uras (in sardo Lùras, in gallurese Lùrisi), è un comune della
provincia di Olbia-Tempio nella regione storica della Gallura. È
situato a oltre 500 metri sul livello del mare, nella zona della
Gallura. Fa parte della III Comunità Montana "Gallura". Dista 95 km da
Sassari. Pur essendo situato nel cuore della Gallura, ha conservato la
parlata logudorese, un tempo parlata in tutta la zona ma da alcuni
secoli sostituita da quella gallurese, di origine corsa ed affine al
dialetto di Sartene.
Il toponimo Luras deriva dal latino lura, che significa otre o sacco.
La denominazione nasce dalla fantasia dei locali che intravedevano
nelle particolari rocce presenti forme di "otri" o "sacchi".
Uno degli olivastri millenari
Amministrazione comunale
Sindaco: Maria Giuseppina Careddu (lista civica) dal 29/05/2006
Centralino del comune: 079 645200
Posta elettronica: protocollo@comune.luras.ss.
CENNI
STORICI
Epoca Preistorica:
Nei dintorni del centro abitato di Luras, già Villa Lauras, sono
presenti numerosi “Dolmen” e. poco più distanti, ruderi di alcuni
nuraghi, testimonianza concreta della presenza di insediamenti umani
stabili in tempi molto lontani, che gli studiosi hanno fatto risalire
all’era neolitica.
Epoca Romana:
Nessun documento o reperto storico è giunto fino a noi per
consentire di far luce sulle vicissitudini di queste contrade durante
il periodo del dominio romano in Sardegna, protrattosi per molti
secoli. E’ rilevabile, d’altra parte, nella parlata lurese, la presenza
di numerosi vocaboli di chiara provenienza latina, conservatisi sino ad
ora.
Epoca Bizantina:
Con il crollo dell’Impero Romano segue, in Sardegna, un breve dominio
dei Vandali che a loro volta vengono soppiantati dai Bizantini i quali
impongono la loro autorità sull’isola. Dell’epoca bizantina, come per
il resto della Gallura, è stato tramandato a noi il culto di quei santi
che si identificano nella tradizione della chiesa greco-orientale: San
Costantino - Sant’Elena – San Michele Arcangelo – San Nicola – San
Leonardo, cui furono, e lo sono tuttora, intitolate le chiese che
furono parrocchiali dei villaggi esistenti in epoca medioevale
nell’attuale territorio di Luras, ed in quello in cui fino all’800 il
suo parroco esercitava la giurisdizione, sopravvissute nei secoli
grazie alla devozione dei fedeli e giunte fino a noi. Alla tradizione
bizantina può essere ascritto anche il culto di N.S. del Buon
Cammino,un tempo denominata N.S. d’Itria (o anche S. Maria di
Odigitria), festeggiata a Luras ogni anno il primo lunedì di ottobre in
concomitanza con la festa Patronale.
Epoca Giudicale:
La lontananza, non soltanto geografica, di Bisanzio ebbe come
conseguenza l’abbandono della Sardegna a se stessa, costretta ad
affrontare con le sole sue forze le incursioni sempre più frequenti e
massicce degli Arabi. Il formarsi di una nuova classe dirigente
contribuì all’avvio del governo giudicale ed alla successiva
suddivisione della Sardegna in quattro Giudicati i quali a loro volta
si ripartivano amministrativamente in curatorie e ciascuna di queste
comprendeva diverse Ville, ossia centri abitati. In tale epoca Villa
Lauras faceva parte della curatoria di Gemini Josso, nel Giudicato di
Gallura. Per far fronte al sempre più grave e costante pericolo dei
pirati saraceni la Sardegna aprì le porte all’occupazione pacifica di
Genova e Pisa. Il Giudicato di Gallura finì nella sfera d’influenza di
Pisa il cui dominio si sarebbe protratto fino al 1323. Tra il 1317 ed
il 1319, la Repubblica di Pisa, ignara dell’imminente tramonto del suo
dominio sull’isola, fece predisporre il “Liber Fondachi” consistente in
un elenco delle “Ville” del Giudicato, riportando per ciascuna di esse
la somma dovuta a titolo di tributo. Tale libro è il più antico
documento ove compare per la prima volta la dicitura “Villa Lauras”,
tenuta a pagare annualmente al fisco pisano la somma di £ 10. Gli
studiosi sulla base dell’entità del tributo e dai raffronti con ville
di altri giudicati di cui sono disponibili maggiori dati, hanno stimato
la consistenza demografica di “Villa Lauras”, a quel tempo, in circa un
centinaio di anime. La dominazione Iberica, prima aragonese e poi
spagnola avviatasi nel 1323 consolidatasi dopo decenni di guerre contro
Genovesi, Pisani e Giudicato d’Arborea sarebbe durata fino al 1717.
Quattro secoli prevalentemente di malgoverno, caratterizzati
dall’inefficace difesa delle coste dell’isola contro le continue
incursioni dei pirati barbareschi, che determinarono il progressivo
abbandono dei litorali da parte delle popolazioni terrorizzate ed il
conseguente espandersi della malaria, già presente sin dall’antichità,
causata dalle sempre maggiori estensioni di terre trasformatesi in
acquitrini perchè non più coltivate dai contadini costretti alla fuga
verso l’interno. L’introduzione del regime feudale da parte degli
aragonesi avrebbe inferto un altro duro colpo all’economia
prevalentemente agro-pastorale con frequenti carestie e conseguente
diffusa miseria e malnutrizione, causa prima dell’espandersi del
banditismo da strada. A partire dal Trecento, inoltre, le pestilenze
assunsero carattere endemico e le perdite umane ad esse imputabili
modificarono radicalmente il tessuto demografico della Gallura. Per
quanto non si abbiano dati certi, si può ragionevolmente ritenere che
il primo tracollo demografico in Sardegna, e dunque in Gallura, sia da
addebitarsi alla pandemia di peste nera che per anni, dal 1347 al 1350,
imperversò da un capo all’altro dell’Europa causando un numero di
vittime tanto elevato che soltanto dopo un secolo e mezzo le
popolazioni dei vari stati raggiunsero nuovamente il livello
precedente.In un arco di tempo circoscritto tra l’ottava e la nona
decade del trecento, stando alle cronache del tempo, nel 1376, il
flagello fece la sua ennesima ricomparsa: una pestilenza di incerta
natura ma di particolare virulenza falcidiò la popolazione gallurese
già messa a dura prova, a più riprese, da precedenti epidemie,
incursioni di saraceni, carestie, guerre e causando letteralmente la
scomparsa di molte ville ormai semideserte. I sopravvissuti delle
vicine ville di “Silonis”, “Canain”, “Carana”, “Agiana”, “Iscopedu” e
“Arsachene”, secondo una consolidata tradizione tramandata di
generazione in generazione, trovarono rifugio a “Villa Lauras”
risparmiata dal morbo.
Da questi terribili avvenimenti deriva la singolare
caratteristica di Luras isola linguistica nel cuore della Gallura: i
territori delle vicine curatorie, ormai pressochè privi di presenza
umana, vennero gradualmente ripopolati da pastori corsi che
attraversarono lo stretto di Bonifacio in cerca di pascoli e terre da
coltivare. I nuovi venuti introdussero in Gallura il dialetto della
loro isola e dettero vita, inoltre, ad una nuova forma di sfruttamento
delle terre: l’economia degli stazzi, che in parte sopravvive ancora.
Nonostante i gravi e molteplici problemi che travagliarono la vita
dell’isola durante la dominazione spagnola e le continue calamità di
diversa natura che si abbatterono sulla popolazione, a partire dal 1600
si registra una lenta ripresa demografica, come risulta da vari
censimenti ordinati per quantificare il donativo dovuto al Re di Spagna
dalle singole Comunità. Il censimento del 1627 riscontra in “Villa
Luris” 106 fuochi (famiglie) rispetto ai 125 del precedente censimento.
Nel 1688 i “fuochi” sono 145, rispetto ai 307 di Calangianus, 240 di
Aggius, 150 di Bortigiadas e 66 di Nuchis. Dieci anni dopo, nel 1698,
Luras arriva a n°204 “fuochi” per complessivi 564 abitanti. Epoca
Sabauda: Con il trattato di Londra del 1718 la Spagna perdeva il
dominio della Sardegna che dopo alterne vicende veniva assegnata al
Piemonte. Inizialmente l’amministrazione Sabauda fu improntata a
notevole prudenza per cui molte leggi e consuetudini ereditate dagli
antichi dominatori rimasero in vigore per l’intero secolo. La svolta si
sarebbe verificata con la presenza a Cagliari del Re e della Corte ivi
rifugiatasi nel 1799 a seguito dell’occupazione del Piemonte da parte
di Napoleone Bonaparte. Facendo ricorso prevalentemente ai dati ed alle
notizie riportate nell’opera dell’Angius-Casalis “Dizionario Geografico
Storico, Statistico, Commerciale degli Stati di S.M. il Re di
Sardegna”, si rileva che Luras nel 1837 contava 1546 abitanti di cui
circa 700 sparsi nelle campagne. La fertilità del suo territorio e la
laboriosità soprattutto dei suoi contadini e artigiani consentivano un
notevole produzione, in particolar modo, di frumento. bestiame, vino e
tessuti di cui una notevole parte alimentava un lucroso commercio con i
paesi della Gallura e dell’Anglona, consentendo un notevole sviluppo
economico, creando le condizioni per il graduale abbellimento del paese
con la realizzazione di palazzetti, strade selciate e fontane e per una
maggiore sensibilità ed interesse verso l’istruzione scolastica e gli
studi superiori di cui si sarebbero colti i frutti a partire dalla
seconda metà dell’Ottocento quando diversi luresi, avrebbero raggiunto
la notorietà nel campo della politica, della medicina e della cultura,
dando lustro al proprio paese
Luras 31 Gennaio 2009
Di seguito si riporta il testo integrale del “Dizionario Geografico
Storico, Statistico, Commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna”
edito nel 1837 relativo a questo centro
LURAS, altrimenti LAURAS, villaggio della Sardegna nella
provincia e prefettura di Tempio, che si comprendeva nel dipartimento
Gemini dell’antico regno di Gallura (vedi articolo Gallura, fasc. 25).
La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 56' 30", e nella
longitudine orientale di Cagliari 0° 3'. Siede sopra l’altipiano di
Tempio, in esposizione a tutti i venti, in un suolo secco, dove il
freddo è più lungamente sensibile del calore, piove spesso, e dura
molto la neve. L’aria è saluberrima. Gli abitanti vanno frequentemente
soggetti a malattie di petto, e le febbri periodiche, che si patiscono
da alcuni, sono acquistate in altri siti. Il territorio de’ luresi è
molto esteso, e quasi in tutte parti montuoso, sebbene non manchino
spazi larghi e piani. Tra le eminenze la più notevole si è quella che
dicono Serra de Canahini, dalla cui sommità corre il guardo a grandi
distanze sopra un paese pittoresco. Le roccie sono graniti di molte
varietà. Apronsi qua e là caverne (concas) naturali, dove i pastori e i
coloni si ricoverano nelle inclemenze atmosferiche. Le più
considerevoli sono, Sa conca de Pabadalzu, Sa conca de Monti-alvu, Sa
conca de Valeri, Sa conca de Juanne Porcu. Le selve e i boschi coprono
tutte le regioni, dove mal può operare l’arte agraria. Il sovero, il
leccio e l’ulivastro sono le specie comuni, sebbene in pochi luoghi
vedasi la continuazione che è in altre selve meglio conservate, e
ombrato il suolo dalle frondi intrecciantisi. I peri selvatici, de’
quali hanno non piccola parte del nutrimento i porci, qui pure sono
numerosi. Le regioni dove predomina l’ulivastro e il pero sono nella
cussorgia di Carana, e ne’ confini del territorio verso il greco. Tra i
grandi ulivastri del Carana è molto notevole quello che vedesi a 50
passi dalla chiesa campestre di s. Bartolommeo presso le rovine
dell’antica terra di Carana. Otto uomini non cingerebbero il suo
tronco, sebbene distendessero a tutta la misura le loro braccia; e
tanto sono frondosi i suoi rami, che non facilmente vi penetri la
pioggia. Nella parte infima del ceppo ha palmi sardi 56, un po’
superiormente 43. Le fonti sono frequentissime in tutte le parti del
territorio, limpide le acque che propinano, e salubri; quindi molti
ruscelli vi si formano e irrigano le amenissime valli. I più
considerevoli sono Sa bena o vena de Silonis, Sa ena de Carana, Sa ena
de Pische, Sa ena de Ludinosu, Sa ena de Terrabella, Sa ena de
Morigheatis, Sa ena dess’esca, Sa ena de Buscione, Su riu de Molineddu.
Scorre in questo territorio il maggiorfiume della Gallura superiore, il
Carana, tra sponde amenissime, animato da molte trote e anguille, ed
esce da queste regioni più grosso che eravi entrato per tanti tributi
perenni che vi riceve, a’ quali si debbono aggiungere nella parte
superiore il fiume di Coxigana, a mezzo corso quello di Manisfaladis, e
nella parte inferiore il Riu pedrosu. Ne’ tempi piovosi ridondano
facilmente per la poca capacità del letto, e danneggiano le
coltivazioni. Non pochi lurisinchi danno opera frequente alla pesca, e
ottengono un considerevole lucro vendendone ne’ paesi vicini ed in
Tempio, e questo sarebbe maggiore se si cessasse dal mal vezzo di
infettare le acque con la tassia. I selvatici che più abbondano in
questo territorio sono i cinghiali, le lepri e le volpi; e queste molto
odiate a’ pastori per la strage che fanno continua nelle greggie. Ne’
volatili le specie più moltiplicate sono le pernici, i merli, i tordi,
le gaze, e in una quantità prodigiosa i passeri. Nel fiume frequentano
varie specie di uccelli acquatici. Popolazione. Nell’articolo Gallura,
sotto l’anno 1837 l’abbiamo distinta nelle famiglie conviventi e nelle
disperse, notando nelle 172 famiglie conviventi capi 850, e nelle
disperse capi 696; in totale famiglie 259, anime 1546. Certamente che
in quest’anno 1842 vi sarà variazione; ma questa non mi è nota, comechè
abbia de’ dati per crederla ogni dì crescente. Bisogna essere in quei
paesi per poter calcolare prossimamente al vero tutti i numeri
statistici. I censimenti parrocchiali sono imperfettissimi, e qualche
volta fittizii.Ne’ funerali degli adulti si fa il compianto con tutta
solennità di mestizia, e le cantatrici vestite a duolo, con velo bruno
e la faccia circondata da una candida pezzuola nella foggia delle
monache, disposte presso al feretro tra le parenti del defunto, che
dolgonsi di sincero dolore, esercitano il loro ingegno poetico
encomiando in versi sciolti le belle qualità dell’estinto o de’ suoi
predefunti. Come va crescendo la istruzione religiosa, gli spiriti si
purgano delle perverse opinioni, e si moderano le forti passioni di
quegli uomini irritabili. Lo spirito della vendetta manca a poco a
poco, come osserva ciascuno la integrità e la severità di coloro che
sono preposti alla amministrazione della giustizia, e quando è fatta
ragione a ciascuno, non sono che i furiosi e brutali che si vogliano, e
spesso vilmente, vendicare da sè. Una maggior forza accelerebbe la
educazione di questi montanari. Le danze a coro di quattro voci, il
bersaglio, e le disputazioni degli improvvisatori, sono le più comuni
ricreazioni. Tra le famiglie conviventi, eccettuate quelle de’ preti,
de’ maggiori proprietarii e di quelli che si esercitano in qualche
professione liberale, le altre sono addette all’agricoltura o alle arti
meccaniche. Vi ha un gran numero di fabbri-ferrari, e non pochi
falegnami, quindi alcuni muratori, scarpari ecc. I ferrari mettono in
commercio le loro manifatture. I lurisinchi sono gente laboriosa.
Seminano il campo, coltivano la vigna, e quando vacano dalle opere
agrarie allora negoziano e vettureggiano. Sono del pari operose le
donne. Tessono la tela e il panno forese per i propri bisogni e gli
altrui, vendendone in quantità agli uomini d’Anglona, di Montes e di
altri dipartimenti, e quando vanno o a’ propri predii o a’ vicini paesi
non lasciano mai la rocca, e filano sempre o passeggino le contrade, o
girino nelle piazze, o si fermino e parlino con chicchessia, senza che
si mostrino incomodate del peso del canestro che pieno di qualche
derrata portano sul capo. Alla scuola primaria concorrono circa venti
fanciulli, de’ quali spesso si è lodata la istruzione. Molti uscendo da
questo primo insegnamento passavano a imparare la gramatica latina, ed
anche le belle lettere in una scuola gratuita, che quei del paese
avrebbero voluto perpetuata. Nel paese sono alcune contrade selciate,
alcune piazze piuttosto pulite, e molte case belline. Il circondario
apparisce amenissimo principalmente nella parte dove verdeggia il suo
vastissimo vigneto presso a quello di Calangianus. L’occhio si piace
ancor molto nelle altre parti del pianoro intersecato da valli ben
irrigate, e adorne d’una superba vegetazione. Agricoltura. I lurisinchi
sono studiosi nella cultura de’ cereali, e tanto l’hanno ampliata, che
mancando oramai nel proprio territorio siti idonei alla medesima, vanno
in territorio altrui per seminare quei tratti che i proprietarii
sogliono lasciar incolti. Essi ora si dolgono che i vasti campi di
Arsachena per mal consiglio d’un sindaco sieno passati nel dominio di
uomini tempiesi; ma forse con un poco più d’arte potrebbero amplificare
le superficie cereali entro l’attuale circoscrizione, che potrebbe
essere sufficiente a un popolo dieci volte maggiore. Le regioni cereali
o vidazzoni sono tre, nelle quali alternativamente si semina in ogni
triennio.Il Lurese in generale è più atto alle viti e all’orzo, che al
frumento. Si sogliono seminare annualmente starelli di grano 500, ed
altrettanti d’orzo. In una piccola parte degli orti si seminano fave,
fagiuoli e ceci; nelle altre si coltivano cavoli, lattughe, cipolle,
carcioffi, aglio, porri, patate, pomidoro. Il frumento dà
ordinariamente il sette per uno, l’orzo il dieci. Le piante fruttifere
più comuni sono peri, susini, pini, fichi, e pomi, e non in gran
numero. La vigna prospera maravigliosamente in molte varietà di uve. Il
vino bianco riesce in generale dolce e vigoroso, ma grave agli stomachi
usati a meglio, perchè il vino si mescola quasi per metà con la
sappa.Comechè nel cuocere il mosto per farne sappa la quantità del
liquido riducasi a meno della sua metà, tuttavolta tanta è l’abbondanza
de’ vini, che si possono di continuo nutrire molti lambicchi per
l’acquavite, e se ne può fare tutto l’anno un grande smercio con Agius,
Bortigiadas, Terranova, La Maddalena, Longone, Oskeri, Ozieri, Tula e i
paesi dell’Anglona, perchè si reputa migliore di quello che producesi
negli altri vigneti di Gallura. Non sono chiusi grandi tratti di
terreno nel territorio, perchè se tutte le aree cinte (le tanche) si
sommino, forse non danno un miglio quadrato; ma pare che quindi in poi
i proprietarii vorranno aver quei vantaggi, che godono i padroni delle
tanche, sì per la conservazione de’ pascoli, come per certe
coltivazioni. Negli anni addietro nelle tanche si introducevano gli
animali a pascolo, e non mai si seminava, ora si alterna seminagione e
pascolo. Pastorizia. Nell’articolo Gallura, dove notai le regioni
pastorali, puoi vedere quelle che appartengono a Luras, e il numero
degli stazii, come sono chiamate le case pastorali disperse nelle
medesime, e quanto, come agli altri pastori galluresi, appartiene anche
ai lurisinchi. I numeri ordinari de’ capi del bestiame nelle solite
specie erano i seguenti nell’anno, nel quale furono da me fatte le
necessarie esplorazioni: Bestiame rude. Cavalle 150, vacche 1000,
pecore 3500, capre 4200, porci 1500. Bestiame manso. Cavalli 80, buoi
400, giumenti 100, majali 90. Il bestiame domestico pascola nelle
tanche, nelle vigne, con gran nocumento delle medesime. Commercio.
Abbiam già notata la vendita de’ vini e dell’acquavite; ora aggiungi i
prodotti cereali, formaggi, pelli, cuoi, lane, capi vivi e porci
salati, quindi il frutto delle manifatture e dell’altra industria.
Prossimamente al vero la somma del guadagno potrà calcolarsi a lire
nuove 30000. I trasporti sono sempre difficilissimi per le vie aspre,
massimamente presso il paese, e spesso interrotte da’ fiumi. Il Carana
non ha alcun ponte, onde che le corrispondenze sono spesso intercette,
perchè non v’è modo da traversar senza pericolo la gran corrente.
Quando non è in tutta pienezza, i pastori si fanno una comunicazione
stendendo delle travi da una all’altra sponda ne’ siti, dove l’acqua
scorre fra rupi vicine. Religione. La parrocchia di Luras è sotto la
giurisdizione del vescovo di Civita, ed è governata da un vicario
perpetuo con l’assistenza di due o tre sacerdoti, a’ quali si aggiunge
l’opera di alcuni preti, che non hanno cura d’anime. La chiesa
principale, che vantasi come una delle più belle della Gallura, è sotto
l’invocazione della SS.Vergine del Rosario: edifizio recente a tre
navate che fu eretto per cura del sacerdote Giorgio Scano, il quale
molto vi contribuì dal proprio. L’antica parrocchiale, della quale
fuori del paese appariscono le vestigia, era sotto l’invocazione di s.
Giacomo. Fu distrutta nel 1765 per ordine del vescovo Pietro Paolo
Carta, perchè in quel sito era molto esposta alle profanazioni. Le
chiese minori sono quattro: l’oratorio di s. Croce presso la
parrocchiale; la cappella di s. Giuseppe; quindi la chiesetta di s.
Pietro, e l’oratorio delle anime purganti. La principale sacra
solennità è per la titolare della parrocchia. Si corre il palio,
s’incendiano fuochi artifiziati, si fanno pubbliche danze, si disputa
tra gli improvvisatori, e si celebrano grandi conviti per onorare gli
ospiti, che convengono da’ vicini paesi. Nella campagna sono altre
quattro chiese. Nella regione di Silonis, a un’ora e mezza dal paese,
s. Pietro, fabbrica antica a tre navate; in Canaìli, a ore due, s.
Michele arcangelo; in Carana, a due ore e mezzo, s. Bartolommeo, e
nella stessa regione, ma a un miglio più di distanza, s. Nicolò. Anche
queste tre sono costruzioni antiche, e furono un tempo parrocchiali
delle popolazioni, che molte gravi sventure annientarono. Il paroco di
Luras spiega giurisdizione in varie chiese situate in territorio
straniero: 1. in s. Leonardo, cussorgia di Balaiana; in s. Pietro e in
s. Andrea, cussorgia di Arsachena; in s. Costantino ed Elena, cussorgia
di Scopetu. Questa giurisdizione su quelle chiese, che trovansi tra
rovine di paesi distrutti, dice un fatto storico innegabile: i pochi
abitanti che erano rimasti ne’ medesimi dopo estinto il restante del
popolo, nonvolendo restare in quella solitudine e tra frequentissime
reminiscenze delle persone care che avean perduto, principalmente per
le pestilenze, si ritirarono in Luras, e così le antiche parrocchie
vennero a essere amministrate dal nuovo loro paroco. I terreni di quei
paesi furono venduti in seguito, ma la giurisdizione acquistata restò a
chi la teneva di buon diritto. Una tradizione costante porta che i
cittadini di Arsachena dovendo lasciare, e probabilmente per le
infestazioni de’ saraceni, la terra patria in fondo al golfo del suo
nome, si ritirassero in Luras. In queste chiese rurali si celebra tutti
gli anni la festa del titolare, come fu già notato nell’articolo di
Gallura, dove ricorri per vedere le consuetudini che hanno luogo. A dir
il vero son piuttosto ricreazioni che altro, eccettuando però quelli
che ci vanno per voto, e che fissi nella chiesa non prendono alcuna
parte ai soliti divertimenti. Antichità. Restano ancora in questo
territorio sei norachi; che quei paesani storpiando la comune parola
nuraghe pronunziano runaghe. Sono distinti coi nomi del sito: Runaghe
dessa minda de Nughes, Runaghe dessa Palea, che avea intorno altre mura
noraciche, Runaghe de Baddighe, Runagone, Runagheddu, Runaghe de
Cattari. Presso il Nuragheddu vedesi un arco di pietre, e nel suo mezzo
una gran lapida alta e larga circa due metri, che dicono Sa pedra
fitta. Vedonsi in altri siti non molto distanti dal paese consimili
monumenti, che qui son detti sepulturas de Paladinos, piccole gallerie
formate da due mura noraciche, distanti dove un metro, dove più, e
lunghe qui 4, lì 6, sebbene non intere, e coperte da enormi lapide
lunghe fino 5 metri, larghe 3,50 e spesse 0,80. Queipaesani non credono
che la forza degli uomini ordinarii potesse comporle, e sognano giganti
che seppellivano altri giganti. Degli antichi paesi, ora deserti, che
sono nel dipartimento Gemini, abbiam fatto parola nell’articolo
Gallura; or noteremo quelli che sono compresi nel Lurese. Sono essi
Silonis, Astaina, Canaìini, Carana, e altro nella regione di Carana, di
cui è ignorato il nome. Castello di s. Leonardo. V. l’articolo Gallura,
dove abbiam dato la descrizione di questa rocca.
A Luras il patriarca degli olivastri millenari d'Europa Luras vanta il
patriarca degli olivastri millenari dell’intera Europa e non soltanto
della Sardegna: la gente del posto lo ha ribattezzato S’Ozzastru, cioè
l’Olivastro per eccellenza. Non è un’esagerazione, visto che i botanici
hanno stimato in oltre tremila anni la sua età: un primato che gli
consente di detenere il primato di albero più antico d’Italia, secondo
le stime del Ministero dell’Agricoltura. In località Santu Baltòlu se
ne trovano tanti altri, un po’ più giovani ma ugualmente belli.
Gli olivastri millenari di Santu Baltolu di Carana sono inseriti in un
incantevole contesto naturale, sulle sponde del Lago Liscia, dove il
contrasto tra la montagna granitica e lo stesso Lago dà luogo a
un'unità paesaggistica di assoluto valore. Il più vecchio di questi
olivastri, s'ozzastru, come viene confidenzialmente ma rispettosamente
chiamato dai luresi, presenta a metri 1,3 da terra una circonferenza di
circa 12 metri per un'altezza di 8 metri e, secondo alcuni studi,
dovrebbe avere tra i 3.000 ed i 4.000 anni di età, il che ne fa uno
degli alberi più vecchi d'Europa. Questo "patriarca della natura",
dichiarato nel 1991 Monumento naturale ed ormai inserito con grande
risalto nelle più importanti guide naturalistiche, rientra oggi nella
lista dei "Venti alberi secolari", uno per ogni Regione italiana, da
tutelare e dichiarare Monumento Nazionale con decreto ministeriale. La
notizia, comparsa sul Corriere della sera ha suscitato notevole
interesse attorno a questo che potrebbe essere definito il monumento
naturale più importante della nostra isola e forse dell’Italia.
Un’attenzione che si è risvegliata in questi ultimi anni: per tremila
anni (per fortuna) del Grande Patriarca si sono disinteressati. Persino
i boscaioli toscani che hanno rapato i boschi sardi lo hanno
risparmiato. Ha rischiato forse di finire la sua lunga esistenza
bruciato. Tracce del fuoco sono ancora visibili nella cavità del tronco
(ma si pensa che i pastori usassero la cavità per ripararsi dalla
pioggia e qualcuno ci ha acceso anche il fuoco senza che l’olivastro
subisse danni). Una delle prime descrizioni dell’enorme albero venne
fatta dal Casalis nel 1883 per il Dizionario generale
geografico-statistico degli Stati sardi: «Tra i grandi ulivastri del
Carana è molto notevole quello che si vede a 50 passi dalla chiesa di
San Bartolomeo presso le rovine dell’antica terra di Carana. Otto
uomini non cingerebbero il suo tronco, sebbene distendessero a tutta la
misura le loro braccia; e tanto sono frondosi i suoi rami, che non
facilmente vi penetri la pioggia. Nella parte infima del ceppo ha palmi
sardi 56”. Poco meno di 15 metri.
Luras é un paese dell'alta Gallura che si estende su un poggio
granitico sull' estremo nord orientale del limbara, a 508 mt di
altitudine a pochi chilometri da Tempio Pausania. Il Comune ha una
superficie di circa 90kmq ed una popolazione prossima ai 2800
abitanti. Sulle origini di Luras esistono varie e bizzarre
versioni non sempre attendibili. Intorno al 1200 la Gallura fu
infestata da una epidemia di germi della "musca maghedda". Molti centri
furono distrutti ed i superstiti si rifugiarono nelle zone interne.
Solo Luras rimase immune e pote' quindi difendersi dai Corsi che
intanto avevano occupato la parte superiore dell' isola conquistando i
luoghi trovati deserti , ed ? per questo che a Luras si parla il
Logudorese a differenza dei paesi vicini che parlano un dialetto
derivato dal corso. Il primo documento storico che cita il
paese di Luras, risale al 1300 ed é la carta Pisana che elenca tutte le
ville del Giudicato suddivise in Curatorie. Luras faceva parte della
Curatoria di Gemini Josso e doveva al fisco pisano 10 lire di imposta
fondiaria. Un tempo Luras veniva chimata Lunas o Villa Lauras
l' origine del nome attuale risulta sconosciuto anche se sembra di
origine romana. Nel periodo giudicale ed aragonese spagnolo sorgevano
dei pai che sono stati abbandonati in epoche diverse a causa i
pestilenze , carestie e invasioni barbariche. Essi sono Silonis,
Canaili e Carana. E' nell'' 800 che Luras raggiunse un certo
benessere, alle tradizionali attivita' agricole subentrarono quelle
commerciali vendendo tutto cio' che si poteva vendere con un certo
guadagno: berritas, stoffe, dolci, torrone, lavorati del sughero ecc.
La prima meta' del 900 vide il nostro paese in continua ascesa, sia
culturale che economica : sono nati qui scrittori quali Filippo Addis
politici quali Giorgio Bardanzellu, Giacomo Pala, Mariano Pintus, e poi
avvocati, professori, medici e tanti altri uomini di cultura.
L'economia ? basata sull'agricoltura ,sull'allevamento, sullo
sfruttamento del sughero e del granito, sulla viticoltura e sulla
vinificazione. Nel territorio di Luras si travano le vigne piu' estese
e forse le meglio coltivate dell'alta Gallura.. Tre i vini tipici il
nebbiolo , il vermentino e l'ottimo moscato, ormai apprezzati oltre i
confini sardi .E' attiva la "Confraternita del Nebbiolo"che cura la
promozione dei vini e dell'enogastronomia locale.