imala è un comune di 366 abitanti della provincia di Oristano.
Amministrazione comunale
Sindaco: Giorgio Scano (lista civica Insieme per Crescere) dal
16/06/2008
Centralino del comune: 0783 97208
Posta elettronica: sindaco@comune.simala.or.it
La Storia
Il toponimo deriva probabilmente dall’antico popolo prenuragico dei
semilitenses, presenti nella parte meridionale della Sardegna, che
doveva avere in Simala il suo estremo confine. Altra ipotesi avanzata è
che derivi dal greco Thymalis, Thymalla, o Thytimala = Eufobia, che
potrebbe esserle stato attribuito nel periodo bizantino.
La formazione di Simala, probabilmente, è avvenuta nell’alto medioevo,
a seguito dello spopolamento dei vari abitati romani sparsi nel
territorio che venivano abbandonati per un sito più sicuro, più salubre
e meglio collegato con gli assi viari dell’epoca.
Le prime notizie storiche sul paese risalgono alla fine del secolo XI,
quando i monaci Vittorini, provenienti da Marsiglia, ottennero la
concessione della locale chiesa di S. Caterina di Alessandria, dal
Giudice Costantino d’Arborea.
Di quest’edificio s’ignora però la collocazione nel territorio
comunale. Il paese ha seguito tutte le vicende storiche della
Curatoria, poi «Encontrada» di Parte Montis, nel giudicato o regno
d’Arborea, seguendo le alterne vicende di indipendenza e di
sottomissione al potere catalano – aragonese e spagnolo presente
nell’isola dal 1323 al 1720.
La presenza aragonese è documentata dal feudo concesso nel 1368 al
catalano Ponzio Sardin. Con la soppressione del Regno Arbonese,
avvenuta nel 1410, il paese fu compreso nel Marchesato di Oristano fino
al 1474, quando entrò a far parte della contea di Quirra, trasformata
in Marchesato nel 1603, fino all’abolizione dei feudi, avvenuta nel
1839 durante il Regno di Sardegna, sotto la dinastia dei Savoia.
La parrocchia apparteneva originariamente alla disciolta Diocesi di
Terralba, soppressa dal Papa Giulio II nel 1503 per essere aggregata
alla Diocesi di Usellus. Nel periodo fascista il comune è divenuto
frazione di Gonnostramatza fino al 1947, quando riacquistò la sua
autonomia amministrativa.
Attualmente fa parte integrante del Consorzio fra comuni denominato
“Due Giare” ed è compreso nel parco nazionale geominerario storico e
ambientale della Sardegna – Area 1- Monte Arci, riconosciuto
dall’UNESCO nel 1998.
La toponomastica ci tramanda la presenza di diverse chiesette distrutte
anteriori al XVII secolo, di probabile origine bizantina: S. Luca, S.
Saturnino, S. Giovanni, Santo Cristo, S. Vito, S. Maria, S. Alessandro
P., S. Antioco, S. Caterina di Alessandria, molte delle quali
rintracciabili tramite i toponimi e qualche traccia di fondazione. Nel
territorio comunale erano presenti anche altri due villaggi di origine
altomedievale che sono andati distrutti, quali: Pardu (sec. XIV – XV) e
Gemussi (fine sec. XVII, inizi sec. XVIII).
Il Territorio
Simala è un paese di circa 400 abitanti, situato nella regione storica
di Parte Montis, dell’antico regno o giudicato di Arborea, il cui
territorio si estende per Kmq 13,38, all’interno della provincia di
Oristano. Si raggiunge facilmente attraverso diversi accessi che
collegano la S.S. 131, la principale arteria viaria dell’isola.
Il territorio la cui genesi è legata ai processi sedimentari marini
miocenici (più di 20 milioni di anni fa!) è caratterizzato da un
paesaggio rurale simile a quello attiguo della regione storica della
«Marmilla» per la presenza di numerose colline arrotondate a forma di
mammella, che delimitano piccole fertili valli coltivate, attraversate
da ruscelli nei periodi invernali. Le rocce, in alcune zone ricche di
fossili, sono di tipo arenaceo, calcareo e marnoso.
Queste aree, con le loro emergenze, generalmente prive di vegetazione
autoctona, erano utilizzate, insieme agli altri terreni fino a pochi
decenni orsono per la produzione di cereali, come da tradizione
storica, quando rappresentavano una delle più importanti fonti di
approvvigionamento dell’antica Roma e dei suoi granai, oltre che sede
di pascolo per le numerose greggi di ovini presenti nei tempi passati.
Il Paesaggio
La presenza ambientale piu rilevante e´ l´ area che si trova ai margini
del ruscello denominato Rio Mannu o Flumini Mannu, che attraversa tutto
il terriorio comunale.
Le antiche carte geografiche della sardegna(secc. XVI-XVIII)indicano
questo corso d´ acqua come "Fiume Sacro" o Santo, all´intrno di un
vasto teritorio denominato "Area Sacra o Santa".
E´ probabile che questo toponimo, abbia antichissime radici
prenuragiche o nuragiche, derivanti da aspetti religiosi e cerimoniali
legati al culto delle acque, rimaste nelle memoria dell´uomo fino al
1700.
Lungo il corso d´acqua e´ possibile osservare la tipica vegetazione
ripariale auctotona, costituita da pioppi, salici, cannetti, arricchita
da quelle opere di trasformazione antropica, come i vigneti, gli
uliveti, i frutteti, i mandorleti e gli orti che rendono interessante
l´ aspetto paesaggistico del percorso.
Le specie ittiche sono le anguille, le tinche, e le carpe, mentre varia
e´ la fauna presente nelle adiacenze che ospita numerosie specie di
uccelli.
Nelle vallate percorse da Rio Mannu ono presenti anche alcune
costruzioni rurali campestri, di valore ambientale, tipiche
dell´architettura popolare legate in origine alle attivita´ orticole,
agricole e pastorali che rischiano di scomparire.
Il centro
storico e le case introverse
Nel nucleo centrale dell’abitato si conserva uno dei centri rurali più
rilevanti della Sardegna centro meridionale.
L’antico centro, infatti, è costituito da un tessuto urbanistico
d’origine medioevale, con gli assi stradali principali che concorrono a
formare una croce di strade dal chiaro significato simbolico.
All’incrocio di queste strade sorgeva l’antica chiesa, poi demolita per
far posto a quell’attuale. Intorno alla parrocchiale e al suo piazzale
sono sorti in epoche diverse, l’antico cimitero, il monte granatico,
l’antico municipio, l’oratorio del SS. Rosario, la casa parrocchiale,
uffici d’interesse pubblico, negozi e botteghe artigiane, oltre ad
alcune case padronali d’eccezionali dimensioni.
La morfologia del centro storico è costituita da strade tortuose,
originariamente acciottolate, che delimitano gli isolati urbani,
formati prevalentemente da case a corte, chiuse su se stesse.
Gli edifici sono preceduti da uno o più dei tradizionali loggiati,
caratterizzati da archi in pietra a tutto sesto o da architravi in
legno poggiati su pilastri in pietra o su una struttura mista e si
sviluppano attorno a questo spazio chiuso su uno o due livelli, che
affacciano su un cortile interno pavimentato con acciottolato e,
solitamente, su un orto retrostante.
All’esterno sono generalmente preceduti da un portale d’ingresso a
volte monumentale.
Nel centro abitato, si riscontra una qualificata presenza d’edifici e
manufatti di pregevole fattura architettonica ed edilizia, costituiti
da palazzetti gentilizi e signorili di tipo urbano, raramente
riscontrabili nei piccoli centri rurali della zona.
Queste emergenze sono databili dal XVI, fino alle metà del XX secolo.
Gran parte di loro si trovano dislocate lungo la Via Roma e la via S.
Vitalia. Alcune di queste opere sono riconducibili ad aspetti
tipologici e stilistici dell’architettura e dell’edilizia civile
ottocentesca e dei primi del novecento, d’ispirazione neoclassica,
all’interno delle quali è ancora possibile ammirare i vecchi attrezzi
agricoli di una civiltà contadina ormai scomparsa. L’edificio più
antico si trova nel nucleo che si è sviluppato intorno alla chiesa
parrocchiale e risale al 1554, come si evince dall’epigrafe, presente
nell’architrave della porta d’ingresso dell’abitazione fatta costruire
da Monserrat Deana.
Nell’area dell’antica caserma e della relativa scuderia sono ancora
presenti alcuni edifici specialistici dimessi, rari esempi
d’archeologia industriale di tipo rurale, precedentemente utilizzati
come caseificio e conceria.
Architetture estroverse.
I portali domestici
Molte delle tradizionali case introverse, poiché chiuse all’interno su
se stesse sulla corte interna, presentano un’emergenza architettonica
estroversa, affacciante sulla via pubblica, che è il portale domestico,
chiuso da un grande portone di legno, o più raramente da un infisso
realizzato con assi distanziati, detto gecca a costallas, del quale
resta un unico esempio.
Questi elementi d’arredo urbano, diversi dei quali monumentali,
rappresentano un’espressione architettonica altamente qualificata della
cultura contadina locale e dell’architettura rurale.
La loro presenza è la testimonianza simbolica del potere dei possidenti
che risiedevano anticamente nelle tipiche abitazioni rurali, nei
palazzetti gentilizi e signorili.
Alcune case padronali ne presentano anche due, uno per l’ingresso alla
residenza, l’altro ai loggiati rustici per il bestiame domestico e
all’orto retrostante l’abitazione.
Nel loro aspetto esteriore riflettono la sensibilità culturale e la
disponibilità economica dei proprietari che gli edificarono.
Nel centro abitato se ne individuano circa sessanta, di tipologie,
materiali e paramenti murari diversi.
Ve ne sono singoli o abbinati, intonacati e tinteggiati, in pietra a
vista, con archi in pietra, con architravi in legno, a due falde, ad
una sola falda, terrazzati, con e senza fregi.
L’elemento che li distingue da altri portali presenti nella Sardegna
meridionale è la cospicua presenza della soprastante piccionaia, che, a
volte, è affiancata all’ingresso, insieme ad altri locali accessori.
Questa tipologia originale, esportata anche in alcuni paesi vicini da
alcuni nobili locali che vi si sono trasferiti (es. Zeppara), presenta,
oltre al solito varco, dimensionalmente studiato per il passaggio del
tradizionale carro rustico a pieno carico trainato dai buoi, un piccolo
vano scala che consente di raggiungere la soprastante piccionaia,
caratterizzata da una o più finestrelle che affacciano sulla via e/o
all’interno della corte.
In assenza di questo vano, nella maggior parte dei casi, la piccionaia
si raggiunge tramite una scala rimovibile in legno, utilizzata per
raggiungere una porticina posta nella parte interna del portale che da
nel cortile degli edifici.
La chiesa parrocchiale.
Architettura ed arredi del sec. XVIII
La chiesa parrocchiale di Simala è un esempio singolare d’architettura
religiosa sarda del ‘700, completa d’arredi marmorei e lignei dello
stesso periodo. E’ impostata planimetricamente a croce latina ad unica
navata, coperta da una volta a botte, con sei cappelle laterali,
anch’esse a botte, due delle quali nel transetto. Si caratterizza per
un’originalissima cupola a base rettangolare all’interno (a padiglione)
e ottagonale con finto lanternino all’esterno. Sul lato destro è
posizionata la torre campanaria della seconda metà del sec. XVIII,
costruita ad imitazione di modelli diffusi da architetti ed ingegneri
militari piemontesi presenti in Sardegna in quel periodo. Tali
influenze si notano soprattutto negli elementi costruttivi e nei
dettagli della facciata principale. E’ probabile, infatti, che qualcuno
di questi tecnici presenti nell’isola a seguito dell’assegnazione del
regno di Sardegna ai Savoia, abbia almeno soprinteso alla costruzione
dell’intero complesso. L’edificio è sorto nello stesso sito della
chiesetta altomedievale che aveva subito numerose modifiche ed aggiunte
fino alla metà del sec. XVIII, quando fu distrutta per far posto alla
nuova fabbrica, una volta realizzata la copertura del nuovo edificio.
Pur non essendo ancora conclusa, la chiesa fu consacrata nel 1777, da
Mons. Giuseppe Maria Pilo, vescovo della diocesi di Usellus e Terralba.
La chiesa, costruita ad imitazione del modello seicentesco della
cattedrale di Ales e Cagliari (dell’architetto genovese Domenico
Spotorno), conserva alcuni altari ed altri arredi marmorei, (vasca del
fonte battesimale e acquasantiera) di gran pregio artistico, tipici
esempi di scultura settecentesca di scuola piemontese e ligure, opere
degli scultori G. B. Spazzi, S. Franco e della loro bottega
cagliaritana che, in quell’epoca, operò nell’intera Sardegna. Gli
altari lignei sono opera del maestro L. Gallo, mentre le
sopraelevazioni di quelli del transetto sono da attribuire allo
scultore A. Diana, che realizzò anche la bussola e la copertura del
fonte battesimale, entrambe in castagno intagliato e policromato, di
gran pregio artistico, tra le quali quelle di S. Raffaele Arcangelo,
attribuite, insieme ad altre, al più importante scultore sardo del
settecento, G. A. Lonis ed alla sua bottega Cagliaritana di Stampace.
Tra gli arredi sacri si annoverano alcune opere di argentieri sardi dei
secc. XV, XVII, XVIII, XIX, paramenti sacri settecenteschi, tappeti
sardi del ‘700 e dell’ ‘800 e un archivio parrocchiale con documenti
che partono dal sec. XVII. A fianco alla chiesa sorgeva l’antico
cimitero, ricco di sculture ed epigrafi, pregevoli opere di scultori,
marmisti dell’ottocento e dei primi del novecento, appartenenti alle
famiglie nobili o benestanti, attualmente depositati altrove in attesa
di una ricollocazione più appropriata
Tracce di civiltà sepolte
La vicinanza del Monte Arci, ricco di giacimenti di ossidiana, ha
consentito che nel periodo neolitico il territorio si popolasse di
piccoli stanziamenti umani dediti all’estrazione e alla lavorazione di
questa preziosissima roccia vulcanica, indicata come l’oro nero del
neolitico.
L’uso di questa pietra cristallina di colore scuro e, più raramente, di
altre tonalità (rossa e verde) utilizzata per la creazione di armi e
utensili esportati anche in diverse aree del mediterraneo, ha richiesto
la creazione di diversi centri di raccolta e di lavorazione del
materiale ancora individuabili nel territorio. Dello stesso periodo
prenuragico (6000 a. C. – 1500 a. C.) è da rilevare la presenza di
un’importante area sacra o di culto, intorno ad una roccia affiorante
sul terreno, che doveva fungere da menhir, al confine con i comuni di
Simala, Masullas e Gonnoscodina. Intorno a questi blocchi rocciosi
dovevano svolgersi le cerimonie propiziatrici delle popolazioni locali
legate alle civiltà agro – pastorali.
La presenza del culto dei morti è attestata da una probabile tomba dei
giganti in località Piscina craba. Della civiltà nuragica (1500 a. C. –
230 a. C.) si ha testimonianza attraverso i ruderi di nuraghi monotorre
(Gemussi, Is canabis de Gemussi, Motroxiu e Nigoba, Su sensu, Serra
s’ollastu, I gruxis) e complessi (Is putzus, Su laccu longu, Nuracci)
dei quali si scorgono alcune tracce.
Sono da evidenziare le tracce di alcuni abitati e di altri insediamenti
del periodo romano (230 a. C. – 476 d. C.), quali: Gemussi, Sant’Uanni,
Pirrotta, I Luas, Funtana cabori, Santu Sadurru, Su piscaba, Terra
prumu, Is putzus, I grumas e Buccargius. Questi ultimi quattro toponimi
indicano chiaramente la permanenza di un’attività mineraria più
complessa nel periodo romano.
I siti di Terra prumu, Is putzus, Buccargius e I grumas testimoniano
che in quei luoghi si svolgeva, rispettivamente, un’intensa attività di
estrazione, raccolta e lavorazione di metalli, testimoniata da tracce
di pozze di lavaggio, residui di fonderia, come grumi di piombo e
galena argentifera.
La testimonianza più rilevante del periodo, ancora sepolta, è la villa
rustica romana di Gemussi, probabilmente dotata di un impianto termale,
con mosaici a disegno geometrico ed altri motivi decorativi, situata
nel territorio dell’omonimo distrutto villaggio, lungo il tracciato
stradale che collegava le città romane di Neapolis e Uselis. Un sito
altrettanto significativo dell’evolversi della civiltà locale è il
cimitero paleocristiano di Santu Sadurru (S. Saturnino) dove sono stati
rinvenuti alcuni reperti con i simboli del cristianesimo nascente. Gran
parte dei siti non sono visitabili.
Sagre e Manifestazioni
Nell’ambito locale, come in tutte le antiche comunità agro-pastorali,
le feste locali hanno sempre scandito le fasi dell.anno agrario e
ricoperto un ruolo di socializzazione, oltre che di manifestazione
interiore dell’uomo rispetto al sacro.
Con il mutare dei tempi e con la trasformazione della società anche il
modo di intendere e organizzare le feste è andato gradualmente
modificandosi.
Il numero delle feste religiose, prima cospicuo, si è ridotto a poche
ricorrenze, mentre hanno incominciato a svilupparsi quelle organizzate
dagli Enti e dalle Associazioni locali.
Nel mese di aprile si organizza la pasquetta con la messa e il
successivo pranzo in aperta campagna a base dei piatti tipici e
prodotti enogastronomici locali, su iniziativa della parrocchia.
La festa di S. Ignazio da Laconi è prevista il 12 maggio nella chiesa
di S. Vitalia e nelle sue adiacenze.
Le manifestazioni organizzate dalla Pro-Loco (Estate simalese) e dal
comune (Thymalis), nel periodo tra luglio e agosto, si caratterizzano
per lo svolgimento di spettacoli e musica di vario genere, con la
presenza di mostre.
Ai primi di settembre è l’occasione della consueta passeggiata
ecologica organizzata dall.Associazione Turistica Pro-Loco, che prevede
un percorso tematico nel territorio comunale per la conoscenza dei beni
culturali e ambientali. La giornata si conclude con un gran pranzo in
aperta campagna, a base di piatti tipici e altri enogastronomici locali.
Particolarmente sentita è la festa di S. Vitalia, martire sarda, che
viene celebrata ogni primo lunedì di ottobre nella chiesetta campestre
a lei dedicata, costruita agli inizi del sec. XX e consacrata nel 1910.
La festa di S. Nicola vescovo, patrono della parrocchia, si svolge il 6
dicembre.
Nel pomeriggio della vigilia, la Pro . Loco organizza il tradizionale
falò e una castagnata in piazza con la degustazione di vino novello
locale.