amugheo è un comune di 3.509 abitanti della provincia di Oristano a
400 metri sul livello del mare, situato in una zona chiamata
Brabaxianna, nella regione storica del Mandrolisai.
Il territorio di Samugheo, che si estende per 80 km², confina a nord
con Busachi, Ortueri e Sorgono, ad ovest con Allai e Ruinas, a sud con
Asuni, ad est con Atzara, Meana Sardo e Laconi. Prevalentemente
collinare raggiunge l’altezza massima di 550m.
Amministrazione comunale
Sindaco: Emanuele Sanna (L'Unione) dal 10/05/2005
Centralino del comune: 0783 64023
Posta elettronica: info@comune.samugheo.or.it
A 400 metri sul livello del mare, situato in una zona chiamata
<<Brabaxianna>> si trova Samugheo
Il paese oggi conta circa 4000 abitanti appartiene alla provincia
d’Oristano e dista 49 Km dal capoluogo.
Il territorio di Samugheo, che si estende per 80 Kmq, confina a nord
con Busachi, Ortueri e Sorgono, ad ovest con Allai e Ruinas, a sud con
Asuni, ad est con Atzara, Meana Sardo e Lacconi. Prevalentemente
collinare raggiunge l’altezza massima di 550m.
Samugheo, un paese di indubbio fascino, sia per le tradizioni che
ancora la sua gente conserva, sia per la grande importanza dei reperti
archeologici che frequentemente vengono alla luce, tali da aggiungere
nuove pagine di storia sulle popolazioni che abitarono il suo
territorio. I dintorni del paese sono tutti punteggiati da ruderi di
villaggi distrutti, i cui abitanti quasi certamente confluirono in
parte a Samugheo, contribuendo in tal modo a rendere il nucleo
abitativo più consistente. Il paese si trova nella zona di confine tra
la Barbagia e il territorio occupato prima dai Punici e poi dai Romani,
ma le sue genti, per mentalità, costumi e tecnica, sono più affini a
quelle della Barbagia che del Campidano.
E' da presumere che la zona non abbia tardato ad essere romanizzata,
sia per la vicinanza al Forum Traiani (attuale Fordongianus), sia per i
numerosi reperti romani rinvenuti nei dintorni. Le epigrafi romane
dovevano essere tanto numerose che non è difficile trovarle inserite
ancora oggi nelle antiche costruzioni trachitiche del paese.
Prima dei Barbaricini veri e propri gli abitanti di questo territorio
dovettero conoscere il cristianesimo. Forum Traiani non fu solo
stazione romana, ma anche stanziamento dei Bizantini e il generale
Zabarda, prima di raggiungere la Barbagia di Ospitone, dovette
indubbiamente avere a che fare con queste genti. Tra le sue condizioni
di pace vi era l’imposizione della fede cristiana, e il centro
propulsore di questa fede era senza dubbio Forum Traiani. I presidi
militari bizantini ricalcavano all’incirca quelli dei Romani, secondo
quanto stabilito da Giustiniano il quale, nel 534, aveva ordinato che
lo stanziamento delle truppe avvenisse ai piedi delle montagne, ove si
trovavano le genti <barbariche>. Evidenti tracce della
dominazione bizantina troviamo soprattutto in alcune costumanze
religiose. Al menologio greco-bizantino appartengono anche i nomi delle
varie chiese di Samugheo: Santu Miale, Santu Migianu, Santu ‘Asile,
Santu Sebastianu, Santa Rughe. È opinione radicata ancora oggi che
Samugheo derivi il suo nome dall’antica chiesa di San Michele, detta in
catalano San Migueu e corrottosi successivamente in Samugheu. Secondo
un'altra teoria il nome Samugheo deriva dalla chiesa di San Michele, in
spagnolo San Miguel: ma l’origine è pura fenicia. Inoltre anche il
villaggio di Samugheo pare sia stato abitato anticamente, pertanto non
è stato fondato dagli spagnoli e ha pre3so il nome dall’antica chiesa
di Sammiguel di cui è una corruzione Samugheo.
L'economia di Samugheo non si basava e non si basa, a
differenza dei paesi limitrofi, sulla pastorizia e sull'agricoltura,
dato che a queste due attività si affianca l'artigianato.
Nell'ottocento l'agricoltura era caratterizzata dalla produzione di
orzo, olive, grano, fave, gelso, ai quali si aggiungevano il lino
importantissimo per la ceramica, il tovagliato, le lenzuola, e l'olio
di lentischio di cui si faceva gran consumo per la cucina e per
l'illuminazione; di tutte queste derrate il paese era uno dei
produttori. La pastorizia si fondava per lo più sull'allevamento di
bovini, suini e ovini. La produzione artigianale vedeva le donne
impiegate nella produzione di tessuti di lino, di lana e di cotone, che
venivano venduti in tutto il circondario. Basta considerare che nel
1865 vi erano oltre cento telai che lavoravano dieci mila kg di materie
prime. Attualmente l'artigianato ha assunto un ruolo ancora più
preponderante e numerose sono le aziende, soprattutto a carattere
familiare, che producono tappeti, tendaggi, tovaglie e arazzi. A queste
se ne affiancano altre che lavorano il sughero e intagliano il legno.
L'agricoltura e la pastorizia svolgono sempre un ruolo, nonostante la
non convenienza a coltivare certi prodotti; per compenso riveste
una sempre maggiore importanza la produzione del vino. Se a
queste voci aggiungiamo le entrate del commercio, del pubblico impiego,
dell'edilizia e perché no, delle pensioni, possiamo senz'altro
affermare che Samugheo rappresenta quasi un oasi di benessere. Questo
no significa comunque che non vi siano problemi di disoccupazione,
anche se a livello meno drammatico dei paesi limitrofi
La tradizione tessile, preziosa ed elaborata , ricca di sapienza antica
tramanda di madre in figlia , è rimasta vitale a Samugheo, centro
rinomato per la fiorente produzione tessile. Percorrendo le vie e i
vicoli di questo paese , si può sentire il suono ritmico proveniente
dagli innumerevoli laboratori tessili dove, a fianco al telaio
tradizionale, sono presenti quelli meccanici che hanno trasformato
economicamente Samugheo a tal punto da renderla famosa in tutta l’isola
, e non vi è mostra artigianale nella quale i suoi tappeti finemente
tessuti, gli arazzi, le sue coperte non siano presenti.
Chiesa di San Michele
Estremo interesse archeologico riveste la zona ove un tempo sorgeva la
chiesa di San Michele, ora distrutta, a giudicare dai reperti nuragici
che di quando in quando vengono alla luce.
La chiesa, ritenuta dalla tradizione popolare la più antica del paese,
già compare in documenti del XVI secolo. Esiste, infatti, una ricevuta
di quietanza che porta la data del 1586, rilasciata da un muratore di
Samugheo, certo Tobia Sanna, il quale vi eseguì alcuni restauri.
Nonostante la presenza di questa chiesa sia attestata solo da poco più
di quattrocento anni, è da presumere che la sua costruzione debba
essere portata indietro di diversi secoli, se 27 anni dopo il
menzionato restauro, nel 1611, l’Arcivescovo Antonio Canopolo, durante
una sua visita pastorale, sentì il bisogno di ordinare nuovi
interventi. “Fu in esecuzione dell’emanato decreto. . .che venne eretta
la piccola sagrestia, la quale si osserva dal lato del vangelo per
servire d’ossario”, scrive B.Guirisi, “essendo il recinto di quella
chiesa destinato a servire da campo santo fin da tempo immemorabile.”
Altri interventi di un certo rilievo, a giudicare dalle somme erogate,
furono eseguiti nel 1670, e ciò rafforza l’ipotesi che la chiesa avesse
una certa vetustà se, a distanza di poche decine d’anni, erano ancora
necessari nuovi e rilevanti interventi, se pure non fu rifatta quasi
totalmente.
Chiesa di San
Mari di Abbasassa
Questo nome appartiene ad una chiesa campestre situata su un’altura di
circa 450 m. sul livello del mare, in posizione dominante, tant’è che
da lassù lo sguardo spazia per vaste distese a nord e a sud della
Sardegna, rincorrendo i monti che si susseguono in lontananza.
La chiesa fu riedificata nel 1931, in seguito ad un voto fatto da un
giovane di Samugheo, Giovanni Deidda. Narra la legenda, si potrebbe
dire, ma legenda non è, perché la data riguarda il nostro secolo e
molte persone viventi possono ancora darne testimonianza, che un
giovane samughese, un anno prima che scoppiasse la prima guerra
mondiale, fece un curioso sogno: vide la Madonna circondata da una luce
abbagliante che gli preannunciò la guerra imminente alla quale egli
avrebbe dovuto partecipare con altri sei giovani del paese che avrebbe
incontrato durante il viaggio. Il giovane doveva comunicare la sua
visione e convincerli a far voto assieme a lui di riedificare, al
ritorno, la chiesa ormai fatiscente ci Santa Maria di Abbasassa. In
compenso tutti sarebbero rientrati in paese sani e salvi.
L’episodio si verificò veramente, e nella vicina stazione di Meana
Sardo, quando i primi sette samughesi chiamati al conflitto si
incontrarono, si impegnarono a ricostruire la chiesa da tanto tempo
abbandonata, ormai ridotta a un cumulo di rovine. Fu così che nel 1931
fu riedificata anche Santa Maria di Abbasassa.. Secondo la tradizione
popolare la chiesa era abbandonata da secoli, ma secondo i documenti
parrocchiali l’ultimo intervento avvenne nella metà del secolo scorso
(1845). Alla morte del rettore Francesco Antonio Mura vi fu uno
spaventoso cataclisma che tra gli altri danni, fece crollare i tetti
delle chiese rurali di Santa Maria e di San Gemiliano. La chiesa
secondo i più antichi documenti, pare sia stata edificata nel 1480, col
nome di Santa Maria¢e Mesu Mundu, quando era rettore Gianuario
Orrù. La ricostruzione del 1931 avvenne ad opera del
redattore Emanuele Macis che i samughesi chiamano affettuosamente
“Nonnu Macis”. Nonnu Macis scopri che la chiesetta fu edificata sui
ruderi di un tempio pagano. Si vedevano chiaramente due larghe porte ad
oriente, due uguali ad occidente. Murate sulla base della facciata si
trovarono parecchie lapidi sepolcrali, alcune scavate, indicanti nomi
romani, con iscrizioni latine. Attorno alla distrutta chiesa si notano
gli indizi evidenti di abitazioni primitive che rivelano l’importanza
che aveva il tempio antico, protetto da un nuraghe vicino. La chiesa
era un tempio dedicato a Cibele, alla grande Dea Madre frigia, il cui
culto era stato importato in Occidente dai soldati romani. Trovare un
tempio dedicato a Cibele presso Samugheo non meraviglia più di tanto,
poiché in quel territorio vi erano delle postazioni romane che avevano
il compito di bloccare le eventuali incursioni dei Barbaricini.
Chiesa di San Basilio
Alla fine del XVI secolo, durante un periodo di carestia, scoppiò a
Samugheo una grave pestilenza che falciò un buon numero di abitanti. La
peste non accennava a cessare e quando tornava l’estate si manifestava
sempre una recrudescenza. Fu allora che gli abitanti, presi dalla
disperazione, invocarono San Basilio, promettendogli di edificare una
chiesa in suo onore, se il male avesse abbandonato il paese. La peste
di li a poco scomparve e cosi pure la carestia e cosi i Samughesi,
riconoscenti, si diedero da fare per mantenere la promessa.
Festa San Basilio
Fontana di San Basilio
Furono fatte varie questue per poter
costruire la chiesa, che fu ultimata quasi certamente nel 1597.Intorno
alla metà del XVII secolo l’edificio, costituito da un'unica navata, fu
dotato anche di due piccole campane e nel 1780 furono realizzati gli
altari nelle cappelle laterali e dedicati a San Costantino e a
Sant’Isidoro.
Nel 1878, in seguito ad alcune lesioni, fu ricostruita la facciata con
un rosone circolare e un piccolo campanile con archi a sesto acuto,
dopo aver allungato la chiesa di circa sette metri. Degli inizi di
questo secolo è invece l’attuale altare di marmo. Vari interventi si
susseguirono in tempi diversi, tanto che degli antichi materiali
restano solo le strutture murarie. Tra i muri portanti si intravedono
alcuni spezzoni di colonne usati come materiali di riutilizzo.
Lo stesso pavimento della chiesa era costituito da poderose lastre di
trachite squadrate e levigate, messe in opera tra il 1706-1707 e
scalzate da pochi decenni per far posto a un pavimento in graniglia.
Attualmente la costruzione presenta scarso interesse artistico, ma ha
un grande valore spirituale per la popolazione che ha conservato una
grandissima venerazione per questo santo protettore e guaritore, che
gli antichi chiamano “Basile Mannu Dottore”e che ancora gode di grande
prestigio.
La devozione al santo, molto sentita dagli abitanti di Samugheo, è
attestata da un manoscritto datato 13 agosto 1583, in cui si parla di
una processione fuori paese che il rettore Baldassarre Deligia fece con
la statua di San Basilio, seguito da tutto il popolo. È da presumere
comunque che il culto fosse assai più antico della data citata, anche
se la festa vera e propria appare ben strutturata, con il suo obriere
maggiore, solo a datare dal 1603. Mesi prima della festa is oberaios si
preparavano per la questua in onore del santo, sa pedida'e Santu Asile.
Andavano di casa in casa, di ovile in ovile, di aia in aia.
Le campane cominciavano a suonare per annunciare i questuanti che
uscivano per la raccolta e la gente si preparava ad offrire al santo,
secondo le proprie disponibilità, frumento, formaggio, o qualche pecora.
Il tutto sarebbe servito per organizzare la festa, alla quale
convenivano diverse persone, anche dai paesi vicini. I questuanti si
presentavano alle aie vestiti a festa, con i cavalli bardati e sa
bertula colorada, la bisaccia delle feste. Is oberaios avevano sempre,
durante la questua, una tabacchiera piena di tabacco da naso
Dopo l’offerta porgevano sa tabachera e ognuno prendeva un pizzico di
quel tabacco che inspirava volentieri, come se fosse il santo in
persona ad offrirlo. In onore di San Basilio veniva organizzata una
corsa di cavalli con premi in danaro chiamata sartiglia. Ne fa cenno un
manoscritto del 1620, che tra le spese sostenute per la festa inserisce
anche la somma di lire sarde otto come premia a los caballos de la
sartilla.
Per competere in questa gara, che oggi viene chiamata palio,
convenivano anche dai paesi vicini, forse sollecitati dal premio in
danaro che questa comportava.
Esiste però un'altra gara in onore di Santu Asileddu (si allude con
questo nome a una piccola statua di San Basilio) riservata
esclusivamente ai cavalieri locali. È chiamata sa cursa 'e su pannu ed
è più antica della precedente. Tale corsa, fino agli anni venti, si
teneva lungo la via principale del paese. I cavalli partivano da Sa
Rughe 'e pedra, attraversavano il centro abitato e terminavano la corsa
davanti alla chiesa del santo. Ancora oggi i vecchi dividono il paese
in due parti, seguendo la linea di percorso che facevano i cavalli. Tre
giorni prima della festa is oberaios con is oberaieddos, i priori
accompagnati da bambini, girano per il paese portando con sé Santu
Asileddu e mostrando su pannu. Chiedevano un offerta e davano in cambio
un pezzo di fettuccia benedetta .
Antiche feste
Un santo venerato da tempi antichissimi, di cui a Samugheo non esiste
neppure la chiesa, è Santu Migianu (San Gemiliano). La sua festa si
svolgeva il giorno dopo Pasqua ed era gestita esclusivamente da
pastori. Questi per l’occasione preparavano un formaggio speciale,
dalla forma di un melone del peso di circa un chilogrammo; veniva
rosolato in modo che prendesse il colore rossastro tipico del formaggio
fresco arrostito. Era chiamato tziri tziri. Di questi formaggi se ne
preparavano tanti e venivano messi in palio per una speciale corsa di
cavalli chiamata sa cursa de su tziri tziri. La mattina della festa i
cavalieri pastori giravano per le strade del paese portando un bastone
su cui erano appesi i tziri tziri. Sostavano presso le case dove tutti
li invitavano ed essi offrivano ai bambini dei piccoli tziri tziri
fatti apposta per loro. Di pomeriggio si svolgeva la corsa alla quale
potevano partecipare solo pastori. Questa aveva luogo in Santu Migianu,
ove il priore consegnava ai vincitori i tziri tziri. Era un premio
simbolico, perché poi il vincitore divideva il formaggio con tutti i
membri della compagnia, durante il festino in onore di Santu Migianu.
Questo santo, al pari di San Basilio, era ritenuto molto miracoloso e
in caso di lunghe malattie o di epidemie il popolo lo invocava
frequentemente. Per esprimere la propria devozione la gente era solita,
quando si avvicinava alla sua chiesa, camminare carponi oppure
trascinarsi sulle ginocchia nude e sanguinanti, fino a giungere fino
alla statua del santo. Questo tipo di devozione si era soliti
esternarlo anche per San Costantino, tenuto in grandissima
considerazione in Sardegna, anche se la chiesa non l’ha mai ritenuto
santo, anzi ha sempre proibito questo tipo di penitenze. Le ragazze
spesso si tagliavano le trecce e le deponevano sull’altare, credendo di
fare un sacrificio, privandosi di qualcosa di caro in suo onore, ma
anticamente questo gesto era considerato una forma di riscatto. A
Samugheo San Costantino non ha chiesa, ma in suo onore il sette luglio
si svolge ugualmente una festa solenne che dura due giorni.
La sua statua si trova nella chiesa parrocchiale e in occasione della
festa è accompagnata, con una grande processione alla chiesa campestre
di San Basilio. Per San Costantino, centro e fulcro principale della
festa è s’ardia, la spericolata corsa di cavalli ove ogni partecipante
cerca di mettere in evidenza la sua balentia.
La sua festa, come pure quella di San Migianu e San Basilio si conclude
con danze, gioco alla morra e canti a tenores.
Sant’Isidoro
Gran festa a maggio per Sant’Isidoro, il protettore degli
agricoltori. Un tempo sfilavano in suo onore centinaia di buoi, ornati
per l’occasione di collane di pervinca e di fiori da stagione, mentre
il giogo veniva letteralmente coperto con rami di sambuco in fiore.
Alcuni mettevano al collo dei buoi delle collane tessute al telaio alle
quali applicavano una campanella. Nel ricordo dei vecchi questa festa
era un tempo spettacolare. Dietro la statua del santo, diretta versa la
chiesa di San Basilio, sfilavano lentamente circa 350 coppie di buoi
aggiogati, tutti quelli che esistevano nel paese, seguiti da tanti
cavalli, anch’essi abbelliti per l’occasione. Molti buoi portavano un
piccolo specchio sulla fronte e, infilate nelle corna, corone di pane
di sapa. Tutto questo per propiziarsi il favore del santo che aveva il
compito di portare la pioggia e di rendere fertili i campi, perché la
fatica del contadino fosse compensata.
In molti paesi questa festa è ormai scomparsa, ma a Samugheo resiste
ancora, si è solo adeguata ai tempi. I carri a buoi sono stati
sostituiti dai trattori e con questi si continua la tradizione,
ornandoli come si faceva un tempo coi carri. Alcuni uomini a cavallo
precedevano la statua che viene ancora portata su un antico carro a
buoi a ruote piene, seguito dal sacerdote, dalle prioresse e da tutti i
fedeli. Vengono poi i trattori, circa 150; alcuni trainano dei carrelli
ove si rappresentano i momenti più significativi della vita dei campi,
dalla raccolta del grano a quella dell’uva. Anche se la festa ha
perduto la sua magia agreste, non manca però di un certo fascino.
La festa di Sant’ Antonio E San Sebastiano
Il 17 e il 20 gennaio sono due date molto importanti perché ricorrono
le feste di Sant’ Antonio e di San Sebastiano, che vengono festeggiati
con enormi falò. Già dal 16 gennaio cinque obrieri che portano il nome
di Antonio sono in movimento per radunare tutti coloro che portano
questo nome e che dispongono di un trattore per ingaggiarli in una
questua particolare: chiedere della legna in tutte le case per
preparare su fogolone, il falò in onore del santo. Tutti, infatti,
offrono qualche ceppo.
La legna viene accatastata davanti alla chiesa dove altre persone di
nome Antonio, le più anziane, si danno da fare per preparare il falò,
in cima al quale veniva issato una volta un porcellino o un
cinghialetto morti e in tempi di magra una gallina. All’imbrunire,
quando la catasta era pronta, il parroco la benediva, mentre le campane
suonavano l’Ave Maria, poi accendeva il fuoco rispettando un antico
rito: doveva usare l’acciaino e la pietra focaia, mai i fiammiferi.
Intorno si radunavano grandi e piccini. Questo era il falò principale,
ma se ne accendevano altri nelle piazze dei vari rioni, con la legna
raccolta dai ragazzi che andavano a chiederla per le case imitando gli
adulti. Un altro falò veniva acceso davanti all’abitazione del priore
che organizzava anche su'igiadorju, vi vegliava cioè per tutta la
notte, alternando le preghiere alle danze.
A tutti veniva offerto del vino da accompagnare con cibo e dolci.
Alcune persone facevano il falò per promessa o per grazia ricevuta e
invitavano parenti, vicini di casa e amici a trascorrere la notte con
loro in allegria. All’alba, quando la grande catasta di legna era ormai
consumata, alcuni si portavano a casa qualche piccolo tizzone, residuo
di quel fuoco, che gli avrebbe protetti da qualunque malanno.
L’indomani, giorno della festa, le massaie portano in chiesa su pane 'e
Sant’ Antonio, da benedire durante la messa.
Erano focacce di forma quadrata, che venivano fatte per adempiere ad
una promessa. Questo pane, dopo la messa, veniva offerto alle persone
che si incontravano lungo la via del ritorno e si faceva in modo che
quando si arrivava a casa fosse tutto distribuito. Molto simile è la
festa che si fa il 20 gennaio per San Sebastiano, patrono del paese. I
cinque obrieri, questa volta tutti rispondenti al nome di Pitanu
(Sebastiano), si radunano il 19 gennaio per la raccolta della legna con
la quale verrà preparato un nuovo falò. Su questo viene issato un
grosso ramo d’arancio carico di frutti.
Il 20 gennaio, durante la messa solenne, sa missa manna, avviene il
passaggio di consegne dalle vecchie alle nuove priorissas e massaias.
Per San Sebastiano si benedicevano persino le stalle, perché era
ritenuto il santo che debellava la peste tra gli uomini e gli animali.
Un tempo anche le greggi venivano portate davanti al falò e gli si
facevano fare tre giri intorno.
Chiesa di San Sebastiano
Non si sa con esattezza quando si dette inizio alla
costruzione di questa chiesa, secondo alcuni ascrivibile al XV secolo,
secondo altri al XVI. Secondo la tradizione popolare la costruzione era
stata progettata 300 m più a ovest, e in quel punto si scaricava il
materiale. Ma ogni mattina questo veniva immancabilmente trovato nel
sito in cui attualmente sorge la chiesa. Pensando che a rimuovere il
materiale fosse lo stesso santo e ritenendo che quella fosse la sua
volontà, in quel punto fu cominciata la costruzione. Probabilmente il
sardo era l’unica lingua che il vice parroco conosceva, perché
risultano altri documenti da lui scritti e firmati in sardo, lingua
abbastanza usata in quel periodo nei documenti ecclesiastici. Al Cocco
si deve il completamento della fabbrica della parrocchia; e dovette
essere abbastanza circostanziato nell’elenco delle opere eseguite e
delle spese sostenute. Alcuni documenti ci informano che tante persone
di Samugheo, specie se prive di eredi, facevano consistenti lasciti
testamentari alla parrocchia, che, infatti, risultava abbastanza ricca.
La chiesa parrocchiale fu ultimata sotto il rettore Ignazio Dessì che
fu incaricato della guida della parrocchia nel 1663. Benché nell’elenco
delle somme erogate per il completamento non si specifichi quale pare
fosse da ultimare, è da presumere che si trattasse della fabbrica delle
ultime cappelle laterali, giacché la volta della navata, la cappella di
San Basilio ed il coro erano già state fatte dai predecessori del Dessì.
Nel 1676 fu costruita la cappella di San Giovanni Battista, in un
secondo momento dedicata a San Giuseppe.
Dopo il completamento di questa cappella restava da ultimare il
campanile, al quale ancora mancava la copertura, perché la chiesa
apparisse in tutto il suo splendore. Ciò avvenne nel 1699, dopo alcuni
anni dacché la gente si fu rimessa dalla terribile carestia del 1688,
che aveva quasi dimezzato la popolazione. Per la realizzazione del coro
dovettero esservi diversi interventi. Gli stalli furono realizzati nel
1700 dal falegname Salvatore Deidda, di Desulo. Una chiesa munita di
coro non può mancare dell’organo. Questo fu installato nel 1703,
costruito da un certo Efisio Mocci, come risulta dalla ricevuta di
quietanza. Siamo ormai giunti al 1750 e gli arcivescovi si preoccupano
ancora della gestione dei procuratori. A reggere la rettoria di
Samugheo fu nominato nel 1874 il sacerdote Antonio Caddeo, nativo di
Paulilatino. Sotto la guida di questo rettore la porta maggiore di
questa parrocchia fu adornata di “un elegante bussola”, furono
restaurate alcune antiche statue e fu ristrutturato l’oratorio di Santa
Croce, che da circa quarant’anni era interdetto al culto.
Con le offerte dei parrocchiani, intorno al 1886-87, il vecchio
pavimento in trachite della parrocchia fu sostituito con un pavimento
marmoreo. Con quest’ultima informazione si chiudono le note che
possediamo, corredate da un ordinato e scrupoloso elenco nominativo dei
14 rettori che si alternarono nella guida della parrocchia di Samugheo
dal 1572 al 1886.
Castello di Medusa: un nome favoloso avvolto da un fitto mistero. La
sua storia è quasi del tutto ignota , dimenticata da secoli; quella che
resta viva è la leggenda , o meglio le numerose leggende che aleggiano
intorno ai suoi ruderi e alla paurosa rocca su cui e posto. Si sa per
certo che appartenne ai giudici di Arborea.
Nel 1189 Pietro 1°, giudice di Arborea, a causa d’ un grosso debito
contratto col comune di Genova , si obbliga a dare in pegno ai Genovesi
questo castello esistente nei suoi territori e di provvedere a proprie
spese alle paghe e al mantenimento del castellano e di sette guardie
che dovevano custodirlo .Da allora la storia tace. Lo riportò all’
attenzione degli studiosi il Della Marmora che si così si esprime nel
suo itinerario:
Vi si vedono molte mura di cinta costruite con cemento
molto tenace. Vi
si vede una cisterna . . . Vi sono anche residui di antiche abitazioni
costruite col medesimo cemento. Tutto ciò prova che questo castello era
una fortezza innalzata dai generali degli Imperatori greci per tenere
in freno i popoli barbarici,ricordando il passo di Giustiniano . . .che
ordinava di stabilire delle truppe nei punti dove questi predatori
discendevano dai loro covili