urcei è un Comune della provincia di Cagliari. Situato a 648 metri sul
livello del mare, si estende sul pendio di una collina sul versante est
del Monte Serpeddì. Conta 2959 abitanti. Fa parte della XXIV Comunità
Montana “Serpeddì". Dista 36 km da Cagliari. È il paese della provincia
che ha maggiori caratteristiche di centro montano. Pare che l´origine
di Burcei sia legata alla presenza di un gruppo di pastori barbaricini,
possessori di un vicino salto. Il nome stesso di Burcei sarebbe legato
alla parola Burrei che significa "branco di buoi"
Il territorio
di Burcei
Altitudine: 51/906 m
Superficie: 94,97 Kmq
Popolazione: 2978
Maschi: 1518 - Femmine: 1460
Numero di famiglie: 1011
Densità di abitanti: 31,36 per Kmq
Storia
BURCÈI o BURCÈRI, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari,
distretto di Sinnai, tappa (officio d’insinuazione) di Cagliari. Si
annumerava tra i paesi che componevano l’antico dipartimento del
Campidano (di Cagliari) del giudicato Caralese. Di questo paese nulla
menzione fu fatta dal primo corografo sardo (il Fara), nè tra gli in
suo tempo esistenti, nè tra li deserti; onde deve tenersi per
recentemente fondato: e se sia vero lo che riferisce la tradizione
avrebbero dato al medesimo la prima origine alcuni pastori della
Barbagia, che locatari essendo d’un salto vicino, quivi nell’inverno se
ne stavano, stabilita la mandra presso alla sorgente (Sa mizza dessu
saliji) da cui ora beve il popolo. Allettati
dalla copia del pascolo, dall’abbondanza dell’acque, dalla salubrità
dell’aria, dalla dolcezza del clima vi condussero le loro famiglie.
Sono ancora vivi
i pioppi che proteggevano dal sole estivo le prime capanne. È in una
situazione elevata, ed in esposizione a tutti i venti, sebbene rotta
sia la furia dei siroccali dalla crescente altezza dei monti della
catena centrale nella cui pendice orientale esso è fondato. Le case
sono 165, le strade poco regolari. Vi abitano
famiglie (anno 1833) 155, che danno anime 735. Si celebrano annualmente
10 o 12 matrimoni, nascono 25, muojono 10. Alcuni prolungano la vita ai
90, e 100, molti ai 70. Le ordinarie malattie mortali sono le
pleurisie. Avvegnachè spesso nell’inverno la temperatura sia più bassa
che nella gran valle
(il Campidano), tuttavia non può tenersi per una regione fredda, nè
pure in tal stagione. Quando dominano i levanti cadono copiose pioggie,
in notti serene
resta umettata la terra da molta rugiada, e se sia d’inverno formasi il
ghiaccio. Le nevi sono allora frequenti, e d’ogni tempo le nebbie, ma
senza alcun nocumento. La grandine ed i fulmini sono flagelli assai
temuti, per cui spesso si piange. Mancano affatto le arti, e l’unica
manifattura è quella dei panni ruvidi
di lana, di cui si fa qualche smercio tra i Campidanesi.
Comprendesi questo popolo dentro la giurisdizione dell’arcivescovo di
Cagliari. La parrocchiale è intitolata dalla N. Donna del Monserrato.
Il parroco è qualificato rettore, e tiene un solo coadjutore nella cura
delle anime. Si festeggia due volte per la
titolare con spettacolo di fuochi d’artifizio, e freguenza
dei vicini paesi. I cadaveri seguono ad infettar l’aria della chiesa.
Il cemiterio attiguo è per pochissimi, ai quali prima di morire
presentasi come ultima sventura non poter disfarsi sotto il tetto della
medesima. È tra questi popolani e quei di Sìnnai la promiscua delle
terre. Quelle però ch’ei tengono come dotazione propria possono esser
credute un’area di circa 30 miglia quadrate. La popolazione è ben
situata perché quasi in centro. Essendo i terreni in massima parte
sabbiosi convengono più all’orzo che al grano, e quello infatti è
solito rendere il 12, questo il 6. Era stabilita l’azienda agraria di
questo comune a starelli di grano 500, ed a lire 586. 8. 0. Nello stato
del 1833, il fondo granatico era nello stesso numero, il nummario si
vedeva ridotto
a lire 57. 17. 0. Raggua-glia lo starello a litri 49,20, la
lira a lire nuove 1. 92. Il totale della seminagione può ascendere a
starelli 900. È poco curata la cultura del granone, legumi, e
lino. Le viti vi prosperano, se non che sopraggiungendo la stagione
fredda prima della maturità perfetta delle uve, il vino riesce leggiero
e facilmente inacidisce. Consumasi tutto nel paese. Gli
alberi fruttiferi sommeranno a 3000 individui. Le specie sono peri,
fichi, pomi, ciriegi di alcune varietà. I castagni ed i noci
vi allignano mirabilmente, e ciò non persuade ad accrescerne la
piantagione. Sonosi formate alcune chiudende per seminarvi, ed in anni
di riposo a tenervi il bestiame a pastura. Alcune piccole
selve ghiandifere sono in varie regioni, le quali riunite non
coprirebbero un miglio quadrato. Le principali eminenze del
Burcerese sono Puntas de forra, Sa Serra, Sa Paràda, su Bruncu dessa
Tùrvura, sotto le quali stendesi tutto il Campidano, vedesi la
capitale, terminandosi l’orizzonte dai monti di Villacidro e
dalla catena Norese. Su tutti sorge Monte Forru che a tramontana scopre
di più il dipartimento del Giarrèi e la Barbagia
australe o inferiore, a levante il golfo del Sàrrabus e la valle di s.
Priamo. Tra le altre piante selvaggie trovasi pure dei tassi.
<!--pagebreak--> Grandissima è l’abbondanza
delle acque, e molto lodata la loro finezza. La già menzionata fonte
che tienesi in mezzo l’abitato potrebbe servire ad una
popolazione dieci volte più numerosa. Nelle estreme case del
rione detto Sa-rocca sorgene altra in minor copia sì, ma più leggiera
(Sa mizza dessa rocca). La prima è difesa da un fabbricato
con vasche e lavatoi; questa scoperta. In Sergasèi, sito distante dal
paese mezzo miglio, è un’acqua assai celebrata per la sua freddezza,
che spesso però estinguendo la sete, accende febbri fatali. Scorrono
nel territorio tre ruscelli, uno nella regione Assìdi, l’altro in
Piras-arbas, il terzo in Barbaìsu. Vi si prendono anguille e trote, e
vendonsi le prime a 0,25 la libbra, le altre a 0,80. Ragguaglia la
libbra a chil. 0,406. Il bestiame che allevasi è nelle rispettive
specie dei numeri seguenti (an. 1833). Buoi per l’agricoltura 170,
vacche manse 12, cavalli 30, giumenti 45, capre 2000, pecore 1000,
porci 200. I formaggi vendonsi nella capitale con molta riputazione. La
montagna è popolata di mufloni, cervi, e cinghiali, oltre le comuni
specie delle volpi e lepri. I pastori cussorgiali (che restano in una
determinata regione) soli fanno la caccia. Potrebbesi insidiare con
gran fortuna ai merli, tordi, e colombi selvatici, dei quali sono
stormi immensi. Non trovansi in questo territorio che due soli norachi,
e in gran parte distrutti, uno nel sito Nannicocco, l’altro nella
Serra-de-Antoni-Sì. Delle strade che partono da Burcèi, una conduce al
Partito del Sarrabus lunga ore 6, e vi si può andare a mala pena sul
cavallo; l’altra indirizzante al Campidano è carreggiabile; e per essa
si va alla capitale in ore 5, per ciò che per quasi tre ore serpeggia
tortuosamente per le montagne di s. Basilio; una terza porta a Mara ed
a Sìnnai, e non vi si carreggia. Questo comune è baronale ed è di
pertinenza del marchese di Chirra. La curia è stabilita in Sìnnai
capoluogo del mandamento.