imaxis (in sardo Simaghis) è un comune di 2.157 abitanti della
provincia di Oristano.
Cultura
Il paese è molto conosciuto per la Giornata del Riso che si tiene
solitamente nel mese di novembre. Oltre ciò il paese è noto anche per
il carnevale organizzato in chiave retrò. La festa in questione si
festeggia solitamente il sabato della settimana del martedì grasso. La
festa è nota sotto il nome di "Sa Coja de tziu Damus"(il matrimonio di
Signor Damus) che prevede un matrimonio di una coppia di sposi(lei alta
e robusta, lui basso e molto magro). Il matrimonio è celebrato da un
attore che impersona il Sindaco, e tutta la popolazione partecipa
indossando così come gli sposi, abiti della tradizione agro-pastorale.
Il corteo nuziale sfila poi per tutto il paese. La festa si conclude
con la cena di nozze, la cui peculiarità è che tutti gli "invitati"
devono portarsi da casa propria le sedie e il cibo. Entrambe le
manifestazioni sono organizzate e realizzate dall'Associazione
Turistica Pro Loco di Simaxis.
Amministrazione
Sindaco: Francesco Cossu (lista civica) dal 10/05/2005
Centralino del comune: 0783 40041
Posta elettronica: info@comunesimaxis.it
Identità
storica
Ai circa trenta centri di vita preistorica dell’oristanese dovevano
appartenere gli agglomerati di capanne di frasche e di canne palustri,
i cui resti sono stati scoperti nel territorio di Simaxis in due siti,
su un gradino delle alluvioni terrazzate alla periferia ovest del paese
attuale, molto vicino al rio S. Elena affluente del fiume Tirso, con
manufatti e statuette raffiguranti la dea Madre mediterranea e
appartenenti secondo gli studiosi alla cultura di S. Michele (1600-1200
a.C.).
Al periodo nuragico arcaico (Cultura di Monte Claro 1200-900 a.C.)
appartengono i resti dei nuraghi presenti nella bassa valle del Tirso
nel territorio di Ollastra-Simaxis, San Vero Congius (frazione di
Simaxis) e Zerfaliu. Probabilmente si tratta di minori proliferazioni
nuragiche usate oltre che per la difesa, anche per l’utilizzazione
economica agricolo-pastorale della valle. Per la vita culturale ebbe
importanza l’utilizzazione industriale dell’ossidiana del vicino Monte
Arci, donde si trassero manufatti e strumenti scheggiati e ritorti. I
Fenici fecero la loro comparsa in Sardegna in pieno periodo nuragico
verso l’anno 800 a.C. essi estesero il loro dominio nell’entroterra
lungo il fiume cui, secondo Tolomeo diedero il nome di Tihium (forse
Tirsum). Alla fine del VI secolo a.C. i Cartaginesi occuparono la zona.
Nel IX secolo in Sardegna si formò un governo autonomo retto da Giudici.
Numerosi villaggi e borghi sorsero allora nella fertile valle del Tirso
compresi tutti nel Giudicato d’Arborea nelle due Curatorie del
Campidano maggiore e del Campidano di Simagis.. La più antica
testimonianza della esistenza di Sant’Eru di Simagis (San Vero Congius)
risale al tempo del Giudice arborense Comita de Lacon intorno al 1140.
Verso il 1229, al tempo del priore Nicolò sono ricordati: Santu Eru,
Simagis margiani, Simagis de Josso, Simagis Santu Jiulianu. Il
documento terzo della bolla del pontefice Clemente V del 13 gennaio
1306 riconosceva a Filippo Mameli il possesso della donazione fatta in
data 20 agosto 1282 dal giudice Mariano a favore di Mariano Mameli di
diverse terre, salti e casolari posti nel territorio di Simaxis.
Sono scomparsi Simagis de Josso Simagis Santu Julianu. Nel 1388, anno
del trattato di pace tra Eleonora d’Arborea Giovanni IV d’Aragona
esistevano ancora tutti i paesi citati. Il 29 marzo 1410 in seguito al
trattato di pace tra I. Cubello e il re d’Aragona fu costituito il
Marchesato di Oristano, che divenne feudo regio in seguito alla
sconfitta di Leonardo Alagon a Macomer il 19 maggio 1478. Il Fara
esponeendo intorno al 1580 la circoscrizione delle varie diocesi sarde,
parla dell’ “Oppidum S. Hieri” (oggi San Vero Congius). Nel 1637 a
causa dell’invasione francese tentata proprio nel Golfo di Oristano,
furono bruciate e distrutte alcune ville ed altre molto popolose
rimasero quasi deserte come San Vero Congius e Simagis.
La pestilenza del 1656 contribuì alla distruzione della popolazione.
Dopo l’epidemia di peste del 1680 le condizioni di vita permasero
particolarmente gravi per lungo tempo. Nel 1720 i piemontesi presero
possesso dell’isola, trovando un paese spopolato e misero. Bonificato
il territorio che nel 1848 contava solo 141 abitazioni, dopo il 1958 si
è sviluppato raggiungendo nel 1971 n. 506 abitazioni.
Identità
geografica
La breve occupazione dei Vandali come quella ben più lunga dei
Bizantini non apportò modificazioni importanti nella struttura
demografica economica e sociale dell’isola; sia i Vandali che i
Bizantini si sostituirono semplicemente ai vecchi padroni. Nelle
campagne rimase così una società dedita all’agricoltura e alla
pastorizia formata da liberi e da servi, questi ultimi in numero
maggiore dei primi e considerati come “res” e angariati da imposte, da
tributi e prestazioni indebite. La persistenza e l’efficacia successiva
del governo bizantino sono testimoniate indirettamente nella cultura,
nella religione, nell’arte. Persiste ancora nella zona il culto per i
santi orientali.
Chiesetta San Vero CongiusLa chiesetta a cupola emisferica situata
nell’antico sito di San Vero Congius è intitolata appunto agli Angeli.
Opera di maestranze bizantine ha quattro braccia uguali raccordate
dalla bassa cupola. Il pavimento è in pietra. All’esterno sono visibili
le ghiere degli archi in conci di trachite. Nello stesso sito della
chiesa bizantina si trovano i ruderi dell’antica chiesa parrocchiale di
San Vero Congius.
Il monte granatico All’interno dell’abitato di Simaxis è situato il
monte frumentario (monte granatico) che risale ai primi del1’ 800. E’
il luogo dove veniva ammassato il grano versato dai coltivatori in
percentuale al raccolto annuo. Questa riserva serviva per essere
distribuita gratuitamente ai poveri o dietro pagamento, alle persone
che intendevano iniziarne la coltivazione. Una campanella posta in un
archetto fatto di mattoni rossi, sovrastante l’edificio, che veniva
suonata per avvisare la popolazione, sia al tempo della raccolta, sia
al tempo della distribuzione. La parte inferiore dell’edificio, che è
costituito da un unico corpo longitudinale, suddiviso in tre campate da
arcate a sesto acuto, in mattoni rossi. La muratura è formata da una
zoccolatura che raggiunge un metro di altezza circa, in pietra, mentre
la parte superiore della muratura è in mattoni crudi (ladrini). La
copertura è fatta di tegole rosse e internamente a capriata.
San Simmaco Papa La chiesa parrocchiale risale al 1833, come risulta
dal libro della parrocchia, nel quale si dice che i popolani si
riunirono per l’esercizio del culto nella chiesa di San Simmaco Papa
patrono di Simaxis, eretta dove la tradizione vuole fosse la casa
paterna del Santo. Alla parrocchia furono trasportati l’altare maggiore
e le balaustre in marmo policromo e il pulpito in marmo bianco con
baldacchino in legno lavorato. L’edifico attuale presenta una facciata
ad imitazione dello stile neoclassico, sormontata da un timpano al
centro del quale si apre un lunotto chiuso da una vetrata a spicchi
colorati. Tutta la costruzione è realizzata in arenaria e mattoni
rossi, mentre le fondamenta sono in pietra.
L’interno è costituito da un’unica navata e da 6 cappelle laterali, tre
per parte, con nicchie per contenere le statue dei santi in gesso.
Unico simulacro in legno, di cui non si conosce la data di fattura, è
quello dedicato al patrono San Simmaco Papa. La festa del patrono si
svolge in due periodi dell’anno. La festa invernale ricade l’ultima
domenica di Gennaio, mentre la festa estiva ricade il 19 Luglio, data
della morte del santo. La tradizione popolare, ormai centenaria, vuole
che San Simmaco sia nato a Simaxis. Tradizione popolare basata sul
toponimo, cioè sull’uguaglianza dei nomi Simmaco-Simaxis. Non esiste
nessun documento che comprovi tale notizia.
Di questo Papa santo, secondo Papa sardo (Ilario fu il primo),
dall’unico documento attendibile, il “Liber Pontificalis”, risultano
solo le date di elezione al pontificato e la morte, 498-514 (siamo alla
fine del IV e all’inizio del V secolo), oltre al nome del padre:
Fortunato. Le altre notizie riguardano il suo pontificato piuttosto
travagliato.
Lui stesso nei suoi scritti asserisce di essere sardo di origine. E’
pervenuta a noi, tra le altre, una epistola di incoraggiamento,
dedicata da Papa Simmaco, memore della sua terra di origine, al clero
africano esiliato in Sardegna dal re Vandalo Trasamondo, perché non
voleva riconoscere la religione ariana.