orradile è un comune di 497 abitanti della provincia di Oristano,
nella regione storica del Barigadu.
Il territorio di Sorradile, così come la media valle del Tirso e i
territori limitrofi offrono numerose testimonianze del passaggio
dell'uomo in questo luogo: i reperti del periodo prenuragico e nuragico
mostrano come questa zona della Sardegna si trovasse in un'area di
transizione, investita da due direttrici di diffusione della cultura
nuragica: la direttrice nord - sud, Bonorva, Macomer, Fordongianus, e
la direttrice ovest - est, Oristano, Paulilatino, Aidomaggiore. Oltre
ad una regione di transizione fu anche un luogo di incontro e di
scontro fra le popolazioni dell'interno, a prevalente economia
pastorale, e quella a valle, a prevalente economia agricola. Le
antichità del territorio di Sorradile sono già note nel 1935 quando
Antonio Taramelli elaborava "le carte archeologiche della Sardegna". Ma
le ricognizioni più recenti si devono a G. Bacco nell'ambito delle
indagini territoriali sulle aree ricadenti nel progetto di ampliamento
dell'invaso sul Tirso. Per l'età prenuragica sono segnalate le "domus
de janas" di S. Nicola mentre per l'età nuragica si hanno testimonianze
sparse un po' ovunque sul territorio con la presenza dei nuraghi. Molti
di questi siti saranno rifrequentati nel periodo tardo - romano e
altomedievale. Anche l'epoca Fenicio - Punica lascia la sua impronta in
questo territorio di confine. Secondo alcune fonti, i Punici riuscirono
ad imporre il loro assedio anche nel Barigadu come dimostrano i reperti
delle fortezze fenicie rinvenute a Casteddu Ecciu, vicino a
Fordongianus, a Talasai, presso Sedilo, e a Monte Santa Vittoria in
territorio di Neoneli, esattamente nelle stesse località in cui
precedentemente si insediarono le roccaforti fenicie.
Particolare di Abitazione
Il ruolo importante di "cerniera" svolto da questo territorio, tra
pianura e montagna, si accentuerà in epoca romana e successivamente in
quella giudicale. Durante la dominazione romana, in tutto l'Alto
Oristanese, si intensificò la coltivazione del grano, in quanto l'area,
come tutte le zone vallive particolarmente fertili, furono sfruttate
per la coltivazione cerealicola. Questo sfruttamento, però, non fu
sempre sicuro e pacifico per gli attacchi improvvisi delle tribù
dell'interno che lo resero instabile, sempre esposto alle loro minacce.
Fu proprio nel Barigadu che si collocò il "limes" romano, cioè il
baluardo fortificato tra la "Barbarìa", definita dai romani la terra in
cui avevano sede queste tribù, in contrapposizione alla "Romania", la
terra interamente romanizzata. In questo quadro si spiegano alcune
fondazioni di centri abitati come Ad Medias, Abbasanta, e Forum
Traiani, Fordongianus, fondata nel II sec. A.C. con il duplice scopo di
difendere i centri dell'Oristanese e di sfruttare, per usi terapeutici,
le acque termali del Tirso. Successivamente, in epoca bizantina, il
territorio del Barigadu assume un ruolo importante come è possibile
dedurre dalla presenza delle numerose chiese campestri intitolate a
santi bizantini e ai toponimi che individuano certe località. Nel
territorio di Sorradile si possono individuare alcuni di questi nomi
quali "Santu Cristus", "Salto di Lochele" ( lòcalos = cicogna), od
ancora dalla chiesa campestre di San Nicola, dotata di corpo di
fabbrica seriore ( "muristene"), antica parrocchiale dell'abitato di
Nurozo. La presenza di questi appellativi e quella dei "muristenes" ,
confermano la permanenza sul territorio dei monaci greco - bizantini
che praticavano la "Regola di San Basilio" al contrario dei monaci
occidentali, che proprio nel 529 seguivano a Montecassino la regola di
San Benedetto da Norcia, basata prevalentemente sul principio
comunitario attivo dell' "ora et labora" (prega e lavora). La "Regola
di San Basilio", prevedeva che la vita dei monaci fosse a contatto
delle popolazioni e quindi si basava su una vita sociale attiva, con la
realizzazione di chiesette, spesso localizzate su luoghi di antico
culto pagano, dotate di "muristenes" o "cumbessias" (celle dei
conversi).
Centro Storico di
Sorradile
Questi monasteri erano affiancati da vaste terre che permettevano ai
monaci di avere un certo reddito basato sull'allevamento e
l'agricoltura. Ma il loro ruolo più importante era il controllo delle
terre di proprietà ecclesiastica. Infatti nella valle del Tirso e nel
Barigadu, quasi tutte le chiese campestri occupano posizioni di rilievo
che permettono di spaziare su tutta la valle e di potere, in qualche
modo, prevedere l'attacco di possibili nemici; in realtà è come se
occupassero il luogo ideale riservato a posti di avanguardia. E' in
epoca medievale, precisamente durante il Giudicato di Arborea, che le
notizie storiche sull'abitato di Sorradile (Soradilli XIII sec.)
iniziano a trapelare in maniera più consistente. In epoca giudicale il
territorio sardo era organizzato amministrativamente in distretti detti
"curatorie" o "partes" ogni uno dei quali era costituito da un
determinato numero di "villae" o paesi, in modo da ottenere una
popolazione press'a poco uguale in ciascuna curatoria. Fra l'XI e il
XIV sec. il territorio storico dell'Arborea era diviso in 13
"curatorie" che comprendevano 223 "ville" molte delle quali oggi
scomparse. Nella parte settentrionale del Giudicato, confinante con il
Giudicato di Torres, si trovava la "curatoria" del Guilcier e più a sud
quella del Barigadu. La "villa" di Sorradile, al contrario di quello
chi si potrebbe pensare, apparteneva alla "curatoria" del Guilcier.
Solo successivamente, probabilmente in seguito alla epidemia di peste
avvenuta tra il 1348 - 49, che le ville di Sorradile, Nughedu Santa
Vittoria e Bidoni, videro annettere i propri territori alla "curatoria"
del Barigadu. Questo fatto può essere giustificato se si considera che
l'organizzazione di ogni "curatoria" prevedeva una popolazione più o
meno uguale. Infatti le "curatorie" più piccole erano quelle più
densamente abitate mentre quelle più grandi erano spopolate e dovevano
abbracciare tanti villaggi o "fuochi" fino a raggiungere un numero di
abitanti pari a quello delle altre "curatorie". Quindi la mappa interna
del territorio statale veniva ridisegnata ogni qual volta si
manifestava incremento o regresso demografico. Questo spiega come il
territorio del Guìlcier fosse meno popoloso con 26 "ville" mentre parte
Barigadu ne comprendeva 19. Le fonti storiche1 confermano che il numero
di villaggi scomparsi in parte Barigadu fosse maggiore di quello della
"curatoria" del Guilcier e quindi probabilmente si manifestò la
necessita di ridimensionare la "curatoria" con l'annessione di altri
fuochi. Un altro fattore da sottolineare è l'importanza di questi due
territori nella funzione di difesa del Giudicato, trovandosi in area di
confine. Infatti il loro potenziamento è accertato con la collocazione,
da parte del Giudice di Arborea, di quattro castelli dislocati ai
confini del Giudicato di Torres e della Barbagia di Ollolai. Queste
fortezze si trovavano a Norbello, castello di Seria, a Ghilarza, nella
torre prearagonese, a Neoneli, castello di Orisetto, e a Sorradile,
castello di Brogariu o Barigadu. In riferimento al castello di
Sorradile, le fonti narrano che: "nel 1420 la torre, attualmente nota
come la torre di Brogariu... in regione Barigadu ( a guardia del guado
) era già disabitata. Innalzata all'estremità del pianoro che sovrasta
il Tirso e l'abitato di Sorradile, in età medievale era nota come la
"Torre di Monte Santo", probabilmente a motivo delle rovine della
chiesa di Santa Vittoria. Una lettera del Giudice Mariano IV d'Arborea
al re d'Aragona Pietro IV, datata 17 luglio 1356 (7), porta come
DATATIO TOPICO Monte Santo. Sono gli anni in cui la lacerazione
arborense diventa più sensibile e irreparabile. Dunque Mariano scrive
dal villaggio o dal castello?... Il Fara, però, che scrive nel
Cinquecento, non parla affatto ne di un centro ne di un castello di
Monte Santo, segno che a quest'epoca centro abitato e castello sono
stati distrutti, o probabilmente, abbandonati o scaduti
d'importanza."
Il periodo giudicale fu importante anche per la realizzazione di nuovi
complessi ecclesiastici come dimostra il numero consistente di chiese
romaniche sparse un po' ovunque in tutto il territorio sardo. Nella
media valle del Tirso sono da ascrivere a questo periodo numerose
chiese tra le quali una delle più imponenti è la chiesa di San Pietro
di Zuri. L'applicazione del tipo architettonico arborense a navata
unica si verifica in due chiese comprese nell'orbita di gravitazione
che ha per polo il monastero di Bonarcado e ubicate nelle zone di
altopiano. Nel Condaghe di S. Maria di Bonarcado è nominata la "domo"
di San Pietro a Bidoni affiliata all'abbazia, con atto di donazione del
1100 circa e l'altra è la chiesa di san Nicola che raccoglieva il paese
di Nurozo. La grande coerenza interna nella realizzazione di queste due
chiese, con conci regolari di trachite, potrebbe far pensare che gli
artefici furono le stesse maestranze che realizzarono la chiesa di S.
Maria di Bonarcado. In base a queste notizie storiche non è da
escludere che le stesse maestranze abbiano potuto realizzare, nel
territorio del Barigadu, altre chiese di cui oggi, purtroppo non si
hanno testimonianza storiche certe come l'antica parrocchiale di
Sorradile, fatta risalire al Xl -XII sec. di cui rimangono alcune
tracce nell'attuale presbiterio e sagrestia della chiesa di San
Sebastiano, completamente ricostruita nella prima metà del Seicento.
Alcuni elementi decorativi interni ed esterni alla chiesa, quali le
protome zoomorfe, la base ottagonale del battistero ed altri elementi
decorativi, potrebbero avvalorare questa ipotesi. Durante il XV secolo
vicende storiche, politiche e belliche si succedettero molteplici ed
incalzanti nel regno di "Sardegna e Corsica". La convenzione di San
Martino, firmata in Oristano nel marzo del 1410, rappresenta una svolta
storica importante per l'assetto politico e territoriale dell'isola.
Con tale atto gli ampi territori del Giudicato d'Arborea passavano alla
Corona d'Aragona rendendola così padrona di quasi tutta l'isola. La
"curatoria" di Barigadu e quella del Guilcier divennero già in possesso
degli aragonesi alla fine del Trecento, prima ancora della totale
scomparsa del Giudicato. Infatti nel 1416, Don Alfonso V d'Aragona
concedeva al gentiluomo sardo Valore Deligia, prossimo congiunto di
Ugone IV d'Arborea, in premio per i suoi servizi, le regioni del Cier (
Guilcier) e del Barigadu. Inoltre il Deligia in quell'anno aveva già
ricevuto il giuramento di vassallaggio da parte delle due "curatorie".
In seguito le due parti passarono ai marchesi D. Antonio e D. Salvatore
Cubello di Oristano. Alla morte dei due marchesi, che non lasciarono
eredi, non si hanno notizie se le due "curatorie" tornarono
definitivamente nelle mani degli aragonesi ma si ha motivo di credere
che questo sia stato possibile in quanto nella carta di Ferdinando il
Cattolico si legge che le "ville" di queste "curatorie" chiesero al re
di rimanere sotto la Corona e di non essere assoggettate a nessun altro
signore. In questo periodo si rafforzano alcuni centri ed il controllo
sul territorio fu esercitato grazie al potenziamento dei villaggi
agricoli, della ristrutturazione e della realizzazione di nuove chiese
campestri, che testimoniano il controllo del territorio da parte di un
clero catalano. Nel 1479 si realizzò l'unione dei due più importanti
regni iberici: Aragona e Catalogna. Il dominio spagnolo si consolidava
in una situazione aggravata per fenomeni di decadenza generale, per la
miseria assai diffusa, per il continuo abbandono delle campagne da
parte di molte famiglie. Con gli spagnoli si rafforza il dominio
coloniale: la società sarda viene completamente separata da quella del
dominatore. Sì rafforza il processo di feudalizzazione tendente a
cancellare le espressioni pisane, genovesi e anche catalane. Vengono
trasformate tipologicamente ed architettonicamente le chiese, massima
espressione del potere spagnolo legato alla Chiesa. Inoltre si
aggravarono le condizioni di vita nel territorio rurale in seguito a
fenomeni di brigantaggio. A tutto ciò si aggiungevano altri elementi
negativi come l'aumento della criminalità e i danni causati
periodicamente dagli straripamenti del Tirso sia in città che in
campagna; questi fenomeni contribuirono allo sviluppo di alcuni nuclei
urbani, tra i quali è possibile individuare anche l'importanza che
assunse Sorradile tra i paesi del Barigadu.
Particolare di Porta di Abitazione Centro Storico
Questo fatto può essere spiegato con la realizzazione, nel 1636, della
attuale chiesa parrocchiale di San Sebastiano realizzata inglobando
l'antico impianto romanico. L'imponenza della fabbrica, rispetto
all'entità attuale del paese, la ricchezza degli elementi decorativi
lignei interni e di quelli che compongono la facciata, fanno pensare
che l'abitato avesse assunto una certa importanza sul territorio
diventando probabilmente un centro di scambio con i villaggi limitrofi.
Nella seconda metà del XVII secolo le condizioni di vita delle
popolazioni peggiorarono in seguito alle lotte tra le fazioni che
dividevano i nobili. La guerra di Successione spagnola portò nel 1708
l'occupazione dell'isola da parte degli Austriaci. Nel 1718 fu firmato
il Trattato di Londra che stabiliva la cessione della Sardegna a
Vittorio Amedeo Il di Savoia in cambio della Sicilia ceduta
all'Austria. Nel periodo sabaudo la Sardegna subisce un vasto processo
di destrutturizzazione degli assetti politici precedenti. Decade
l'autorità della Chiesa che viene sottoposta a quella del Regno, a cui
vengono trasferiti i privilegi, le terre feudali e quelle del demanio
ecclesiastico furono ripartite tra privati e comuni. Inoltre si
verifica un ripopolamento delle campagne che erano state abbandonate in
epoca precedente. Il regno sabaudo introdusse diverse modifiche che
cambiarono l'assetto del territorio e la vita della popolazione. La
prima di queste, in seguito alla situazione agraria estremamente
precaria in cui si trovò l'isola dopo l'occupazione spagnola, fu
l'editto delle chiudende" emanato nella sua forma definitiva nel 1820.
Questa ordinanza incideva solo su una piccola parte delle terre e
soprattutto non toccava le terre comuni come il Salto di Lochele,
appartenente ai comuni di Sedilo e Sorradile. Da una sentenza del
Tribunale della R. lntendenza Generale in data 4/10/1798 con la quale
si dichiarava devoluto il feudo Barigadu - Susu del marchese di Villa -
Sor, si ha un esempio interessante di come gli abitanti di Sorradile
potevano usufruire del Salto. Per la villa di Sorradile si legge: "Sono
gli abitanti di questa villa dell'immemorabile possesso di servirsi
della legna da fuoco sebbene mai sogliono tagliare alberi da ghianda ne
d'altro frutto, senza dimandar permesso ne pagar perciò cosa alcuna al
Barone...4 La seconda grande iniziativa del Regno sabaudo fu sancita
nel dicembre del 1835 con la fine del feudalesimo. Il trasferimento
delle terre ai privati, pur con l'abolizione dei feudi, creò una
proprietà latifondista. Nasce una figura sociale nuova, la cui
residenza è costituita dal palazzo urbano. Si modifica l'immagine dei
centri urbani: alle emergenze monumentali, espressione del potere
ecclesiastico, si affianca l'edilizia pubblica del potere civile e
quella residenziale dei latifondisti agrari. Altra grande modifica che
si verificò in Sardegna fu la realizzazione della strada statale "Carlo
Felice" che avrebbe messo in comunicazione Cagliari e Sassari. Infine
nel 1848, dopo una formale richiesta di unificazione con te altre
provincie del continente, lo Statuto Albertino veniva esteso alla
Sardegna che con ciò si univa al Piemonte seguendone le varie vicende
che portarono all'unificazione d'Italia. La vita della popolazione nei
territori del Barigadu non subì grandi cambiamenti se non fino alla
realizzazione del bacino artificiale dell'Omodeo nel 1923, il più
grande d'Europa, che ebbe come conseguenza la sottrazione delle terre
più fertili all'agricoltura e quindi l'impoverimento dell'economia
locale. Inoltre come è stato detto precedentemente, le condizioni
ambientali sono mutate creando delle alterazioni nell'equilibrio
ambientale nonostante la bellezza indiscussa del paesaggio che oggi
osserviamo.
Il complesso cultuale nuragico di Su Monte-Sorradile, individuato sul
finire degli anni Ottanta, si trova sulla riva sinistra del medio
Tirso, presso il lago Omodeo. E' stato fatto oggetto di indagini
scientifiche da parte della Soprintendenza Archeologica per le province
di Cagliari e Oristano; infatti sono state realizzate due campagne di
scavi archeologici (1998 e 1999/2000), che hanno consentito di
attestare la frequentazione del sito, relativamente all'edificio
maggiore, entro l’arco di svolgimento del Bronzo Finale (fine XII-inizi
IX sec. a.C.).
Particolare ArcheologicoL'insediamento, sprovvisto di un nuraghe di
riferimento, è costituito da un aggregato edilizio importante, i cui
corpi di fabbrica mostrano la tecnica isodoma. L’edificio maggiore, che
costituisce l'epicentro dell’insediamento, mostra in pianta lo schema
icnografico distintivo di un tempio a pozzo, ma strutturalmente non è
dotato di quelle articolazioni ipogeiche tipiche di tale architettura.
L'edificio (A) è costituito da un avancorpo rettilineo ed un corpo
circolare, giustapposti secondo l’asse longitudinale. Verso Est e di
fronte all’ingresso, si apre una corte subcircolare (C), che ha
funzione di raccordare l’edificio principale con altre due strutture
minori (B e D), delle quali una è in opera isodoma, l’altra è una
capanna circolare a pietre sbozzate. Sul fronte opposto occidentale si
trova un muro isodomo ad arco di cerchio (E).
Particolare Archeologico
L'intero insediamento è circondato da una demarcazione muraria, che
fiancheggia a Nord le stesse unità e poi prosegue verso Ovest, come
cinta esterna di delimitazione di un più ampio contesto insediativo,
che pare assumere una forma ellissoidale. L'edificio A si conserva
integralmente nell’assetto basale ed è costituito da un vestibolo
trapezoidale, dotato ai lati di un bancone-sedile, e da un'ampia camera
circolare, il cui corpo murario mostra in opera blocchi martellinati di
dimensioni notevoli. Lungo il perimetro si aprono tre nicchie disposte
a croce. Lo scavo ha riportato alla luce una struttura-altare in pietra
martellinata, configurata a vasca trapezoidale-semiellittica, che
occupava la parte centrale del vano. Essa ingloba nel perimetro murario
un modellino di nuraghe monotorre e vi si connette a sinistra una
tavola d’offerta, che conserva le impiombature di fissaggio dei bronzi
votivi. All’interno della vasca è stato rilevato un sottile deposito ad
alto contenuto di cenere. La struttura fortificata di Su
Monte-Sorradile può essere rapportata all'insediamento di Santa
Vittoria di Serri, in quanto si ipotizza una funzione cultuale e
rituale del sito.
Lo scavo ha restituito un copioso e qualificato repertorio materiale,
proveniente soprattutto dal deposito della nicchia di fondo del vano
circolare dell’edificio A. Nel repertorio bronzeo va richiamato il
ritrovamento di una navicella, con prua a protome d’ariete, che viene
in luce insieme a sette bronzi d’uso, accorpati e affastellati, come se
fossero caduti dall’alto. Tra le fogge ceramiche sono maggiormente
rappresentate le ciotole carenate a colletto sagomato, lisce o
decorate, scodelloni a corpo schiacciato con anse orizzontali a
maniglia, olle globulari; a queste si aggiungano poi brocche askoidi,
vasi piriformi, bacini ecc. E' di indubbio interesse l'insieme del
tesoretto o dell'offerta rituale, posta in luce negli strati alti del
deposito dell’edificio A, nella nicchia di fondo (ascia bronzea a
margini rialzati, doppia ascia, pugnale con lama a foglia, navicella
bronzea con protome di ariete, due verghe, sega e daga). Da ricordare
anche i 22 frammenti, sempre rinvenuti nell'edificio A, di asce a
margini rialzati e di pugnali tratti da spada e di un pugnaletto a d
elsa gammata, un frammento di statuina bronzea di soldato orante con
scudo sulla spalla, una statuina di bue stante, due fibule bronzee del
tipo a sanguisuga, elementi in ferro e vaghi in ambra.
NECROPOLI DI PRUNITTU
La necropoli di "Prunittu", ubicata in agro di Sorradile, sorge nelle
immediate vicinanze della strada comunale asfaltata che collega
l'abitato di Sorradlle con il novenario campestre dl S.Nicola (per chi
va verso S. Nicola, sulle destra) a sua volta collegato dalla nuova
strada che raggiunge la SP. del Mandrolisai in località Cosseddu, poco
prima del ponte sul lago Omodeo. Il complesso, che è stato oggetto di
studio da parte della Soprintendenza Archeologica di Cagliari dal 1980,
è situato all'altezza di mt 350 circa s.l.m. ed è composto
principalmente da n 2 gruppi ipogeici ben distinti: il primo è situato
sul costone roccioso facente parte del territorio comunale dl Arzolas"
ed è raggiungibile tramite una stradina sterrata di mt 150 circa che si
snoda dalla strada asfaltata. Gli Ingressi di questo primo gruppo sono
circa 10. Il primo ingresso a destra del cotone è accessibile
fronteggiando lo stesso e dal basso arrampicandosi su una parete
rocciosa quasi verticale nella quale sono state scolpite delle nicchie
che agevolano il transito. Essa è composta da un pre-ingresso,
anticella e le camere sono arrotondate, lo schema di pianta è a "T".
Particolare Archeologico
Gli altri ingressi sono raggiungibili non agevolmente da sopra il
costone tramite preingresi scavati a circa mt 150 al di sotto del piano
di calpestio. Si distinguono fra le altre: "Sa Cresia" composta da un
ampio preingresso con n 2 Ingressi da cui il principale sormontato da
una fascia e cornice scolpita; diverse sono le coppelle scavate sulle
pareti. Le domus sono munite di anticelle e proseguono con almeno n. 6
camere ciascuno in successione di lunghezza e diverse laterali
collegate. Altra domus è quella contenente al suo Interno, piuttosto
ampio, una pozzanghera scavata sul pavimento dell'altezza di circa 20
cm contenente acqua nel periodo invernale e primaverile. Un' altro
complesso trovasi su un terreno privato raggiungibile proseguendo nei
sentieri che si snodano nello spazio al di sopra del costone e
infilandosi su un visibile ingresso carraio di un terreno adibito a
pascolo.
Particolare Archeologico
Di gran lunga più accessibili questi ingressi, circa una ventina, sono
situati nelle rocce ornate di lentisco, edera e altre vegetazioni
spontanee; gli ingressi quasi tutti modanati sono spesso sormontati da
una fascia in rilievo scolpita sulla roccia, sono muniti di preingresso
coperto, anticella e camere disposte a "T". Molto particolari sono le
domus scavate su massi singoli giacenti presso il terreno, queste
ultime hanno le stesse caratteristiche di quelle sopramenzionate. Il
complesso di "Prunittu" per quanto riguarda la datazione, è inquadrato
nel periodo neolitico - culura di Ozieri- III millennio A.C..
S.MARIA TURRANA
In agro dì Turana o "Torana' o "Turrana" nel Comune di Sorradile (Or)
sorge la chiesa di S.Maria, che un 'Condaghe' esistente nella
parrocchia di S.Sebastiano indica esistente nel 1573. Questa
costruzione, che tutt'ora dispone di un proprio ampio spazio libero e
verde tutt'attorno, risulterebbe tuttavia ben più antica, a dar fede ad
una pergamena scoperta durante uno degli ultimi restauri dei primi anni
del '900, nel corpo dell'altare maggiore dove è stata riposta. Secondo
il documento, che quindi è ancora conservato nella chiesa, il suo primo
impianto risalirebbe al lontano 1250. L'edificio, ad unica navata,
presenta sul fronte esterno un ampio porticato, che in origine doveva
avvolgerlo per circa due terzi anche lungo i fianchi. La chiesa rivela
il suo valore, oltre che per la vetustà delle sue origini, anche per
l'eleganza e la schiettezza romaniccheggiante del suo impianto, tipico
dell'architettura chiesastica campestre, presente in Sardegna già dai
primi secoli del nostro millennio. La costruzione offre esternamente
all'osservatore una ricca gamma di elementi decorativi assai frequenti
in varie zone dell'isola. Nel sec. XXI ebbe, con molta probabilità.
accrescimenti della testata absidale e del lato terminale destro. In
seguito in diverse riprese e fino ai giorni nostri, l'edificio dovette
subire rimaneggiamenti e arziali restauri.
Testi tratti dalla relazione del progetto di restauro Arch. Augusto
Garau
Chiesa SAN NICOLA DI NUROZO
SAN NICOLA DI NUROZO (seconda metà XII sec.) Giudicato di Arborea,
curatoria di Guilcier
La chiesa di S. Nicola è nel sito campestre dov'era il villaggio
medioevale di Nurozo. In un anno non datato del Condaghe di S. Maria di
Bonarcado si rintraccia menzione non del titolo di S. Nicola, bensì del
toponimo Nurozo, identificabile nei fogli catastali di Sorradile con il
pendio boschivo a nord-ovest dell'abitato, in vista della valle del
Tirso ora colmata dalle acque del bacino artificiale del lago Omodeo, e
a breve distanza dalle domus de janas di S. Nicola. La chiesa ha
impianto mononavato con abside a nor-dest e copertura lignea. Alle sue
murature, in conci trachitici di media pezzatura tagliati con
regolarità, si addossano corpi di fabbrica seriore. che ne occultano
parzialmente il fianco meridionale, per il resto intonacato; l'altro
fianco è di ricostruzione moderna. Dell'edificio romanico sono in vista
l'abside (a) e la facciata (m 4,56). Quest'ultima ha una protome
zoomorfa (b) al centro della cornice basale del frontone e in asse con
il portale architravato, in origine probabilmente lunettato con arco di
scarico semicircolare. L'abside ha zoccolo a scarpa dritta e cornice
sgusciata. come quella che corre lungo i terminali dei fianchi. I
paramenti, assolutamente nudi, non segnano paraste d'angolo, né si
aprono con luci; solo nell'abside è una monofora centinata a doppio
strombo con sguanci lisci.
Testi tratti dal Testo "Storia dell'Arte in Sardegna" Architettura
Romanica dalla metà del 1000 al primo 300 Salvatore Naitza
La parrocchiale sorge su un terreno con doppio declivio: il primo ha
orientamento NO - SE, lungo i prospetti laterali, mentre il secondo
segue il prospetto anteriore con direttrice NE - SO. La facciata
principale, esposta a nord - ovest, si affaccia su un terreno
pianeggiante occupato dalla piazza che guarda verso la valle. Ad
eccezione del prospetto principale, completamente libero e quindi
maggiormente esposto alle intemperie, i tre lati della chiesa sono
racchiusi all'interno del tessuto edilizio urbano. Le abitazioni
circostanti sono composte quasi tutte da due livelli fuori terra
creando in qualche modo una barriera protettiva. Secondo una antica
credenza, la devozione dei sorradilesi per San Sebastiano è dovuta alla
cessazione dell'ultima pestilenza nel giorno della sua festa e quindi
per intercessione del Santo presso il divino, che in quell'occasione fu
il solo a placare l'ira di Dio contro i sardi, degni di pietà per le
loro misere condizioni. Da qui l'intitolazione della chiesa al Santo
martire, realizzata in trachite locale, nella prima metà del Seicento,
il cui risultato è frutto di un radicale rifacimento ed ampliamento di
un precedente edificio risalente al XI - XII secolo, del quale oggi si
possono osservare alcune parti murarie nella sagrestia e nel
presbiterio. Inoltre molti elementi decorativi attualmente presenti
nella chiesa sono di epoca romanica: gli elementi zoomorfi collegati da
archetti nella cornice finale della parte antica del campanile; le
protome leonine presenti internamente in corrispondenza delle aperture
laterali con arco inflesso ed esternamente alla chiesa, in prossimità
della trabeazione che sorregge il frontone semicircolare; la base
ottagonale in trachite scanalata del fonte battesimale addossato alla
facciata interna di cui la parte superiore fu completata nel 1697 come
testimonia una iscrizione posta alla sommità; ed ancora l'acquasantiera
in trachite con colonna e gli elementi decorativi della chiave di volta
dell'arco centrale del presbiterio che mostra le sculture in maggior
rilievo, rispetto agli altri sottarchi, con raffigurazioni di tipo
popolaresco. A partire dal 1580 ci fu in tutta la Sardegna un
incremento notevole di edilizia religiosa probabilmente dovuto
all'intenso programma artistico svolto da Filippo Il che nel 1586,
culminò con la concessione del giurispatronato sulle chiese di Sicilia
e Sardegna da parte di Sisto V. Non è da escludere che la realizzazione
della chiesa di Sorradile facesse parte di questo intenso programma
culturale. Infatti nel 1636, sotto l'investitura del feudo dei marchesi
di Villasor, si procedette alla realizzazione della nuova facciata,
come riportato in una incisione sulla trachite al lato sinistro
dell'ingresso principale, e l'anno seguente, nel 1637, fu iniziato
l'interno i cui lavori vennero portati a termine nel 1642 ad opera di
maestranze locali guidate dallo scalpellino Antonio Pinna ( Antoni Pina
) il quale univa alle competenze architettoniche un accentuato gusto
decorativo caratteristico dei PICAPEDRAS di formazione gotico -
catalana ma con accento vernacolare. La chiesa ha pertanto una impronta
eclettica, popolareggiante ed autoctona, il cui risultato,
originalissimo in quanto unico, combina elementi tratti dal repertorio
figurativo bizantino, romanico, gotico -catalano, rinascimentale e
barocco.
L'interno della chiesa offre un patrimonio incredibilmente ricco e
pressoché intatto in quanto è tra le poche chiese sarde che conserva
ancora gli arredi originali, in genere sostituiti nel Sette e Ottocento
da quelli in marmo. La conoscenza di istanze rinascimentali di marca
italiana diffusesi in Sardegna tra la fine del '500 e inizio del '600 è
presente un po' ovunque nella chiesa. All'interno ciò si manifesta
negli archi a tutto sesto, negli arconi cassettonati, nei timpani
spezzati delle edicole che fiancheggiano l'arco centrale. Inoltre
l'abilità e la maestria degli scalpellini locali nell'incidere la
trachite è visibile nella ricca ornamentazione a bassorilievo che
riveste i pilastri e le arcate principali e secondarie che danno quasi
l'impressione della trasposizione di intagli lignei in intagli in
pietra. Inoltre le numerose decorazioni interne testimoniano le
influenze iberiche e l'attenta conoscenza delle novità che avvenivano
nell'isola: infatti dieci anni prima in Oristano era stato completato
l'Archivietto e il Maestro Antonio Pinna era sicuramente rimasto
colpito dalle decorazioni dei portalini con arco inflesso tanto è vero
che nella chiesa di Sorradile propose la stessa soluzione decorativa
per le due aperture che fiancheggiano l'arco maggiore. Inoltre lo
stesso Pinna era stato l'artefice della chiesa di Santa Maria di
Ossolo, in puro stile aragonese, realizzata in agro di Bidoni. La
chiesa di San Sebastiano è composta da unica navata coperta da una
volta a botte, ribassata nella zona presbiterale, rinforzata da
sottarchi in trachite a vista, scolpiti con elementi decorativi
cassettonati raffiguranti punte di diamante e motivi floreali, mentre
le chiavi di volta ospitano sagome di figure umane. I sottarchi
poggiano su capitelli finemente scolpiti, in rilievo rispetto alla
trabeazione con triglifi e dentelli che segna l'imposta della volta. La
navata centrale è affiancata da 8 cappelle laterali, di pianta
quadrata, anch'esse coperte da volta a botte, la cui scansione è messa
in risalto da archi a tutto sesto in trachite con motivi decorativi
simili a quelli dei sottarchi della navata centrale. Queste cappelle
sono tutte dotate di altare ligneo baroccheggiante, poggiante su
gradoni in trachite, appartenenti alla pavimentazione originale
sostituita con l'attuale, in marmo bianco e grigio, voluta e realizzata
dal rettore Cosimo Manca nel 1898 come mostra una targhetta localizzata
in prossimità dell'arcata maggiore. Sempre in conci di trachite, assai
irregolari, è la scalinata che dalla navata centrale porta verso
l'uscita posteriore sinistra e "sa omo noa". La zona del presbiterio, a
pianta quadrata, è sopraelevata rispetto all'aula centrale e mostra una
certa irregolarità nello spessore e nella esecuzione della struttura
muraria. Inoltre questa parte della chiesa si differenzia nella
composizione delle volte, (maggiormente ribassate rispetto a quella
centrale) della copertura e degli elementi decorativi molto semplici.
Sono queste differenze che portano ad ipotizzare, in mancanza di prove
scritte e documentazione storica, che l'impostazione della chiesa
preesistente fosse localizzata nella zona presbiterale e nella
sagrestia. Il muro di tamponamento che separa questi due ambienti è
sormontato da un arco vuoto e nell'intradosso sono visibili i conci di
trachite lisci con leggera sagomatura nell'archivolto. Questa arcata
tamponata era probabilmente l'arco che sormontava il presbiterio.
Inoltre la volta a botte della sagrestia, con copertura a capanna, è
perpendicolare alla volta e alla copertura della navata centrale mentre
quelle del coro, oggi prolungamento più ridotto della grande volta, un
tempo, forse era disposta al contrario, creando un tutt'uno con la
volta della sagrestia. Non è ugualmente da escludere l'ipotesi che la
copertura fosse realizzata con capriate e orditura in legno come era
consuetudine in molte chiese romaniche.
L'interno era sicuramente molto semplice: sul retro si trovavauna
finestra, o un altare a nicchia, con cornice in pietra modanata, che in
tempi più recenti (1930) è stata trasformata in porta (accesso esterno
alla sagrestia); affianco a questa si trova una edicola completamente
realizzata in pietra che oggi è stata trasformata in fontanella dotata
di una vaschetta. Da alcuni particolari visibili nel prospetto
posteriore della chiesa, precisamente nella piazzetta che gli abitanti
del paese usano chiamare "prazza de su campanile ezzu ", si può dedurre
che l'esterno fosse in pietra con conci a vista e in alcuni punti quali
gli spigoli, fosse dotato di piccoli capitelli modanati. Risulta
difficile, invece, supporre come fosse la torre campanaria, mentre la
sua localizzazione era sicuramente là dove attualmente sorge la "omo
noa" cioè il locale accessorio alla chiesa, aggiunto nel 1930. Uno
degli elementi che colpisce il visitatore entrando nella chiesa è la
luminosità dell'interno. La navata è dotata di 4 finestre per lato,
posizionate al di sopra della trabeazione, che internamente risultano
circolari con scanalature in pietra mentre all'esterno sono
rettangolari. Sul lato destro, la prima di queste finestre è stata
sostituita da una porticina in corrispondenza del campanile, mentre su
quello sinistro, la prima finestra è stata tamponata. Altra fonte di
luce è dovuta ad una finestra localizzata in facciata e ad un rosone in
pietra trachitica, finemente lavorato, situato nella parete di fondo
della volta principale ed infine nella parete posteriore che delimita
il coro, la luce penetra all'interno attraverso due aperture
rettangolari incorniciate da stipiti in trachite lavorata. La facciata
principale interna si presenta molto semplice. L'elemento di maggior
rilievo è senza dubbio il fonte battesimale posizionato alla destra
dell'ingresso principale. Sulla parete di sinistra è possibile
individuare i segni di una nicchia murata. Sempre su questa facciata,
in corrispondenza della prima cappella di sinistra, un piccolo portone
da accesso alla scala a chiocciola che porta al campanile, rimasto
incompleto fino al 1950. Infine , è degna di essere osservata con
grande attenzione la parete sulla quale si staglia l'arco maggiore.
Oltre ai portalini con arco inflesso, che probabilmente appartenevano
all'antico edificio, sono degne di nota le nicchie rinascimentali in
trachite sapientemente scolpite, con timpano spezzato, rette da mensole
a forma di voluta ospitanti le statue di Santa Barbara e San Giovanni.
L'altare maggiore ligneo, datato 1754, all'interno del quale è
collocata la statua si San Sebastiano, è ricco di decorazioni ed
intagli che manifestano lo stile sontuoso del barocco.
Nel 1930 con il parere della popolazione, il Rettore Cosimo Manca, fece
realizzare il locale di sgombro della chiesa ("sa omo noa") e
ridimensionare l'apertura del portone principale che, per le esagerate
dimensioni, (3,50x5,00 m. circa) presentava Io scardinamento delle
grandi ante in legno. E' così che l'apertura principale fu ridotta alle
attuali dimensioni (2,00 x 4,00 m.). La cornice originale del portone
d'ingresso fu affiancata da una cornice in trachite rossa locale che si
presenta, per via della sua sapiente lavorazione, perfettamente
inserita nella facciata principale. Al lato destro dell'ingresso,
dirimpetto all'incisione recante la data di realizzazione della
facciata, si trova la scritta 1930. Successivamente nel 1961 fu
realizzata la scalinata in marmo insieme alla balaustra in marmo
policromato, creando un dislivello tra navata centrale e presbiterio.
E' stato dello in precedenza che la chiesa di Sorradile è una delle
poche che conserva gli arredi originali. Oltre agli altari lignei di
grande pregio che ornano le cappelle laterali, nella navata centrale
possiamo osservare due bellissimi pulpiti, di epoche diverse, che si
fronteggiano, e ai quali è possibile accedere da due scale di 60 cm
ricavate all'interno del muro che delimita la seconda cappella di
destra e di sinistra, Il primo di questi, in trachite, è posizionato
sul lato destro della navata ed è contemporaneo alla realizzazione
della chiesa in quanto, gli elementi decorativi osservabili nel piede
sono gli stessi dei sottarchi laterali e degli arconi centrali, mentre
la balaustra, in trachite rosa, sembrerebbe essere una aggiunta
successiva. Sul lato opposto si trova il pulpito ligneo settecentesco,
ricco di decorazioni e colori, sormontato da un baldacchino anch'esso
in legno e molto elaborato. Altro elemento degno di nota è il fonte
battesimale in trachite, che si trova a destra della facciata interna,
vicino all'ingresso. La base ottagonale, di epoca romanica, regge il
fonte datato 1697 e quindi posteriore rispetto all'ultimazione della
chiesa ma in perfetta armonia con l'ambiente. Il tutto poggia su una
pavimentazione in cemento levigato suddiviso in motivi decorativi
geometrici, colorato di rosso e nero, rialzata di 50 cm rispetto al
piano di calpestio della chiesa. I colori ormai sbiaditi consentono di
leggere la data 1927, probabilmente l'anno in cui fu realizzata la
pavimentazione. Questi motivi geometrici colorati sono visibili anche
nella sagrestia la cui pavimentazione è da ascrivere allo stesso
periodo. Sulla parete di fondo della sagrestia è possibile osservare
due retabli in legno di grande pregio artistico, recentemente
restaurati.
Esterno Parrocchiale SAN SEBASTIANO
La facciata della chiesa di San Sebastiano è senza dubbio l'elemento
che colpisce maggiormente per la sua imponenza e bellezza. La facciata
fu iniziata nel 1636 ad opera di scalpellini locali guidati, come è
stato già detto, dal Mastro Antonio Pinna. E' completamente realizzata
in trachite locale e le pietre vennero recuperate da una cava che fu
aperta nella parte bassa della collina di "Pilusinu" situata a nord est
dell'abitato. E' racchiusa tra robuste paraste ed è suddivisa in 5
parti da 4 lesene scanalate con capitelli corinzi che sorreggono la
trabeazione interamente decorate con formelle che racchiudono
alternativamente motivi floreali e a punta di diamante. La parte
centrale più ampia contiene un bel portale, limitato da una cornice
modanata e sormontato da un ampio timpano curvilineo spezzato.
L'ingresso è stato ridotto intorno al 1930 per volere del Rettore
Cosimo Manca e della popolazione per le esagerate dimensioni
dell'apertura che creava problemi di scardinamento. E' stato ridotto
alle attuali dimensioni con una cornice in trachite rosa, perfettamente
inserita nel contesto. Chiude il prospetto un frontone semicircolare,
largo quanto i tre specchi centrali dall'ordine sottostante, ed è
attraversato dal prolungamento delle lesene più interne. E' raccordato
al corpo inferiore mediante due alette che si innalzano verso
l'esterno. Ospita due nicchie centinate e un finestrone rettangolare
anch'essi sormontati da timpani curvilinei spezzati. Due protomi
leonine laterali, simili a quella localizzata all'interno della chiesa
di matrice romanica, un piccolo rosone goticheggiante, le guglie
laterali ed una croce centrale completano il prospetto. Il frontone
circolare con alette laterali verrà ripreso in numerose chiese
dell'isola per tutto il XVII e XVIII secolo. La facciata è affiancata
dal campanile che rimase incompleto fino agli inizi degli anni '50, con
struttura lignea che sosteneva le campane e la copertura era composta
da una semplice tettoia in legno. Intorno a quegli anni è stato
completato con una muratura in conci regolari di trachite e da un
solaio con manto di copertura in coppi. In questa parte sono stati
incastonati i 4 orologi.
16 gennaio Sant'Antonio Abate
19 gennaio San Sebastiano
Febbraio Carnevale
Pasquetta Domenica e Lunedì Santo
Seconda domenica di Maggio, Sagra dei dolci di mandorle
Agosto, Sant'Isidoro
Dall'8 al 17 settembre S.Nicola
Dal 31 agosto all'8 settembre S. Maria 'e Turrana
La novena in onore di S.Maria si svolge nella omonima chiesetta
campestre situata in località "Turrana" agro di Sorradile, ai piedi del
monte "Cresia" in prossimità del suggestivo canale contenente il Rio
"Su Molinu" al confine di Ardauli. La festa inizia il giorno 30 agosto
con la processione che parte dalla parrocchia di S. Sebastiano in cui è
conservata l'antichissima statua lignea che rappresenta la vergine con
un inedito volto con la pelle scura. La statua è portata in processione
dai confratelli di "Nostra Sennora" a piedi fino alla chiesetta (circa
2,5 km) percorrendo un tratto dei vicoli del paese (corte'e susu), un
tratto della strada asfaltata per S.Nicola e un ripido sentiero
pedonale che si snoda all'interno di un fitto bosco in località "Sas
Iscaleddas"; l'arrivo nella località "Turrana" avviene nella tarda
serata. La processione prima dell'ingresso in chiesa, compie un giro
completo attorno al novenario. Sistemata la statua nell'apposita
nicchia dell'altare, si cantano le laudas in sardo in onore della Santa
Madre. Il ritornello recita: Pro chi es naschida Maria, mama de su
Redentore e ricorda che la festa celebra la natività di Maria ricadente
di calendario l'8 settembre. Usciti dalla chiesa, gli obrieri, ofrono
vino bianco per tutti gli uomini presenti, caffè per le donne. Gli
obrieri di S.Maria, si ofrono volontariamente, per devozione e per
promessa ogni anno, per organizzare la festa e tutte le incombenze.
Hanno il compito di pulire la corte e renderla accogliente, provvedono
all'addobbo dei fiori per la chiesa, provvedono alla illuminazione del
novenario ed alla energia elettrica necessaria ai festeggiamenti, danno
l'offerta alla chiesa, si occupano della festa civile durante le notti
della novena a loro spese, organizzano le cene invitando parenti e
amici. Essi occupano il "Muristene de sos oberaios" presso il quale
dormono le notti della novena. Gli obrieri solitamente sono formati da
famiglie di amici o parenti.
Le novenanti sono donne che, anch'esse per devozione e promessa,
decidono di dormire per nove notti presso "su muristene mannu" del
novenario, riservato alle sole donne. Le novenanti si recano ogni sera
all'imbrunire presso il novenario, a piedi o con mezzo di trasporto,
cenano presso il muristene e recitano il Santo Rosario e le Laudas
tutte le sere della novena presso la chiesetta in onore della Santa
Vergine. La notte, dopo il rosario, nella piazzetta antistante il
portico, balli sardi e manifestazioni folcloristiche e musicali. Gli
obrieri ofrono vino a tutti i presenti. Chi può nelle sere durate la
novena ed in particolare l'ultima sera, presso la corte, organizza
grandi cene con parenti e amici. La notte del 7 settembre
"S'izzadorzu", si rimane a fare festa fino all'alba e all'ora in cui
riparte la processione di rientro. Suggestive e cariche di significato
le manifestazioni religiose. La novena in onore della Madre Santa,
viene celebrata nella Parrocchia in modo che tutti partecipino alla
preghiera e richiedano le grazie, comprese le persone anziane
impossibilitate a raggiungere il novenario. Questa usanza è
verosimilmente legata al fatto che anticamente il Rettore, a causa
della lontananza del novenario era impossibilitato a celebrare la
novena sul posto. Presso la chiesetta durante i tardo-pomeriggi della
novena vengono ordinate le S.Messe presideute dal Parroco all'aperto
nella piazzetta antistante la chiesetta campestre. La novena ha termine
il 7 settembre. Il giorno 8, festa della natività di Maria Santissima,
all'alba, ci si incammina a piedi per raggiungere il novenario dal
quale riparte la processione del rientro in parrocchia, presso la
quale, all'arrivo, viene recitata la Solenne Messa in onore della Santa
Madre. Per fede, devozione e per grazia ricevuta, i fedeli Sorradilesi
ofrono alla Santa rosari di grande pregio che durante la novena vengono
appesi alle mani della statua.
La Festa di S.Nicola si svolge senza sosta, nel tardo pomeriggio del
giorno 8 settembre, viene trasferito in processione dalla parrocchia, a
piedi fino all'omonimo novenario il S.Nicola rappresentato in una
piccola statua lignea e conservato in parrocchia nella cappella delle
Anime con S.Basilio. Curiosa è la procedura, a carico degli obrieri,
con cui vengono trasferite in tutta fretta le suppellettili religiose,
necessarie per le funzioni, dalla chiesetta di S.Maria a S.Nicola
presso la quale a partire dal giorno 9 settembre comincia la novena in
onore del Santo. Più o meno identiche a quelle di S.Maria, nel
significato più profondo, le procedure dei festeggiamenti. Più
partecipata la festa notturna soprattutto dagli Allevatori e
Agricoltori Sorradilesi. Più intima e raccolta invece quella che si
svolge a "Turrana". Tradizionale è il pranzo che gli obrieri
organizzano presso il santuario, invitando parenti ed amici. Da qualche
anno, la festa di S.Nicola, non viene più effettuata, causa il restauro
totale del novenario. Negli ultimi anni di festeggiamenti, la novena
veniva celebrata sul posto con la presenza del parroco. Oltre al
muristene de "Sas noinantes" anche qui riservato alle donne, il
muristene de "sos oberaios", a S.Nicola vi è un complesso formato da n°
3 muristenes, un tempo di proprietà privata, dimostranti che allora la
festa era certamente più partecipata e importante rispetto a oggi.
Anche questi sono in corso di restauro da parte del Comune. La festa
notturna comprende balli sardi, gioco alla morra fino all'ultima notte
nel giorno 17 settembre "s'izzadorzu". A partire dal 2000 riprenderanno
i festeggiamenti, per fede e per promessa gli obrieri sono già in lista
d'attesa. Contrariamente ai grandi novenari di S.Serafino e S.Michele,
S.Costantino e Sa Itria, nei quali i muristenes vengono occupati dalle
singole famiglie che sono proprietarie, come a S.Serafino, o nei quali
si svolgono manifestazioni collaterali con grande afflusso di fedeli
come a S.Costantino; nei piccoli santuari si colgono certamente più
vivi i sentimenti di devozione, amicizia solidarietà e ospitalità.
Famiglie che unite si occupano dei festeggiamenti, novenanti che
dormono assieme e tutti si ritrovano uniti con la stessa fede e
devozione.