distante dall’epicentro da cui di volta in volta è partito l’input
riguardante tali cambiamenti, Orroli ne è stato, suo malgrado,
raggiunto e coinvolto.
Nel tentativo di restituire un quadro sufficientemente attendibile
sulla religiosità degli orrolesi, con puntuali riferimenti a fonti
dirette, non è stato possibile risalire oltre il 1600, data a partire
dalla quale si sono rese fruibili le prime fonti archivistiche.
Antecedentemente a tale epoca si è potuto esclusivamente riferire la
probabilità di riti pagani, accolti poi per sincretismo in ambito
cristiano (nel tentativo di “salvare il salvabile” degli usi locali
poco “ortodossi”, piuttosto che, combattendoli e cercando di
estirparli, alienarsi la simpatia del popolo da parte della Chiesa e
della classe dirigente). Tali riti in realtà sono solo intuibili e non
è possibile collocarli nel tempo, né attribuirli a una specifica
cultura.
Un altro appunto si può fare per il periodo compreso tra VI e X secolo
d. C. (già presentato come bizantino): considerando i santi venerati
principalmente in Oriente ed escludendo quelli particolarmente cari
alla Chiesa Romana, è possibile determinare con sufficiente
attendibilità i culti ereditati dal mondo bizantino; per quanto
riguarda la specifica realtà orrolese tali culti sono indirizzati
probabilmente verso S. Nicola, S. Caterina, S. Antonio Abate, S.
Barbara.
Dopo il X secolo le informazioni disponibili ci conducono direttamente
in epoca spagnola e/o aragonese, testimoniando l’ormai affermata
esistenza di numerosi culti (oltre quelli bizantini), alcuni dei quali
si perdono definitivamente nel Settecento (per esempio quello in onore
di S. Marco, S. Maria della Neve, S. Mauro, S. Lucifero, S. Giuliana,
S. Efisio, S. Francesco, S. Salvatore, S. Lorenzo), mentre buona parte
sopravvive fino al Novecento (S. Vincenzo Martire e Ferrer, S. Antonio
da Padova, S. Sebastiano, S. Giuseppe, S. Lucia, S. Giovanni Battista).
A fronte dei numerosi culti scomparsi durante il XVIII secolo, pochi
altri sembrano di nuova introduzione: S. Raimondo, S. Stanislao, S.
Pietro, S. Luigi, S. Gaetano, mentre le notizie sull’Ottocento sono
sostanzialmente sommarie e non consentono una chiara interpretazione
della religiosità dell’epoca. Pochi nuovi santi sembrano fare la loro
comparsa nelle chiese paesane solo nel Novecento o poco prima (S.
Biagio, S. Agnese, S. Rita), mentre una drastica “inversione di rotta”
segna il nuovo millennio, in cui la maggioranza della popolazione
accompagna in processione solo il patrono, S. Caterina, S. Vincenzo
Ferrer, S. Nicola, S. Isidoro, oltre a partecipare al falò in onore di
S. Antonio Abate, privi della coscienza – talvolta – che quest’ultimo
sia un rito a carattere cristiano.
fonti: http://www.comuneorroli.it/sito/tradizionilibro.htm
e http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=19321932
|