ecimomannu (in sardo Deximu Mannu) è un comune di 7.393 abitanti della
provincia di Cagliari. Dista da Cagliari circa 17 km e confina a nord
con il comune di Villasor, a nord-est con San Sperate, a ovest con
Villaspeciosa e Decimoputzu e a sud con Assemini e Uta.
Geografia
Decimomannu
è sorto in una zona pianeggiante all'interno di un'ansa del fiume Riu
Mannu e fece parte del sistema insediativo di centri storici disposti
lungo il tracciato viario che accompagna la riva sinistra di quel fiume.
Per la sua posizione topografica ha sempre avuto una rilevante funzione
itineraria: in epoca romana la famosa via che da Caralis conduceva a
Sulcis, si biforcava a Mansum (oggi Elmas); un ramo proseguiva per
Sextum (Sestu), Biora e Valenza (distrutte); l'altro ramo passava per
Decimum proseguendo per Valeria, florida cittadina, e da lì per Sulcis
(l'odierna Sant'Antioco).
Storia
Decimomannu ha origini romane, come attesta il suo nome che significa
"a dieci miglia da Cagliari (Decimo ab urbe Karali miliario).
I primi stanziamenti di Decimomannu si fanno risalire all'epoca
fenicio-punica, in quanto tra il 1879 e il 1880 fu riportata alla luce,
durante i lavori della stazione, una necropoli nella quale, in molte
tombe, furono rinvenute monete puniche in bronzo di conio globulare.
L'abitato, come in altri esempi nel Campidano, deve essersi formato in
un tessuto originariamente costituito da un castrum militare che si è
evoluto in seguito a diversi processi economici di sviluppo succedutisi
col passare del tempo. Secondo il Casula nei pressi di Decimo si svolse
la battaglia del 215 a.C. nell'ambito della 2^ guerra punica, che
coinvolse romani, sardi e cartaginesi, i sardi erano comandati da
Ampsicora.
La più rilevante testimonianza del periodo romano è costituita da due
ponti, la cui presenza ci conferma che Decimo, grazie alla sua
posizione, aveva una grande importanza nel campo della comunicazione
sin dal periodo della dominazione romana.
I resti di un ponte si trovano sul Riu Mannu, non lontano dalla statale
130. Dai ruderi e anche dalla larghezza del fiume nel punto in cui
sorge la struttura, si desume che il ponte nelle sue origini fosse
costituito da tredici arcate.
Successivamente alcuni tratti del letto del fiume furono
rialzati dai pescatori per deporre le nasse e dieci arcate sono state
ostruite dai detriti trasportati dalle correnti d'acqua. Questa
situazione ha segnato la precoce rovina del ponte, dato che
nei periodi piovosi l'ondata di piena del fiume, carica di fango e di
detriti, non trovando sfogo sotto le arcate del ponte,
scaricava su di esso tutta la sua energia. Delle tredici
arcate oggi, sulla riva sinistra del del fiume Riu Mannu, rimangono
visibili tre arcate più i resti dei basamenti di alcune pile nell'alveo
del fiume. Imboccato il ponte, il primo arco è quasi
completamente interrato sotto il piano di campagna; degli altri due
archi, entrambi in vista, l'ultimo muore sull'argine in terra eretto in
epoca moderna lungo il corso d'acqua, onde contenere le piene.
Lungo la strada di imboccatura del ponte, per circa 50 metri,
è possibile trovare le tracce di una muratura in pietra larga circa 70
cm e alta circa 50 cm che, nei periodi di piena, doveva
servire ad arginare l'afflusso dell'acqua nel tratto di
strada all'ingresso del ponte stesso. I resti dell'altro ponte ad una
sola arcata, che molti dicono di origine romana, si trovano in zona Su
Meriagu, a meno di cento metri dalla superstrada
Cagliari-Iglesias; vi scorreva il Riu Concias, di cui attualmente non
c'è più traccia.
Quando è stata progettata la Cagliari-Iglesias non ci si è preoccupati
non solo di valorizzarlo, ma neppure di salvaguardarlo: fino a qualche
anno fa l'imponente arcata risultava quasi completamente sepolta da
terra, detriti e immondizie. Ora, invece, la zona è stata ripulita e il
ponte è stato riportato al suo antico splendore.Altra opera, notevole
del periodo romano, era l'acquedotto che da Villamassargia portava
l'acqua a Cagliari. Anche di questa opera non sono quasi rimaste tracce.
Dell'oscuro periodo bizantino, Decimo non offre documenti o monumenti
che sono invece rilevanti nel vicino paese di Assemini. Il paese
appartenne al Giudicato di Cagliari e fu il capoluogo della Curatoria
omonima. Molti giudici fecero di Decimo la loro residenza.
Alla venuta degli Aragonesi, si combatté proprio in territorio di
Decimo, a Luco Cisterna, una battaglia contro i Pisani, che furono
sconfitti nel 1324. Rimase agli Aragonesi fino al 1353. Poco dopo, per
il tradimento di Gerardo Donoratico, fu annessa al superstite Giudicato
di Arborea. Poi fece parte della Viscontea di Sanluri e, nel 1519,
sotto gli Spagnoli, passò alla Baronia di Monastir, restandovi fino al
1839, quando fu riscattata dagli ultimi feudatari, i Bou Crespi di
Valdaura. Al periodo spagnolo risale il sarcofago di Violante Carroz,
figlia di Giacomo, Viceré di Sardegna.
Il sarcofago di pietra che si trovava nella chiesa di San Francesco di
Stampace, a Cagliari, fu riportato a Decimo dalla famiglia Cao-Pinna,
che aveva acquistato i resti della chiesa e l'area circostante.
La guerra
alla malaria
La guerra alla malaria fu sostenuta dall'ERLAAS (Ente Regionale per la
Lotta Anti-Anofelica in Sardegna) dal 1946 al 1950, con il contributo
organizzativo della Fondazione Rockefeller.
La campagna di disinfestazione fu condotta irrorando tutte le zone
paludose, i rigagnoli, le pozzanghere, tutti i luoghi in cui potevano
annidarsi le zanzare del tipo Anopheles Labranchiae e le loro larve con
il DDT. È stata un'impresa di enorme portata, dal momento che in
Sardegna vi lavorarono per 4 anni ben 32000 persone. Da molte decine di
migliaia di casi di malaria, nel 1946, si scese a quota zero nel 1952.
I nobili di
Decimomannu
I Cao Pinna
La famiglia più antica e Nobile di Decimomannu è quella dei Cao Pinna,
che ha vissuto a Cagliari, ma che a Decimo possedeva grandi estensioni
di terreno e una casa che occupava una gran parte del centro storico.
I Cao, famiglia di antichissima origine cagliaritana, sono sempre
andati fieri della loro casata e, in vari periodi, ne hanno scritto le
vicende. Nel 1430, l'arcidiacono della cattedrale di Cagliari, Andrea
Cao, costruendo la genealogia della famiglia, la faceva risalire ad
Aulo Caio, comandante romano sbarcato in Sardegna nel 262 a.C. Secondo
un'altra ipotesi, il Papa sardo Ilario, vissuto nel V secolo, sarebbe
membro della famiglia Cao ma nessuna delle due tesi è stata dimostrata.
La genealogia dei Cao può essere ritenuta attendibile solo a partire
dagli inizi dello scorso millennio, in quanto documentata. Si sa che in
questo periodo Ilario Cao vedeva esaudita da parte del Papa Benedetto
VIII la richiesta di un intervento militare per liberare la Sardegna
dai saraceni; questo dimostra che già da allora i Cao avevano influenti
amicizie nella corte papale.
Anastasio Cao, figlio di Ilario, ricoprì una carica importante nella
segreteria papale; il figlio Benedetto fu fatto cardinale da Gregorio
VII. Dal fratello di Anastasio, Costantino, proseguì la discendenza dei
Cao. Sposò una donna figlia di ricchi mercanti pisani e anche i figli e
in nipoti si imparentarono con prestigiose casate pisane. Nella contesa
tra Pisa e Aragonesi per il possesso della Sardegna, i Cao si
schierarono con questi ultimi, con i quali instaurarono buoni rapporti
che rafforzarono imparentandosi con famiglie nobili di origine spagnola
come i Boyl e i Torrellas.
Durante il periodo aragonese e spagnolo, i Cao si distinsero in tutti i
più importanti eventi militari, meritando gli elogi per iscritto del
viceré Sardegna Michele de Moncada. In questo periodo si misero in luce
anche nella vita religiosa e civile ricoprendo cariche di prestigio.
Nel 1500, Pietro ricoprì importanti cariche pubbliche tra cui quella di
sindaco dell'"appendice" di Villanova. Nel 1646 Filippo IV di Spagna
concesse il cavalierato a Francesco Cao e gli confermò la facoltà di
usare l'antico stemma di famiglia posseduto fin dai primi del Trecento,
pur non essendo nobili. Nello stemma, sopra gli altri simboli araldici,
figura un uccello bianco, un gabbiano, che in sardo è detto appunto cau.
Agli
inizi dell'Ottocento, i Savoia, durante la permanenza della Corte a
Cagliari, ebbero modo di apprezzare e stimare i Cao. Carlo Felice,
salito al trono nel 1839, conferì il titolo di
conte di S. Marco al nobile Efisio Cao. Costui fu sindaco di Cagliari
nel 1838 e nel 1841, anno in cui accolse alla porta del molo di
Cagliari l'ultimo re di Sardegna, Carlo Alberto,
e il futuro re d'Italia, Vittorio Emanuele.
Dal nobile Efisio Cao discende Vincenzo Sanna Cao Pinna, antico
proprietario di una delle case campidanesi meglio conservate a
Decimomannu, precedentemente citata. Nella zona dove attualmente sorge
il palazzo comunale e la piazza antistante era situata la casa di Don
Ottavio Cao - Pinna, discendente di uno dei fratelli di Don Efisio Cao.
Don Antonio Campus Serra
La sua antica casa sorgeva accanto all'attuale chiesa parrocchiale. La
casa padronale vera e propria era la parte più vicina alla chiesa: di
fianco vi erano abitazioni per la servitù, magazzini e stalle.
Nel cortile vi erano alcuni pozzi. Questa casa era in comunicazione con
la chiesa mediante un accesso privato di cui si sono notate le tracce
quando è stata demolita.
Don Antonio Campus Serra per lunghi periodi risiedeva a Cagliari, dove
svolgeva la sua funzione di procuratore del re (analoga a quella di un
procuratore della Repubblica); trascorreva anche dei periodi a Roma, ma
di solito rientrava a Decimo il giorno che precedeva una festività o la
domenica ed il suo arrivo era preannunciato dal rumore delle ruote
della carrozza sul selciato.
Non ha avuto figli, ma una nipote di nome Maria Grazia che sposò il
Dott. Carloni, impiegato del Ministero del Tesoro: anch'essa non ha
avuto figli e si è interessata ben poco alla grande proprietà
ereditata, che fu affidata ad un amministratore. La casa venne affidata
a più di una famiglia, venne suddivisa in più parti e trasformata; pian
piano perse gran parte delle caratteristiche di antica e ricca casa
campidanese.
Quando fu costruito il palazzo che ospita la ASL era già in parte
diroccata.
Don Battista Diana
]Abitava nell'attuale via Stazione, dove ancora oggi esiste la sua casa
con un ampio cortile.
Era un possidente terriero che aveva molti dipendenti. Il suo titolo
nobiliare è di origine incerta. Le persone anziane di Decimo raccontano
che suo fratello, Don Felice Diana, abbia avuto una triste esperienza
che ha segnato tutta la sua vita: il primo giorno delle nozze portò
sulle braccia la sposa in camera e la distese sul letto nel quale degli
amici avevano nascosto un "cladodio" di fico d'India; lo scherzo, di
pessimo gusto, ebbe come conseguenza la morte della sposa per cancrena,
in quanto non guarì più di alcune ferite prodotte dalle spine.
Don Felice Diana, rimasto vedovo, non si risposò e lasciò sempre
intatta la camera dove la sua giovane sposa aveva trovato la morte.
Il conte Lostia
Abitò a Decimomannu tra il 1900 e il 1920, nella casa che ancora si può
ammirare in corso Umberto, perfettamente conservata e periodicamente
abitata dagli eredi.
Andrea Boy Melis
Non di sangue blu, ma nobile d'animo, padre Andrea Boy Melis, gesuita,
trascorse parte della sua vita missionaria in Madagascar.
Nacque a Decimomannu il 5 dicembre 1813 e fu battezzato il giorno
successivo nella chiesa parrocchiale. Nel 1825 andò a Cagliari per
intraprendere gli studi prima nelle scuole pubbliche dei Padri Scolopi
e poi nel collegio dei Padri Gesuiti. Dopo alcuni anni chiese di
entrare a far parte dell'Ordine e venne accettato dopo aver terminato
gli studi. Nel 1835 a Voghera, ove prestava la sua opera come
insegnante elementare, fece i primi voti. Nel 1939, a Torino,
intraprese lo studio della filosofia e della matematica, che ben presto
abbandonò. Studiò teologia e venne ordinato diacono e poi sacerdote.
Celebrò la sua prima Messa nella Chiesa Gesuitica di San Michele, a
Cagliari, il 27 ottobre 1844.
Nel 1848, i gesuiti furono espulsi da Cagliari e fra questi anche Padre
Boy Melis, che peregrinò in diversi paesi della Sardegna: Villasor,
Samatzai, Nuraminis, dove si ammalò gravemente. Fece voto a
Sant'Ignazio e a San Francesco Saverio che, se fosse guarito, sarebbe
partito missionario. Subito dopo aver fatto il foto si accorse che il
male regrediva rapidamente come se una mano invisibile gli togliesse un
grande peso. Capì che quella era la volontà di Dio e chiese subito di
partire in missione.
Il 9 ottobre ricevette la comunicazione di tenersi pronto a partire per
il Madagascar. Il 27 novembre si imbarcò a Cagliari, dopo aver
celebrato una Messa nel Santuario di Nostra Signora di Bonaria. Fu un
viaggio molto avventuroso a causa delle cattive condizioni del mare.
Sbarcò a Saint Tropez dopo 12 giorni di navigazione, perché la nave non
ce l'avrebbe fatta a superare il Golfo del Leone; da qui con una
diligenza raggiunse Marsiglia, poi Avignone, Grenoble ed infine Le
Havre e Cherbourg, luogo d'imbarco per il Madagascar.
Davanti a tante avversità, Padre Boy Melis dimostrò di possedere quella
forza di sopportazione caratteristica dei buoni missionari. Il viaggio
attraverso l'oceano durò più di quattro mesi. Il Madagascar era allora
una "terra vietata" ai cattolici, ma si poteva sbarcare nelle piccole e
grandi isole vicine. Padre Boy Melis si recò in molti centri abitati,
imparò la lingua ed i dialetti, fondò e diresse una scuola tra mille
difficoltà. Dopo 12 anni di dura attività missionaria, quando salì al
trono Radama II, potè finalmente approdare in Madagascar, ad
Antananarivo.
Si sa poco sui suoi ultimi anni di vita, se non che morì pronunciando
le parole "Offro il sacrificio della mia vita per la Chiesa, per la
Compagnia e per questa Missione", il 2 gennaio del 1868.
Luoghi d'interesse
Chiesa parrocchiale
La
chiesa parrocchiale di
S. Antonio Abate risale al XVI secolo ed è in stile
gotico-catalano. Nell'unica navata si innestano tre cappelle per lato:
quelle a destra, originarie, hanno volte a crociera con nervature e
gemme pendule, mentre quelle a sinistra, coperte a botte, sono più
recenti e hanno subito rifacimenti. Attraverso un maestoso arco ad
ogiva si accede al presbiterio dalla volta stellare. Di notevole
rilievo sono i capitelli gotici dei pilastri sul lato destro della
navata e il fonte battesimale del '700.
La facciata è impreziosita da un portale gotico e da un rosone; sul
lato sinistro si erge la torre campanaria. La chiesa ha subito
rifacimenti nel tempo, come risulta dai bollettini
parrocchiali. Fino al 1922, la facciata della chiesa era rettangolare,
come la finestra che, al posto dell'attuale rosone, sovrastava il
portone. Ai lati del portone si trovavano due rozzi
sedili in pietra.
Nel 1922 fu fatta una questua nel paese per raccogliere i fondi
necessari per il restauro della chiesa. In quella occasione la facciata
subì una trasformazione notevole: su di essa fu
eretto un timpano triangolare sormontato da una croce, la finestra
rettangolare sopra il portone fu sostituita da una apertura circolare e
furono eliminati i sedili in pietra. In successivi restauri fu aggiunta
la bussola nella porta della chiesa e il pavimento, inizialmente di
pietra, fu rifatto con pianelle di cemento bianche e nere; per avere
più spazio, furono eliminati i due altarini collocati davanti ai primi
pilastri della navata centrale (in uno vi era un quadro raffigurante S.
Francesco di Paola e nell'altro uno raffigurante S. Filomena); fu anche
cambiata la pila per l'acqua benedetta, sostituendo la colonna, che era
in granito grigio, con un'altra di pietra bianca, avanzo di colonna
proveniente da una chiesa campestre andata in rovina.
Nel 1931, essendo aumentata la popolazione, si sentì l'esigenza di
avere una chiesa più spaziosa: si resero comunicanti le cappelle di
sinistra con porte ampie, seguendo lo stile delle medesime, e di fare
archi ogivali tra le cappelle di destra, in modo da poter sfruttare
tutto lo spazio. Nello stesso anno fu eliminata anche la scala in
muratura all'interno del campanile, sostituita con una scala in legno
che, passando vicino alla stanza dell'orologio, portava sopra questa,
alle campane.
Nel 1932 furono decorate le cappelle laterali con dipinti eseguiti dal
pittore Peppino Scano e da suo figlio e l'anno successivo furono
riparati e ridipinti soffitto, porte e confessionali, in quanto era
attesa la visita pastorale dell'Arcivescovo di Cagliari, Ernesto Maria
Piovella (che dovette poi essere rimandata al 21 gennaio 1934.
Nel 1938 fu realizzato l'impianto di illuminazione elettrica e fu
collocato un cancelletto in ferro a chiudere le due balaustre che
delimitavano il presbiterio. In un successivo intervento effettuato
negli anni '50 venne riparata e modificata la facciata, prolungando lo
spiovente destro della navata centrale anche sulla stanza accanto alla
chiesa (sede dell'ufficio parrocchiale) e rivestendo il tutto, compreso
il campanile, con lastroni di marmo. L'effetto estetico non era
gradevole: la chiesa assunse l'aspetto di un capannone.
Nel 1993 viene restaurato il campanile e riportato all'antica bellezza:
i lastroni di rivestimento vengono rimossi e le finestre ad arco,
chiuse probabilmente nel secolo scorso, riaperte. Si mette in evidenza
la tecnica di costruzione: la solidità della struttura è dovuta alla
presenza di robusti tiranti posti a due diverse altezze.
Nel mese di gennaio 1995 iniziò il restauro, terminato nel 1998, che ha
riportato la chiesa parrocchiale alla sua bellezza originale.
Chiesa di
Santa Greca
Si ha notizia certa dell'esistenza a Decimo di una chiesa dedicata alla
Santa nel 1500, edificata su una più antica, non si sa di quale
periodo, che aveva annesso un monastero di monache. Nel 1777 fu
costruita una nuova chiesa su quella preesistente, della quale è
rimasta solo l'abside, simile a quella attuale nella forma e nelle
strutture principali. Qualche anno dopo, nel 1792, furono edificati in
marmo policromo l'altare ed il pulpito che si possono ammirare
attualmente.
E' in una bella posizione, a sud-ovest del paese, orientata, come si
usava nell'antichità, con l'entrata pricipale a ponente e l'altare
maggiore ad oriente. Ha subito modifiche in alcune parti esterne: nel
1928 fu demolito il campanile a vela che era situato al centro della
facciata, costruito il timpano, ingrandita la finestra e costruito
l'attuale campanile alto 18 metri.
Davanti all'ingresso principale vi era una lolla con colonne ottagonali
che fu demolita nel 1933. Era riservata, nel tempo della festa e della
fiera, ai venditori di argenteria, di gioielli e di altre cose di
valore.
Nel 1981 si dovette intervenire in modo radicale su tutto l'edificio
che presentava gravi lesioni agli archi e alle strutture portanti, per
dimpedirne il crollo. Con l'interessamento dell'allora parroco, sac.
Raimondo Podda, e con la collaborazione dell'Amministrazione Comunale e
della popolazione, si è riusciti ad ottenere dall'Assessorato ai Beni
Culturali della Regione Sardegna i fondi necessari per un restauro
completo.
Fondazioni, tetto, pavimento, intonaci, porte, finestre, impianto
elettrico, lampadari: tutto è stato rinnovato riportando la chiesa alla
sua struttura antica, quella del 1977, togliendo intonaci e
verniciature di vario genere, specie agli archi, ai cornicioni e ai
pilastri. In particolare la cupola è stata riportata alla bellezza
originale, riaprendo tre finestre che erano state murate e dando così
luce alla zona attorno all'altare.
Successivamente si è proceduto alla sistemazione dell'area antistante
la chiesa: ora vi è un ampio sagrato pavimentato, interrotto da molte e
grandi aiuole. In questo modo la chiesa rimane isolata dal traffico e
dal rumore.
Un successivo intervento è stato necessario recentemente, dopo che un
fulmine, durante un violento temporale la sera del 18 luglio 2006, ha
colpito la croce situata sul campanile, facendola cadere sul sagrato
insieme a vari calcinacci, bruciando le varie centraline elettriche
dell'intera chiesa e creando delle piccole crepe nella struttura.
Ponte romano
Di notevole interesse è la presenza di un ponte romano attraversato dal
Rio Mannu, in località Bingia Manna, a sinistra della SS 131,
all'altezza dell'odierno ponte.
Di questa antica costruzione, originariamente formata da 13 arcate,
edificata in conci calcarei squadrati, oggi rimangono in piedi appena
tre arcate; su una di esse è visibile quello che presumibilmente doveva
essere un sarcofago in tufo calcareo, incastonato nella struttura della
costruzione.
La misura complessiva di quanto ancora rimane è di m. 36,40. Secondo il
Can. Spano, ai suoi tempi il ponte romano di Decimo era assai più bello
di quello di Porto Torres che, insieme a quelli di Sant'Antioco e di
Gavoi erano gli unici ancora in piedi in Sardegna. Anche il Fara
ricorda il ponte romano di Decimo, "pons maximus terdecim fornicibus
connexus" (un grande ponte, formato da tredici arcate).
Nel periodo compreso tra luglio 1995 e febbraio 1996 veniva effettuato
il primo intervento di restauro e scavo archeologico. Durante
quell'intervento, oltre agli urgenti lavori di restauro, vennero
studiate le tecniche costruttive del ponte, di cui rimanevano ancora in
piedi le prime tre arcate sul lato pertinente all'attuale territorio
comunale di Decimomannu. L'uso di blocchi squadrati in calcare locale,
perfettamente lavorati e combacianti tra loro, permette di datare
l'opera tra la fine del I sec. a. C. e l'inizio del I secolo dell'era
volgare.
Alcune strutture presso l'alveo del fiume facevano ipotizzare la
sopravvivenza del piano stradale antico anche in questa zona. In
occasione del nuovo cantiere, nel novembre 1999 veniva effettuato un
saggio di scavo ai margini del rio Flumineddu, ormai a pieno regime
d'acqua.
In conclusione, le strutture venute alla luce durante i recenti scavi
presso il ponte romano, testimoniano per la prima volta in Sardegna
l'esistenza, in epoca romana, di strutture pubbliche destinate
all'approvvigionamento idrico dei viaggiatori che, con vari mezzi,
attraversavano le strade dell'isola.
Decimomannu e
il culto di Santa Greca
Non è semplice spiegare chi era Santa Greca, perché si rischia di
scambiare la leggenda per storia. Da circa 1700 anni è conosciuta,
amata e venerata non solo dai decimesi ma dalla Sardegna intera.
Secondo la lapide funeraria che sovrasta la sua tomba, ritenuta
autentica del IV o V secolo dell'era cristiana, quando morì era una
ragazza di 20 anni, 2 mesi e 9 giorni. I suo genitori erano
probabilmente oriundi della Grecia o esiliati in Sardegna perché
cristiani, e proprio per ricordo della patria lontana avrebbero
chiamato questa loro figlia con il nome di Greca.La reliquia di santa
Greca fu ritrovata nel 1633, come risulta dai documenti e atti notarili.
La data esatta della nascita di Greca è inutile cercarla nel buio della
storia. Tenendo però per buona la tradizione che pone il suo martirio
nella persecuzione di Diocleziano e Massimiano che raggiunse il suo
culmine come estensione territoriale e come ferocia nel 304 d. C.
Possiamo quindi dire che ci avviciniamo alla verità se diciamo che
Santa Greca nacque nell'anno 284, il 12 ottobre.
Amministrazione
comunale
Sindaco: Luigi Porceddu (lista civica Cambiamo Insieme) dal 17/06/2008
Centralino del comune: 070 966701
Posta elettronica: info@comune.decimomannu.ca.it