an Vero Milis (in sardo Sant' Eru) è un comune di 2.525 abitanti della
provincia di Oristano posto a 12 m. slm all'estremità nord-occidentale
del Campidano, nella regione detta del Campidano di Oristano, a ridosso
della catena del Montiferru, a un quarto d'ora dal mare. È un
importante centro agricolo e vinicolo, famoso per l'artigianato dei
canestri in giunco e per la produzione della vernaccia.
Etimologia
Il nome San Vero Milis deriva molto probabilmente dalla denominazione
originale del centro abitato, San Teodoro (San Teoru in sardo), dovuta
alla presenza di una Chiesa dedicata al santo e ubicata con buone
probabilità sotto l'attuale Chiesa Parrocchiale. La trasformazione,
avvenuta nel Medioevo avrebbe poi modificato il nome San Teoru in
Sancte Eru (San Vero in italiano, traduzione per assonanza effettuata
dai piemontesi senza alcun considerazione per il significato del nome
in sardo) del quale troviamo traccia già nel XII secolo nei testi del
Condaghe di Santa Maria di Bonarcado. Milis fu aggiunto in epoca
giudicale ad indicare la posizione del comune nel Campidano di Milis
del Regno di Arborea e distinguerlo da un altro comune omonimo situato
nel campidano di Simaxis a cui fu assegnato il nome di San Vero Congius.
Geografia
Il comune di San Vero Milis è situato nella zona centro-occidentale
della Sardegna all'estremo nord della pianura del Campidano e ai piedi
del Montiferru. La zona occidentale del comune si estende in gran parte
nella penisola del Sinis. Il territorio è caratterizzato da un'ampia
varietà di ambienti, dalle campagne al deserto alle alte scogliere.
Nell'area interna e nella marina è da segnalare la presenza di diverse
zone umide di grande importanza frequentate da varie specie di uccelli
tra i quali i fenicotteri rosa (stagni di Is Benas e di Sale Porcus).
Nel territorio comunale si trova una parte della baia di Is Arenas,
caratterizzata da una delle più grandi estensioni di Pini marittimi
della Sardegna.
Storia
La conformazione pianeggiante e la presenza dell'acqua nel territorio
del paese hanno consentito sin da tempi remoti lo sviluppo delle
coltivazioni e quindi il costituirsi di insediamenti: sono facilmente
visibili le testimonianze dell'uomo neolitico (IV - III millennio a.C.)
che ha lasciato le tracce di almeno quattro villaggi e tre necropoli a
domu de janas, e del periodo nuragico (II - inizi I millennio a.C.),
con almeno 30 nuraghi, di cui il più grande, s'Uraki, è alle porte del
paese.
In età fenicio-punica e romana il territorio è intensamente occupato
con fattorie destinate allo sfruttamento agricolo: quest'area era,
infatti, destinata a granaio di Cartagine, prima e di Roma, poi. Ma lo
sfruttamento delle risorse riguardava anche altri aspetti, quasi
certamente il sale di Sa Salina Manna e la pesca. A Capo mannu era
ubicato un porto legato a queste attività: il Koracodes Portus.
Con la fine dell'epoca romana muta il quadro politico ed economico,
molti degli insediamenti vengono abbandonati e la gente si riunisce in
piccoli centri, alcuni dei quali ancora abitati. Le attività economiche
non si basano più sulla monocoltura cerealicola ma, adesso, la
produzione è più variata: vigne, oliveti, orti, allevamento, peschiere.
A partire dal medioevo è attestata l'attività delle saline, più tardi
quella delle tonnare. Nel ‘500 anche la Sardegna era dominio spagnolo.
Per creare una difesa dalle continue incursioni dal mare di turchi e
barbareschi, vennero edificate lungo le coste, anche sanveresi, delle
torri di avvistamento.
Lingua
Il dialetto sanverese, ancora molto vitale, viene classificato dai
linguisti come varietà meridionale del sardo Arborense (varietà
intermedia tra il campidanese e il logudorese), presentando una base
sostanzialmente campidanese (lessico; declinazioni verbali, es. andai,
dromì e arrì; nasalizzazione delle vocali nasalizzate da n mediano, es.
su pai per su pani; articolo plurale is; vocali finali i ed u, es. su
sali e su coru; protesi vocalica per r iniziale, es. arroda) insieme a
peculiarità tipiche dei dialetti sardi del gruppo logudorese che
differenziano il sanverese dal vicino campidanese di Oristano
(trasformazione di kw iniziale e intervocalico, es. abba, battru e
kimbi, contro i campidanesi aqua, cuattru e cincu; assenza di
palatizzazione delle gutturali iniziali, es. kentu e ghenna, invece di
centu e genna; oltre a numerose influenze lessicali e di pronuncia, es.
fizzu e ozzu per fillu e ollu, limba e sambiri per lingua e sanguini,
commu per immoi, agasi per aicci, etc.).
Prodotti e artigianato
tipici
La vernaccia
La vernaccia è un vitigno molto diffuso in Sardegna in un'area
geografica limitata tra i comuni di San Vero Milis, Zeddiani e Baratili
San Pietro. Il nome vernaccia sta infatti a significare uva vernacula
cioè uva del luogo.
Quando gente così umile fabbrica una
bevanda rustica così squisita e così raffinata dobbiamo per forza
pensare che ciò sia degno di una civiltà superiore, da cui abbiamo
tralignato o che addirittura, non abbiamo ancora raggiunto.
(Mario Soldati, Vino al
Vino, 1981)
Caratteristica distintiva della vernaccia sanverese e suo pregio
principale il delicato odore di mandorle, un tempo dovuto ad una muffa
che forma una sottile patina sul vino quando la botte non è
completamente piena e che gli conferisce questo aroma. La produzione
della vernaccia nel paese avviene sia a livello artigianale sia a
livello industriale.
Il pane
Quella della panificazione artigianale è una tradizione che sta
conoscendo una nuova giovinezza negli ultimi anni. Sono infatti
parecchie le famiglie del paese che in tempi recenti hanno ripreso la
tradizione, per consumo proprio o anche per la vendita.
Il pane viene classificato in base alla farina utilizzata per la
panificazione, alla lavorazione ed alla forma che assume. Dalla farina
più pregiata (sa simbua o farra limpia) si prepara il pane bianco più
pregiato e dalle forme più elaborate. Si passa poi a su scetti con la
quale si confeziona il pane giornaliero, fino a su crivazu (il
cruschello) con il quale si confezionava un tempo un pane scuro e di
scarso valore che oggi non viene più quasi prodotto. Infine dalla
crusca (su poddini) si prepara il pane per i cani.
Le forme del pane sono molteplici. Le principali sono su crivazzu che
viene prodotto con su scetti e su coccoi, più pregiato.
Intrecci di giunco
Il paese di San Vero Milis è conosciuto in tutta l'isola per i suoi
intrecci di giunco (Juncus acutus), pianta che cresce abbondante nelle
zone umide circostanti il paese. Il giunco, essicato ed intecciato,
veniva usato principalmente per la produzione di cestini ma col tempo
la tecnica si è evoluta diventando una vera e propria espressione
artistica ed integrando nella realizzazione altri materiali. In tempi
più recenti sono stati realizzati ad esempio finissimi rivestimenti per
bottiglie, bicchieri e cestini finemente decorati secondo i motivi
della tradizione. Nel corso dei secoli l'attività dell'intreccio ha
rappresentato, oltreché un'espressione dell'artigianato domestico,
anche un'attività di un discreto rilievo nell'economia locale perché i
cestini e gli altri manufatti prodotti con questa tecnica venivano poi
venduti in tutta la Sardegna. Ancora oggi diverse famiglie portano
avanti la tradizione dell'intreccio e i cestini vengono tuttora usati
in molti lavori domestici tra i quali spiccano sicuramente la
produzione del pane e della pasta.
Amministrazione comunale
Sindaco: Antonio Chessa (lista civica) dal 10/05/2005
Centralino del comune: 0783 53323
Posta elettronica: segretariocomunale@comune.sanveromilis.or.it
Nel suo territorio sono facilmente visibili le testimonianze dell'uomo
neolitico (IV - III millennio a.C.) che ha lasciato le tracce di almeno
quattro villaggi e tre necropoli a domu de janas, e del periodo
nuragico (II - inizi I millennio a.C.), con almeno 30 nuraghi, di cui
il più grande, s’Urachi, è alle porte del paese.
In età fenicio-punica e romana il territorio è intensamente occupato
con fattorie destinate allo sfruttamento agricolo: quest'area era,
infatti, destinata a granaio di Cartagine, prima e di Roma, poi. Ma lo
sfruttamento delle risorse riguardava anche altri aspetti, quasi
certamente il sale di Sa salina manna e la pesca. A Capo mannu era
ubicato un porto legato a queste attività: il Coracodes portus.
Con la fine dell'epoca romana muta il quadro politico ed economico,
molti degli insediamenti vengono abbandonati e la gente si riunisce in
paesi, alcuni dei quali ancora abitati. Le attività economiche non si
basano più sulla monocoltura cerealicola ma, adesso, la produzione è
più variata: vigne, oliveti, orti, allevamento, peschiere.
A partire dal medioevo è attestata l'attività delle saline, più tardi
quella delle tonnare: San Vero faceva parte della curatoria di Milis
del Regno di Arborea. Nel ‘500 anche la Sardegna era dominio spagnolo.
Per creare una difesa dalle continue incursioni dal mare di turchi e
barbareschi, vennero edificate lungo le coste, anche sanveresi, delle
torri di avvistamento.
La parrocchiale di S.Sofia sorse nel 1604, durante l'Arcivescovado di
Antonio Canòpolo, ad opera del genovese Agostino Carèli e del
cagliaritano Francesco Escàno, come risulta dall'iscrizione conservata
a lato dell'altare maggiore.
Nel 1742 l'arcivescovo Vincenzo Giovanni Vico Torrèlles consacrò la
chiesa e l'altare, includendovi le reliquie.
Nello stesso anno si diede inizio ai lavori di costruzione del
campanile, che venne completato nel 1802.
Tre anni più tardi il cupolino venne abbattuto da un fulmine, rifatto
nel 1838, subì ancora danneggiamenti e venne ricostruito
definitivamente nel 1952. La chiesa presenta aspetti interessanti e
originali:
La facciata, tipica dell'ecclettismo sardo di quel periodo, comprende
elementi di diversa tradizione artistica:
- un rosone circolare cigliato, in trachite rossa, che attesta il
perdurare di motivi di tradizione gotica;
- tre ingressi incorniciati da modanature di schema rinascimentale,
resi in maniera popolareggiante;
- un coronamento, dal profilo assai singolare, con al centro un
lunettone che segue l'andamento del rosone circolare e ai lati due
alette. Elementi che secondo gli studiosi Corrado Maltese e Renata
Serra, rappresenterebbero la trascrizione in piano di un prospetto
scenografico ad ali, tipico di molta architettura barocca.
Il prospetto posteriore è di notevole interesse per la presenza, su un
basamento più ampio, di un paramento murario di cromo ottenuto con la
sovrapposizione di filari di blocchi in arenaria e in basalto.
All'interno la chiesa presenta un'ampia navata centrale, coperta da
volta a botte, che termina nel presbiterio dove è posto l'altare
maggiore, ricco di marmi policromi finemente intarsiati. Sui due lati
della navata si affacciano sei cappelle rettangolari coperte da volte a
padiglioni lunettati.
Il campanile, a pianta quadrata, è sormontato da un cupolino a bulbo
sul modello di quello della torre campanaria del Duomo di Oristano.