’etimologia di Paulilatino è stata tanto discussa, pare che il paese
abbia preso questo nome dalla palude (prosciugata nel 1827) che nella
tarda primavera quando si prosciugava, si ricopriva di una patina
biancastra e di pratoline che la rendevano “làtina” cioè chiara in
dialetto paulese oppure dal fatto che tale palude in origine dava una
densa nuvolaglia “lattiginosa” da cui l’aggettivo sardo “lattinu”.
La prima volta il toponimo Paulilatino lo troviamo nella Ratio
Decimarum Italiae-Sardigna dove si legge: 1342 il canonico Giovanni
Capra, rettore di S.Teodoro di Paule Latina, versa il 26 settembre
lire XXV di alfonsini a favore del proprio vescovo due giorni dopo
versa per sé lire III e soldi X; il 19 maggio 1347 versa L. III. Poi
compare in un trattato di pace del 1388 tra Eleonora d’Arborea e gli
Aragonesi.
CENNI STORICI
Nel Medioevo Paulilatino faceva parte dell’Ocier Reale, “incontrada”
che comprendeva paesi accomunati da lingua, tradizioni e storia riuniti
e ricordati dai documenti giudicali: in un trattato di pace del 1388
fra Eleonora d’Arborea e il Governo Aragonese vengono citate le
seguenti “ville” facenti parte del Guilcier Real: Paule, Norgillo,
Aidu, Ruinas, Sedilo, Guilcier, Cunzi, Sollì, Tadasuni,
Usthei,Guilarci, Utti, Borore, Domusnoas, Abba Sancta.
Secondo alcuni studiosi ed eruditi sardi dell’800 il nome Guilcier Real
e le sue varianti (Gilbicer, Parte Ocier o Cier, Ocier Reale) hanno
origine punica, da un primitivo “gil-gil-bé er” formato da due parole
“gil-gil” cioè territorio e “bé er” cioè pozzo o palude che può essere
tradotto come “territorio paludoso o ricco d’acqua” e non poteva essere
altrimenti poiché tutta la nostra zona è ricca di acqua e di paludi,
basti infatti pensare ai nomi stessi di Paulilatino e Abbasanta.
Il Guilcier Real seguì le sorti del giudicato arborense. Caduto, poi,
tale istituto il 29 marzo 1410 e inclusi, infine, nella corona di
Aragona il marchesato di Oristano e la contea del Goceano per effetto
della rotta di Macomer (19 maggio 1478) i piccoli paesi come
Paulilatino, e i grossi centri dell’antica circoscrizione non poterono
non seguire i nuovi dominatori. Avvennero ben presto i segni del
vassallaggio.
Il sindaco della città decaduta, Don Giovanni Passiu, vide esaudita la
sua istanza dal re Ferdinando, il quale, in data 12 agosto 1479, mandò
da Saragozza il diploma per annettere perpetuamente e direttamente alla
Corona i tre Campidani e le due incontrade di Parte Barigadu e di Parte
Guilcier Reale (a quest’ultima regione apparteneva, come si è detto,
Paulilatino).
In seguito alle disposizioni del Concilio di Trento (1545-1563) e alla
istituzione dei “Quinque libri” parrocchiali, anche Paulilatino ha, dal
1595, i primi registri di Battesimo, seguiti da quelli che elencano i
Matrimoni, i Decessi, le Cresime, la Cronaca della comunità
locale.Pochi anni dopo avviene l’invasione di Oristano da parte dei
“sordaus grogus” (i soldati dal vestito giallo), comandati dal conte di
Harcourt. Tra i primi accorrono per la difesa i miliziani di
Paulilatino e il 26 febbraio 1637 contribuiscono validamente, con i
compagni del Guilcier Real, a respingere i francesi. Durante il
parlamento del 1698 il sindaco e parroco Giandomenico Piras commenda i
suoi paesani e quelli di Abbasanta per il valore che essi avevano
dimostrato nella battaglia - si lamenta inoltre che mentre i capi dei
ghilarzesi erano stati ben ricompensati per i paulesi e gli abbasantesi
invece non c’era stata nessuna ricompensa.
A quest’epoca sembra riferibile l’adozione del gonfalone, affidato alla
custudia di una associazione religiosa: lo confermerebbe lo stato della
stoffa, usata circa 3 secoli orsono per formare il vessillo
rettangolare. La presumibile concessione sarebbe venuta dal re di
Spagna a titolo di benemerenza di guerra.
Il gonfalone si porta ancora oggi in processione per le maggiori feste:
Corpus Domini, l’Assunta, S.Teodoro. E’ riprodotto anche nel timbro
parrocchiale, anche se in forma un po’ diversa.
Negli anni dal 1651 al 1656 anche Paulilatino fu colpita da una
terribile epidemia di peste che decimò la popolazione; si
narra che ci fossero anche 27 morti al giorno.
Del secolo seguente (1746) è un importante Relazione fatta sulla
Sardegna da un intendente generale di finanza. Il visitatore, conte di
Viry Francesco Giuseppe barone de la Pierrère, ricordava di
Paulilatino: “oliviers souvages, bestiaux, huilles, vins et blés”.
Diceva pure che la “tangue” (tanca) possedeva un allevamento di cavalli
(“haras”): poco proficua era per il Regno la direzione affidata al
“mauveau Caballero” don Pietro Cocco, che aveva ereditato dal padre don
Teodoro non meno di 15 mila scudi.
Tra il 1760 e il 1765 si fa propaganda per la diffusione del gelso e
per l’impianto di una industria della lavorazione della seta.
Nel 1761 il governo sabaudo istituisce i consigli comunali: “sette i
consiglieri per le ville con più di 200 fuochi (famiglie) cinque per
quelle tra i 100 e i 200 fuochi”. I consiglieri venivano scelti fra tre
classi di persone ed erano eletti dall’assemblea dei capi famiglia
convocata dall’ufficiale di giustizia. Il più votato della prima classe
era nominato sindaco, durava un anno ed era sostituito con una
rotazione annuale dai consiglieri delle altre due classi. Il Consiglio
doveva darsi una sede, non più la piazza come per il passato, ma la
casa del sindaco fino a quando si potesse avere una casa propria. Ogni
comunità doveva formarsi un archivio per riporvi le scritture ad essa
appartenenti.
Nel 1770 si concluse la visita del vicerè Des Hayes in Sardegna.
Dal 1800 in poi si hanno su Paulilatino notizie più ampie e più sicure.
Frequentavano le scuole elementari circa 45 ragazzi, esercitavano
l’artigianato non più di 70 persone; le donne, che neppure a
Paulilatino frequentavano la scuola, faticavano più nei campi che sui
telai. Di tutta la popolazione, i cinque sesti possedevano almeno un
po’ di terra e di bestiame - le maggiori fonti di sostentamento erano
l’agricoltura e la pastorizia: nel 1845 il paese aveva 750 buoi da
lavoro, 200 cavalli e 650 giumenti, 8000 vacche, 7000 pecore, 2500
capre, 1000 suini e 600 cavalle. I contadini seminavano: 1800
starelli di grano, 700 di orzo, 60 di legumi, 200 di lino (ogni
starello corrispondeva a litri 49,80 perché ad ogni misurazione di 50
litri di toglieva, ab antiquo, una manata di cereali, forse per costume
atavico ereditato dai Punici). La semente fruttava circa 10, anche 12
volte tanto; il lino dava più di duemila quintali di
prodotto. Praticata era anche l’orticoltura. La vite contava circa
mezzo milione di ceppi e produceva vino per centomila quartane (500
mila litri); moltissimi gli olivastri che allignavano per oltre 6
chilometri a ovest del paese.
Nel 1838 finì l’Amministrazione feudale anche nell’incontrada Parte
Ocier Reale.
Nel 1845 Paulilatino aveva un parroco e cinque viceparroci; aveva anche
cinque chiese: la parrocchiale sotto l’invocazione di S.Teodoro Martire
e quattro filiali (B.V. d’Itria, S.Maria Maddalena, Anime del
Purgatorio, S.Sebastiano).
Sempre notevole e proficua l’abbondanza dei corsi d’acqua nel
territorio paulese: vi scorrono il Riu de Planu, il Riu Cannas, il Riu
de Sos Molinos. Le acque della sorgente “Sa Bubulica”, cosidetta dal
rumore che quelle producono zampillando, alimentano fin dal 1864
l’acquedotto del paese che vanta, nella sua piazza più importante,
ombreggiata di olmi e chiamata “Su Pangulieri”, una fontana monumentale
con su una statua di Eva. L’opera e l’acqua ottima della fontana erano
il richiamo per i turisti che percorrevano la strada Carlo Felice. La
sensibilità di conservare gli olmi del bellissimo viale, colpiti dalla
grafiosi, ha indotto un Istituto americano a irrorare quelle piante,
nell’agosto del 1966, con uno speciale liquido anticrittogamico.
Arrivati al Novecento, numerose sono le conquiste che Paulilatino ha
fatto in molti campi ed il paese è progredito moltissimo.
Con la coltura intensiva del grano e delle foraggere è stato
abbandonato il primitivo aratro a chiodo e sostituito con l’agile
aratro di ferro e il trattore meccanico; a estensione insignificante è
stato ridotto il trasporto a dorso di cavallo e di giumento, nonché
l’uso del carro a buoi, carro pesante dalla ruote piene e l’asse e i
chiodi di legno; per l’evidente utilità pratica è assai estesa
l’adozione di automobili, di autocarri, di motociclette. Inoltre, al
crescente consumo del bestiame da macello si ripara in parte con
l’allevamento dei conigli e dei volatili da cortile; alla deficiente
manipolazione usata una volta nel formaggio, nell’olio, nel vino, oggi
si dà l’accorto trattamento, suggerito dalla tecnica; al migliorato
tenore di vita (di cui gode un sesto delle famiglie in seguito
all’estensione delle varie pensioni vitalizie) si aggiunge l’uso dei
mezzi moderni che rallegrano l’esistenza umana: sono in Paulilatino
numerosi i televisori e le radio.
Viva e apprezzata l’istruzione pubblica: sopravvive qualche
insignificante focolaio di analfabetismo.
Nel 1938-40 furono costruite nel paese opere militari e case quale
alloggiamento ai soldati di una divisione in vista della guerra
imminente: vari bombardamenti aerei sconvolsero le opere nel 1942. I
pozzi morti, “affiancati all’acquedotto”, danneggiarono la bontà
dell’acqua potabile, il cui serbatoio prima fu tramutato in piscina per
i bagni ai militari, poi - nel 1945 - adeguatamente risanato.
Un’altra nota particolare ha carattere archeologico. Alla fine del
dicembre 1967 il Consiglio Comunale di Paulilatino, in seguito alle
sollecitazioni della Pro-loco, deliberò di richiedere al Ministero
della Pubblica Istruzione l’istituzione di un antiquarium per poter
conservare ed esporre il materiale archeologico ritrovato o da
ritrovare negli scavi promossi dalla Soprintendenza ai Monumenti nel
sito Santa Cristina.
Nel gennaio del 1968 Paulilatino aveva 3014 abitanti, distribuiti in
640 case e appartenenti a circa 625 nuclei familiari. I proprietari e i
contadini erano 209 e coltivavano, oltre i cereali e i legumi, anche la
vite e l’olivo; 350 erano gli allevatori di bovini e 146 i pastori
generici.
Gli artigiani erano 28, i negozianti 35, gli impiegati civili 15, i
pensionati 253. Figuravano più di 300 alunni delle elementari con 16
insegnanti e circa 110 studenti delle Scuole Medie con 12 professori
(altri 85 studenti frequentavano in altre sedi i corsi
ginnasiale, liceale, tecnico, magistrale).
Nel 1963, su un terreno donato alla parrocchia dal Sig. Francesco
Pitzus, la Cassa per il Mezzogiorno permette la costruzione di una
scuola materna. Inoltre dal 1972 è in funzione anche una scuola materna
comunale.
Nel 1967 erano presenti a Paulilatino 3520 bovini, 10090 ovini, 408
suini, 45 equini, 140 giumenti.
I mezzi di uso comune alla vita contemporanea presentavano, nell’estate
del 1968, questi dati: 94 automobili, 11 autocarri, 185 motorette, 490
radio, 136 televisori, 125 frigoriferi, una ventina di lavatrici
automatiche.
Sono tutti elementi che in Paulilatino, come anche in altri paesi
laboriosi, contribuiscono a rendere agiata e serena la vita.
Negli anni successivi al dopoguerra, Paulilatino è interessato da una
massiccia emigrazione. L’emigrazione tradizionale all’estero si
dirigeva in Francia, Svizzera, Belgio, Olanda, Argentina e Canada.
Qualcuno rimase in Etiopia dopo le guerre. Tre famiglie in Inghilterra,
nessuna in Germania. Nel 1956 gli emigrati erano in tutto 56 unità su
3600 abitanti.
Subito dopo inizia l’emigrazione più massiccia verso il Nord-Italia,
raggiungendo nel 1962 una cifra globale di 900 persone tra uomini e
donne. Età media 30 anni. Le località preferite furono quelle della
Lombardia (zone di recente industrializzazione), in particolare Varese,
Saronno, Gallarate, Busto Arsizio, Legnano, Solbiate e soprattutto
Fagnano Olona, dove si concentrò una vera colonia di paulesi, in numero
di circa 200 tra ragazzi e ragazze.
Questo sicuramente serviva a mantenere quei legami di lingua e
tradizioni che riproducessero qualcosa della comunità di origine.
LE GUERRE
Nulla si sa di paulesi che abbiano partecipato alle guerre
d’Indipendenza. Un Ponti Brasu Francesco ebbe la medaglia d’argento per
meriti di guerra con Garibaldi.
Si sa di un paulese, Efisio Piras, che partecipò durante la conquista
dell’Eritrea al combattimento sfortunato di Dogali del 1887. Nulla si
sa di paulesi che abbiano combattuto nel 1911 per la conquista della
Libia, mentre invece largo contributo di sangue fu versato nella guerra
mondiale 1915/18: 76 i caduti, tra cui un capitano, due tenenti, un
sergente, due caporali maggiori, cinque caporali, tre carabinieri, un
finanziere.
Un caduto si ebbe durante la guerra di Spagna (1936/39) - otto durante
la seconda guerra mondiale 1940/45 tra cui un sergente maggiore in
Etiopia, un sergente maggiore a Rodi (medaglia d’oro Pietro Carboni),
un marinario e un carabiniere.
I caduti in guerra sono ricordati da un Monumento che sorge nella Via
Nazionale e dove ogni anno ne viene ricordato il sacrificio con una
cerimonia.
Costruiti da schiavi o semischiavi, i
nuraghi rappresentano un grande sforzo umano, economico, sociale e
l’esito di una situazione storico-politica di non poca efficienza. La
loro prima origine è molto discutibile, ma si ritiene che la formula
della tholos sia venuta dall’oriente. Le torri nuragiche si presentano
in maggior numero nella parte centro-occidentale della Sardegna che è
più idonea alle due forme economiche della civiltà protosarda
(pastorizia e agricoltura) ed è più importante sotto l’aspetto
strategico.
Generalmente le costruzioni sono situate su alture dalle quali è
possibile vedere altre torri e controllare una vasta zona.Da quanto si
è detto si ricava che i nuraghi, preminentemente, sono da
ritenersi delle costruzioni a carattere militare fisso.
Le torri semplici costituiscono una specie di limite a fortini
ospitanti una cellula di soldati con funzioni di aggiramento o di
copertura durante gli assedi dei nuraghi plurimi o castelli.
Questi ultimi formavano il nucleo della resistenza ad oltranza e vi si
spiegava tutta la forza di difesa attiva contro i nemici assedianti. I
nuraghi proteggevano il villaggio e dentro essi si mettevano al sicuro,
durante l’assalto, donne, vecchi, bambini, bestiame e le altre scorte
che servivano ad alimentare i soldati e la popolazione civile, come nei
castelli medioevali. L’acqua potabile si attingeva da cisterne o pozzi
scavati dentro i cortili dei bastioni o nelle camere degli antemurali.
Le grosse murature resistevano all’urto degli arieti, macchina antica
di sfondamento largamente usata dai Cartaginesi contro i Sardi. Ad
evidenziare maggiormente l’uso militare di queste costruzioni, non
mancano esempi di grande efficacia difensiva ed offensiva come le
feritoie, angoli morti, svolte a zig-zag, scale retrattili, passaggi
angusti, garitte di guardia, ecc. Si aggiungano le armi di pietra
(proiettili per fionda) e di metallo (pugnali, spade, lance, ecc. di
bronzo e di ferro) ed oggetti vari che hanno attinenza con la vita e
l’organizzazione militare.
Visto nella sua espressione essenziale, quale si può pensare
all’origine, il nuraghe a “tholos” presenta la figura di una torre
rotonda, dal profilo verticale a tronco di cono.Le torri, elevate anche
a più di 20 metri, sono costruite con grosse pietre disposte ad anelli
orizzontali più o meno regolari; i massi portati in alto tramite piani
inclinati di terra e con l’ausilio di leve, si sostengono per il peso
ed il contrasto e per il grosso spessore del muro. L’interno delle
torri è cavo essendo occupato dalla camera voltata di sezione ogivale.
Già sul finire del secondo millennio, agli inizi, e ancora maggiormente
con l’avanzare del I millennio a.c. alle antiche e più semplici torri
nuragiche isolate, si aggiungono, addossandosi variamente, altri corpi
di fabbrica i quali, pur non alterando sostanzialmente il principio
della forma architettonica e strutturale, l’arricchiscono portandola a
soluzioni elaborate e configurandola al culmine dello sviluppo in
esempi sofisticati ed organici di architettura militare superiore.
Questa evoluzione si esaurisce nello spazio di un mezzo millennio (dal
1000 circa al 500 a.C.), cioè dai tempi delle prime conquiste dei
popoli fenici a quando i Cartaginesi, alla fine del VI secolo, si
impossessarono di 1/3 dell’Isola.L’addossamento di nuove costruzioni ai
coni primitivi avviene pressappoco, con tre forme di
addizione: frontale, laterale e concentrica.Un elemento molto
frequente e importante, anche se non indispensabile, come concentratore
e coordinatore delle masse periferiche al nucleo centrale o principale,
è un cortile.
L’addizione frontale si effettua costruendo la parte moderna o
sull’asse longitudinale della torre primitiva o su una linea
trasversale ad essa.Nell’addizione frontale longitudinale si hanno
esempi di nuraghi con torre preceduta da cortile semicircolare o
rettangolare, o da cortile e altra torre, in un sistema detto “a
tancato”; oppure tre torri che si dispongono sull’asse di lunghezza.
L’aggiunta degli elementi costruttivi più recenti ai lati della forma
originaria (addizione laterale) avviene per contatto o tangenza delle
torri minori alla torre maggiore, la quale, in ogni caso, conserva un
tratto più o meno esteso del perimetro in vista, ossia non coperto
dalle opere secondarie. Al cono antico si addossano una, due o tre
torri, unite o meno da cortine o cortili. Le forme più vistose ed
elaborate di nuraghi plurimi, si ottennero con l’addizione concentrica,
per cui la torre primitiva sta nel mezzo, o quasi, di un fasciame
murario (bastione) di varia figura, articolato in cuspidi ai margini,
in corrispondenza alle torri minori, le quali sono unite fra di loro
con cortine, rettilinee o curvilinee.
Questi nuraghi vengono anche chiamati polilobati, in quanto le torrette
perimetrali figurano come tanti “lobi” in cui si espande la massa
centrale dominata dal cono maggiore o mastio.Fra i nuraghi trilobali si
hanno esempi a profilo di contorno retto-curvilineo, cioè con murature
rettilinee e torri curvilinee, con cortile o senza; ad esempio a
perimetro concavo-convesso, cioè con le murature curvilinee rientrate,
anche questi con cortile o meno con comunicazione per corridoi. Nei
primi si effettuava una difesa “a punti”, nei secondi una difesa
uniforme su tutto il giro del bastione. Una caratteristica di molti
nuraghi polilobali è di avere una cerchia più esterna o avamposto
davanti al bastione: l’antemurale. In tal modo il nuraghe viene ad
assumere la figura di una costruzione a tre linee difensive terrazzate
o a gradoni concentrici, aumentati in altezza dall’esterno verso la
torre principale o mastio.I nuraghi del “nuragico medio” sono di solito
composti da diverse torri i cui massi sono di diverse dimensioni,
grandi alla base e decrescenti di volume nei filari superiori: talvolta
si trovano diversità di struttura nella stessa zona di una parete.
Questa diversità di grandezza dei blocchi potrebbe essere spiegata solo
con restauri successivi. La disposizione orizzontale dei filari è
frequentissima, si può riscontrare sia per tutto il muro o solo in
alcune sue parti, ma anche dove il lavoro può sembrare grossolano si
coglie sempre una stratificazione funzionale.
Per quanto riguarda la costruzione della massa nuragica distinguiamo
tre tipi:
1.Costruzione a struttura poliedrica e megalitica in cui i blocchi sono
disposti a filari orizzontali ed obliqui utilizzati senza alcuna
lavorazione preliminare ma semplicemente sovrapposti gli uni agli altri
(es. Atzara, Oschina, Battitzones, Lugherras);
2.Costruzione con blocchi a forma di parallelepipedo disposti a filari
orizzontali e talvolta obliquamente e messi in opera dopo essere stati
lavorati con la mazza. La superficie di questi blocchi appare
sfaccettata, benchè in modo molto rozzo.
3.Costruzione con blocchi lavorati con gran cura, con superfici diritte
e facce rettangolari, e disposte a filari regolari in modo che ogni
blocco poggi sfasato su due blocchi sottostanti.
E’ da precisare che le tre tecniche costruttive sono talvolta presenti
contemporaneamente nello stesso nuraghe. Qualunque sia il sistema
costruttivo applicato, queste torri terminano di regola con una cupola
sulla quale è situata una terrazza. La volta ad ogiva è l’elemento
essenziale dell’architettura nuragica. Essa è ottenuta con la
disposizione ad aggetto dei blocchi che costituiscono il corpo del
muro. Lo spessore della massa muraria, condizionato dal diametro
inferiore del vano e da evidenti ragioni tecniche di spinta della
volta, è sempre molto spesso e varia da 5 a 15 mt.La tecnica
costruttiva di queste volte la si ritrova con analoghi principi nelle
costruzioni tombali terminanti con cupola aggettante della Frigia,
della Lidia, di Creta e Micene ove la Tholos è databile presumibilmente
al 2500-2200 a.C. -
Infatti è incontestabile che i nuraghi ricordino le Tholos per le quali
gli architetti micenei avevano una particolare predilezione, non
soltanto per la tecnica costruttiva della volta ad ogiva e della porta
d’ingresso, alleggerita dal finestrino di scarico sull’architrave, ma
anche per l’analogia tra le scale, i corridoi e le gallerie dei nuraghi
a quelli delle costruzioni fortificate micenee.
I NURAGHI a THOLOS
Questi nuraghi del tipo “a tholos” compaiono improvvisamente in
Sardegna nella seconda metà del II millennio a.c., analoghe ad altre
esistenti nello stesso periodo nella civiltà micenea. Le Tholos presero
spunto dal tipo di costruzione a pseudo-cupola micenea.
Le Tholos nuragiche sono composte da torri a pianta circolare, con
profilo a tronco di cono e costruite con conci ciclopici disposti in
strati orizzontali a sistema aggettante man mano che si procede verso
l’alto. I conci dei vari strati si sorreggono quindi per mutuo
contrasto. Il vano della tholos contiene di solito una o più nicchie le
quali avevano la funzione di armadi o anche giacigli.Subito dopo
l’ingresso in genere si trova un corridoio, il quale oltre a condurre
direttamente alla camera della tholos può contenere una o più nicchie
aventi funzione di garitta.Può anche essere presente, sulla sinistra
del corridoio, una scala ricavata sui conci di pietra e compresa tra la
tholos ed il torrione esterno; questa conduceva al piano superiore,
quando esisteva, e anche a una torretta situata sulla sommità e posta
centralmente.
NURAGHE A CORRIDOIO
Subito dopo la comparsa del nuraghe a tholos, in alcune zone della
Sardegna si diffonde un altro tipo di nuraghe del tipo a corridoio, in
quanto l’interno è formato da soli corridoi con sistema di copertura a
lastroni, contenenti nicchie; è assente quindi il tipo di camera a
tholos. Al confronto con il grado di evoluzione formale e tecnico
raggiunto dal nuraghe a tholos, esso presenta una tipologia rimasta
allo stadio elementare e un’architettura assai precaria, infatti i
contorni esterni seguono un andamento assai contorto con forme
sub-quadrangolari o pseudo-ellittiche.
PAULILATINO E I NURAGHI
Paulilatino conserva segni di vita e di civiltà superiori a tre
millenni. Sono le grotticelle scavate nel periodo neolitico chiamate
“domus de janas”, sono quelle misteriose torri megalitiche chiamate
“nuraghi”.
Di un centinaio di nuraghi arrivati sino al secolo scorso generalmente
in buono stato, appena quarantasei conservavano, nel 1922 o ruderi e
vestigia o costruzioni megalitiche di notevole consistenza.
Ecco i nomi di tali nuraghi:
Idda noa, Fruscu, Pira inferta, Orchere, Chighinzolas, Surzagas, Puzzu,
Battitzones, Atzara, Ruju, Orre, Ortai, Mellaghe, Mura ‘e mandra,
Frontile, Feroleo, Pintittu, Perdosu, Mura Cuada, Monte de Utturu, Sa
Menga, Codas, Su Guzzu, Sos forredos, Coronzu fenugu, Carduche, Arburiu
Cuccuru, Olieddos, Galla, Ziringones, Onnella, Oschina, Arbidderu,
Busaùrra ( o Funtana Aùrras)), Trudumeddu, Columbas, Pont’ezzu,
Muraglia, Meddaris, Planu maiales, Montigu, Conighe, Nossìu, Lugherras,
Capudanni.
NURAGHE ATZARA
Il Nuraghe-fortezza di Atzara è situato a circa 500 mt. Direzione
sud-sud-est dalla strada provinciale 11 Paulilatino - Bonarcado
all’incrocio con il viottolo per Pran’ ‘e Crabas. Eretto a ridosso di
una vallone a 293 mt. s.l.m. offre una visuale panoramica su tutta la
zona; dalla sua sommità si avvistano da Nord in senso orario i seguenti
nuraghi:
NURAGHE ATZARA
Lugherras, Battitzones, Goronna, Orre e Ruju ed inoltre sempre da nord
in senso orario i centri abitati di Ardauli, Neoneli, Ula Tirso,
Busachi, Ortueri, Villanova Truschedu, Zerfaliu, Bauladu, Simaxis,
Solarussa, Tramatza, Zeddiani, San Vero Milis, Milis, Seneghe,
Bonarcado e Santu Lussurgiu. E’ circondato da una vasta vegetazione di
tipo mediterraneo; i tipi di piante più ricorrenti oltre all’olivastro
e al lentischio, sono i peri selvatici, quercie, etc.
Il complesso nuragico assume una forma trilobata propria del nuraghe
medio e si associa perciò a costruzioni come Losa ad Abbasanta e
Lugherras a Paulilatino e come loro accoglie strutture di rinforzo
dovute ai Punici ed ai Romani.
La sua forma originaria doveva essere molto slanciata ed essenziale ed
esteticamente più evoluta di Losa a cui si accomuna per dimensione di
base.
Lo stato di devastazione dovuto a fatti cruenti (conquista punica e
romana), ad agenti atmosferici, all’azione distruttrice delle piante,
etc., non ha restituito, neanche dopo un opera di pulizia effettuata
dal Gruppo Archeologico Paulese, le fattura complete di Atzara che
restano da scoprire con opere di scavo.
NURAGHE LUGHERRAS
Costruito quale bastione mediano della frontiera naturale tra la fine
nord-occidentale della fertile piana del Campidano oristanese e il
lembo meridionale del’altopiano del Marghine, il nuraghe primeggiava
tra il centinaio delle altre costruzioni megalitiche e regolava il
passaggio obbligato della penetrazione umana e commerciale tra i primi
abitanti di Tharros e i pastori nuragici della zona attuale di Macomer;
soprattutto il nuraghe proteggeva i gruppi di capanne sparse
all’intorno e teneva sicuro il vasto territorio ricco di armenti e
singolare per sorgive perenni, erbose radure e alberi di alto fusto. La
fase costruttiva del mastio è riferibile al 1000 a.C., invece la fase
costruttiva del trilobo e dell’antemurale dello stesso Lugherras
possono ben indicare rispettivamente i secoli IX-VII e VII-VI a.C.
La fortezza cadde per opera dei Cartaginesi i quali la smantellarono
alla fine del VI o agli inizi del V secolo a.C. In seguito il nuraghe
fu trasformato in sacello punico romano. Pertanto fu coperta con
embrici la parte centrale del mastio e ricavata una camera inferiore
quale “favissa” o ripostiglio dei numerosi ex-voto, ritornati alla luce
durante gli scavi.Il culto religioso, diretto a divinità agrarie, durò
anche in età romana e tramandò migliaia di terrecotte votive e lucerne
(da cui il nome Lugherras dato al nuraghe); trasmise pure altro
materiale importante: monete di bronzo e di argento.La camera di una
torre diede ceneri e resti di panelle metalliche, elementi indicanti
operazioni di piccola fonditura; il mastio, una cella, il
cortile, soprattutto il pozzo, restituirono macine e macinelle di
pietra lavica, asce e accette ugualmente di pietra e pezzi di
ossidiana; restituirono anche pezzetti di bronzo e abbondanti stoviglie
(olle, tazze, tegami, anche vasi a collo di tradizione prenuragica e
boccali a becco, analoghi a esemplari protoitalici e protosiculi del
700-600 a.C.) Furono ritrovati inoltre fittili di notevole interesse:
incensieri o bruciaprofumi in forma di Astarte-Venere, di tipo
punico-arcaico, con “kalathos” rotondo o quadrangolare e con tracce di
colore; statuette di divinità tra le quali una testa di Bes
Lungo la strada provinciale Paulilatino-Bonarcado, una stradina conduce
al maestoso nuraghe Lugherras, utilizzato dai cartaginesi e romani come
deposito dei doni votivi alle divinità agrarie Demetra e Core.
Nell’immagine l’andito d’ingresso al torrione centrale del nuraghe.
Tra le lucerne riportate alla luce durante gli scavi, figura una che ha
graffite sette lettere puniche.
Nel 1930 il Sac. Antonio Raimondo Bonu, identificò le consonanti (le
sole che si scrivessero negli antichi documenti semitici) e supplì le
vocali. Così fu il primo a leggere GoLàH LiNoRàH cioè “(vasetto)
rotondo per la luce”.
NURAGHE CUAU
Sito sul lato destro della Superstrada “Carlo Felice” (procedendo da
Paulilatino verso Cagliari) da cui dista circa 300 m. partendo dal Km.
119, sorge su una zona pianeggiante delimitata ad Ovest dalla collina
di “Goronna” a Nord Ovest c’è il riu “Bubulica”, ad Est Paulilatino,
“Sa Paulle” e “Pranu”. La zona circostante è ricoperta da numerose
macchie di lentischio. Si avvistano a Nord Ovest i nuraghi
“Battizzones” e più lontano “Lugherras” a Sud Ovest “Oschina” a Sud Est
“Putzu Pili”.La costruzione è di tipo semplice, formato da un corridoio
e da una camera a pianta circolare con cupola in forma ogivale. Alla
destra del corridoio troviamo una celletta tondeggiante e a sinistra la
scala, distrutta nella parte iniziale e con gli ultimi gradini intatti.
Il tetto dell’unica camera è completamente crollato, come sono altresì
crollati i muri esterni della parte Nord Ovest, mentre l’ingresso è
intatto. Sopra l’architrave della porta d’ingresso si trova il
finestrino di scarico. Durante i lavori di pulizia è stata trovata una
pietra di forma triangolare, lavorata molto rozzamente, avente un foro
nella parte superiore.
NURAGHE S’ENA DE SANTU JUANNI
Sito sul lato sinistro di un viottolo campestre che parte dall’altezza
di Arzolas (cimitero), a circa 2 Km. dal paese. Sorge su una valle
ricoperta da macchie di lentischio, sugheri e olivastri; a pochi metri
scorre un ruscello dalla cui sorgente prende il nome tutta la zona. A
Est a circa 500 m. troviamo la strada ferrata.
La costruzione è di tipo a corridoio. Essendo il nuraghe completamente
crollato non se ne può desumere la pianta, ma sono ancora in piedi le
due porte orientate rispettivamente a Nord e a Sud e s’intravedono le
tracce di due scale.
NURAGHE BIDDA NOA
Situato alla periferia Ovest del paese a circa 375 m. nella località
denominata “Sos Umbulledos”.
Sorge su un altipiano delimitato a Sud Est da “Sa Paulle Manna” e a
Nord Est da Paulilatino. La zona circostante è ricoperta da rovi e
lentischio. Si avvistano a Nord Nord Est Nuraghe Cuau, a Sud Sud Est
Nuraghe Oschina. La costruzione era originariamente a forma semplice,
formata da un corridoio e da una camera a pianta circolare. Allo stato
attuale rimane in piedi la parte Nord con due nicchie ancora intatte.
NURAGHE FRUSCOS
Situato sul lato sinistro dell’ex Carlo Felice al Km. 119 procedendo da
Paulilatino verso Bauladu, a circa 125 m. dalla strada. Sorge su
un’altura ricoperta di macchia mediterranea (lentischio e olivastri).
E’ collegato in linea visiva con i nuraghi: Cuau a Nord-Est, Arbiddera
e Oschina a Sud-Ovest con l’altura di Goronna a Nord, Putzu Pili a Est.
La costruzione è di tipo a corridoio (dove il vano è costituito da un
lungo e stretto andito a copertura piatta che attraversa per tutta la
lunghezza il corpo costruttivo che è di forma ellitica) munito di 2
porte di ingresso comunicanti fra loro).Il Nuraghe è completamente
crollato all’interno impossibile quindi stabilire la planimetria. Si
intravede la traccia di due scale.
NURAGHE PUTZU PILI
Situato sul retro della Scuola Elementare a Sud Ovest e il retro della
Caserma dei Carabinieri a Sud Est, a circa 30 m. dalla Via Nazionale.La
zona è priva di vegetazione a causa delle costruzioni effettuate dal
demanio militare. Si avvistano ad Est il Nuraghe Losa, a Nord Ovest il
Nuraghe Cuau.
La costruzione è di tipo semplice a pianta circolare, sormontata da una
traccia presumibilmente di camera, sempre a pianta circolare e da un
corridoio. Non si nota l’ingresso in quanto a seguito del lavoro di
bonifica del campo circostante, e parziale crollo dello stesso nuraghe,
le pietre sono state ammucchiate alla base dello stesso.
La località Santa Cristina è situata a circa 4 km. a sud di
Paulilatino, a ridosso della S.S. 131 “Carlo Felice”, in corrispondenza
del Km. 115.
L’accesso all’area archeologica è reso agevole da adeguati svincoli per
chi proviene sia da Cagliari che da Sassari. Si colloca su un rilievo
dell’Altopiano di Abbasanta, a quota 200 m. s.l.m., dominando a est la
stretta valle del Rio “Sa Bubulica”, naturale e principale via
d’accesso verso il tavolato basaltico del Campidano di Oristano.
COMPLESSO NURAGICO S.CRISTINA
La località prende il nome da una piccola chiesetta campestre dedicata
appunto a Santa Cristina, intorno alla quale i muristenes per il
novenario delimitano e racchiudono un ampio piazzale.
Nell’area circostante, fra rigogliose piante d’olivo, affiorano i resti
archeologici: sul lato rivolto ad est il tempio a pozzo di età nuragica
ed il coevo villaggio; a sud-ovest il nuraghe Santa Cristina insieme ad
altre costruzioni di diversi periodi. L’area interessata dalle
emergenze archeologiche si estende per oltre un ettaro, ora inserita e
protetta all’interno di un parco di ben 14 ettari, recentemente
costituiti dal Comune di Paulilatino.
Gli ulivi ammantano anche il villaggio-Santuario cristiano, sacro a
Santa Cristina. Le case, che si stringono attorno alla piazza, sono
destinate ai novenanti che vi convergono per la festa.
TEMPLI A POZZO
Si conoscono poco più di una trentina di templi a pozzo, diffusi in
tutta l’isola, dentro (S.Cristina - Paulilatino) o nelle vicinanze
(Losa - Abbasanta) di villaggi nuragici ancora visibili nei loro resti
o completamente distrutti (S.Anastasia - Sardara), a volte facenti
parte di santuari (S.Vittoria - Serri).
Tutti gli esempi sono modellati su uno schema articolato in tre parti:
un vestibolo di varia figura a livello di campagna, una scala a rampa
unica rettilinea coperta da un solaio di architravi che seguono la
linea discendente dei gradini, e una camera a “tholos” che fa da pozzo
o che ricopre un pozzo sottostante.
Il pozzo costituisce il centro materiale e ideale dell’insieme
architettonico, in quanto contiene l’acqua di vena ritenuta sede dello
spirito o degli spiriti idrologici.
Nel vestibolo si svolge la funzione religiosa riservata al sacerdote o
alla sacerdotessa e vi si depongono le offerte; la scala, consentendo
di attingere l’acqua che è insieme d’uso e sacra, fa anche da tramite
tra il mondo esterno degli uomini, e il pozzo, regno sotterraneo del
dio o degli dei delle fonti.
Dove esiste un cortile, come nel caso di S.Cristina - Paulilatino, esso
raccoglieva i pellegrini venuti da fuori, o i fedeli del villaggio, per
assistere al servizio religioso, da “profani” come era uso nel mondo
antico.
Il culto idrologico si rivolgeva all’acqua del cielo, come eredità di
una religione della pioggia propria delle genti a civiltà agricola
dell’età prenuragica. Riguardava però in prevalenza l’acqua di vena:
quella delle fonti, dei pozzi, delle sorgive a cui si abbeveravano i
pastori e le loro greggi.
Dominava cioè la forma tellurica del culto dell’acqua, propria dei
pastori costituenti la struttura sociale patriarcale delle genti
nuragiche.
La luce e l’ombra si inseguono nel corso del giorno lungo la scala del
tempio a pozzo, accompagnando il passo dell’uomo che scende verso la
sacra acqua del pozzo.
Del culto dell’acqua di cielo non si hanno tracce autentiche e
originarie, ma che vengono indiziate da elementi conservatisi nelle
credenze popolari: le processioni magico-rituali nelle quali viene
invocato un essere demoniaco “facitore di pioggia” (Trabadore,
Trabadore, abba cheret su laore, abba cheret su siccau, mori, mori,
llau, llau).Di contro il culto dell’acqua di vena è largamente provato
con documenti antichi e da esso nacque la
parte più importante, raffinata e significativa
dell’architettura religiosa nuragica: l’architettura delle fonti dei
pozzi sacri. Si può ricostruire la natura degli dei che, sotto il
simbolo dell’onda sorgiva venivano adorati dai primitivi: il tempio a
pozzo di “Su Putzu - Orroli” presenta come le tombe dei giganti lo
schema della protome taurina stilizzata; al centro della facciata dei
pozzi di Sardara e Serri capeggiavano teste di bue scolpite con cura
nella pietra.
Riemerge la figura del dio-toro: la suggeriva il filo corrente della
vana assimilata al “seme” fecondante del toro. E ancora, i pozzi di
Serri, Sardara e altri avevano i prospetti architettonici variati da
conci con il segno in rilievo delle mammelle femminili: indicano dunque
un essere femminile nascosto sotto i veli dell’acqua. Quest’acqua dei
pozzi col suo ritmo ascendente-discendente induce, nel primitivo, la
suggestione del ritmo del ciclo vitale che si compie nel segreto del
grembo materno.Nasce la figura della Dea Madre.
IL TEMPIO A POZZO E IL VILLAGGIO
Uscendo dal piazzale della chiesetta da est, dopo aver percorso un
sentiero per circa 50 m., si raggiunge il tempio a pozzo e il villaggio.
L’edificio di compone di tre parti: vestibolo (o atrio), vano scala e
camera a tholos, con orientamento da NNO a SSE, riproponendo
sostanzialmente lo schema planimetrico degli altri templi a pozzo
conosciuti nell’Isola, distinguendosi fra questi per l’eccellente stato
di conservazione delle parti sotterranee, per le notevoli dimensioni e
per la raffinata e perfetta tecnica di costruzione, tanto da
rappresentare il culmine dell’architettura religiosa nuragica. E’ un
capolavoro dell’architettura nuragica per il quale il principale
studioso della civiltà nuragica prof. Giovanni Lilliu, ha parlato di “
magistra barbaritas” (civiltà barbarica maestra).
Come a Santa Vittoria di Serri, il tempio è contenuto all’interno di un
recinto ellittico. Le strutture emergenti sul piano di campagna
definiscono il perimetro esterno dell’edificio: anteriormente un corpo
allungato rettangolare che contiene il vano scala che delimita sulla
fronte lo spazio del vestibolo con due ali; posteriormente il tamburo
soprastante la tholos sotterranea che si congiunge ad angolo con la
parte precedente.
Purtroppo tali strutture ci sono pervenute residue nei filari di base
essendo scomparse le originarie parti in elevato che solo
l’immaginazione e il confronto con gli altri templi a pozzo meglio
conservati Su Tempiesu di Orune e Funtana coperta di Ballao possono
restituirci. Pressoché integre, invece, le parti relative al vano scala
e alla cella, in cui si può osservare non solo la perizia tecnica dei
costruttori nuragici, ma anche una raffinata sensibilità artistica,
sorprendente per i tempi in cui, stando alle attuali conoscenze, si
suppone sia stato costruito l’edificio di culto, cioè intorno al 1000
a.C.
I parametri murari del vano scala e della cella, infatti, sono
realizzati con conci di basalto ben levigati nella faccia a vista che
si sovrappongono obliquamente su filari perfettamente orizzontali,
quello superiore leggermente rientrato rispetto all’inferiore. La scala
monumentale di ben 25 gradini è contenuta in un vano a sezione
trapezoidale, coperto da un soffitto gradonato che si restringe verso
la cella.
Il vano scala di pianta trapezoidale è costruito in una
perfetta tecnica isòdoma (a blocchi squadrati, evidenti sia
nel soffitto gradonato, sia nel paramento delle pareti che delimitano
la vasta scalinata. Il tempio a pozzo si sprofonda nelle viscere della
terra, verso quell’acqua divina che determinò la scelta del luogo del
tempio.Sopra il vestibolo rettangolare antistante che conduce alla
cella sotteranea.Un recinto di forma ellittica racchiude l’area sacra.
Questa, a pianta circolare (diametro m. 2,54), è alta più di 7 metri,
si eleva con forte aggetto delle pareti verso la sommità di cui
l’ultimo anello forma una luce di 35 cm di diametro, visibile anche
esternamente. La cella poggia su un pavimento spianato nella roccia
viva, al centro del quale è scavata una vaschetta circolare profonda
circa 50 cm. Ancora oggi dagli interstizi dei filari inferiori filtra
una vena d’acqua, particolarmente abbondante nelle stagioni invernale e
primaverile, colmando la cella fino al livello del primo gradino. E’
questo il tempio a pozzo che, già segnalato da studiosi del secolo
scorso, è stato finalmente riportato alla luce negli anni 70 dal Prof.
Enrico Atzeni dell’Università di Cagliari, con una prima serie di
campagne di scavo che, condotte in collaborazione
con la Soprintendenza
Archeologica di Cagliari e
Oristano e con il Comune di Paulilatino, che ha gestito i
finanziamenti regionali disposti dall’Assessorato del Lavoro e P.I.,
dopo il restauro e il consolidamento statico delle strutture del
mirabile edificio templare, si sono progressivamente estese alla
circostante zona archeologica, puntando con la prossima ripresa degli
interventi, ad un esaustivo recupero storico-culturale del complesso
monumentale e alla sua più adeguata e articolata fruizione sociale.
All’interno del tempio si scorgono diverse capanne, con l’alto zoccolo
di pietra basaltica, da immaginarsi coperte da una raggiera di tronchi
e di frasche.La capanna più importante e più ampia è presentata
dall’immagine: si tratta del “parlamento” del Santuario nuragico. Sul
sedile anulare interno dovevano sistemarsi principi e capi delle varie
comunità nuragiche che riconoscevano in Santa Cristina il proprio
Santuario federale. Oltre la “capanna delle riunioni”, dotata di un
minuscolo vano circolare contiguo, si staglia a sinistra l’ampio
recinto, forse destinato alle feste.
HIESA PARROCCHIALE S.TEODORO (XVI SEC. 1642)
Della chiesa dedicata al martire Teodoro si hanno notizie a
partire dal 1342, quando il canonico Giovanni Capra, Rettore della
parrocchiale di Paule latina, versa al Vescovo di Santa Giusta Lire XXV
di alfonsini (Rationes Decimarum Sardiniae, n. 396).
CHIESA DI SAN TEODORO
L’edificio attuale presenta, comunque, strutture più tarde,
probabilmente cinquecentesche secondo la tipologia sardo-catalana con
capilla mayor voltata a crociera costolonata e gemmata,
cappelle laterali, copertura a capriate che fra il 1814 e il 1816 venne
sostituita con le volte in mattoni.
Sempre al XVI sec. va riferito il campanile a canna quadra con paraste
angolari in rilievo e slanciate specchiature attualmente coperte da
intonaco.
La cella campanaria a quattro finestre archiacute e archetti pensili
ogivali segnano la cornice superiore; il coronamento è piano con
balaustra lapidea e merlatura a tridente. Il capolino “a cipolla”,
rivestito da coppi maiolicati policromi, è di gusto settecentesco. Se i
lavori di costruzione della chiesa dovettero proseguire per tutto il
Cinquecento nel primo pilastro
sinistro, in prossimità dell’ingresso, su un concio è incisa la data
MDLX [XV] e la sigla C M al Seicento va riferito il prospetto
a capanna in opera mista (a) e al 1642 il portale (b) composto da due
lisce semicolonne poggianti su alti plinti che sorreggono una doppia
trabeazione dentellata e il timpano triangolare (anch’esso dentellato),
decorato all’interno da un elegante rilievo a girali d’acanto e da una
nicchia centinata con catino valviforme rinserrata entro un’edicola a
timpano spezzato. Quest’ultima ricalca l’edicola rinascimentale
dell’Archivietto nel duomo di Oristano, datata 1626, che servì da
modello al portale stesso. Sul medesimo asse un rosone inscritto entro
una cornice quadrangolare a punte di diamante dà luce alla navata
principale.
LA CHIESA DELLE ANIME (CHIESA DI SAN GIOVANNI)
La Chiesa delle Anime conosciuta anche con il nome di Chiesa di San
Giovanni, è posta sulla Via Roma verso la quale è rivolta la facciata
principale. Fa parte dello stesso isolato della Chiesa parrocchiale. La
costruzione risale probabilmente al secolo XVI, cioè allo stesso
periodo della Chiesa di S.Teodoro.
Vi si può accedere sia dalla Via Roma sia dalla sagrestia della Chiesa
di San Teodoro, dalla quale è separata da un cortile. La Chiesa è
costruita interamente in pietra. La facciata è a capanna, con due
laterali rinforzanti, con un semplice portoncino d’ingresso in trachite.
Internamente la chiesa è composta da un’unica navata centrale, con
sovrastante tetto a capanna poggiante su archi a tutto sesto. Ai lati
dell’unico altare esistente due porte collegano la navata alla
sagrestia. L’interno è attualmente intonacato e tinteggiato. L’altare è
costruito in muratura di pietra. L’attuale pavimentazione è di pietra
basaltica lavorata e levigata. Il tetto è sostenuto da una semplice
travatura in legno. Sia all’interno che all’esterno vi sono degli archi
di pietra lavorati a fregi diversi che ci ricordano quello stile
rinascimentale a cui si sono rifatti i progetti del tempo.
LA CHIESA DI SANTA MARIA MADDALENA
Questa chiesa, che i paulesi familiarmente chiamano “Santa Maria” si
trova al centro del paese. E’ una chiesa del 1600 anche se
probabilmente è stata costruita molto tempo prima. Allo stato
originario era senz’altro più piccola dell’attuale in quanto c’è stato
un accrescimento sul retro, che ha creato l’attuale sagrestia; infatti
in questa parte troviamo una nicchia dove forse c’era una fontanella.
Ciò significa che questa parte dovrebbe essere stata costruita nel
1800. La chiesa è costituita da un’unica navata con un tetto a due
falde originariamente in legno. In un secondo momento la copertura
lignea è stata trasformata in un solaio di laterizio armato.
Questa struttura ha imposto la presenzadi contrafforti laterali.
Attualmente è stata restaurata ed è stato rifatto il tetto ligneo. Il
pavimento è in cotto. Durante il restauro è stato smantellato un unico
altare in marmo che c’era in fondo alla navata.
LA CHIESA DI SAN SEBASTIANO
La chiesa di San Sebastiano è la più recente delle chiese di
Paulilatino. È ubicata dentro l’omonimo cimitero. Pare sia stata
costruita in ricordo della grande pestilenza che ha colpito l’Isola nel
1652-56 che ha decimato la popolazione del paese. A Paulilatino si
registravano anche 27 morti in un giorno. Nel periodo della peste era
molto viva la devozione a San Sebastiano per cui è probabile che questa
sia stata edificata in segno di ringraziamento al Santo. La Chiesa, a
pianta rettangolare, è costituita da una navata, in fondo alla quale è
posto un altare dedicato a San Sebastiano. Nell’abside è presente un
affresco le cui immagini sono poco riconoscibili in quanto lo stesso si
trova in grave stato di degrado, per cui non si può risalire all’epoca
della realizzazione. Il pavimento è in pietra basaltica. Sul lato
destro della facciata si erge una piccola torre campanaria.
LA CHIESA DI NOSTRA SIGNORA D’ITRIA
La chiesa della Madonna d’Itria, “Sa Ittiri” per i paulesi, è forse la
più antica del paese. Il primo documento scritto si trova nel registro
dei matrimoni dove si legge che il 15 gennaio 1516 “Inpera de Serra et
Susanna Coco anta leadu benedizione insa eclesia de Nostra Segnora”.
Naturalmente la costruzione originaria è precedente al 1516 ed ha
subito nel tempo vari interventi, modifiche e aggiunte. La costruzione
attuale dovrebbe risalire al 1700. La chiesa presenta una pianta
rettangolare ad una navata con tre altari, uno centrale e due laterali.
La copertura originaria era costituita da due falde inclinate in legno,
che in seguito sono state sostituite da un solaio in laterizio armato
che ha richiesto l’immediata realizzazione dei contrafforti. In fase di
restauro della volta dell’abside è stato riportato alla luce un
affresco probabilmente antecedente al periodo di restauro; anche le
pareti mostrano qualche residuo di eventuali affreschi successivamente
ricoperti da intonaco.