ilis è un comune di 1.670 abitanti della provincia di Oristano, nella
regione del Campidano di Oristano.
Monumenti e luoghi
d'interesse
* Chiesa di San Sebastiano, parrocchiale, sorta al centro del paese,
lungo la via principale nel Cinquecento in stile gotico-catalano.
Presenta un ampio ingresso e cappelle laterali. Nella facciata è
presente un rosone in trachite rossa. La chiesa ha subito alcune
modifiche e il campanile adiacente è stato costruito negli anni '50 del
XX secolo.
* Chiesa di San Paolo (Milis), costruita
in stile romanica tra il 1140 e il 1220.
* Chiesa di Santa Vittoria: al suo
interno sono state rinvenute tombe del VI-VII secolo. Conserva un
altare ligneo seicentesco. Una delle campane del campanile era
appartenuta a Palazzo Boyl. La famiglia Boyl donò alla chiesa una
lettiga di legno sulla quale era esposta la statua di Gesù durante la
rievocazione del Su icravamentu. La chiesa è sede della
confraternita dello Spirito Santo.
* Chiesa di san Giorgio, sorta intorno
al 1637, in origine esterna all'abitato, nella parte nord del paese,
consiste in una modesta struttura.
* Chiesa della Madonna del Buon cammino,
è sorta nell'Ottocento,a circa 1 km dal centro abitato, accessibile
solo a piedi.
* chiesa di san Pietro in vicoli di Milis pizzinnu(1300)a 2 km
dall'abitato in aperta campagna, il santo si festeggia la prima
domenica di settembre.
* Palazzo Boyl venne costruito nel XVII
secolo dai marchesi Boyl, originari del Piemonte e fu utilizzato come
residenza estiva, accogliendo nei secoli successivi ospiti illustri
(Carlo Felice e Carlo Alberto, il generale La Marmora e il
bibliotecario del re di Francia, Antoine Valéry (1789-1847). All'interno
del palazzo è ospitato il "Museo del costume e del gioiello
sardo", visitabile su appuntamento. Nel cortile sorge l'"anfiteatro".
* Il "cimitero di guerra", all'interno
del cimitero paesano, presso la chiesa di san Paolo, accoglie le
spoglie di soldati e civili milesi e tedeschi periti durante
un bombardamento inglese nel 1943 su una pista d'atterraggio in
precedenza nascosto dagli aranceti. .
Amministrazione comunale
Sindaco: Antonio Mastinu (lista civica) dal 27/05/2007
Centralino del comune: 0783 51665 - 0783 51666 - 0783 51667
Posta elettronica: segretariomilis@tiscalinet.it
Santa Vittoria è una delle chiese più antiche di Milis
importante per il ritrovamento di alcune tombe che risalgono al VI-VII
secolo. In origine l'edificio era piuttosto piccolo ma, in
seguito a diversi rifacimenti, è stato portato alle dimensioni attuali.
Questo si nota anche dagli antichi stipiti che risaltano nelle mura
esterne.
All'interno notiamo un altare in legno del 1600, simile a
quello che si trova nella Chiesa di San Paolo ma di dimensioni e
ricchezza minori, nelle cui nicchie si trovano le statue di
Santa Vittoria, Sant'Antonio e San Vincenzo.
Nella Chiesa sono conservate due campane: una apparteneva al
campanile a vela un tempo presente; l'altra faceva suonare l'orologio
del Palazzo Boyl. Quando, ai primi del '900, il meccanismo
dell'orologio si ruppe il Marchese Tommaso Boyl fu ben felice di donare
la campana ai fedeli, in modo che, disse egli stesso, ogni volta che la
campana avesse suonato, i suoi compaesani avrebbero pregato
per lui e per la sua famiglia.
La moglie del marchese, anch'essa grande devota, regalò
invece un meraviglioso manto di velluto decorato con migliaia di
perline nere, probabilmente appartenuto alla Regina
Margherita di Savoia e quindi ancora più prezioso. Il manto viene
utilizzato per adornare la statua della Madonna Addolorata durante la
Settimana Santa.
Pare che i Marchesi donarono anche la lettiga lignea, che si trova a
Santa Vittoria,sulla quale viene deposta la statua di Cristo durante i
riti de “su iscravamentu”. Infatti Santa Vittoria è sede della
confraternita dello Spirito Santo ed è quì che si svolgono le
celebrazioni della Settimana Santa.
La Parrocchiale di San Sebastiano si trova al centro del paese vicino
al quale possiamo trovare anche la piazza martiri (prima giardino del
palazzo Boyl), il palazzo Boyl e la biblioteca comunale.
La struttura della chiesa è di impostazione gotico-catalana risalente
al XVII sec.
S.Sebastiano ha una pianta quadrata e una navata centrale con volta a
botte, un tempo affrescata.
Il luogo dedicato al clero ovvero il Presbiterio è di forma
rettangolare. Esso è voltato a crociera cioè la sua volta è data dall’
intersezione di due volte a botte.
I costoloni poggiano su basi pensili raffiguranti in maniera molto
stilizzata i quattro evangelisti.
L’ arco trionfale poggia invece su dei pilastri polistili
(caratteristica che troviamo spesso nell’ architettura gotica) con
capitelli fitomorfi (aventi cioè forma di pianta).
Lateralmente troviamo le cappelle coperte da volta ombrelliforme con
archi a sesto acuto, il cui lato interno o intradosso è stato scolpito
con motivi (geometrici, floreali ecc) di matrice artigianale e
autoctona.
La Chiesa nel corso del tempo ha subito alcuni rimaneggiamenti è
infatti stata aggiunta la cappella cupolata della Vergine Assunta ,che,
entrando,si trova sulla sinistra e la Cappella del Rosario a destra, a
fianco del presbiterio.
A lato della sagrestia si trova la cappella più antica: S. Lucia. Per
capire che si tratta della cappella più antica bisogna osservare l’
arco a sesto acuto risalente ai primi decenni del 1500. In questo
periodo molte chiese sarde vengono dedicate a San Sebastiano perché è
considerato il liberatore della peste in Sardegna.
Grazie ai lavori di restauro (che purtroppo portarono allo
smantellamento di alcuni mobili soprattutto di ispirazione piemontese)
sono state rinvenute nella navata centrale alcune tombe tra le quali le
più antiche risalgono ai primi anni del 1600.
La facciata di San Sebastiano si contraddistingue per la presenza di
una cornice modanata con croce trachitica.
Nella parte centrale della facciata si nota un elemento molto presente
nelle chiese sarde che hanno preso come modello l’architettura dell’
Italia centrale tra la fine del 1500 e inizi del 1600: il Rosone.
Il Rosone è quella finestra circolare a raggi, più o meno decorata. Il
suo nome viene da rosa che nell’ iconografia cristiana è il simbolo
della coppa che raccolse il sangue di Gesù. Oltre a questo significato
assume anche quello della ruota raggiata, simbolo solare.
Le chiese di S. Vittoria e di S. Giorgio martire sono state costruite
sull’ impostazione della Parrocchiale
La Chiesa di San Giorgio potrebbe anche essere
definita una chiesa campestre, in quanto si trova quasi fuori
dall'abitato di Milis, in direzione di Seneghe.
Si presume che la sua costruzione risalga al XVII secolo in quanto è
stata scoperta una data, 1619, incisa su un blocco di pietra della
parete esterna. Ma anche l'antica acquasantiera in pietra che si trova
all'interno, presenta la stessa data nella base, insieme al nome di chi
la costruì.
Probabilmente il materiale da costruzione utilizzato, proveniva
dall'antica Chiesa di Calcaria, visto che alcuni blocchi presentano
incisioni appartenenti al simbolismo giudeo-cristiano. In particolare
notiamo la croce ascia, risalente al 1200.
All'interno possiamo ammirare il tetto ligneo con una parte cupolata e
un'arco trionfale dai capitelli floreali di stile del 1300-1400.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, San Giorgio fu utilizzata come
dormitorio per i soldati; di quel periodo rimane una scritta nella
parete : “Viva la libertà”.
La Chiesa di San Paolo sorge a ridosso della strada provinciale Milis
Bonarcado e, considerando che in passato il paese era di dimensioni
minori, si è certi che fosse completamente al di fuori dall’abitato. Il
fatto che S. Paolo si trovi tra i vasti aranceti impiantati dai frati
camaldolesi di Bonarcado, fa pensare che si debba a loro questa
imponente costruzione.
Una particolarità dell’edificio è sicuramente la facilità con la quale
possiamo distinguere, attraverso i caratteri stilistici e
architettonici, le varie epoche della sua costruzione.
Esaminando il basamento notiamo che si tratta di grossi blocchi di
basalto, simili a quelli della chiesa di Santa Giusta. Successivamente
notiamo la discromia della facciata: la parte inferiore è in blocchi di
arenaria del Sinis interrotta da inserti in basalto come gli stipiti
delle porte e gli architravi. La parte superiore presenta invece la
tipica trachite a fasce dicrome.
La prima fase della costruzione risale al 1140-50 e rispecchia il gusto
romanico-lombardo. Riguardo alla parte bicroma esistono due ipotesi:
una di queste è che sia crollata una parte di facciata e gli stipiti
delle mura laterali e poi sia stata ricostruita, mentre l’altra afferma
che non sia stata ultimata affatto e successivamente vennero aggiunte
le parti mancanti.
Ciò
che si sa per certo è che il completamento totale della chiesa è
databile intorno al XIII secolo. Al primo impianto risalgono anche la
croce in trachite rossa, le mensole ai lati della facciata che fanno
presupporre l’esistenza di un nartece, e tutte le strutture che
sottostanno ad una linea che parte da dette mensole e prosegue lungo il
fianco destro, il transetto, fin sotto gli archetti dell’abside.
Al secondo impianto, oltre al già citato paramento in trachite a fasce
discromiche, appartengono le due losanghe a doppio incasso che sono
inserite negli archeggi del prospetto posteriore, e che richiamano
molti altri edifici della Sardegna tra i quali la Santa Trinità di
Saccargia.
San Paolo è orientata secondo un asse sud-est nord-ovest, e ha una
pianta a croce commissa con navata centrale, il cui collegamento con il
presbiterio era evidenziato da un arco trionfale di cui purtroppo
rimangono solamente i peducci e i conci di imposta. Se è veritiera
l’ipotesi secondo la quale una parte della chiesa è crollò è
sicuramente da inserire in questo crollo anche l’arco.
La chiesa è coperta da un tetto ligneo a quattro capriate mentre i
bracci del transetto sono coperti da volta a crociera. Il braccio
sinistro forma un ambiente a due campate separato dalla navata
dell’edificio. Nel pavimento possiamo notare sedici lastre tombali
rettangolari. In realtà si credeva che sotto la chiesa esistesse una
vera e propria cripta, questo perché si diceva che da questa si potesse
accedere tramite un tunnel, alla chiesa cimiteriale delle Anime. Gli
scavi non portarono a nessun risultato, anzi compromisero gravemente la
statica dell’edificio.
All’interno della chiesa notiamo anzitutto i tre dipinti su tavola.
Nella Crocifissione sono raffigurati Gesù, i due ladroni e la Maddalena
piangente, sulla sinistra la Madonna è sostenuta da San Giovanni. Il
quadro è da attribuire ad un pittore catalano degli inizi del 1400.
Nel secondo dipinto sono rappresentati la Madonna col Bambino, il quale
porta appeso al collo un ciondolo di corallo che veniva usato per
scacciare le malattie.
Infine nella predella sono rappresentati alcuni momenti della vita di
San Paolo, racchiusi da cornici dorate, tipiche dei retabli gotici.
Mentre i primi due dipinti furono eseguiti dal medesimo autore, la
predella venne aggiunta in seguito da un pittore locale.
I tre quadri messi insieme costituivano un retablo che si trovava dove
oggi c’è l’altare.
L’altare è una maestosa struttura in stile barocco, presenta tre
nicchie con volta cassettonata racchiuse da quattro colonne tortili.
Sulla trabeazione poggiano due colonne che creano un’altra nicchia, e
in alto nel fastigio troviamo un dipinto a olio che raffigura Dio
Padre. Nella base ci sono diciotto piccole tele dipinte da artisti
locali.
Le tre sculture all’interno delle nicchie rappresentano San Pietro, San
Paolo e San Giovanni.
La statua di San Paolo ricopre una certa importanza per gli abitanti di
Milis, perché è la protagonista del miracolo avvenuto in questa chiesa
nel 1675.
Alla vigilia della festa di San Paolo il vescovo che preparava la
chiesa si accorse che la statua “sudava sangue”. Ciò avvenne per ben
cinque volte. Inoltre si verificarono diversi altri fenomeni: gli
alberi circostanti stillarono rugiada e il pozzo affiancato alla chiesa
fece sgorgare copiosamente dell’acqua.
I preti presenti asciugarono la statua con dei copri calice che
sigillarono, e che tuttora vengono conservati nella parrocchiale di San
Sebastiano.
PALAZZO BOYL
Milis è senza dubbio il Palazzo Boyl, questo perché per quasi
cinquant’anni vi abitò una delle famiglie più illustri della Sardegna.
I Boyl, originari di Aragona, arrivarono in Sardegna intorno al 1300,
nel periodo giudicale.
La situazione nei giudicati era piuttosto complessa e i conflitti si
susseguivano uno dopo l’altro.
I valorosi membri di questa famiglia, che si schierò a favore del Re
Giacomo II, ebbero grande influenza nella guerra contro il Giudicato d
Arborea.
Si distinse in modo particolare il cavallerizzo del Re, Pietro Boyl,
che per i suoi meriti e quelli dei suoi antenati nella guerra di
Sardegna e nell’espugnazione di Alghero, nel 1354 ottenne la Baronia di
Putifigari, il governo della Piazzaforte di Alghero, ed il titolo di
“Cavallero Sin Par”, cioè “Cavaliere senza Pari”. Ebbe inoltre il
privilegio di poter inserire i pali d’Aragona nel suo stemma di
famiglia.
Fu in questo modo che iniziò la dinastia dei Baroni di Putifigari.
Questo era un paese piuttosto piccolo in provincia di Sassari, di
conseguenza i Boyl preferirono soggiornare ad Alghero, città che
all’epoca ricopriva una certa importanza.
Nel 1624, non essendoci più eredi maschi, venne data in sposa l’unica
discendente della famiglia, Margherita Sussarello-Boyl al nobile Matteo
Pilo, proveniente dall’antica stirpe dei Pilo di Barcellona,
stabilitasi in Sardegna nel XII secolo, periodo dell’influenza della
Repubblica Genovese sul Sassarese.
Così si imparentarono due delle famiglie più influenti del periodo, da
cui discenderà Vittorio Pilo Boyl-Richelmi, il marchese di Putifigari
che fece di Milis la sua dimora.
Il marchese Vittorio Pilo-Boyl era il XVIII barone di Putifigari.
Nacque a Sassari il 15 maggio 1778 da Francesco Pilo-Boyl, marchese di
Putifigari, e da Felicita dei conti Richelmi, appartenente ad una delle
famiglie più illustri del Piemonte.
Suo padre percorse le vie dell’alta magistratura e morì a Torino il 26
Marzo 1823.
Vittorio Pilo-Boyl fu educato dai genitori come si addiceva alla
nobiltà del suo lignaggio: studiò presso le scuole Pie della sua patria
e continuò la sua carriera a Cagliari, dove aveva seguito il padre.
Nel 1791 andò a Torino, e, ancora giovane, intraprese la carriera
militare: divenne sottotenente ed a soli sedici anni combattè i
francesi repubblicani nelle Alpi Graie, mostrando tutto il suo valore e
costringendo i nemici alla ritirata.
Vittorio Amedeo III, Re di Sardegna, lo fece decorare sul campo per il
suo intrepido comportamento.
Successivamente a Cagliari il marchese divenne direttore e professore
di matematica nelle scuole teoretiche militari. In seguito ottenne
diversi gradi militari e il prestigioso titolo di comandante in capo
del Genio Militare del Regno di Sardegna.
Fu durante il periodo trascorso a Cagliari che incontrò la ragazza che
doveva diventare sua moglie: Donna Maddalena Vacca.
Ella era l’ultima erede rimasta della nobile discendenza dei Salazar, a
cui apparteneva sua madre, sposata con il gentiluomo Don Giovacchino
Vacca di Milis.
Donna Maddalena portò in dote numerose proprietà tra le quali diversi
giardini di Milis, terreni ed il vecchio impianto del palazzo.
Secondo alcune ipotesi il primo impianto dell’edificio risalirebbe alla
fine del 1300, infatti il prospetto posteriore è costituito in
laterizio pieno con archi a sesto acuto, elementi tipici
dell’architettura Gotico- Catalana.
In seguito furono realizzate le trasformazioni e gli ampliamenti più
importanti; lo stile che caratterizzava l’intera struttura fu inglobato
in un nuovo ed innovativo impianto neoclassico, di cui la galleria di
ingresso e la nuova facciata costituivano gli aspetti più peculiari.
Il progetto fu redatto da architetti piemontesi e i lavori furono
diretti da Conte Carlo Boyl, fratello di Vittorio, che, oltre a
progettare il Palazzo Boyl di Cagliari e Porta Cristina, realizzò anche
il collegamento con la nuova strada Carlo Felice, nella quale al bivio
di Tramatza era posto un cippo di segnalazione.
Attualmente il Palazzo, situato al centro del paese, si presenta con
una facciata dipinta di rosso bruno e bianchi marcapiani. Per metterla
in particolare risalto, il Conte Vittorio acquistò parte delle
abitazioni che si trovavano di fronte dell’edificio e costruì un
giardino recintato nell’area in cui attualmente si trova la Piazza
Martiri.
L’ingresso è costituito da un arco a tutto sesto, sovrastato da un
balconcino superiore e da un terrazzino con i busti delle quattro
stagioni. Il portale principale è delimitato da una gradinata con leoni
marmorei. Dall’ingresso principale si accede alla sala centrale detta
delle armi.
Interessanti sono i mosaici pavimentali che arricchiscono per forma,
colore e temi alcune sale del palazzo.
Il Marchese acquistò inoltre dai Monaci Camaldolesi di Bonarcado, un
frutteto che impiantarono loro stessi, l’attuale “Ortu de is Paras”. Il
nobile esemplari di mandarino e lo ribattezzò “Bosco di Villaflor” come
si legge nel maestoso frontone del portale d’ingresso costituito da
blocchi alternati di arenaria e di basalto.
introdusse i primi La villa divenne nel tempo la dimora principale
della famiglia Boyl; a Milis venivano infatti ricevuti i Reali in
visita in Sardegna.
Vi dimorò il Valery, bibliotecario di Versailles che definì S’Ortu de
is Paras il giardino delle Esperidi, a altri ospiti illustri quali
Gabriele D’Annunzio, Balzac, Grazia Deledda e l’abituale La Marmora.
La famiglia Boyl ha mantenuto la proprietà della villa fino al 1978,
quando venne acquistata dal Comune di Milis per la cifra simbolica di
13 milioni di lire.
La villa è stata completamente restaurata: nel cortile si è ricavato
uno splendido Anfiteatro con oltre 600 posti a sedere mentre il piano
inferiore è costituito da una serie di sale di rappresentanza arredate
con mobili d’epoca.
Nelle sale superiori si sono ricavati ambienti per convegni-studio.
Inoltre da alcuni anni il Palazzo ospita il museo del costume e del
gioiello sardo.
Grazie a Palazzo Boyl, oggi Milis rappresenta la sintesi tra storia,
cultura e tradizione.
Museo del
costume e del gioiello sardo.
Nel Marzo 2003 è stato allestito in una delle sale del palazzo Boyl il
museo del costume e del gioiello, prendendo in considerazione in modo
particolare i costumi della provincia di Oristano e i gioielli
maggiormente utilizzati nella zona.
Il vestito tradizionale maschile è costituito dal copricapo, dalla
camicia, dal giubbetto, dai calzoni, dal gonnellino nero e dal
soprabito.
Il copricapo più comune è Sa barrita. Può essere nero o rosso, di
orbace o di panno. Data la lunghezza, circa 50 cm può ricadere di lato,
dietro o ripiegato in modo da stare avanti.
La camicia è sempre bianca e ampia, di cotone o lino. Il colletto può
avere qualche ricamo o può essere chiuso da gemelli in oro o in argento.
Il giubbetto come quello femminile è di stoffa pregiata, spesso non
isolana: velluto, broccato o panno. Con o senza maniche è chiuso sul
davanti a doppio o monopetto. E’ di diversi colori, spesso è ricamato
oppure ha rifiniture policrome, sulle asole o comunque sulla parte
anteriore.
I calzoni chiamati cartzones, sono sempre bianchi e molto ampi, di
lino, cotone o orbace. Sono spesso lunghi, ma la lunghezza può variare,
e sono infilati dentro is cartzas di diversi materiali come il panno,
l’orbace o anche la pelle.
Il gonnellino è molto caratteristico. Esso è un semplice rettangolo di
stoffa, arricciato in vita; è in orbace, o in panno. E’ indossato sopra
i pantaloni.
Il soprabito in sardo gabbanu, veniva utilizzato dall’uomo, secondo il
ceto e il mestiere. Nel Campidano il cappotto lungo è spesso sostituito
con un soprabito marrone in panno. E’ raro,se non scomparso, il
soprabito senza maniche di pelle conciata, stretto in vita da una
cintura chiamato collettu.
Inoltre molto diffuso tra i pastori, è la giacca senza maniche di pelle
di pecora o di agnello. La lunghezza può variare. La zona di
provenienza determina anche il nome sardo: best’e peddi, everchina,
tzamarra. E’ un indumento antichissimo: Cicerone, riferendosi ai sardi
dell’interno, che riuscì mai a domare del tutto, li definiva latruncoli
mastrucati, alludendo evidentemente al loro indumento più tipico.
Il vestito tradizionale femminile a sua volta è costituito dal
copricapo, dalla camicia, dal corpetto, dal giubbetto, dalla gonna e
dal grembiule.
Per quanto riguarda il copricapo su questo capo di vestiario vi sono
innumerevoli varianti. E’
possibile individuare il luogo di provenienza dal modo in cui è
sistemato intorno alla testa.
I colori , i ricami, il modo di fermarlo sul capo sono tanti. Può
essere costituito da un semplice fazzoletto piegato come un triangolo o
da una serie di “pezzi”, talvolta bende, cuffie, veli e/o scialli.
La camicia, in sardo camisa, è bianca, di lino o di cotone. Ampia,
variamente ornata con pizzi o ricami soprattutto nelle parti visibili,
nella parte anteriore e nelle maniche. Lo scollo (di diversa ampiezza)
è spesso incorniciato dal pizzo e arricchito da bottoni d’argento e
d’oro.
Sopra la camicia è indossato il corpetto chiamato in dialetto
s’imbustu. Può essere costituito da un busto (soprattutto nel nord
della Sardegna), da un vero e proprio gilè, con diversi tipi di
spalline che a loro volta possono essere sottili o grosse, con una
striscia di stoffa e fiocchi o anche nastri. Infine il corpetto è
costituito da semplici strisce di stoffa, che sul davanti fasciano il
corpo sotto il seno, sostenute da spalline fini.
Il giubbetto è in stoffa pregiata. La lunghezza varia: può essere
corto, giusto sotto al seno, oppure lungo e arrivare fino alla vita
poco sopra la gonna. Le maniche possono essere ampie, aperte lungo
l’avambraccio in modo da far vedere la camicia, oppure strette e corte;
anche in questo caso le varianti sono tantissime.
La gonna è sempre lunga, spesso ornata sul bordo da nastri colorati e
dorati; in orbace ma anche in tessuti “continentali”. E’ arricchita
sulla parte posteriore, mentre sul davanti rimane liscia. La parte
anteriore della gonna è spesso coperta dal grembiule.
Quest’ultimo è sovrapposto alla gonna. La stoffa è varia e i tessuti
possono essere pregiati, seta e orbace, e meno pregiati, d’uso comune.
(sardiniapoint)
All’interno del Museo abbiamo diversi costumi della provincia di
Oristano, tra cui quello dell’omonima provincia, quello di Seneghe, di
Busachi, di Samugheo e naturalmente quello di Milis. Preme ricordare
che alcuni di questi costumi sono delle donazioni, altri invece sono
stati ricostruiti dai gruppi folkloristici o da foto antiche che
ritraevano questi costumi.
I GIOIELLI
Per quanto riguarda il gioiello sardo, esso è un prodotto tipico in cui
si può individuare uno stile etnico, segno della cultura profonda
dell’intero popolo della Sardegna.
I gioielli sardi sono strettamente legati al costume tradizionale
regionale, poiché nelle loro molteplici espressioni integrano il
costume, completandolo nei suoi elementi decorativi.
Nel passato i gioielli avevano molti significati e le donne sarde li
conservavano e tramandavano di generazione in generazione come oggetti
sacri e preziosi.
Per ritrovare il significato più segreto dei gioielli sardi (prendas)
bisogna risalire alle origini del mito che racconta di fate che, nelle
loro case incantate (domus de janas) tessevano fili d’oro e d’argento
che diventavano stoffe ricamate con pietre preziose.
Nei tempi antichi il gioiello aveva infatti la funzione di medium tra
l’uomo e gli dei, per invocarne la grazia o per esorcizzare le forze
del male; una pietra nera (ossidiana) all’interno di un cerchietto
d’argento (sabeggia) serviva a sottrarre il nuovo na alle insidie del
malocchio; un corredo di oggetti preziosi affiancato al defunto
garantiva la custodia del corpo e la rinascita alla vita; uno scambio
di doni sanciva infine la promessa di matrimonio, in cui il gioiello
era simbolo dell’alleanza e del vincolo.
Il metallo di uso più frequente era l’argento, abbondantemente presente
nell’isola a differenza dell’oro che, se pur presente, lo era in
quantità decisamente inferiore.
Anelli, orecchini, spille, collane, bottoni sono i principali tipi di
gioielli che fanno bella mostra nelle vetrine degli artigiani to orafi
oristanesi; tra le lavorazioni troviamo principalmente la filigrana
che, in oro e argento ha una particolare importanza per tutta l’isola. Dopo
il bottone di filigrana, la collana è il gioiello più diffuso, spesso
decorato da figure di cavalieri, cuori e uccelli.
Le pietre utilizzate raramente sono preziose, si cercavano solamente
gli effetti di colore, l’unica pietra da incastonatura era il granato
e, si usava il vetro colorato e spesso la carta stagnola sotto il vetro
trasparente.
Un altro materiale locale utilizzato per la realizzazione di gioielli è
il corallo: l’oro rosso, la cui qualità è superiore a quella di tutti i
coralli raccolti nei mari del mondo. I gioielli presenti all’interno
del Museo sono i seguenti: bottoni, gemelli, catene, ganciere, collane,
rosari, spille, orecchini, amuletti.
Bottoni e gemelli
Il bottone, di probabile derivazione punica è l’elemento più comune nei
diversi costumi isolani.
Questi ornamenti generalmente in copia ornano il collo e i polsi della
camicia e il corsetto dei costumi, sia maschili che femminili.
I bottoni hanno sempre forma circolare e ricordano una pigna una
mamella o una melagrana; sono sormontati da un cilindretto in metallo
prezioso nel quale è incastonato un turchese o altra pietra
semipreziosa.
Catene e ganciere
Sono altri elementi utili del costume tradizionale.
Assumono forme elaborate e servono sostanzialmente per chiudere la
gonna, allacciare il grembiule, reggere un copricapo o allacciare un
corpetto.
Nelle ganciere la forma predominante è quella a cuore, anche se ne
possono trovare alcune rappresentanti animali. All’interno della forma
a cuore sono poi presenti altre decorazioni: uccelli, fiori,
angioletti, spirali, il sole, la luna, le stelle, ecc….
Il sistema di lavorazione è la fusione con l’osso di seppia, cui segue
la finitura a martello e lima.
Anche le catene hanno varie forme e svariati motivi decorativi legati
all’uso, generalmente di tipo pratico. Tutte le catene in argento sono
sempre provviste, all’estremità, dei relativi ganci per l’attacco ai
lembi superiori del grembiule, del copricapo o del busto.
Collane
Le collane possono essere d’oro, d’argento e di corallo, pesanti o
leggere, complicate o semplici.
Un tipo particolare di gioiello è un pendente lavorato in piastra
d’oro, ritagliata, traforata ed arricchita con pietre da portare al
collo con una fascetta di velluto scuro.
Rosari
L’attività degli orafi è stata notevole non solo per quanto riguarda
l’arte popolare ma anche per ciò che concerne quella colta: con i
rosari in filigrana, decorati da rosoni di varia geometria e dal
crocifisso molto elaborato. Nel Museo ne sono presenti due: uno dai
grani bianchi e uno dai grani neri.
Spille
Le spille dei costumi femminili isolani sono sostanzialmente di due
tipi: una viene fissata sul capo per fissare lo scialle o il velo;
l’altra serve alla chiusura della camicia sul petto.
La spilla da portare sul capo è molto semplice, spesso si riduce ad un
lungo spillo con una capocchia più o meno lavorata in filigrana o
realizzata con una sferetta di corallo o madreperla.
La spilla da portare sul petto è invece più elaborata.
Orecchini
Fra tutti i gioielli sardi gli orecchini sono gli oggetti preziosi più
usati a livello popolare.
L’orecchino sardo è solitamente costituito da un pezzo di corallo
lavorato a goccia fasciato da un cerchietto in oro al quale è fissato
lo spillo da inserire nel lobo.
Una variante è costituita dagli orecchini contenenti camei di corallo
raffiguranti un viso.
Amuleti
Questi oggetti ritrovano la loro origine nelle leggende di cui si nutre
la fantasia popolare allo scopo di giustificare e spiegare i fenomeni
malefici della natura. La loro funzione principale era quella di
garantire la salute e di allontanare il malocchio.
Il Museo si è arricchito verso la fine del 2004 di cinque gioielli
artigianali, realizzati in argento e pietre dure, e più precisamente di
una “perda ‘e latti” in cristallo di roccia; di una “perda ‘e bambini”
in diaspro rosso; di una “perda ‘e tronu” in diaspro verde; di una
“perda ‘e fogu” e di una “pinnacheddu” in ossidiana. Questi gioielli
sono un dono dei familiari di Gianni Atzori al comune di Milis.
In conclusione, l’oro e i gioielli hanno rappresentato nella storia e
nella vita dei sardi differenti esigenze: la cura di sé ; la cura nel
vestire; l’ornamento di sé e la devozione.