siliqua
Siliqua
S iliqua (in sardo Silìcua) è un comune di circa 4.000 abitanti della
provincia di Cagliari, compreso tra le regioni del Sulcis-Iglesiente e
del Campidano di Cagliari.
Il suo nome proviene dal latino siliqua ("baccello").
Monumenti e
luoghi di interesse
A
Siliqua sono presenti numerosi luoghi di interesse tra cui alcune Domus
de janas ed il Castello d'Acquafredda, monumento principale del paese.
Sono presenti inoltre numerose chiese di epoca aragonese distribuite in
tutto il territorio e alcune zone di campagna ricche di fauna e flora,
tra cui Campanasissa e il Monte Arcosu (che da il nome alla riserva).
Castello d'Acquafredda
Il Castello d'Acquafredda (Castrum Acquae Frigidae) è un castello
risalente al XIII secolo che domina la valle del Cixerri. Collegato a
vista ai manieri di Gioiosaguardia (Villamassargia), di Baratuli
(Monastir) e di San Michele (Cagliari), deve il suo nome alla sorgente
d'acqua che sgorga sulla collina. Costruito per volere del Conte
Ugolino della Gherardesca, passò poi agli Aragonesi e ad altri
feudatari sardi. Nel 1758, venne riscattato da Vittorio Amedeo III di
Savoia (successivamente Re di Sardegna).
La guerra rese ancora più grave la situazione di miseria delle
popolazioni sarde, anche se gli aiuti provenienti dagli Stati Uniti
d'America contribuirono a mitigare gli effetti della depressione
economica e della disoccupazione.
Di particolare importanza fu il piano di eradicazione della malaria,
finanziato dalla Fondazione Rockfeller, dall'UNRRA e dall'ECA e attuato
dall'Ente regionale lotta anti anofelica (Erlaas).
La malaria era una delle principali cause della povertà e del
sottosviluppo della Sardegna. Con questo piano si prevedeva la
suddivisione del territorio regionale in zone e l'irrorazione di quelle
a rischio con il DDT per eliminare gli insetti responsabili della
trasmissione della malattia. La campagna anti anofelica durò dal 1946
al 1950. Nella sola Siliqua furono impiegati un centinaio di operatori
che combatterono con impegno una battaglia ricordata ancora oggi con
orgoglio da chi vi partecipò.
La struttura economica del paese sino agli anni cinquanta era rimasta
pressoché la stessa descritta dall'Angius nella prima metà del XIX
secolo: un gran numero di salariati e lavoratori a giornata soggetti in
tutto e per tutto al potere di pochi proprietari che, disponendo di
manodopera a basso costo, sfruttavano la rendita senza investire né
migliorare le aziende.
Unica novità rispetto al secolo precedente fu l'affrancamento dalla
terra di numerosi lavoratori impiegati nelle ferrovie e nella
polveriera militare di Tuvoi.
I pastori sopravvivevano pagando affitti esosi, il che, nelle brutte
annate, significava spesso dover vendere il gregge per pagare i debiti.
La situazione economica ebbe una svolta a partire dai primi
anni cinquanta con l'avvio del piano di rinascita. La creazione del
polo industriale di Macchiareddu e l'ondata migratoria verso
il nord Italia portò i giovani siliquesi, compresi i figli dei
proprietari, ad abbandonare in massa la campagna per trovare lavoro
nelle fabbriche.
Le leggi di riforma agraria fecero calare notevolmente il
prezzo dei fitti dei terreni che, pian piano, passarono in mano ai
pastori barbaricini, soprattutto desulesi, disponibili a quel
lavoro duro e allora poco remunerativo che tanti avevano abbandonato.
In pochi anni, con l'abbandono della pratica della transumanza,
furono create numerose aziende stanziali moderne. Oggi l'asse
portante dell'economia siliquese è costituito da una florida attività
di allevamento, con un patrimonio di oltre quarantamila capi
ovini, di gran lunga il più grande della provincia. Sul fronte
economico, oltre alle attività commerciali ed artigianali già
consolidate, muove i primi passi il settore turistico, che
basa le sue prospettive di sviluppo su un territorio ricco di beni
culturali e ambientali, di cui il castello di Acquafredda è
solo il più conosciuto.
Gli abitanti di Siliqua, come quelli degli altri paesi, lavoravano per
tutto l'anno. I momenti di riposo e di svago erano legati alle feste
che scandivano il trascorrere del tempo e le fasi del lavoro agricolo e
pastorale tant'è che ogni mese aveva il suo Santo da celebrare. Molte
hanno radici in culti pagani legati alla fertilità della terra che,
successivamente, la Chiesa ha rivestito di significato religioso.
Oggi non solo si è perso il significato originario delle feste ed il
loro legame con le fasi del lavoro, ma molte di esse non si celebrano
più come, ad esempio, San Giovanni, Sant'Isidoro e San Marco.
Attongiu
L'anno iniziava a cabudanni , settembre, in corrispondenza con la prima
fase del lavoro agricolo. In questo mese si celebravano e si celebrano
tuttora la festa di Santa Margherita, la terza o la quarta domenica di
settembre, e la seconda festa di San Sebastiano.
La festa in onore di Santa Margherita è stata ripristinata dopo la
seconda guerra mondiale, nel 1947, quando i ferrovieri delle Ferrovie
meridionali ristrutturarono la chiesetta campestre a lei dedicata. Non
è dato sapere quando e per quale motivo fosse stata soppressa.
È sicuramente la festa più sentita del paese; i festeggiamenti, ancora
oggi, durano quattro giorni e, negli ultimi anni, ha assunto una certa
importanza anche nel circondario. Questo è dovuto, soprattutto,
all'attività de su comitau , il comitato, che si occupa
dell'organizzazione dei festeggiamenti. Esso si rinnova di anno in anno
e ha il compito de fai sa circa , ossia di raccogliere le offerte di
casa in casa per finanziare la festa, cui ultimamente, contribuisce
anche il Comune.
Le tappe della festa religiosa sono la messa in parrocchia la sera del
sabato, dove la statua della santa è conservata tutto l'anno, cui segue
la processione per le vie del paese. Per l'occasione, le strade sono
cuncordarasa con le bandierine e con petali sparsi per terra, i
davanzali delle finestre con vasi di fiori; sui balconi fanno bella
mostra tappeti, arazzi e lenzuola ricamate. Il passaggio della Santa
era accompagnato dal lancio di petali, coriandoli e bigliettini con
scritte varie a lei inneggianti.
Anticamente la statua era trasportata in sa tracca , il carro trainato
dai buoi riccamente addobbato cun is peribangus e i froris .
Durante la processione i brani suonati dalla banda musicale si
alternano alla recita del rosario in sardo. Divisi in due cori, uomini
e donne, all'invocazione del sacerdote “ Allabau sempri siada, su
nomini de Gesus e de Maria, su nomini de Gesus e de Maria” (Lodato
sempre sia il nome di Gesù e di Maria), rispondono “ Allabeus a prus a
prus, su nomini de Maria e de Gesus” (Lodiamo sempre più il nome di
Maria e di Gesù).
Prendono parte al corteo il gruppo folcloristico del paese che porta il
nome della Santa e i suonatori di launeddas .
La processione in paese termina nella piazza della Madonnina; poi la
Santa viene accompagnata da una parte dei fedeli nella chiesetta in
campagna dove, la domenica e il lunedì mattina, è celebrata la messa.
Un tempo, i fedeli vi si recavano a piedi, in bicicletta o sul carro,
tradizione che, in parte, si è mantenuta fino ad oggi.
Dopo
la messa domenicale, di solito, si trascorre in campagna tutta la
giornata. Fino ad alcuni anni fa, su comitau , per l'occasione, offriva
a tutti la pecora bollita e organizzava, per la gioia e lo svago dei
partecipanti, sa cursa de is saccusu, le corse con i sacchi, le corse a
cavallo ad ostacoli e l'albero della cuccagna. Oggi questi
intrattenimenti sono stati sostituiti da una grande lotteria in cui
sono messi in palio premi offerti dai negozianti di Siliqua.
Il lunedì sera la Santa tòrrada a bidda , rientra in paese, sempre
accompagnata dai fedeli, e all'altezza della piazza della Madonnina
riprende la processione,
che ripercorre, al contrario, il tragitto del sabato sera, fermandosi
varie volte. Le tappe sono contrassegnate da una pioggia di fuochi
artificiali: presso la Madonnina, all'incrocio tra via Roma e corso
Repubblica, all'incrocio tra questo e via Flavio Gioia, in via
Garibaldi, a Sant'Anna e poi in parrocchia.
I festeggiamenti civili iniziano ancor oggi il sabato sera e proseguono
fino al martedì. Un tempo si svolgevano nel piazzale della parrocchia,
dove erano sistemate is paradasa , le bancarelle, e nel cortile delle
scuole elementari di via Mannu; si ballava il liscio sulle note della
fisarmonica e, ad intervalli regolari, il ballo sardo cui partecipavano
soprattutto gli anziani. Spettacolo atteso erano i muttettus de is
cantadorisi, gli stornelli campidanesi. I fuochi d'artificio, martedì
sera, concludevano i festeggiamenti ne is arxobasa , nelle aie.
In tempi successivi, balli e canti si svolgevano nel piazzale della
chiesetta campestre; oggi all'anfiteatro del campo sportivo.
Il martedì, inoltre, si festeggia anche San Sebastiano estivo, già
celebrato il 20 di gennaio, nel suo giorno. Un tempo, oltre alla messa,
si organizzavano is cantarasa e i balli. Non si conosce il motivo di
questa duplice celebrazione, di cui si ha notizia addirittura
nell'inventario delle chiese del 1761. Secondo alcuni degli
intervistati ciò era dovuto al fatto che, essendo gennaio un mese molto
freddo, non era possibile festeggiare San Sebastiano in modo
appropriato.
Su mes'e ladami , ottobre, così chiamato perché era il periodo in cui
si concimava il terreno prima di ararlo, è tradizionalmente il mese del
rosario.
Dall'inventario del 1761 risulta che, a Siliqua, esisteva la
confraternita del S.S. Rosario che si occupava di tutti i preparativi
per la festa. Il documento ne descrive la struttura organizzativa e
riporta i nomi de is cunfrarasa in quell'anno: priore era Francesco
Sessini, procuratore Battista Bachis, guardiani Sisinnio Uccheddu e
Giuseppe Egizioso Bachis, obrieri Nicola Murru e Francesco Pilloni, i
cursori Giovanni Caria Manis e Priamo Baquis, collettori Giovanni
Antonio Cabras e Giuseppe Arba, prioressa Maddalena Baquis.
Gli obrieri avevano il compito di fare la questua nel paese, ogni
settimana, e in Chiesa, i giorni di festa, a beneficio della
Confraternita.
I cursori avevano l'incarico di avvisare i confratelli per le riunioni
e per le funzioni e di provvedere agli accompagnamenti dei defunti
della confraternita.
Il compito dei collettori era esigere tre soldi da ciascun confratello
e consorella a beneficio della confraternita.
La prioressa aveva il compito di vestire e adornare la Vergine per le
sue festività, lavarne la biancheria e fare una raccolta generale otto
giorni prima della festa di ottobre.
Tutti gli incarichi erano affidati attraverso un voto pubblico della
confraternita; il governo era affidato al Venerabile Rettore che, in
genere, era uno dei curati. Per quanto riguarda i beni e i redditi ne
aveva mansione il priore, il quale presentava tutti gli anni i conti al
procuratore, che aveva il compito di controllare tutte le entrate della
confraternita. A questo scopo era predisposto un apposito registro
conservato in una cassaforte insieme al denaro. Essa aveva tre chiavi,
una in mano al rettore, una al priore e una al procuratore.
Oggi si è persa ogni traccia della confraternita; rimane solo la figura
della prioressa che ha il compito di adornare la Madonna e le Sante per
le loro feste.
Donniasantu , novembre, è così chiamato per la ricorrenza religiosa con
cui si apre. Il primo del mese, infatti, si celebra la festività di
Tutti i Santi . Per l'occasione si preparano su pani ‘e saba e is
pabassinas , dolcetti a base di farina, saba, pabassa, noci mandorle e
limoni.
Più caratteristica è la celebrazione del due novembre in memoria dei
defunti, oggetto di particolare venerazione in Sardegna, retaggio di un
più lontano culto degli antenati.
In vista della messa che si officia in cimitero, le tombe vengono
pulite e adornate con fiori e lantiasa , lumicini. Fino alla seconda
guerra mondiale, ci si riuniva in parrocchia dove era esposto un
catafalco tutto nero con i teschi disegnati e le campane addoppianta ,
suonavano a morto, per tutto il giorno.
La notte tra il primo e il due di novembre, prima di andare a dormire,
si usava apparecchiare il tavolo con la tovaglia, un bicchiere, u
civraxiu e su binu , perché si credeva che le anime dei defunti della
famiglia in quella notte avrebbero visitato la casa. Rito antichissimo
affonda le radici nell'usanza di stendere sulle tombe una tovaglia su
cui venivano posti pane, vino e due candele di cera accese.
Il quattro di novembre si commemorano nella chiesa di San Sebastiano i
caduti in guerra. Questo evento, di significato strettamente civile
nonostante venga celebrata una messa in suffragio, è organizzato
dall'associazione ex combattenti e dal Comune.
Ai piedi del Monumento ai Caduti viene deposta una corona di alloro e,
mentre la tromba della banda musicale “Giuseppe Verdi” intona il
Silenzio , si fa l'appello di tutti i caduti in guerra. La celebrazione
si conclude con le note dell' Inno nazionale , della Leggenda del Piave
e di altre musiche patriottiche.
Ierru
Mes'e idas , dicembre, deriva il suo nome dal latino idus che
nel calendario romano corrispondeva al giorno che divideva il mese in
due. È chiamato anche mes'e iras che in sardo significa
temporale, burrasca.
Questo era, per eccellenza, il mese delle feste tant'è che un
proverbio recita: tra festasa e dì nodiasa nci passada mes'e idas (tra
feste e giorni solenni, trascorre il mese di dicembre).
La festività più importante è Paschixedda , Natale. Il Natale
era vissuto e sentito come una festa della famiglia. Sia la vigilia sia
il venticinque venivano trascorsi insieme ai parenti ed ai
vicini, con i quali i rapporti erano decisamente più stretti di quanto
non lo siano ai giorni nostri.
Fino a tempi recenti era usanza digiunare la vigilia.
Infatti, sa nott'e cena , il 24, si consumava una cena frugale la cui
pietanza principale era sa trattabia , la coratella. La carne era
conservata per il pranzo del giorno successivo.
Dopocena si aspettava, con trepidazione, il momento di andare a sa
missa ‘e puddu, alla messa di mezzanotte, così detta per l'ora tarda in
cui veniva officiata, prossima quasi al canto del gallo.
Si condivideva l'attesa cun is bixinusu giocando a carte, a bicus , a
badarincu , a pitzu cù e costedda , mangiando mandorle e castagne e
bevendo vino.
Restare alzati fino a tarda ora era un'occasione speciale soprattutto
per i più piccini. Per intrattenerli gli adulti raccontavano loro delle
storie. Una delle signore intervistate ricorda con piacere e nostalgia
un anziano vicino di casa, che soleva narrare a lei e agli altri
bambini le favole di Le Mille e una notte .
Giunta l'ora, ci si recava in chiesa per ascoltare la messa. Mentre
nelle case non si aveva l'abitudine di preparare il presepio, in
chiesa, sull'altare maggiore, venivano sistemate le statue della
Madonna, di san Giuseppe e del bambin Gesù. Questo restava coperto con
un lenzuolino bianco fino allo scoccare della mezzanotte, quando le
campane suonavano il Gloria.
Uno spettacolo, soprattutto per i bambini, era il dipinto realizzato da
una suora, in cui era riprodotto lo scenario di Nazareth, con le palme,
il cielo stellato, le casette, posto sopra l'altare, dietro le statue.
Il momento più atteso della messa era quando il sacerdote percorreva
tutto l'altare per consentire ai fedeli, inginocchiati sugli scalini,
de basai su Bambineddu , di baciare il Bambinello. Era obbligatorio per
le giovani donne in attesa partecipare a questa messa, perché si
credeva che in tal modo su pipiu no si ndi sciuscessiri , per
scongiurare l'eventualità di un aborto.
Molto atteso era il pranzo del giorno successivo; anche le famiglie più
povere, a costo di notevoli sacrifici economici, non rinunciavano al
tradizionale banchetto natalizio. Il menù consisteva in un primo a base
de pillusu , malloreddusu e cruxonisi (tagliatelle, gnocchetti e
ravioli); due secondi piatti generalmente a base di carne, agnello o
maialetto. Concludevano il pranzo la frutta di stagione e secca e su
pani ‘e saba come dessert.
A Natale non ci si scambiava i regali, ma si aspettava la Befana, in
linea con la tradizione religiosa dell'arrivo dei Re Magi. Considerando
che le possibilità economiche erano piuttosto scarse, i regali, quando
c'erano, erano cose utili: calze, scarpe, mutande, berretti, quasi mai
giocattoli. Nella calza appesa al caminetto si potevano trovare
caramelle, dolcetti, mandarini, mandorle, qualche monetina e il carbone.
A gennaxiu , gennaio, si festeggiava, oltre che l'Epifania,
Sant'Antonio Abate, detto anche Sant'Antoni ‘e su fogu , e San
Sebastiano invernale.
Il primo era celebrato il 17 cun su fogaroni , un grande falò che
veniva acceso, in origine, nel piazzale della chiesa a lui dedicata e,
in seguito, nelle aie. Alcuni giorni prima della festa, i giovani
avevano il compito di raccogliere la legna necessaria e accatastarla
per formare una pira. La sera, dopo la messa, si accendeva il falò,
intorno al quale la popolazione ballava e cantava fino a notte
inoltrata.
Questa tradizione affonda le radici nella leggenda secondo cui fu
Sant'Antonio ad insegnare ai sardi come accendere il fuoco, rubandolo
addirittura dall'inferno. Dio, infatti, quando creò la Sardegna, se
n'era completamente dimenticato.
Il 20 gennaio si celebra la festa invernale di San Sebastiano che,
secondo la tradizione, era pecoraio come Sant'Antonio. Anche per questa
festività si accendeva su fogaroni , nella piazza della chiesa eretta
in suo onore, quando ancora tutta l'area circostante si trovava in
aperta campagna. Oggi, l'usanza di accendere il falò in onore dei santi
è andata perduta.
Friaxiu , febbraio, è il mese de sa Candebera e de su Carnevali .
Il 2 di febbraio, quaranta giorni dopo Natale, ricorre la purificazione
della Madonna e la presentazione di Gesù al tempio. Preparare la festa,
adornare la statua della Madonna con Gesù Bambino e abbellire la chiesa
è compito della prioressa. Sceglie anche due bambine, che nell'anno
precedente abbiano fatto la prima comunione, il cui compito è
presentare simbolicamente le offerte della Madonna al tempio, in genere
una torta e una coppia di colombe.
Durante la messa e la processione che si svolge attorno al piazzale di
chiesa, tutti i fedeli reggono in mano una candela accesa. La
tradizione vuole che la torta sia consumata dalle bambine, dal
sacerdote e dai chierichetti, e che le colombe siano liberate.
Su Carnevali
Lo
spirito del Carnevale, anticamente, si iniziava a sentire già subito
dopo l'epifania e durava per tutto il mese di febbraio. Infatti, già da
allora le donne cummentzanta a fri , letteralmente incominciavano a
friggere, ossia a preparare i dolci tipici di questa festa, isa
zippuasa , le zippole.
La ricetta è rimasta invariata: si impasta la farina con il lievito
sciolto nel latte, lo zafferano, il succo d'arancia e l'acqua vite. Si
lavorano a lungo, prima sul
tavolo e poi in sa scifedda . Si fanno lievitare per un paio d'ore e
poi si friggono in abbondante olio caldo.
Non tutti usavano s'olliarmau , olio di oliva, ma s'ollestincu , fatto
con le bacche di lentisco, mischiato con s'oll'e procu , lo strutto. Le
zippole, una volta fritte,
si mangiano cosparse di zucchero.
Altri dolci tipici del Carnevale sono is cruxionis frittusu e i
maravigliasa o cruxionisi ‘ e bentu (i ravioli fritti e le chiacchiere).
I giorni effettivi dedicati al Carnevale sono su giobia perdaiò , su
mattisi de cò e su domigu de cò o su domigu de segai is pingiadasa (il
giovedì grasso,
il martedì grasso e il giorno della pentolaccia).
In questi giorni, raccontano le persone intervistate, si soleva
mascherarsi a mustaioni, cioè gli uomini da donna e le donne da uomo,
con il volto coperto in modo da essere irriconoscibili. Così vestiti
andavano insieme in giro per il paese a fare scherzi, a rubare le
zippole, a bussare alle porte chiedendo: si ndi donada zipueddasa ? (ce
ne date zippole?). La sera, di solito, ci si riuniva al Monte Granatico
o in casa di amici e parenti per ballare.
La pentolaccia, con cui si conclude il Carnevale, si festeggia la
domenica dopo il Mercoledì delle Ceneri, giorno in cui inizia la
quaresima. Era consuetudine appendere, in Pratz'e ballusu, is
pingiadasa , pentole di terracotta, piene di dolci ma anche di gatti,
topi, terra, sassi, carta. Alcuni uomini a cavallo, vestiti in costume,
bendati e armati di lunghi bastoni, dovevano rompere le pentole il cui
contenuto ricadeva su di loro e sulla gente che assisteva allo
spettacolo. Vi era chi predisponeva l'occorrente per la pentolaccia
anche in casa propria.
Dal dopoguerra in poi e soprattutto negli ultimi anni, il giorno della
pentolaccia si organizza la sfilata dei carri e delle maschere.
I canti e le musiche moderne hanno preso il posto dei tradizionali
goccius de Carnevali . In origine canti esclusivamente religiosi, col
tempo furono usati anche in occasioni profane per satireggiare usi e
personaggi che erano per qualche motivo diventati ridicoli.
Per Carnevale i goccius erano trascritti in fogli che poi venivano
distribuiti ai partecipanti alla sfilata e cantati durante il tragitto.
I goccius più famosi di Carnevale, cantati ancora nel 1990 a Siliqua,
furono composti intorno al 1930:
Al termine della sfilata il fantoccio che simboleggia il Carnevale
viene bruciato sul rogo. Fino a non molto tempo fa, la sua morte era
preceduta da un processo vero e proprio. Il testo seguiva un canovaccio
che, di anno in anno, era arricchito sulla base degli avvenimenti della
vita politica e sociale locale.
Il Carnevale presenta forti analogie con i Saturnali dell'antica Roma,
la festa di Saturno, dio del grano, anch'esso messo a morte alla fine
dei festeggiamenti in suo onore. Carnevale e Saturnali hanno entrambi
il connotato di festa campestre e, poiché si svolgono alla fine
dell'inverno, preannunciano la primavera e la rinascita della natura.
Questa ipotesi trova ulteriore conferma nell'altro nome con cui è
conosciuto il Carnevale nella Sardegna meridionale, Cancioffali . Il
termine che ricorda il nome sardo dei carciofi, cancioffa , evidenzia,
ancora una volta, il carattere agreste della festa.
Benau
Tra mrazu e abribi , marzo e aprile, si svolgono tutt'oggi le
celebrazioni de sa Pasca manna , di Pasqua. Come già detto, sa caresima
, la quaresima, ha inizio su Mercuisi de cinixiu , il Mercoledì delle
ceneri, cosiddetto perché durante la messa il prete utilizza le ceneri
de su passiu , la palma del sacerdote benedetta l'anno precedente, per
fare il segno della croce sulla fronte dei fedeli che partecipano al
rito. Questo gesto, ma soprattutto la formula antica che lo
accompagnava, Ricordati, uomo, che sei polvere e polvere ritornerai ,
aveva lo scopo di ricordare il fatto che ogni uomo è mortale. In questo
giorno i credenti praticano il digiuno e l'astinenza dalla carne.
Un tempo, in attesa de sa Cida Santa , la settimana santa, nelle
famiglie si preparava su nenniri , il grano lasciato germogliare, sotto
il letto, al buio, dentro dei vasetti con acqua e cotone, in modo tale
che assumesse un colore giallo. Secondo alcuni studiosi
rappresenterebbe i primi cristiani che si riunivano nelle catacombe, al
buio, a pregare.
Sa Giobia santa , il Giovedì santo, su nenniri , abbellito cun is
fiobasa , le violacciocche, adornava la cappella che fungeva da
sepolcro di Gesù.
A Siliqua per tradizione, il venerdì precedente la settimana santa, la
v ia crucis si svolge per le strade del paese. Le stazioni, preparate i
lati delle porte, sempre nelle stesse case, sono contrassegnate da una
croce sotto cui le famiglie del vicinato allestiscono un altare con
fiori e un cuscino o un tappeto a mo' di inginocchiatoio.
A metà della quaresima, si svolgono is corantorasa , le quarantore: per
tre giorni il sacerdote e altri prelati giunti dai paesi circostanti
sono a disposizione della comunità per le confessioni e per incontri di
preghiera e adorazione.
In tempi più antichi, si facevano i quaresimali, prediche su
un argomento specifico svolte da sacerdoti, frati o missionari, in casa
di un fedele una volta alla settimana. L'affluenza a questi
incontri, specialmente dei giovani, dipendeva dal carisma del
predicatore. A Siliqua se ne ricorda uno in particolare, dott. Floris.
In vista de su Domigu ‘e prama , la Domenica delle palme, si
preparano le palme. Innanzitutto occorre avvolgere le foglie giovani in
quelle vecchie in modo tale che, crescendo al buio, assumano
un colore giallo. Dopodiché vengono tagliate e intrecciate.
Una cura particolare è riservata a su passiu , la palma del
sacerdote, la cui preparazione è affidata alla persona considerata la
più abile che la decora con le fresie, le violacciocche, la
carta colorata e i rametti d'ulivo. Sa prama ‘e populu , quella che
viene distribuita ai fedeli, è intrecciata in maniera più semplice e
veloce.
Su Domigu ‘e prama , le palme e i rami d'ulivo vengono
benedetti nella chiesa di Sant'Anna, poi i fedeli si recano in
processione in parrocchia per prender parte alla messa. Le
palme vengono appese nelle case; un tempo si mettevano nella testa del
letto, nelle culle, attaccate al giogo dei buoi e nei luoghi di lavoro.
I riti della Settimana Santa iniziano il giovedì, con la
preparazione del sepolcro allestito, per tradizione, nella cappella
dell'Immacolata. Qui durante la funzione serale si trasporta l'ostia
consacrata e si fa l'adorazione. L'altare maggiore viene spogliato di
qualunque ornamento, comprese le candele e le tovaglie, e il
tabernacolo, ormai vuoto, è lasciato aperto.
A partire da questo giorno, le campane cessano di suonare, in segno di
lutto. Anticamente, per annunciare le funzioni al loro posto, i
chierichetti giravano per le strade cun su scrocciarrà, un antico
strumento musicale sardo il cui suono ricorda il gracidare delle grane,
e i matraccasa, delle tavolette di legno con maniglie di ferro che
quando vengono scosse producono un suono particolare.
Sa Cenabara santa , il Venerdì santo, è il giorno in cui si depone Gesù
dalla croce, il cui corpo, riposto in sa latera , una lettiga ricoperta
con un velo di tulle trasparente, è portato in processione in tutte le
strade del paese insieme alla Madonna addolorata.
L'unica traccia del rito tradizionale de su scravamentu , a Siliqua, è
data dalla presenza, all'adorazione della croce e nella processione di
Gesù morto, di due bambini che impersonano la Maddalena e san Giovanni
apostolo e che portano dentro due cestini i segni della passione, la
corona di spine e i chiodi.
Su Sabudu santu , il Sabato santo, si celebra la messa di resurrezione,
annunciata dalle campane che suonano “ a gloria ”. Fino ai primi anni
sessanta veniva officiata al mattino, alle dieci. Non appena le campane
iniziavano a suonare, nelle case, le donne e i bambini battevano sulle
porte e sui muri con il bastone della scopa per scacciare il demonio.
Appena terminata la messa il prete usciva a benedire le case iniziando
dal rione di san Giorgio e proseguendo in quello di sant'Antonio.
Su Domigu ‘e Pasca , la Domenica di Pasqua, si svolge s'incontru , cioè
l'incontro di Gesù risorto e la Madonna. Dal piazzale della parrocchia
partono due cortei che, dopo aver fatto percorsi differenti, si
ricongiungono in Pratza ‘e ballusu (piazza Costituzione) . Il primo
accompagna la Madonna ed è composto per lo più da donne, da sa
priorissa e dai bambini vestiti da Maddalena e san Giovanni apostolo;
il secondo, guidato dal prete e formato da uomini, accompagna Gesù
risorto. Quando Madre e Figlio si incontrano, si inginocchiano e la
prioressa toglie il velo nero con cui era stata precedentemente
ricoperta la Madonna.
La festa prosegue con il pranzo pasquale il cui menù, un tempo, non
variava di molto rispetto a quello natalizio e dei giorni di festa, se
non per i dolci. Per l'occasione si preparavano is parduasa , le
formaggelle, un particolare tipo di dolce a base di ricotta o di
formaggio, e su coccoi cun s'ou , il pane di pasta dura con l'uovo sodo.
Il 23 aprile, Siliqua celebra san Giorgio, il suo patrono, la cui festa
è sempre stata soltanto religiosa: la messa e la processione cui
partecipano anche i gruppi folcloristici e la banda musicale. In tempi
più antichi, il carro su cui era trasportata la statua del Santo era
preceduto da cavalli riccamente adornati e da buoi cuncordaus con
campanelle, una collana di fiori intorno al collo e un'arancia su ogni
corno. Al termine della processione, gli animali, posti in cerchio nel
piazzale della parrocchia, venivano benedetti dal prete prima che il
Santo entrasse in chiesa.
Due giorni dopo san Giorgio, i siliquesi erano nuovamente in festa,
questa volta per celebrare san Marco. Molto particolare era il tragitto
della processione: alle sei del mattino, i fedeli percorrevano strade
che allora erano in aperta campagna. Il corteo partiva dalla chiesa di
Sant'Anna, dove era, ed è, conservata la statua del Santo, e percorreva
via Garibaldi, via Cixerri, viale Marconi, via Grazia Deledda e via San
Giorgio, per far ritorno al punto di partenza. Nella mano del Santo si
metteva un mazzetto di spighe che cominciavano a ingranì , ossia a
maturare i primi chicchi di grano.
Candu fadeda annada maba , racconta un intervistato, timenta, sa genti,
e seganta una spiga, e andanta po' da benedixi (quando l'annata si
preannunciava cattiva, la gente impaurita tagliava una spiga e la
portava dal Santo per farla benedire).
Questo rito ha origine della leggenda secondo cui, alla vigilia della
sua festa, san Marco attraversava a cavallo le campagne per benedire i
campi coltivati e i loro frutti. Di questa tradizione non si ha più
alcuna traccia se non nelle memorie della popolazione di Siliqua.
La terza domenica de su mes'e maiu , il mese di maggio, si festeggia
san Giacomo. La sua effigie è conservata nella chiesa di sant'Anna,
dove il sabato sera si celebra la messa e da cui parte la processione
che attraversa tutto il paese fino alla piazza della Madonnina. Lì, il
sacerdote si ferma mentre molti fedeli accompagnano a piedi il Santo
fino alla chiesa campestre. La domenica prima della messa, il Santo è
portato in processione attorno alla chiesa. Il rientro in paese avviene
la domenica sera. Anche in questo caso c'è chi percorre a piedi tutto
il tragitto ma la processione ufficiale inizia nella piazza della
Madonnina.
Fino alla seconda guerra mondiale, la processione di ritorno faceva
tappa in s'ottu ‘e Drefina , a circa metà strada. Lì si sistemavano is
paradasa , le bancarelle, si ballava e si assisteva alle corse dei
cavalli.
Oggi i festeggiamenti durano tre giorni, dal sabato al lunedì. Il
comitato, con il denaro ricavato cun sa circa , organizza gli
intrattenimenti serali: balli, concerti, fuochi d'artificio. Gli
spettacoli si tenevano prima in Pratz'e ballusu poi nella chiesa
campestre. Ultimamente nell'anfiteatro comunale.
È l'unica festa che si è conservata inalterata, senza interruzioni nel
tempo, sia nel suo aspetto religioso sia in quello civile.
Un tempo molto sentita era anche la festa in onore di sant'Isidoro,
protettore degli agricoltori, festeggiato il 15 del mese, quando il
grano incominciava ad imbiondire nei campi.
La statua conservata nella chiesa di sant'Anna sintetizza la leggenda
della sua vita: Isidoro, prima di andare a lavoro nei campi, si recava
in chiesa a pregare e a sentire la messa tutti i giorni mentre la sera
si dedicava ai poveri e ai bisognosi. Per premiare la sua devozione e
consentirgli di continuare a svolgere le sue opere di carità, un giorno
fu inviato un angelo che prese il suo posto nel lavoro in campagna,
alla guida dei buoi.
I festeggiamenti consistevano nella celebrazione della messa nella
chiesa di sant'Anna e nella processione cui partecipavano i carri
trainati da buoi. Oggi in suo onore si officia la messa a Sant'Anna
durante la quale viene benedetto il grano e le spighe che poi i fedeli
portano a casa.
Istadi
Lamparasa
, giugno, deriva il suo nome dal latino lampas , lampada, fiaccola, ma
anche splendore del sole. Secondo il linguista Wagner, l'origine è da
ricercarsi nell'usanza pagana di accendere grandi falò in onore della
dea Cerere, il giorno del solstizio d'estate. Con l'avvento del
Cristianesimo, il rito fu trasferito alla celebrazione in onore di
San Giovanni. Con dies lampadarum , giorno delle lampade, si indicò,
infatti, prima il giorno proprio della festa del Santo e, in seguito,
tutto il mese di giugno.
Il 13 del mese, si officia, nella chiesetta a lui dedicata, la messa
per sant'Antonio da Padova. È tradizione, a Siliqua, preparare il pane
che, dopo essere stato benedetto,
è distribuito alle persone che prendono parte al rito.
Un tempo la festa prevedeva anche i fuochi d'artificio che tutto il
paese accorreva a vedere. Nello stradone si allestivano is paradasa
dove si potevano comprare il torrone
e sa carapigna , la granita.
Sono andate completamente perdute le tradizioni legate alla festa di
san Giovanni che si svolgeva il 24. Oltre la messa e la processione, si
allestiva, ne is axrobasa, su
fogaroni intorno al quale si danzava e si cantava.
Ricorda una signora intervistata che is picciocchedasa, po ispassiu,
cun su fenu de is manigasa , le ragazzine, per divertimento, con il
fieno dei covoni, facevano dei piccoli falò, sette o otto tutti in fila
che poi si divertivano a saltare.
Durante questa festa i giovani sceglievano un compagno o una compagna
po fai su santuanni , cioè una di promessa di amicizia. Tra i due si
instaurava un vero e proprio rapporto di comparatico, con l'obbligo di
darsi del voi e di chiamarsi, per le ragazze, gomai , e per i ragazzi
gopai . Per distinguerlo dal comparatico dovuto ad un battesimo o una
cresima, questo veniva chiamato santuanni ‘e frorisi, s an Giovanni dei
fiori. Il rito era accompagnato da una particolare filastrocca che
occorreva recitare insieme tenendosi per mano:
La notte della vigilia era considerata particolarmente adatta ai
vaticini. Le previsioni riguardavano il tempo e il raccolto, forse
perché si avvicinava il momento della mietitura per cui era facile fare
una stima delle messi, ma anche il futuro in generale, in particolare
quello amoroso.
A Siliqua, ad esempio, le ragazze in cerca di marito fadenta s'auspiciu
‘e sa fa , facevano l'auspicio delle fave. Prima di coricarsi,
mettevano sotto il cuscino tre fave, una spollinca , una bistia e una
mesu spollinca e mesu bistia (una completamente sbucciata, una con la
buccia e una sbucciata a metà). Al mattino, infilavano la mano sotto il
cuscino e, a caso, ne acchiappavano una: se prendevano quella
sbucciata, avrebbero sposato un uomo povero, quella con la buccia, un
uomo ricco, quella sbucciata a metà un uomo né povero né ricco. Qualche
volta si arrivava persino ad associare ad ogni fava il nome di un
ragazzo del paese.
Un altro tipo di pronostico consentiva di stabilire se il futuro sposo
sarebbe stato celibe o vedovo. Si raccoglieva una cugutzua che, dopo
essere stata abruschiada , abbrustolita, era posta sul davanzale tutta
la notte. L'indomani mattina, se il carciofino selvatico si fosse
rinvigorito, il futuro sposo sarebbe stato celibe, se si fosse seccato,
vedovo.
La notte, inoltre, is piccioccusu andanta a cantai i bagadìasa ; si
frimanta ananti sa porta e cantanta muttettusu (andavano a fare le
serenate alle ragazze non sposate e cantavano degli stornelli composti
appositamente per ciascuna di loro).
Su mes'e axrobasa , luglio, era dedicato alla trebbiatura. Il suo nome
deriva dal luogo in cui essa si svolgeva, is axrobasa , le aie.
Due sono le feste importanti di questo mese, la Madonna del Carmelo e
sant'Anna, celebrate rispettivamente il 16 e il 26.
Per la Madonna del Carmelo, oltre alla messa, qualche volta seguita
dalla processione, si officia il triduo, una particolare funzione
religiosa che consiste nel recitare il rosario e le orazioni alla
Madonna nei tre giorni precedenti la festa.
Un tempo, il giorno del Carmelo era vietato trebbiare. Questa usanza
risale alla leggenda secondo cui, in questo giorno, in s'axroba de
funtà , una zona vicino al Cixerri, un uomo, incurante dei
festeggiamenti in onore della Madonna, continuò a trebbiare con il suo
giogo di buoi. La sua irriverenza fu così punita: la terrà si aprì e il
contadino fu ingoiato insieme al giogo di buoi.
In onore di sant'Anna, fino alla seconda guerra mondiale si fadeda
festa manna , si facevano dei grandi festeggiamenti. Oltre alla
cerimonia religiosa, officiata nella chiesa a lei dedicata, si
organizzava la sartiglia ne is cungiausu , la corsa con i cavalli nei
terreni vicino alla chiesa. Nel piazzale della chiesa erano disposte le
bancarelle in cui era possibile acquistare dolci, frutta secca, granite.
Di questa festa oggi resta solo il rito religioso ma si continua la
tradizione di adornare la statua, oltre che con i fiori e i gioielli,
anche con s'affrabica fini, il basilico a foglie piccole.
In austu , agosto, si celebra, oltre alla festa della Madonna Assunta,
san Giuseppe Calasanzio, il 29. Ultimamente si svolge solo la festa
religiosa, interamente nel rione di San Giuseppe. Molto più ricchi
erano i festeggiamenti fino ad una ventina di anni fa. Dopo la funzione
religiosa, infatti, su comitau invitava is cantadorisi , i gruppi folk
e i complessi musicali che si esibivano sul palco allestito nel
piazzale della chiesa. Organizzava, inoltre, l'albero della cuccagna,
su fogaroni e i fuochi artificiali. Uno degli intervistati ricorda
ancora i primi fuochi artificiali, candu fe bessiu su quadru de Santu
Giuseppi puru! (quando era stato lanciato un fuoco artificiale che
raffigurava anche la faccia di San Giuseppe!).
Ne is paradasa , chi lo desiderava poteva acquistare i dolci
tradizionali e la frutta secca; ne i barraccasa , baracche, mangiare la
carne, i muggini o le anguille cucinati arrosto.
Il castello di Acquafredda I brani citati, salvo diversa indicazione,
sono tratti dallo studio di Pinuccia F. Simbula, 'Il castello di
Acquafredda: appunti sulla vita quotidiana in una fortezza sarda nel
trecento' pubblicato nel numero 18 dei “Quaderni Bolotanesi”, pagg.
265-298 e dall'articolo 'La vita quotidiana nel castello di
Acquafredda', contenuto ne 'Il Castello di Acquafredda' di Foiso Fois,
Gallizzi, Sassari, 1961. ( Castrum Acquae Frigidae, per i siliquesi su
casteddu ‘ecciu ) si erge solitario, poco distante dal paese di
Siliqua, sulla cima di un cono vulcanico, a circa 253 metri sul livello
del mare; le sue imponenti rovine “si elevano in altezza a
prolungamento dell'insolita emergenza rocciosa che domina tutta la
piana. Tre lati guardano su strapiombi vertiginosi mentre il quarto
digrada sul ripido pendio settentrionale discendendo verso il paese di
Siliqua”.
Collegato a vista ai manieri di Gioiosaguardia a Villamassargia, di
Baratuli a Monastir e di San Michele a Cagliari, deve il nome alla
sorgente d'acqua freschissima che sgorga dagli anfratti della collina.
La sua struttura, la sua posizione strategica, alcune tracce di
costruzioni e documenti quali la citata bolla di papa Gregorio IX del
1238, dimostrano che la sua origine risalga all'epoca giudicale.
Funzione
La funzione dei castelli sardi in epoca giudicale era prettamente
militare e difensiva. Disseminati lungo i confini dei quattro regni,
nei quali era divisa l'isola, erano costruiti in posizione elevata “a
protezione delle rispettive frontiere e a controllo dei più importanti
passi o vie di comunicazione del territorio”.
Con la penetrazione pisana e genovese, che portò alla disgregazione tre
dei quattro giudicati, i castelli sardi conobbero un differente tipo di
sviluppo. Intorno ad essi sorsero numerose ville che potevano
usufruire, in questo modo, sia di protezione sia di “migliori sistemi
di produzione e di incanalamento sui mercati dei loro prodotti”.
Questo processo fu interrotto con la dominazione aragonese.
La guerra tra la corona d'Aragona e il giudicato d'Arborea impose il
ritorno all'antica e pressoché esclusiva funzione militare
del castello. Al termine del cinquantennale conflitto con Arborea, la
corona non ebbe più la necessità di mantenere in piedi nell'isola
“costose strutture fortificate e così la maggior parte dei
castelli sardi, persa la loro funzione, concluse il proprio ciclo
vitale, andando inesorabilmente verso una irreversibile
decadenza”.
Queste vicende segnarono anche la storia del castello di
Acquafredda.
Concepito come fortezza militare giudicale, partecipò, tra il
XIII ed il XIV secolo, allo slancio intrapreso in campo
economico-sociale dai pisani. Fu poi conquistato dai
catalano-aragonesi nel 1324, e divenne, in un primo periodo, una
concessione feudale. La castellanìa di Acquafredda, che comprendeva
allora, oltre alla fortezza, una piccola rete di ville,
divenne “una carica ambita con una presumibile discreta rendita”
consistente in uno stipendio di 250 libbre di alfonsini
minuti per il soldo di dieci clienti e per le spese di
mantenimento della fortezza. Le spettavano, inoltre, tutti i redditi, i
profitti, i dazi riscossi a Ville Nove de Serussi (Villanova
di Saruis a di Siliqua), a Villa Perutxa (l'attuale Villaperuccio) a
Ville de Borro (l'attuale S. Mariedda a Villamassargia), a Ville de
Masiu e Golvi (centri non localizzati).
Anche il castello di Acquafredda, agli inizi della guerra tra la corona
d'Aragona e il giudicato di Arborea, fu richiamato all'originario ruolo
militare per via della posizione chiave occupata all'interno del
sistema strategico-difensivo del regno. Assunse un ruolo
importantissimo e resistette a numerosissimi attacchi, sferrati a più
riprese dalle truppe arborensi. A conferma di ciò, a partire
dall'aprile del 1365, i documenti riguardanti il castello di
Acquafredda contengono continue richieste di approvvigionamenti di
viveri (aceto, olio, carne salata, fave), del “materiale necessario per
affrontare gli assedi ed armare le macchine da guerra” e di riparazioni
agli edifici del borgo e del castello.
Con la fine della guerra il castello perse progressivamente la sua
funzione militare in quanto la “sua opera protettiva non era più
necessaria”.
Struttura
E' possibile ricostruire la struttura della fortezza di Acquafredda
utilizzando i rilievi fatti da Foiso Fois, gli inventari del 1338 e del
1351 ed i risultati dei recenti restauri.
Al castello, articolato su tre livelli, che seguono l'andamento del
pendio, si accedeva dal lato nord-est, attraverso una porta, difesa da
tre imponenti torri a pianta quadrata. Le due estreme sono andate
completamente distrutte; quella centrale, la più imponente, detta mayor
, tuttora in piedi e recentemente ristrutturata, presentava una
struttura a tre piani con solai in legno collegati da scale. Le tre
torri, insieme alla cinta muraria che le collegava, costituivano la
prima linea difensiva del castello, a quota 154 m s.l.m. circa.
La cinta muraria era ornata di merli di forma guelfa introdotti,
secondo Fois, nel XIII secolo. La merlatura indicava il colore politico
del Signore del Castello , ossia il suo schieramento a favore del Papa
o dell'Imperatore nella lotta per le investiture . La forma quadra dei
merli indicava l'appartenenza alla parte guelfa, sostenitrice del
Papato; quella a coda di rondine alla parte ghibellina, sostenitrice
dell'Impero.
Il conte Ugolino della Gherardesca, dopo un primo periodo di militanza
ghibellina, testimoniato nel castello dallo stemma scolpito sul muro
nord del mastio in cui è raffigurata l'aquila imperiale, divenne, in un
secondo momento guelfo.
All'interno delle mura, nel portico, si trovava il borgo, con le case,
i magazzini, le stalle, le cisterne, i mulini ed i frantoi.
Più in alto, a quota 253 m s.l.m., si ergeva il mastio,
cuore del castello e abitazione del castellano, cui si accedeva dal
borgo attraverso un ponte levatoio. Oltre questo, una porta
immetteva in uno spiazzo su cui erano disposti, probabilmente a ferro
di cavallo, gli ambienti del castello vero e proprio.
Il mastio era articolato in due livelli e sormontato da una
terrazza. “Tra il piano terra ed il primo si distribuivano le stanze,
numerose delle quali erano illuminate ed arieggiate da
finestre non molto ampie che, come ancora in parte visibile, guardavano
sia all'esterno della fortezza che all'interno del grande cortile. Nel
piano inferiore, superato il portico del cortile interno, è
probabile si trovassero la cucina, gli alloggi dei soldati, il
magazzino delle corazze, un altro grande magazzino, unitamente ad
un'altra stanza con attrezzi e macchine. Forse al piano
superiore trovavano invece spazio la stanza del castellano e la sala
del castello”.
Si poteva accedere al mastio da due parti: dal lato nord
tramite una scalinata “composta da 32 scalini in pietra lavorata che
termina in un pianerottolo posto a 3 m. dal piano terra del
Palazzo, nel quale si poteva entrare solo con scale mobili o con un
ponte levatoio a scale. […] Da Sud si accedeva, mediante scala in
pietra, ad una vasta terrazza-bastione, in parte naturale”
Foiso Fois, Il Castello di Acquafredda, Gallizzi, Sassari, 1961, pag.
6.. Delle mura del mastio resistono le facciate rivolte a nord-ovest
e sud-est, alte circa 10 metri e anch'esse guarnite di merli
guelfi.
A mezza costa, alla quota di 200 m s.l.m., svetta la poderosa struttura
muraria della torre cisterna. Essa non è collegata con le altre unità
murarie e risulta essere un corpo isolato.
L'acqua era un elemento indispensabile e fondamentale per la vita
all'interno del castello. Nel complesso di Acquafredda esistevano
quattro grandi cisterne che “distribuite a quote differenti, a partire
da una piuttosto notevole, situata nel borgo, fino poi ad arrivare alle
altre ricavate sul pendio alle massime quote, consentivano ingenti
scorte d'acqua”.
La torre cisterna, a forma quadrangolare, era costituita da tre vasche
di diversa capacità, con volta a botte, completamente intonacate. Più
in basso, a 163 m s.l.m., vi è la quarta cisterna. Essa, situata vicino
al borgo, è considerata una notevole opera di ingegneria: “una camera
interrata con le pareti di mattoni alte quattro metri, completamente
intonacata, con la volta a botte e circondata lungo il perimetro
inferiore da un cunicolo di mattoni in cui l'acqua filtrava attraverso
le pareti. L'imbocco della cisterna probabilmente era protetto
dall'immissione di materiali grossolani da una griglia di piombo, la
brescadura de plom ricordata nel 1338. Al fianco un pozzo, che
terminava a gomito, consentiva di pescare l'acqua filtrata nel
cunicolo”.
Vivere nel
castello
La vita quotidiana all'interno del castello di Acquafredda, in epoca
aragonese, è stata ricostruita da Pinuccia Simbula attraverso due
inventari redatti nel 1338 e 1351, al momento dell'avvicendamento dei
castellani.
Il primo documento, conservato presso l'archivio della corona
d'Aragona, è il più antico inventario che gli archivi ci abbiano
restituito. “Il suo contenuto riguarda quanto si trovava all'interno
del castello nell'ottobre di quell'anno, al momento della presa di
possesso della fortezza da parte del nuovo castellano, il nobile Amoros
de Ribelles. L'elenco, abbastanza dettagliato, offre dati che raramente
possediamo per i castelli sardi, e si aggiunge ad un altro già edito,
relativo allo stesso castello, redatto circa tredici anni più tardi,
nel 1351” da Ramon d'Ampurias, al momento di assumere la carica di
castellano di Acquafredda. A noi è giunto in copia del 1355.
Lo scopo di questi documenti era quello di appurare la quantità e lo
stato dei beni appartenenti alla corona, affidati all'amministrazione
del castellano.
Armi e macchine da guerra
Le informazioni contenute negli inventari miravano, in primo luogo, “a
stabilire lo stato della fortezza e la sua capacità di difesa”. Le voci
più numerose, infatti, riguardano le condizioni e il numero delle armi:
sono elencate le balestre e i torni per poterle curvare, i quadrelli
per balestra comune ( impennati e desempenats ), per balestra a
cremagliera (il tipo più sofisticato e potente dell'epoca) e per
balestra a staffa, le punte per i dardi e le lance. Vi sono citate,
inoltre, le armature: gli elmi di cuoio e le gorgiere ossia “corazze
rifinite all'interno in canamaç , una morbida imbottitura di tessuto
che aveva lo scopo di rendere più confortevole la rigidità
dell'armatura”; gli scudi semplici e gli scudi pisaneschi, che forse
erano rimasti nel castello dopo la sconfitta pisana, o che erano stati
acquistati per le guarnigioni toscane, che difesero la fortezza nel
primo periodo di guerra per conto della corona aragonese.
L'inventario del 1338 riporta un'unica macchina da guerra: il trabucco
o trabocco , “con il quale si lanciavano grosse pietre o fuochi
all'esterno della fortezza in caso di attacco per dissuadere il nemico
dagli assalti”. Si tratta di un'antica macchina da guerra “costituita
da una grossa trave di misura variabile, imperniata su un asse sul
quale ruotava; ad un'estremità veniva applicata la munizione, mentre
dall'altro lato un contrappeso. La trave, azionata da una serie di
corde e argani, veniva abbassata ed una volta caricata lasciata libera
in modo che, non più trattenuta dalle corde e spinta dal contrappeso,
lanciasse i proiettili”. Essa fu, probabilmente, costruita dai pisani
all'interno del castello di Acquafredda nel 1324.
Nell'inventario del 1351 si ritrova lo stesso tipo di armi e armature,
anche se in quantità diverse. Da notare che vi era, oltre al trabucco
del precedente inventario, un'altra macchina da guerra completa, la
briccola cioè “una specie di mangano costituito da una stanga applicata
ad un castello di legno e portante da una parte un contrappeso e
dall'altra una cucchiaia di legno sulla quale si ponevano i proiettili
da lanciare; quando con delle funi si azionava il contrappeso la stanga
rotava lanciando il proiettile con molta più precisione del trabucco”.
L'attività militare non era limitata al mastio, dove le guarnigioni si
arroccavano in caso di necessità sollevando il ponte levatoio, ma era
effettuata anche sulla cerchia muraria. Qui le sentinelle, appostate
sulle torri e sulla terrazza a scrutare l'orizzonte o a vigilare
l'ingresso , stavano di guardia al castello, lanciando quando
necessario segnali di allarme con le lanterne o con la trompeta .
Dai registri paga dell'amministrazione del Capo di Cagliari, sappiamo
che il numero dei servents a presidio di Acquafredda oscillava tra le
dieci e le venti unità: un numero inferiore a quello che ci si potrebbe
aspettare data l'importante funzione militare del castello, ma
evidentemente sufficiente a controllarlo e difenderlo.
Corde, pece, catrame, sego e scale, oltre a tutti gli attrezzi
necessari alle riparazioni quotidiane della fortezza, come seghe,
picconi, asce, accette, palanche, pale, cunei, trapani, maglio e
pialla, lime e chiodi, botti di calce e mole per arrotare le lame,
legname da costruzione, sono voci presenti in entrambi gli inventari.
Le armi si trovavano in varie parti del castello, nel portico, nel
magazzino e nel borgo, anche se esisteva una stanza appositamente
adibita alla loro custodia. Nell'inventario del 1338 si parla, infatti,
di una casa de les armes, posta nel mastio o castell alt , mentre nel
secondo compare la cambra del magatzem de les cuyraces , nella quale
erano custodite le corazze e gli scudi, le gorgiere, le seghe e le
asce. Non si sa con esattezza dove fosse situata, ma è certo dovesse
trovarsi in un punto ben difeso e facilmente raggiungibile per
indossare l'armatura o prendere le armi.
La vita nel borgo
La vocazione militare del castello non impediva ai suoi abitanti di
dedicarsi, benché marginalmente, ad altre attività. Nel borgo, infatti,
vi erano le case, i magazzini, le stalle, i mulini e i frantoi.
“Per buona parte del Trecento sono presenti nelle fonti indizi che
documentano lavori agricoli e presenza di animali da allevamento.
Intorno al castello vi erano alcuni salti coperti dal manto boscoso
dove il bestiame trovava riparo e pascolo; oltre gli alberi si
stendevano i terreni coltivati o coltivabili. I prodotti ricavati,
impossibili da quantificare, garantivano forse limitati introiti
finanziari o, più semplicemente, contribuivano all'economia della
fortezza”. L'importanza di queste attività e delle terre su cui si
svolgevano si intuisce dalle contese “sorte più volte nel medioevo tra
i castellani di Acquafredda ed i feudatari dei territori confinanti”.
Nel 1339, ad esempio, Pietro IV d'Aragona dovette risolvere la
controversia sorta tra Amoros de Ribelles, castellano di Acquafredda, e
Raimondet de Libiá, feudatario di Siliqua. I due si contendevano un
salto , con terre coltivabili e pascoli, che si estendeva tra il
castello di Acquafredda e Siliqua. “Libiá rivendicava il salto
ritenendolo di pertinenza della sua villa ed accusava il Ribelles di
averlo indebitamente incorporato alle terre del castello”.
L'origine della disputa risaliva all'epoca dell'infante Alfonso quando
Bernardo de Libiá, avo di Raimondet, era sia castellano di Acquafredda
sia signore della villa di Siliqua. Bernardo era riuscito inoltre “ad
ottenere la concessione personale di una importante parte dei territori
circostanti il castello, che aveva incorporato alle altre concessioni
feudali, cioè alle pertinenze della villa di Siliqua”.
In un primo momento il sovrano risolse la disputa riconoscendo i
diritti di Raimondet de Libiá. Successivamente, nel 1358, data
l'importanza di quei territori “per lo svolgimento delle attività degli
uomini che risiedevano” nella fortezza e su sollecitazione del nuovo
castellano Dalmazzo de Jardi, questa concessione fu annullata e il
salto fu definitivamente riunito alle pertinenze del castello.
Erano utilizzati per la coltivazione non solo i vari territori
appartenenti al castello ma anche quelli all'interno del borgo e alle
pendici della fortezza. Il grano e i legumi seminati consentivano dei
piccoli margini di autonomia e di guadagno. “Quando la guerra
infuriava, il presidio, conoscendo le difficoltà del regolare invio di
rifornimenti, seminava il grano dentro la fortificazione ricavandone
limitate quantità di prodotto che veniva pagato dalle autorità catalano
aragonesi a prezzo di mercato o concordato. Fagioli, fave e aglio erano
le altre specie più frequentemente coltivate e largamente consumate”.
A questo proposito i registri dell'amministrazione del Capo di Cagliari
riportano alcune interessanti notizie. Nel 1387, tra la fine di agosto
ed i primi di ottobre, in pieno periodo di guerra, una parte delle
scorte per l'inverno di grano, olio, fave, formaggi, aceto fu
acquistata sulla piazza di Cagliari ; il resto delle provvigioni di
grano, aglio e fave erano stati culits en les faldes del dit castell.
Questi prodotti, che molto probabilmente erano coltivati nei terreni
all'esterno della fortezza, erano acquistati ad un prezzo leggermente
inferiore rispetto a quelli di città: due denari in meno a starello per
il grano e 2 soldi in meno per lo starello di fave.
Il grano era macinato con le macine e mulini presenti nella fortezza.
L'inventario del 1338 descrive due mulini, uno dei quali si azionava
con un mulo ed uno con il cavallo, e due macine. Nell'inventario del
1351 troviamo citati quattro mulini sardeschi , due nel mastio e due
nel borgo; qui inoltre ve n'era uno azionato da un cavallo.
Un particolare che colpisce è la distinzione tra i mulini semplici e
quelli sardeschi. L'aggettivo sardesco indicava un particolare tipo di
mulino, diffuso in tutta la Sardegna, di dimensione ridotte, rispetto
ai mulini semplici, che poteva essere posto anche all'interno delle
case. “è probabile che si trattasse delle antiche macine granarie in
uso nell'isola fin dai tempi romani, rimaste immutate nei secoli fin
quasi ai nostri giorni […], macchine semplici, poco ingombranti,
composte da pochi elementi di pietra azionati dalla forza di un asino;
ancor oggi, benché ormai abbandonate, sono facilmente visibili nelle
aie delle case contadine della Sardegna”.
La vita privata
Concepito come fortezza, ben organizzato e sicuro, il castello di
Acquafredda non era di certo una bella e comoda dimora principesca ;
viverci non doveva sempre essere piacevole, soprattutto per chi era
abituato alle comodità cittadine.
In tempo di pace, oltre ai piccoli lavori di manutenzione, vi si
svolgevano le normali attività di ogni giorno: “si mangiava, si
giocava, ci si dedicava all'esercizio della caccia, facilmente
praticabile intorno, probabilmente anche con i falchi” che, nel
medioevo, sembra fossero numerosi nel territorio.
Quando
i conflitti non coinvolgevano direttamente il castello, la famiglia
seguiva il castellano in quanto la carica gli imponeva la residenza. In
questi casi la
corte ed i servitori del castellano animavano la vita all'interno della
fortezza, rendendo più sopportabile la lontananza dalla città.
Gli inventare ci permettono, sebbene in minima parte, di ricostruire
gli spazi civili all'interno del castello. Nel mastio, al piano
terreno, affacciata sul portico,
si trovava la cucina. Vi erano i recipienti per impastare il
pane, il tavolo per lavorarlo, le sporte per trasportarlo, gli orci per
l'olio, recipienti vari di legno, i paioli.
I commensali consumavano i pasti su semplici tavoli, seduti sopra
panche oppure, per stare vicino al fuoco, su “grandi travi a mo' di
cavalletto”.
All'interno della cucina vi era inoltre un grande camino usato sia per
la cottura dei cibi sia come fonte di calore, “che trasformava questa
stanza in un caldo ambiente nel quale trascorrere le fredde giornate al
riparo dalle intemperie”.
Alcune donne, appositamente residenti nel castello, preparavano il pane
ed i pasti. Alla fine del Trecento “si avvicendarono in questo compito
Margherita e Maria. Erano loro ad impastare la farina ottenuta dal
grano macinato nei diversi mulini presenti nella fortezza, cuocendolo
poi in un nuovo forno costruito proprio in quegli anni dal muratore
cagliaritano Pere Ballero, in sostituzione di quell'antico ormai
enderrocatt ”.
Le provviste alimentari erano conservate nel magazzino: insieme al
frumento, vi si trovavano le botti con il sale e con l'aceto, le fave,
i fagioli e i prosciutti.
L'alimentazione nel castello non era molto diversa da quella delle
città o delle ville: “alla base di alimenti secchi e salati, quali
cereali, carni, pesci, legumi e formaggi, garantiti dalla Corona per
l'approvvigionamento militare, si aggiungevano le verdure fresche che
potevano essere coltivate o acquistate nei centri vicini, la selvaggina
e gli animali allevati nelle terre intorno. […] Quando gli assedi
impedivano il regolare apporto di vettovaglie, il castello veniva
rifornito delle scorte alimentari di base e di armi: piccole
imbarcazioni salivano il corso del fiume Cixerri o dei carri seguivano
sentieri secondari fino a giungere ai piedi della fortezza, ed eludendo
durante la notte la sorveglianza degli assalitori, scaricavano cibi e
armi, permettendo alle guarnigioni di resistere evitando che il
castello venisse espugnato per fame”.
Oltre alla cucina, nel pian terreno del mastio, vi erano, separati da
porte di legno, gli alloggi dei soldati e i magazzini.
I soldati, nella stanza a loro riservata, riposavano alcuni su letti,
altri su dei pagliericci sistemati sopra tavole di legno (forse le
vecchie porte). Vi erano cassapanche grandi e piccole, panche, mensole,
qualche lume e la sela de privada cioè una sedia per la latrina.
Nei magazzini, come già detto, le armi e gli attrezzi erano riposti su
mensole o custoditi dentro cesti, recipienti di legno o nelle
cassapanche. Nell'inventario del 1351 ne compare una, chiamata caxa
sardescha , chiusa da chiavistelli.
Al piano superiore si trovava la camera del castellano: un letto, con
una panca posta forse ai piedi, una perxa ossia un appendiabiti per le
vesti e le cinture e un lume per illuminare la stanza, componevano lo
spartano arredamento. Come negli altri castelli, è probabile che la
camera si affacciasse sulla sala dove, in genere, si trovava il camino,
vicino al quale il castellano e la sua famiglia si raccoglievano.
Nel borgo vi erano diversi edifici tra cui un portico, un magazzino
(composto da almeno tre vani), una sala, una casa.
La sala era, probabilmente, utilizzata dai soldati per mangiare; vi si
trovavano, infatti, i tavoli, numerose panche, diversi sgabelli e sedie.
Gli inventari non citano locali riservati all'igiene personale: “unici
indizi sono la citata sela de privada che si trovava nel mastio,
probabilmente all'interno della stanza dove dormivano i soldati, ed una
tinozza che serviva per lavarsi” che si trovava nel borgo.
I castellani, più volte, si lamentarono per le condizioni di vita che
dovevano sopportare al castello: Ramon d'Ampurias perse l'incarico per
non risiedervi regolarmente, mentre Dalmazzo de Jardi pagò a caro
prezzo la sua dedizione alla corona.
Nominato castellano di Acquafredda nel 1355, vi si trasferì con tutta
la famiglia. Tre anni dopo, fu costretto a chiedere al sovrano di poter
soggiornare a Cagliari almeno sei mesi all'anno, poiché sia lui sia la
moglie si trovavano in pessime condizioni di salute e due dei loro
figli erano morti a causa delle condizioni igieniche del castello.
“Pietro IV accettò le richieste del fedele castellano concedendogli di
stemperare la durezza della vita nella fortezza con gli agi della
città”.
Solo alla fine della guerra con Arborea furono intrapresi dei lavori di
restauro per rendere più accoglienti gli ambienti del castello. Nella
primavera del 1400 operai cagliaritani rivestirono i pavimenti di
alcune stanze con circa 300 piastrelle in cotto e ne imbiancarono le
pareti. Le condizioni igieniche, comunque, non dovettero migliorare di
molto, tant'è che, nell'agosto del 1407, l'amministratore del regno di
Sardegna ordinò cibo e vino greco per i soldati ammalati.
Con la fine della guerra, cessato il tempo in cui Acquafredda svolgeva
una importante funzione militare, i feudatari preferirono, alla vita
nel castello, le comodità della vita cittadina. Questo fatto, unito
agli alti costi di manutenzione, all'isolamento e alla scomoda
posizione della fortezza, ne determinarono il progressivo abbandono e
lasciarono quelle mura all'inclemente erosione del tempo.
Restauri
Il castello è stato oggetto di quattro interventi di restauro Le
notizie sui restauri sono tratte dal sito web.tiscali.it/antarias. Il
primo, agli inizi degli anni 80, ha interessato la parte superiore (il
mastio), con un'opera di consolidamento delle mura rimaste.
Il secondo, quindici anni dopo, sempre compiuto da una ditta privata,
ha interessato principalmente il mastio.
Il terzo intervento iniziato nel luglio del 1999, tramite cantiere
comunale, ha ripristinato il vecchio sentiero che conduce ai primi
corpi murari e restaurato la torre sperone, molto danneggiata
dall'incuria degli anni, e la cortina muraria esterna. Nelle operazioni
di scavo sono state messe in evidenza strutture realizzate
completamente in mattoni di laterizi, ubicate sopra la cisterna del
borgo. Importante, sotto il profilo archeologico, il ritrovamento di un
capitello di epoca medievale intatto.
Il quarto intervento iniziato nel settembre 1999, tramite ditta
privata, ha interessato il restauro della torre cisterna a quota 200 m
s.l.m., ora accessibile anche al suo interno, grazie ad una scaletta
predisposta durante la ristrutturazione.
La parrocchiale di Siliqua, intitolata a San Giorgio martire, si trova
nel centro storico del paese, quasi di fronte al Monte Granatico.
Lo studio più completo, dedicato alla chiesa, è quello condotto da
Stefano Basciu in La Chiesa di San Giorgio a Siliqua, pubblicato nel
XXXII volume della rivista “Studi Sardi” nel 1999, in cui ne viene
ricostruita l'evoluzione dal primo impianto romanico fino ai lavori di
restauro del 1984.
Le notizie di seguito riportate sono tratte dal suddetto lavoro.
Tre sono le date da cui non si può prescindere per la ricostruzione
dell'evoluzione architettonica della chiesa: termine ante quem il 1594,
anno della prima attestazione documentata nei Quinque Libri; il 1614,
in cui furono costruite le cappelle laterali vicino al presbiterio;
infine il 1777, data in cui l'edificio risulta già configurato come
oggi.
La chiesa, dato il suo impianto romanico, risale al medioevo, sebbene
non ci sia pervenuta alcuna fonte documentaria che ne attesti
l'esistenza in quel periodo. Non si ha alcuna testimonianza scritta
neppure della sua trasformazione in forme tardo gotiche, cioè con
un'unica navata, una cappella presbiteriale e quattro cappelle per lato.
“Il prospetto principale si presenta tripartito con tre ingressi
architravati privi di decorazione architettonica; solo quello centrale,
più ampio rispetto ai due laterali, è inquadrato da un esile modanatura
che segna gli stipiti e l'architrave su mensole arrotondate”. Per
quanto riguarda gli ingressi laterali, quello a destra esisteva già dal
1727. Nello stipite, infatti, è possibile leggere: 1727 LUIS MURRU.
Quello a sinistra è posteriore al 1761, stando a quanto si legge
nell'inventario delle chiese di Siliqua redatto in quell'anno per
ordine dell'Arcivescovo di Cagliari Tomaso Ignazio Maria Natta.
Risulta, infatti, che all'epoca la chiesa avesse due sole porte, una
grande al centro della facciata e l'altra piccola dalla parte
dell'epistola, ossia a destra del portone centrale.
La parte centrale della facciata “è in forma quadrata a terminale
orizzontale segnato da cornice, mentre le due ali trapezoidali hanno
terminali a spioventi”. Al centro, il rosone dà luce alla chiesa: dal
“circolo centrale quadrilobato […] si irradiano dodici raggi che
formano otto petali lobati. Alla sinistra si affianca il campanile con
base a canna quadrata su cui si imposta la cella campanaria, a sezione
ottagonale, forata da monofore in ciascun lato. La torre si conclude
con una cupola emisferica su spessa cornice aggettante”.
L'impianto romanico: la facciata
“La rimozione degli intonaci della parte mediana della facciata,
avvenuta nel corso dei lavori di restauro del 1984, ha messo in luce
l'antico paramento murario, consentendo l'individuazione di strutture
pertinenti al primo impianto dell'edificio.
Si individuano due fasi costruttive: nella prima si delinea una
facciata a due spioventi e coronata da un campanile a vela a due luci;
nella seconda si rileva il sopraelevamento sulle falde del muro, per
rendere il prospetto quadrato. Nella prima fase l'opera muraria è in
conci squadrati di media pezzatura e di materiali diversi, quali
calcare, tufo, trachite e granito, disposti a filari secondo la tecnica
dell'opus quadratum. Nel secondo intervento il materiale utilizzato è
di pezzatura maggiore rispetto al precedente e i conci in calcare
bianco sono messi in opera sia in orizzontale sia in verticale”.
Dall'analisi della struttura muraria è emersa l'opera policroma
dell'impianto romanico sebbene non del tutto apprezzabile a causa
dell'erosione dei materiali. “Il basamento è costituito da tre filari
in tufo cui si alternano un filare in trachite rossastra, altri tre in
tufo e due in granito. A metà della facciata i conci bianchi, grigi e
rossastri si dispongono in modo irregolare sino alla base di un falso
timpano spezzato, interamente in pietre grigie. Questa particolare
attenzione policroma su linee orizzontali richiama modelli toscani
attestati in Sardegna nell'area centro-settentrionale […]; per quando
riguarda il Meridione dell'Isola questi effetti cromatici, così
geometricamente definiti, sono sconosciuti. Il campanile a vela,
tamponato da materiale litico e laterizio e forato dal rosone
circolare, risulta segnato a metà delle luci da due simmetrici conci
grigi”.
Oggi, in seguito ai restauri del 2001, non sono più visibili nè le
differenze tra le due fasi costruttive nè il gioco di colori di cui
Basciu parla, poichè la facciata è stata quasi interamente intonacata.
Sono state, invece, riportate alla luce le due celle dell'antico
campanile a vela, liberate dal pietrame con cui erano state murate.
Analizzando la struttura architettonica della facciata, apparentemente
inscrivibile in un quadrato seppure imperfetto, e data la somiglianza
con quella della chiesa di San Giorgio a Decimoputzu (fine XI sec.),
Basciu avanza l'ipotesi che, in origine, essa si presentasse con “un
portale architravato e forse lunettato e sormontato da una bifora”.
Tuttavia a Siliqua, a differenza di Decimoputzu, non si individua la
sagoma di un profilo a salienti, tipica di un struttura a tre navate,
bensì un prospetto a capanna con campanile a vela a due luci. Da ciò
Basciu deduce che la struttura originaria della chiesa fosse a navata
unica.
La fase tardogotica
Per la ricostruzione della chiesa tra la fine del XVI e la seconda metà
del XVIII secolo, Basciu si è avvalso di materiale d'archivio edito e
inedito che gli ha consentito di effettuare una lettura formale
dell'edificio e di precisare “l'entità di alcuni interventi edilizi di
tipologia tardogotica, effettuati in questo arco di tempo”.
“La prima attestazione della parrocchia intitolata a S. Giorgio risale
al 1594. In un decreto redatto il 13 maggio del 1604, a seguito della
visita pastorale dell'arcivescovo De Esquivel, vengono emanate
disposizioni sulle funzioni religiose e amministrative della
parrocchia.[…] Il 25 agosto del 1614 viene stipulato a Cagliari l'atto
per la costruzione, nella chiesa di S. Giorgio in Siliqua, di due
cappelle dedicate rispettivamente alla Madonna del Rosario ed al
Crocifisso. Nel 1777 l'edificio risulta provvisto di nove altari
compreso l'altare maggiore; ne deriva quindi una configurazione
iconografica come quella odierna, a navata unica, quattro cappelle per
lato e cappella presbiteriale.
È bene precisare da subito che probabilmente l'impostazione
planimetrica gotico-catalana della chiesa di S. Giorgio in Siliqua,
come per numerose chiese sarde sorte tra il XV e il XVI secolo, fu a
navata unica, con cappella presbiteriale e senza cappelle ai lati.
L'aula è divisa in quattro campate da tre archi diaframma a sesto acuto
che sorreggono una copertura lignea a due falde […]. L'arco di accesso
alla cappella presbiteriale, nervato nell'intradosso, scarica su
semicolonne addossate ai robusti pilastri cruciformi. Accettando
l'ipotesi di un primo impianto a navata unica senza cappelle laterali,
dobbiamo di conseguenza ritenere che in origine gli altri archi
diaframma poggiassero su paraste addossate ai contrafforti esterni. I
pilastri cruciformi che vediamo oggi sarebbero il risultato funzionale
alla successiva apertura delle cappelle laterali” edificate in tempi
diversi.
Il presbiterio ha pianta quasi quadrata con volta a crociera e
costolonata; “la trama delle nervature disegna una stella a quattro
punte con altrettante quattro gemme pendule oltre quella centrale. Ai
quattro angoli le costolonature scaricano su esili peducci fitomorfi.
Le gemme presentano decorazioni classicheggianti date da cornici a
motivi vegetali che racchiudono la rosetta baccellata; nella gemma
principale è inciso il simbolo eucaristico JHS”.
Al centro del presbiterio, sopraelevato rispetto alla navata,
originariamente chiuso da una balaustra (oggi nella chiesa di
Sant'Anna), è posto l'altare maggiore in marmi policromi datato 1753.
Sul bordo della mensa, infatti, si legge: OCULI MEI ERUNT APERTI ET
AURES MEAE ERECTAE AD ORATIONEM EIUS QUI IN LOCO ISTO ORAVERIT LIB. II
PARALIP. CAP. VII AN. DNI 1753. Secondo l'inventario del 1761 nella
nicchia era collocata la statua della Vergine delle Grazie.
“All'angolo del presbiterio si conservano due capitelli sovrapposti, di
cui il primo ha base circolare, kyma ionico con quattro ovuli per
ciascun lato e abaco quadrato; al posto delle quattro volute sono
scolpite delle faccine umane. Il secondo capitello è stato scavato
all'interno per essere adattato ad acquasantiera”. Il manufatto,
probabilmente seicentesco, è in calcare bianco.
Le cappelle laterali più vicine al presbiterio sono dedicate, quella a
destra al Crocifisso, quella a sinistra alla Madonna del Rosario, e
“sono da identificare con quelle attestate nel già citato documento del
1614”. L'atto con cui fu commissionato il lavoro di edificazione
precisa che le due cappelle dovessero avere cinque chiavi di volta e
gli altari in pietra. “In una cappella dovevano essere dipinte le
immagini della Madonna del Rosario, nell'altra le immagini del
Crocifisso. […] La costruzione fu affidata ai picapedrers di Lapola
Sebastiano Cau e Giovanni Pintus, i quali risultano chiamati anche per
la costruzione della cappella di S. Antioco nella chiesa di S. Pietro
in Assemini (31 gennaio 1618), e per i lavori di ampliamento della
chiesa parrocchiale di Villasor (4 dicembre 1629)”.
Entrambe le cappelle “sono voltate a crociera e costolonate, con trama
stellare a quattro punte e cinque gemme pendule. In quella del Rosario,
nella gemma di chiave, è rappresentata la Madonna col rosario in mano;
in quella del Crocifisso sono raffigurati nelle gemme minori i simboli
della Passione (la scala, la lancia, la freccia, il chiodo, la mano con
la palma del martirio e la croce), mentre nella gemma centrale è il
Cristo crocifisso […].
La seconda cappella a sinistra partendo dall'altare, dedicata
all'Assunta, è voltata a crociera semplice, senza nervature; sono
invece voltate a botte se pure con altezze diverse, le altre cappelle:
di S. Lucia e del Battistero (rispettivamente la terza e quarta a
sinistra), dell'Immacolata, del Sacro Cuore e della Madonna del Carmelo
(seconda, terza e quarta a destra)”. Quest'ultima, secondo l'inventario
del 1761, era dedicata alle anime del purgatorio e, ancora oggi, c'è
chi la chiama sa cappella ‘e is animasa (la cappella delle anime).
All'interno, stando sempre all'inventario, era esposto un dipinto con
l'immagine di Nostra Signora del Carmelo e delle anime del purgatorio
dentro le fiamme di cui è rimasta memoria nella popolazione sino ad
oggi, essendo stato bruciato intorno al 1960.
Il pulpito in marmo, costruito nel 1956, addossato al pilastro che
separa la cappella voltata a vela con quella del Rosario, era in
origine in pietra lavorata. Ad esso si accede tramite una piccola scala
circolare costruita forando il pilastro e sacrificando la parte finale
della costolonatura e il peduccio di scarico della volta nella cappella
del Rosario.
Le cappelle sono messe in comunicazione tra di loro da basse arcate a
tutto sesto; si aprono all'aula, le prime quattro, con archi a sesto
acuto modanati nell'intradosso, le altre con archi a tutto sesto privi
di modanature.
I rilievi scultorei incorporati nella facciata
Nella facciata sono visibili tre bassorilievi, uno a destra e gli altri
due a sinistra rispetto al rosone. In quello a destra è scolpito “uno
scudo a sei bande, affiancato dal profilo di un colle sulla cima del
quale svetta un maniero” collegato ad una torre attraverso una serie di
sei arcate; nella parte inferiore del maniero si intravedono “tre torri
merlate raccordate da cortine murarie, anch'esse merlate”. Gli altri
due bassorilievi “raffigurano ciascuno uno stemma capovolto”: uno è
apparentemente senza incisioni, l'altro presenta “uno scudo con unica
fascia spezzata a zig zag e laccetto”.
Il bassorilievo su cui è rappresentato il castello richiama il
complesso di Acquafredda così come si ipotizza fosse durante il periodo
pisano. Lo scudo, scolpito affianco all'immagine del castello, presenta
delle similitudini con altri due stemmi, uno proveniente dalla torre di
San Pancrazio e l'altro dal palazzo delle Seziate, entrambi attribuiti
ad una famiglia pisana del XIV secolo. Non può essere quindi collegato,
secondo Basciu, allo stemma dei Conti di Donoratico della Gherardesca,
su cui era invece raffigurata l'aquila reale e che è stato rinvenuto
nella parete esterna occidentale del castello.
Sulla base di queste osservazioni, Basciu suggerisce che "i rilievi
incorporati nella facciata della chiesa di S. Giorgio possano provenire
proprio dal castello di Acquafredda. Non si può escludere tuttavia che
questi materiali provengano dai fianchi della stessa chiesa romanica,
demolita al momento della ricostruzione dell'edificio tardogotico. È
certo invece che lo stemma a sei bande, affiancato al complesso
fortificato, serva ad affermare la proprietà del castello. Resta da
chiarire se il concio marmoreo (nel caso provenga da Acquafredda) vi fu
portato per sottolineare il potere anche sulla villa di Siliqua o se al
contrario fu utilizzato come materiale di spoglio, insieme agli altri
due scudi, per essere poi intonacati e nascosti al fine di occultare
per sempre l'insegna degli sconfitti a vantaggio dei vincitori”.
Conclusioni
“Il primo impianto della chiesa di S. Giorgio muove quindi dalla
facciata romanica, costruita in base al sistema modulare quadrato con
una suddivisione in sedici quadrati più piccoli.” Tuttavia, dalle
misure da lui stesso rilevate, base di m 8,13, altezza sino al
campanile a vela di m 8,25, Basciu ritiene più probabile una
ripartizione in rettangoli.
L'autore ipotizza, inoltre, che il campanile a vela quasi sicuramente
si concludesse con una cuspide e che ci sia stato un innalzamento del
lastricato della piazza, per cui è possibile che l'altezza della chiesa
in origine fosse di 8,60 metri.
Dividendo questa misura in quattro si ottiene l'unità di misura
conosciuta come canna pisana, pari a 2,15 m. Ciò potrebbe costituire
una prima “base comparativa per proporre l'origine della chiesa se
messa a confronto con ulteriori analisi modulari di altri edifici
romanici […]. Alla luce di queste esposizioni si può proporre, per
la chiesa di S. Giorgio a Siliqua, una cronologia d'impianto che
oscilla tra la fine del XII - inizi XIII secolo”.
La chiesa, infatti, presenta una vivacità coloristica di ascendenza
prettamente toscana, mentre sono del tutto assenti, almeno nella parte
decorativa, quegli elementi stilistici tipici dell'architettura legata
alla presenza dei monaci vittorini e alle maestranze pisane, che
operarono nel giudicato di Cagliari tra la fine dell'XI e la seconda
metà del XII secolo.
“La trasformazione dell'edificio romanico in forme tardogotiche avvenne
successivamente all'affermazione degli Aragonesi, consolidatasi nella
prima metà del XV secolo. Questo intervento edilizio teso a recuperare
strutture preesistenti è anomalo nelle fabbriche delle parrocchiali, in
quanto i nuovi dominatori costruirono i nuovi impianti, sulla scorta
del gotico catalano, quasi sempre rispettando le chiese locali.
Se si accetta l'ipotesi proposta dalla tradizione orale che vede, nella
chiesa di S. Anna, la prima parrocchiale di Siliqua e della quale
abbiamo il documento che ne attesta una sua riedificazione nel 1481, si
deve di conseguenza ritenere che prima di quella data l'edificio
romanico di S. Giorgio aveva già subito la trasformazione in forme
gotiche”.
La chiesa di S. Anna è stata costruita secondo lo schema gotico
catalano: navata unica, presbiterio quadrangolare, tetto in legno a due
falde su archi diaframma. “Difficilmente essa ha un'origine romanica, a
meno che le strutture del primo impianto non siano andate completamente
distrutte”.
Basciu, pur accettando in parte la prima ipotesi, ritiene “più
plausibile riconoscere nella chiesa di S. Giorgio la prima parrocchiale
di Siliqua in epoca medioevale; successivamente con l'avvento dei
catalano-aragonesi si edificò ex novo, nella seconda metà del XIV, la
nuova parrocchiale di S. Anna. Per ragioni sconosciute ad assurgere al
ruolo di parrocchiale fu la chiesa di S. Giorgio, e questo non potè
avvenire che nella prima metà del XV secolo trasformando e ampliando
l'edificio romanico”.
Sant'Anna
La chiesa di Sant'Anna è di particolare interesse in quanto
testimonianza dell'architettura della prima età aragonese in Sardegna.
Di essa non si conoscono nè la data di fondazione nè quella di
SANT'ANNA
consacrazione, ma è certo che esistesse già prima del 1481, perchè un
documento di quell'anno ne attesta i lavori di riedificazione essendo
la chiesa preesistente completamente in rovina.
Pur modesta quanto a impegno e risultato edilizio, la chiesa
costituisce un episodio architettonico tipico della completa
assimilazione, da parte di maestranze locali, degli elementi culturali
trasmessi da quelle catalane trasferitesi in Sardegna e impegnate nel
territorio.
È interamente concepita secondo lo schema gotico catalano: in pietra,
ha un'unica navata con pianta a croce latina per la successiva apertura
di due cappelle contrapposte in prossimità del presbiterio
quadrangolare. “La cappella presbiteriale originaria è andata distrutta
e oggi si individuano solo i conci di base nel retroprospetto; il
presbiterio attuale altro non è che l'ultima campata della chiesa”.
La costruzione è caratterizzata da archi diaframma a sesto acuto che
sostengono il tetto di legno ricoperto di tegole. In una trave è
riportata l'iscrizione 1765 Anton Armas.
Le basi degli archi non sono parallele, segno che la chiesa è stata più
volte sul punto di crollare. La facciata conserva il prospetto a
terminale piatto e merlato sul margine posteriore con un piccolo oculo
al di sopra del portale. La chiesa ha due ingressi: uno nella facciata,
l'altro, più piccolo, si apre su via Garibaldi.
Secondo l'inventario del 1761, risulta che nell'altare maggiore vi
fosse un retablo, in cui erano dipinte scene della vita, della
passione, della morte di Cristo e altre immagini degli Apostoli, e tre
nicchie. In quella centrale, provvista di vetrata e tendine, vi era la
statua di Sant'Anna; nelle nicchie laterali vi erano San Raimondo
Nonnato e Santa Rosa da Viterbo.
Oggi, al posto del retablo c'è un altare ligneo che risale al 1765
opera dell'illustre scultore Antioco Diana. Nella mensa è riportata la
seguente scritta: Expenssis. Nob. D. Gajetani Cardia simul.q.r Anton
Armas 1766. L'altare è caratterizzato da decorazioni dorate, per lo più
floreali, su uno sfondo nero e verde scuro. Nella nicchia centrale vi è
la statua di Sant'Anna con la Madonna bambina, in quella di destra
quella di San Giacomo Apostolo, in quella di sinistra Sant'Isidoro
agricoltore.
Nell'arco sul presbiterio si trova uno stemma raffigurante una mano che
stringe delle spighe di grano.
Per quanto concerne le cappelle laterali, voltate a botte, erano
dedicate, secondo l'inventario, una a San Paolo Apostolo e l'altra a
Santa Chiara. Nella prima si trovavano almeno due nicchie con
l'immagine di San Giacomo e di San Vito; nell'altra ve ne erano tre con
le immagini di Santa Chiara, Santa Margherita e Santa Lucia.
Oggi, sull'altare della cappella destra sono sistemate quattro statue:
la Madonna della difesa, Santa Filomena e altre due Madonne, una delle
quale coperta con un velo bianco. Sull'altare della cappella sinistra
vi sono le statue di San Giovanni Battista, San Marco, Santa Lucia,
l'Addolorata, Gesù Bambino e Santa Maria. Nella cappella è anche
sistemato un cocchio con Sant'Antonio abate. Quasi tutte le statue
conservate sono in legno rivestite con abiti in stoffa.
La chiesa ha un campanile ordinario a vela, un tempo con scala esterna
portatile e in legno, e una campana (nel 1761 erano due). Vi è,
inoltre, una sagrestia, con tetto in tegole senza assito.
Oggi in ciascuna parete della navata è visibile una nicchia: in quella
a destra dell'ingresso è posta la statua di San Daniele francescano, in
quella a sinistra si trova la statua di San Salvatore da Horta. Di
queste nicchie non si ha notizia nell'inventario che fa, invece,
riferimento ad un altare posticcio dedicato a San Francesco d'Assisi,
la cui immagine era riposta nella nicchia dentro il muro con vetrata e
tendina di seta.
Si ha notizia di alcuni altari in legno nel presbiterio e due in
mattoni nell'aula, che furono demoliti nel 1928 per ordine
dell'Arcivescovo.
Secondo la tradizione orale, Sant'Anna fu la prima chiesa ad essere
titolata Parrocchia.
Sant'Antonio
La chiesa di Sant'Antonio si trova nelle vicinanze della Parrocchia e
risale anch'essa al periodo della dominazione aragonese; ricorda,
infatti, nelle merlature e nel campanile a vela lo stile della chiesa
SANT'ANTONIO
di Sant'Anna. Ha quattro ingressi: il portone principale che
si apre sulla piazza, un altro ingresso sul lato sinistro rispetto al
portone, e due nella Sagrestia, uno che si affaccia su Via Mannu,
l'altro sul cortile.
Nel presbiterio vi sono tre nicchie: in quella sopra l'altare è posta
la statua di Sant'Antonio, in quelle laterali sono esposte le statue
del Sacro Cuore e di Santa Cecilia. Alla base dell'altare è incisa una
scritta EXPENSIS ECLESIAE PRÔRE NOTT. GEORGIO MAGHONY A?O. D?I 1768.
Nell'inventario del 1761 è così descritta: “Al centro della Villa vi è
anche eretta la chiesa dedicata a S. Antonio di Padova; è costituita da
una navata costruita alla moderna; il suo tetto è in tavole e tegole,
con due porte, una grande nella parte anteriore e un'altra piccola
dalla parte del Vangelo; il suo campanile è ordinario con la sua scala
all'esterno, portatile, e due campane piccole. Questa chiesa ha un solo
altare con una nicchia al centro provvista di vetrata e velo, dove si
trova l'immagine di detto S. Antonio a mezzo busto, e un'altra immagine
dello stesso Santo, a corpo intero, al lato dell'altare. Si ignora chi
e quando si sia costruita. Non ha dote, tuttavia la sua festa si
celebra il 13 giugno a spese della Comunità. Questa chiesa è larga 26
palmi, lunga 63 e alta 20”. Considerando che un palmo corrisponde a
circa 25 centimetri, la chiesa era approssimativamente larga 6,50 m.,
lunga 17,75 m. e alta 5 m.
San Sebastiano
SAN SEBASTIANO - CAMPANILE
San Sebastiano si trova nella piazza Martiri, di fronte al monumento
dei caduti. L'edificio, attualmente, presenta una facciata segnata da
una cornice a doppia inflessione e muratura a vista. È costituita da
un'unica navata, di modeste dimensioni, sicuramente secentesca con
lesene interne destinate a sostenere archi traversi per la copertura,
che sono rimaste interrotte al livello dei capitelli. Oltre
all'ingresso principale sulla piazza, ve ne sono altri due ai lati
della chiesa.
Nella parte destra della facciata si trova una placca di ferro posta
dall'Istituto Geografico Militare che indica la quota altimetrica di
Siliqua pari a 66 metri sul livello del mare e la scritta caposaldo di
livellazione. Istituto Geografico Militare.
In origine la chiesa aveva una struttura molto più articolata che può
essere ricostruita tramite l'inventario del 1761. “Ad oriente della
Villa vi è la chiesa dedicata a San Sebastiano, la quale è costituita
da tre navate di ordinaria fattura con un tetto di tavole e tegole, con
due porte, una grande nella parte anteriore e un'altra piccola dal lato
dell'epistola. È larga 42, lunga 42 e alta 12 palmi. Non ha che un
altare con la sua nicchia, vetrata e velo e un retablo; in questo vi
sono dipinti un Santo Cristo, San Sebastiano e Santa Giuliana, e nella
nicchia vi si trova l'immagine di detto S. Sebastiano; la cui festa si
celebra il 20 gennaio, e il terzo martedì di settembre a spese della
Comunità. Ha il suo campanile, ordinario, con una campana piccola e una
scala portatile dalla parte esterna e una sua tettoia sul davanti. Non
ha dote, nè si sa chi, nè quando sia stata fondata, nè se sia stata
consacrata”.
La tettoia esisteva ancora ai primi del novecento.
San Giuseppe Calasanzio
Fu edificata, nel 1754, dal sacerdote Giuseppe Serra sotto il diverso
titolo del Santissimo nome di Maria e ubicata nell'omonimo rione di San
Giuseppe.
Dall'inventario del 1761 la chiesa risultava distante mezzo miglio dal
paese. Era costituita da una navata larga, pressappoco, 6,50 metri,
alta 5 e lunga 12.
Il tetto era in canne e tegole senza assito, escluso il tratto occupato
dall'altare ricoperto di tavole. Aveva un unico altare, con una nicchia
dove era posta la statua del beato Giuseppe Calasanzio e nella parte
più alta il dipinto del Nome di Maria con vetrata e velo.
I due ingressi si aprivano uno sulla facciata e l'altro sul lato
destro. Il campanile era ordinario senza campane e senza scala.
La sacrestia, di ordinaria costruzione, aveva una finestrella con rete
in legno ma senza vetri. Vi era una cassapanca in castagno, dove si
conservava tutto ciò che occorreva allo svolgimento delle funzioni
religiose: un camice, due casule con le loro stole e manipoli (una
ordinaria l'altra di seta), copricalice e calice (in ottone e in
d'argento dorato), patena in argento dorato, una campanella di rame,
ampolline di vetro.
Dall'inventario risulta che la chiesa fu benedetta l'anno successivo
alla sua fondazione voluta dal curato di Siliqua Giuseppe Serra per
concessione, datata 20 agosto 1754, dell'Arcivescovo di Cagliari,
Giulio Cesare Gandolfi. In virtù di questo decreto il parroco
sottoscrisse l'atto di dote che fu poi precisato nel quinto inventario
dal notaio Giuseppe Puxeddu Ciccu di Siliqua il 20 settembre 1754.
Chiese campestri
San Giacomo di Stia Orro
Questa chiesa apparteneva ad un antico centro abitato di epoca
medievale. Nelle sue vicinanze sono ancora visibili i ruderi di un
antico convento costruito probabilmente dai padri vittorini di
Marsiglia intorno all'XI secolo.
SAN GIACOMO
Esempio di un'architettura minore, probabilmente di origine monastica,
la chiesa è formata da un nucleo centrale più antico di forma
rettangolare orientata con l'altare verso est. Le murature sono in
pietrame, legato con malta di pessima qualità ma, in alcuni tratti, si
intravedono conci in pietra da taglio ben lavorata.
La facciata sulla quale si apre una porta ad arco è successiva e risale
alla prima metà del 1600. Sovrastano il portale d'ingresso una piccola
finestra ottagonale e un campanile a vela. Davanti e sul lato destro si
sviluppava un loggiato formato da pilastri quadrangolari uniti da un
parapetto; in seguito la parte destra del loggiato fu inglobata nella
chiesa per formare locali di sosta per i fedeli e sul fondo per
ricavarne una piccola sagrestia. All'interno della chiesa un'antica
acquasantiera reca una scritta non completamente leggibile.
Nei pressi della chiesa si trovano due fonti, sa mitza de santu Iaccu e
sa mitza de Danielli.
Fino al 1930 circa era consuetudine portare in processione, insieme a
San Giacomo, il simulacro di Santa Barbara. Entrambi, come testimonia
un'antica preghiera, erano invocati contro le tempeste. Di essa
esistono due versioni; la prima, riportata in una lettera al Vicario
Generale scritta dal parroco di Siliqua, Eugenio Cossu, il 28 luglio
1933, recita: Sant' rabara e Santu Iaccu, bosu portais is crais de
lampu bosu portais is crais de ceu, ne' tronu, ne' lampu, ne' temporada
mai non tochinti a fillu allenu. La seconda versione, tramandata
oralmente, è quella più diffusa: Santa Brabara e Santu Iaccu, bosu
portais is crais de lampu, bosu portais is crais de ceu, no toccheis a
fillu allenu, nè in dommu (bidda) nè in su sattu, Sant' Brabara e Santu
Iaccu.
Santa Margherita
La chiesa di Santa Margherita si trova a poca distanza dal castello di
Acquafredda.
Secondo l'inventario del 1761, fu ricostruita a spese del nobile don
Gaetano Cardia nel 1758.
SANTA MARGHERITA
L'edificio presentava già da allora una navata unica e il tetto in
tegole e tavole di legno: “È larga 21 palmi, alta 23, lunga 55[1]; ha
una porta nella parte anteriore, e un campanile ordinario senza campana
nè scala”. All'interno della chiesa vi era un solo altare con una
nicchia in cui era esposta l'immagine della Santa.
Oggi, anche dopo il restauro, nel 1947, ad opera dei ferrovieri delle
ferrovie meridionali, presenta forme gotico catalane con facciata a
terminale piano orlato di merlatura che risale probabilmente al 1600.
Chiese distrutte
San Marco
Della chiesa di San Marco, di cui oggi rimangono solo pochi ruderi, non
si conosce nè quando nè da chi fu edificata.
Grazie all'inventario è però possibile ricostruirne la struttura. Aveva
un'unica navata, il tetto in canne e tegole senza assito. Era larga
circa 5 metri, alta 3,50 e lunga circa 9. Aveva due porte, una grande
sulla facciata e una piccola dalla parte dell'epistola, un campanile
piccolo e ordinario senza campana e scala, altare senza retablo.
Era consuetudine conservare la statua del Santo in parrocchia per tutto
l'anno e portarla, in processione, nella sua nella chiesa solo per la
festa, il 25 aprile. Oggi è conservata nella chiesa di Sant'Anna.
L'uso della chiesa fu interdetto dal Canonico Ignazio Vincy il 24
maggio 1760 poichè il tetto era pericolante. Essa non fu probabilmente
ristrutturata e lentamente andò in rovina: infatti, già in un documento
del 1777, conservato presso l'Archivio della Curia Arcivescovile di
Cagliari, non risulta più citata tra le chiese rurali di Siliqua.
Santa Maria
I ruderi della chiesa di Santa Maria si trovano a pochi chilometri dal
paese nella località chiamata anticamente salto cabalis e oggi nota col
nome di Gibasoli.
Fu edificata, in epoca medievale, secondo gli schemi dell'architettura
romanica sopra le rovine di un edificio termale di età romana. Vicino
sono visibili i resti del ponte e dell'acquedotto romano.
Col nome di Santa Maria cabales è citata tra le chiese di Siliqua nel
decreto redatto il 13 maggio del 1604 dopo la visita pastorale
dell'arcivescovo De Esquivel; nell'inventario del 1761 risulta, invece,
dedicata a Nostra Signora di Monserrato.
Anche per questa chiesa, come per San Marco, è possibile, grazie
all'inventario, capire quale fosse la sua struttura architettonica.
Era costituita da un'unica navata con tetto in serradizzos e tegole.
Nel 1761 la parte sopra l'altare fu coperta con tavole in legno. Larga
e alta circa 4 metri, lunga circa 10, aveva due porte, una grande nella
facciata e una piccola dalla parte dell'epistola. Non possedeva nè
campana nè scala. Davanti e nella parte del Vangelo, ossia a sinistra
rispetto all'altare, aveva una tettoia.
Santa Barbara
Nei pressi del castello di Acquafredda vi era la chiesa dedicata a
Santa Barbara, citata in alcuni antichi documenti risalenti all'epoca
giudicale. Da essi risulta che la ecclesiam sanctae Barbarae de
Aquafrigida fu donata ai monaci vittorini di Marsiglia nel 1089 da
Costantino, giudice di Cagliari. Un documento successivo, datato 22
aprile 1090, riconferma la donazione da parte dell'arcivescovo di
Cagliari Ugone, il quale aggiunse alla chiesa di Santa Barbara anche
quella di Santa Maria: simili etiam modo dono atque concedo ecclesiam
[...] Sanctae Mariae et Sanctae Barbarae de Aqua frigida. Tale
donazione fu ulteriormente confermata in documenti del 1119, 1120,
1141, 1183 e 1218.
La chiesa di Santa Barbara risulta elencata nell'inventario dei beni
dei vittorini ancora nel 1338 e amministrata dal presbitero Raimondo,
parroco di Villanova di Saruis.
Diverse sono le ipotesi sull'esatta ubicazione della chiesa. Da alcuni
documenti, datati 1215, 1216, 1238, si può dedurre l'esistenza di una
cappella sul monte del castello. In alcuni di essi è citato il
prebiteru Iohanni Spina capellanu miu de su Monti de Aguafriida, in
altri Benitu castellanu de su Monti de Aquafriida (castellanu è
probabilmente un errore e va letto cappellanu, secondo Gianni Serreli,
Simona Sitzia e Stefano Castello autori di La Curadoria del Sigerro).
La cappella ricordata in questi documenti potrebbe essere la chiesa di
Santa Barbara.
Un'altra ipotesi, non confermata, la identifica con l'attuale chiesa di
Santa Margherita, anche se il ritrovamento di un capitello e di alcuni
elementi architettonici all'interno della cinta muraria, durante gli
scavi del 1999, introducono una nuova ipotesi di ubicazione della
chiesa.
Altre chiese
Nel territorio di Siliqua risulta siano esistite anche le chiese
dedicate a San Pietro, a San Gemiliano, a Sant'Elena e a San Giovanni
Saruis.
Quest'ultima chiesa si trovava probabilmente a Villanova Saruis,
villaggio medievale attestato per la prima volta intorno al 260 d.C.,
di cui sono ancora oggi visibili le rovine, in prossimità del lago
artificiale di Genna is abis, sul Cixerri.
fonte: http://www.comune.siliqua.ca.it/Menu.php?menu=2370
e http://it.wikipedia.org/wiki/Siliqua_(CA)
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