uasila (in sardo Guasìlla) è un comune di 2.968 abitanti della
provincia di Cagliari, nella regione della Trexenta.
Monumenti
Uno dei più importanti monumenti di Guasila è la chiesa di Santa Maria
Assunta costruita da Gaetano Cima. Questo grazie al museo di arti
sacre, il parroco insieme all'amministrazione comunale ha deciso di
fare questo museo per far vedere alle persone che la chiesa è moto
ricca e piena di capolavori
La presenza umana nel territorio di Guasila è documentata già nell'età
neolitica, quarto millennio a. C. La fertilità della terra e la
disponibilità d'acqua incoraggiarono gli insediamenti che si
svilupparono attraverso l'attività agricola, per consolidarsi
ulteriormente in altri settori, come quello della tessitura, di cui
sono testimonianza i toponimi di Pranu Linus e Mitza 'e su Linu, e
quello estrattivo, documentato in Monti Sèbera. A questo periodo
risalgono alcune testimonianze archeologiche come le Domus de Janas di
Riu sa Mela, Santu Anni, Is Concas, verosimilmente Funtana Bangiu e la
probabile esistenza di un piccolo villaggio a Is Brabarìscas, dove è
stata rinvenuta una statuetta granitica della Grande Madre
Mediterranea, così come in prossimità di Is Concas affiorano i resti
megalitici di un edificio.
La presenza dell'uomo risulta molto più consistente nel successivo
periodo, quello nuragico (1600-535 a.C.), tanto da far presumere un
fenomeno di esplosione demografica e di conseguente sfruttamento
capillare del territorio. Ben quarantuno sono le località che
conservano documenti riferibili a questa fase: villaggi, nuraghi e
tombe. Basti pensare a Nuraddei, Riu Sippìu (Sa Tèllara), Nuraxi 'e
Pau, Bruncu Mannu de Sébara, Grumus, Pranu Paùdu, Genna 'e Soli, Nuraxi
'e Carrogas, Bruncu s'Impiastra. Costruzioni megalitiche risalenti a
questo periodo demarcano anche i confini con i Comuni limitrofi:
Launessi, Accas, Monti Corona, Barru, Bruncu su Sensu, Sioccu. Al
periodo nuragico risalgono anche il tempio a pozzo di Gùtturu Caddi e
gli edifici sacrali di Cùccuru Figu e Perda de Fogu. Meno numerose sono
le testimonianze del successivo periodo fenicio-punico (dalla metà
dell'VIII secolo al 238 a. C.), limitate a quattro insediamenti:
Funtana 'e Baccus, dove furono rinvenuti alcuni frammenti fittili,
Bruncu is Arenas-Riu sa Mela, dove fu trovata una moneta di conio
punico e una caratteristica necropoli punica, Pardu Estus, testimoniata
da un'altra necropoli, e Sa Tèllara, da cui provengono alcuni frammenti
di vasellame e due monete puniche.
L'età romana (238 a. C.-476 d. C.) è documentata da trenta
siti: piccoli borghi e semplici ville rustiche, talvolta costruiti
sulle rovine di villaggi nuragici; furono allora riutilizzati
anche alcuni nuraghi, come quello di Dei. I borghi più importanti
dovevano essere quelli di Magalli, Nuraghe Dei, Santu Anni, Bàngius e
Funtana Bàngiu. Molti di questi insediamenti sorgevano lungo
le direttrici campestri che costituivano importanti arterie della rete
viaria romana: le odierne Guasila-Serrenti, Guasila-Villamar,
Guasila-Samatzai, Segariu-Serrenti e Segariu-Ortacesus. Delle età
romane repubblicana e imperiale sono stati rinvenuti resti di
vasellame, ceramiche, monete, laterizi embricati, coppi, una lucerna in
ceramica; a Bàngius pezzi di marmo e di intonaci dipinti. Della fase
romanica si documentano anche quattordici necropoli.
Superata la rapida fase barbarica, la successiva dominazione
bizantina (dal sesto secolo al periodo giudicale), più che da
testimonianze archeologiche è caratterizzata
dall'introduzione di culti di santi del menologio greco, di cui restano
i toponimi di Santa Suìa (Santa Sofia) e Santa Nostasìa
(Sant'Anastasia), nonché la tradizione della Madonna
Dormiente, la cui statua viene venerata durante i festeggiamenti di S.
Maria, il quindici agosto.
Col progressivo affievolirsi della presenza bizantina, in Sardegna si
entra, intorno al Mille, in periodo giudicale e successivamente pisano.
Con la rinascita economico-sociale del secolo XI si verificò un
considerevole incremento demografico anche nel nostro territorio, sul
quale sorsero numerosi centri, tra i quali anche uno denominato Goy de
Silla. Alcuni di essi avevano una consistenza urbana di un certo
rilievo, come Sèpare, oggi Sèbera, Bagni Arilis, oggi Bangiu, Santa
Justa de Lanessi, Schocco, oggi Siocco, Dei, Sènnoru, Carrarza; altri
erano dei piccoli nuclei economico-produttivi di poche famiglie legate
all' attività agricola e pastorale.
Il paese di Guasila (bidda, villa) in periodo medioevale appartenne
alla "Curadoria di Trexenta", di cui fu capoluogo dopo Senorbì, nel
Regno giudicale di Càlari. Nel 1218 venne promesso dal sovrano Barisone
-Torchitorio IV de Lacon-Serra al suo erede Guglielmo II-Salusio V de
Lacon-Massa in previsione del matrimonio, mai celebrato, con Adelasia
(di Torres?). Terminato il Regno di Càlari, nel 1258 Guasila passò al
regno di Arborea fino a quando Mariano II, nel 1295, lo cedette a Pisa.
A questo periodo risalgono le chiese di N.S. d'Itria, Santa Lucia e
della Candelora. Nel 1324 Guasila divenne un paese del Regno
catalano-aragonese. Dopo un periodo di scambi tra Pisa e gli Aragonesi,
nel 1365 il paese passò di nuovo al Regno di Arborea fino al 1409. In
seguito a lunghe e accese dispute, nel 1434, Guasila, con tutta la
Trexenta, venne concessa a titolo di donazione a Giacomo de Beson.
Iniziò così la dominazione aragonese e poi spagnola, l'asfissiante
pressione fiscale con pesanti ripercussioni sulla produzione agricola,
sulle condizioni di vita materiale e sull'andamento demografico.
In poco tempo, alla metà del Trecento, scomparvero gli insediamenti di
Siocco, Dei, Sèbera e Bàngiu, mentre poco prima erano già state
cancellate Santa Justa, Lanessi e Carrarza: guerre, epidemie e
pestilenze decimarono soprattutto le popolazioni rurali. Molto
virulenta fu la peste nera del 1348 che decimò oltre il 40% della
popolazione. Altre calamità incisero in seguito sullo spopolamento
della Sardegna: la peste del 1477, quella del 1528/29, la carestia del
1539/40. Gli Aragonesi poi imposero un sistema tributario onerosissimo,
oltre a numerosi servizi, corvées e prestazioni d'opera di carattere
personale, con l'aggiunta di altri diritti di carattere ossequiale per
l'omaggio che ogni vassallo doveva annualmente al feudatario. Per
questi motivi si innescò l'abbandono dei piccoli centri rurali verso
quelli più grandi, determinando un fenomeno di recessione agricola che
interessò i tanti piccoli insediamenti, il crollo della cerealicoltura
e l'abbandono delle terre che si impaludarono o si imboschirono.
Guasila passò nel 1591, con i Feudi di Ippis (Gippi) e Trexenta ai
marchesi di Villasor, gli Alagon, che la stabilirono, assieme a
Senorbì, come capoluogo. Intorno al 1636, sotto Biagio Alagon, si
rafforzò nel feudo un intenso movimento antibaronale, già in atto in
Sardegna dai primi del 1600, che sfociò nel consolidamento delle
autonomie locali attraverso la creazione del Consiglio Comunitativo,
autonoma e libera espressione delle istanze popolari, per cui i
rapporti economico-fiscali furono sottoposti ad un'ampia revisione. Nel
1651 nei villaggi del Marchesato di Villasor la vertenza approdò a uno
sbocco positivo attraverso importanti convenzioni dette "Capitoli di
Grazia": il tributo doveva essere versato per quote individuali e non
più sulla base della rendita dell'intera villa, a"feudo aperto",
secondo la capacità contributiva individuale; furono eliminate le
"bannalità", i diritti baronali sulle macine, sui molini e sui forni.
Gli abitanti di Guasila vennero suddivisi in tre classi: "prima roadìa"
, alla quale appartenevano coloro che coltivavano la terra utilizzando
gioghi di proprietà: pagavano un "deghino" (tributo) di 5,5 starelli di
laor, lori (grano); "seconda roadìa" o "partiargiolas", coloro che
lavoravano la terra a compartecipazione e pagavano 3,5 starelli di
grano; "scavulus", che costituiva la maggior parte della popolazione,
che non seminava e pagava 1,5 starelli di grano; i pastori pagavano il
"deghino" in base al numero dei capi, fino a 80 capi di bestiame: Nello
stesso documento fu sancito il diritto alla piena proprietà della terra
e promossa, per ragioni economiche e politiche, l'immigrazione. Ai
guasilesi fu riconosciuto anche il diritto di fare legna sui monti di
S. Andrea Frius nei salti di Caboniscus e di Coscinus e successivamente
anche in Planu de Pixi e di pascolare nei terreni demaniali del
marchesato, cose che furono causa di aspri e frequenti conflitti
specialmente con gli abitanti di S. Andrea Frius e di Pimentel; i
conflitti esplodevano tra i guasilesi e gli abitanti di S. Andrea
con assalti ai carri che trasportavano la legna, che veniva sottratta
assieme agli attrezzi di lavoro, mentre gli uomini venivano percossi e
talvolta
denudati; dagli abitanti di Pimentel il bestiame al pascolo veniva
"tenturato", multato, e spesso macellato. Di rilievo fu l'istituzione
del Consiglio di Comunità
con reali poteri di controllo politico; esso rappresentava i diversi
ceti sociali ed eleggeva annualmente due sindaci in rappresentanza dei
diversi ceti.
L'istituzione durò fino al 1771.
Nella seconda metà del Seicento la Sardegna, a diverse riprese, fu
nuovamente investita da carestie e pestilenze. Tra queste,
particolarmente funesta a
Guasila fu quella del 1652/56. Dagli atti di morte della
Chiesa di S. Maria si apprende che solo negli ultimi sei mesi vi furono
192 morti su meno di
1200 abitanti.
Nel 1720 la Sardegna passò sotto il dominio sabaudo e Guasila registrò
un incremento della popolazione, già manifestatosi nei decenni
successivi alla peste, giungendo nel 1728 a 1573 abitanti. Ma sempre
nel 1720, anno di passaggio della Sardegna dagli Spagnoli ai
Piemontesi, dopo la brevissima appartenenza all'Impero Asburgico, una
nuova pestilenza e nel 1728/29 una devastante carestia fecero regredire
in breve tempo la popolazione a 1424 abitanti, che riprese ad aumentare
lentamente nei decenni successivi. Negli anni delle carestie 1760/64,
per iniziativa del ceto ecclesiastico, furono riorganizzati i Monti
granatici, sorti già in periodo spagnolo, iniziativa favorita anche dal
ministro piemontese Bogino. A Guasila il montegranatico fu istituito
nel 1760 ad iniziativa del rettore Giuseppe Gavino Masala (1757-1801).
Nello stesso periodo si concluse anche il processo di privatizzazione
delle terre comunali.
Nel 1765 oltre 200 starelli di terra aratoria erano di proprietà
feudale e 140, per diventare 400 a metà Ottocento, appartenevano al
patrimonio ecclesiastico, concessi in affitto quasi del tutto con il
contratto agrario allora più diffuso, quello di "mesu a pari".
L'agricoltura, tuttavia, segnata ancora da gravami feudali e dalla
decima ecclesiastica, risultava una fonte di reddito essenzialmente
sussistenziale, finché nella prima metà dell'Ottocento, dopo alcune
altre carestie e pestilenze, con l'introduzione di nuove tecniche e di
sementi di qualità superiore e con l'abolizione del sistema feudale
(1820 e 1835) si avviò un'economia di più solide basi con ricadute
positive anche nello sviluppo sociale e civile. Ma l'Editto delle
Chiudende del 1820 fu ancora scarsamente applicato, mentre ancora
gravavano, fino al 1839, tributi, decime e servitù personali di origine
feudale. Il "Pardu Siddu", territorio comunale, continuò ad essere
destinato agli usi civici; il Consiglio Comunicativo arrivò a
respingere nel 1842 gli inviti dell'Intendente Provinciale per la
suddivisione delle terre. Con l'elezione annuale dei maggiori delle
vigne, dei "vidazzonargi", di numerosi ministri saltuari con compiti di
vigilanza e di protezione delle risorse naturali e delle attività
produttive la comunità guasilese esercitava un assiduo controllo. Per
l'accertamento e la stima dei danni causati da persone o dal bestiame
venivano eletti annualmente due Maggiori di Prato, persone qualificate
nella professione agricola, che giuravano davanti al giudice
mandamentale. Esisteva anche a Guasila una figura rara, il Maggiore
delle Acque, in numero di due scelti tra i pastori, per la vigilanza
sugli abbeveratoi pubblici, sulle sorgenti e sulle fontane, con
controllo sull'efficienza delle gore di deflusso e dei canali. Tutte
queste cariche furono progressivamente sostituite nella prima metà
dell'Ottocento dalla Compagnia Barracellare, sorta già in periodo
spagnolo con compiti di polizia rurale e dal 1827 anche di polizia
urbana; essa era composta da un capitano, da un tenente e da nove
barracelli tutti nominati annualmente dal Consiglio Comunitativo; dal
1847 furono attribuiti alla Compagnia anche funzioni di pubblica
sicurezza.
Altri anni di carestie, in particolare nel 1842/43 e 1846/47, indussero
gli amministratori di Guasila, centro notoriamente esportatore di
cereali, a chiedere soccorso all'autorità viceregia per soddisfare
almeno il fabbisogno per la panificazione.
Il secolo XIX è stato caratterizzato a Guasila da una intensa attività
di edilizia pubblica che ne caratterizza il centro storico: dal palazzo
rettorale, all'edificio delle scuole elementari (oggi sede comunale),
al montegranatico, alla chiesa dell'architetto Gaetano Cima, oggi
parrocchia e santuario della B.V. Assunta.
Dopo l'unità d'Italia Guasila registrò un incremento economico e
demografico. Nel 1870 il paese contava 2010 abitanti. La distribuzione
delle terre ex feudali ai capofamiglia era già pienamente compiuto e
nel 1868, dopo alcuni anni di sistematiche rilevazioni catastali, fu
messo a ruolo il "Libro Censuario". Nel 1878 fu introdotta la
trebbiatrice a vapore, che pose il paese tra i primi centri sardi nella
sperimentazione del nuovo sistema di pratica agricola.
Sull'agricoltura, dunque, questo centro della Trexenta ha da sempre
basato il proprio sistema economico, traendone nel passato le ragioni
dello sviluppo e delle varie crisi e oggi, se non interverranno novità
sostanziali, quelle del progressivo declino.