anta Giusta (in sardo Santa Justa) è un comune di 4.408 abitanti della
provincia di Oristano, nella regione del Campidano di Oristano. È stata
fondata dai Fenici nell'VIII secolo a.C. col nome di Othoca.
A Santa Giusta sorge una basilica romanica, risalente al XII secolo,
nella cui cripta la tradizione vuole siano state martirizzate la Santa
patrona del centro, Santa Giusta, insieme a Santa Enedina e Santa
Giustina. Questa chiesa è stata cattedrale sino al 1503, anno in cui la
diocesi di Santa Giusta è stata soppressa e accorpata a quella di
Oristano.
L'altra chiesa del paese è dedicata a Santa Severa. Questo edificio,
assai più piccolo della chiesa precedente, sorge in un'antica zona
cimiteriale di importanza archeologica.
Amministrazione comunale
Sindaco: Antonello Figus (lista civica) dal 10/05/2005 (1º mandato)
Centralino del comune: 0783 354500
Posta elettronica: info@comune.santagiusta.or.it
Storia
Le più antiche testimonianze della presenza umana nel territorio di
S.Giusta risalgono verosimilmente al Neolitico antico (VI-V millennio
a.C.). A tale fase, infatti, sono riferibili alcuni manufatti in
ossidiana rinvenuti occasionalmente in superficie in regione
Interaquas, un terrazzo alluvionale ubicato tra depressioni colmate da
paludi e acquitrini, ad oriente dell’attuale centro abitato e al
confine col territorio del comune di Palmas Arborea.
La fondazione di Othoca ad opera dei Fenici deve fissarsi nella seconda
metà dell'VIII sec. a.C., in parallelo con la costruzione del centro
urbano di Sulcis. La documentazione della più antica fase coloniale di
Othoca è stata acquisita nel corso degli scavi archeologici effettuati
nel gennaio-luglio 1990 sull'altura della Cattedrale medievale di Santa
Giusta, nell'area del sagrato sud-occidentale.
La città sorse su una tozza penisoletta della costa orientale della
laguna di Santa Giusta, delimitata a settentrione e a mezzogiorno da
due profonde insenature dello specchio d'acqua, interrate nel corso
dell'ultimo secolo e mezzo. La laguna santagiustese, messa in
comunicazione con il Golfo di Oristano dall'ampio canale navigabile di
Pesaria, costituì il porto della città, documentato dai notevoli
rinvenimenti anforari effettuati in anni recenti. L'economia del centro
fenicio nel VII-VI secolo a.C. era basata, presumibilmente, sulle
attività commerciali: al porto affluivano le derrate agricole del
Campidano di Simaxis (in particolare prodotti cerealicoli), le carni
derivate dagli allevamenti bovini, ovini e caprini del territorio e,
verosimilmente, i prodotti ittici di pescosissimi stagni e lagune.
L'esistenza di botteghe artigianali in Othoca è assai probabile per
quanto concerne la produzione fittile (anfore, vasellame comune) mentre
risulta più aleatoria per altre classi di manufatti, quali gli oggetti
d'argento, di vetro, di ferro, etc, non ancora sufficientemente
documentate.
Othoca passò sotto dominazione romana intorno al 216 a.C. fino al 460
d.C. circa.
Dopo l’epoca romana, e più precisamente nel medioevo, Santa Giusta
faceva parte del Giudicato d’Arborea, nella Curatoria di Simaxis.
Inoltre fu sede di diocesi dal 1119 al 1503. Durante tutto il periodo
giudicale il suo ponte rappresentò una delle vie di comunicazione più
importanti del Campidano. Fu interessata dalle numerose guerre del
Marchesato di Oristano, dalle incursioni barbariche e dalla peste del
1652, che mise a dura prova la sopravvivenza della popolazione nell’i
ntera isola. In periodi più recenti seguì le sorti della vicina
Oristano alla quale si era profondamente legata.
L’espansione del centro di Santa Giusta ha comportato nel corso degli
ultimi decenni il sacrificio delle testimonianze di Othoca che venivano
casualmente alla luce. Solamente in anni recenti l’impianto di indagini
di archeologia urbana in Santa Giusta ha permesso di approfondire i
temi della topografia di Othoca.
Le prime ricerche vennero effettuate dall’archeologo Giovanni Busachi
nel 1861, che affascinato dalle leggende che correvano su Eden, decise
di intraprendere scavi a Santa Giusta, alle falde occidentali del
rilievo sormontato dalla Chiesa di S.Severa, alla periferia meridionale
dell’a bitato di Santa Giusta. Quell’altura era detta da tempo
immemorabile Is Forrixeddus “I piccoli forni”, il sabbione alluvionale
che costituiva la collina rivelò a pochi centimetri dalla superficie
frantumi di carbone, ceneri e cocci di vasi. Liberata un’area
sufficientemente ampia il terreno apparve costellato da fossette
circolari ed ellittiche colme di carboni antichissimi che erano serviti
all’erosione dei cadaveri, secondo il principale rito funerario dei
Fenici ( da qui il nome datogli).
Il Busachi esplorò anche il sito prima di arrivare al ponte romano,
dove trovò alcune sepolture semplici dalle quali estrasse alcuni
vasetti e lucerne di terra cotta di poca importanza, che diedero gli
indizi della presenza di una necropoli, seguitando a scavare scoperse
una colossale tomba profonda due metri circa, e larga in proporzione,
tutta fabbricata maestrevolmente a pezzi quadrati in pietra d’arenaria
simile a quella del Sinis, e coperta a lastroni d’una pietra calcarea.
Nelle pareti longitudinali vi erano praticate due piccole nicchie, o
armadi quadrati, in uno dei quali vi stava un cacabus o secchia di
bronzo, e nell’altro un’anfora di terra cotta. All’i nterno della tomba
vi erano più cadaveri a dimostrazione del fatto che si trattava di una
tomba di famiglia. Furono trovati anche molti oggetti preziosi, tra i
quali due braccialetti, un ‘orecchino e quattro scarabei simili a
quelli ritrovati nelle tombe di Tharros.
Scomparso il Busachi la necropoli si Santa Giusta non venne più
esplorata finché nel nostro secolo non furono avviate opere di bonifica
attorno allo stagno di S.Giusta per evitare che le acque tracimassero
invadendo l’abitato, fu così che nel 1910 riapparvero nello stesso sito
a lungo indagato dal Busachi nuove tombe inviolate della medesima
necropoli risalente al VI-IV secolo a.C., o originariamente chiamata
città di Othoca e di fondazione fenicia.
Le ultime ricerche su Othoca sono avvenute nel decennio 1983-1992,esse
hanno riguardato la necropoli di Santa Severa, il centro urbano e il
porto lagunare.
Nel 1927 venne segnalata la scoperta, nel canale di Pesaria, che
collega la laguna di S. Giusta al Golfo di Oristano, di un’anfora,
definita «greca» da Antonio Taramelli.
Nel 1973 nei fondali della laguna di S. Giusta vennero recuperate varie
anfore fenicie e cartaginesi.
Per quanto riguarda l’architettura la Basilica di Santa Giusta
rappresenta una delle maggiori espressioni dell’architettura romanica
della Sardegna: eretta tra il 1135 e il 1145 come cattedrale sul sito
più alto dell’area, già sede dell’acropoli antica.Venne costruita da
maestranze pisane che fecero grande uso di blocchi di arenaria
recuperati dal vicino sito di Tharros, nel Sinis, ravvivandola con
inserti di marmo bianco e basalto nero. Accanto alle maestranze pisane
operarono anche maestranze provenienti dall’Africa a cui si devono,
invece, le decorazioni di gusto arabo. La basilica presenta una pianta
a croce latina a tre navate divise da colonne di marmo e di granito,
con capitelli e basi prevalentemente di spoglio provenienti da Othoca,
Neapolis e Tharros. La copertura è a capriate lignee nella navata
centrale e a crociera in quelle laterali. Il presbiterio risulta
sopraelevato sulla cripta, coperta con volte a crociera e illuminata da
finestrelle poste sullo zoccolo dell’abside.
Nuragico
Cripta, siti nuragici (1-4), e punici (5) nella basilica di Santa
Giusta Nuraghe sotto la Basilica L’epoca dei nuraghi corrisponde
all’età del bronzo. I Sardi furono protagonisti di una delle più
straordinarie espressioni di quella civiltà che è detta megalitica, in
quanto caratterizzata da costruzioni realizzate in grandi macigni
(nuraghi e tombe dei giganti). I nuraghi sono essenzialmente delle
costruzioni fortificate, che nel progresso dei tempi poterono essere
riutilizzati anche come luoghi di culto. Nel territorio di Santa Giusta
sono documentati i nuraghi del poggio della Basilica, Nuracciana,
Nuragheddu e Sassu.
I Romani presero possesso della Sardegna nel 238 a.C., in seguito ad un
trattato stipulato subito dopo la battaglia delle Isole Egadi (241
a.C.) tra Cartaginesi e Romani, conclusasi con la vittoria di questi
ultimi. I Cartaginesi, tra gli altri obblighi, assumevano l’impegno di
cedere a Roma la Sicilia con le isole circostanti, tra cui la Sardegna.
Presso Othoca le truppe romane dovettero stabilire un campo militare
che aveva la funzione di controllo sia degli abitanti della città, che
avevano dimostrato ostilità contro i romani, sia della popolazione
Sardo-Punica stanziata ai piedi del Monte Arci e del Monte Grighine.
Othoca ridotta al rango di civitas stipendiaria (città gravata dal
pagamento del tributo) dovette guardare con favore ai moti antiromani
che andavano sviluppandosi nell’area di Cornus e probabilmente di
Tharros, dove più forti erano le fazioni filo-puniche, intorno al 216
a.C. Ci furono due scontri, tra Sardo-Punici, Cartaginesi e Romani, che
vennero vinti entrambi dai romani, il cui esercito era comandato da
Tito Manlio Torquato.
Arcata centrale del ponte romano sul Rio Palmas Ad Othoca in età romana
facevano capo le due principali strade della Sardegna, la litoranea
occidentale (via a Tibula Sulcis: la via da Tibula - S.Teresa di
Gallura a Sulci-Sant’Antioco) e la via a Turre Karales (la strada
centrale da Turris Libisonis - Portotorres a Karales, corrispondente in
gran parte all’o dierna statale Carlo Felice). Queste due arterie si
unificavano nell’abitato di Othoca, che veniva attraversato da una
strada, dotata di due parti: un ponte minore a due arcate (detto
localmente pontixeddu), localizzato tra la via Giovanni XXIII e la via
Fermi, ed attualmente scomparso ed il ponte maggiore, originariamente a
cinque arcate per valicare, a sud di Othoca il Rio Palmas. Di questo
ponte edificato in opera quadrata con blocchi di trachite di Forum
Traiani, oggi non restano che l’arcata centrale ed una delle arcatelle
minori.
L’ urbanistica della città romana è scarsamente nota, a parte la
necropoli localizzata nella stessa area di quella fenicio-punica, gli
scavi del 1990 nel sagrato della Cattedrale hanno documentato intonaci
dipinti in rosso e nero e tessere bianche e nere di mosaici. È stata
messa in luce nella stessa area una cabaletta (o condotto fognario)
orientata in senso NE/SO, realizzata con tegole a margini rialzati con
copertura "alla capuccina" (a doppio spiovente).
Il riutilizzo di colonne, basi e capitelli nella Basilica, recentemente
studiati da Giuseppe Nieddu, fa pensare all’esistenza in Othoca di
edifici romani di grande dignità architettonica. In dettaglio si hanno
due capitelli ionici, di cui uno dell’inizio del I secolo d.C. e
l'altro della metà del II secolo d.C., quattro capitelli corinzi
(rispettivamente degli inizi del II secolo d.C., dei primi tre decenni
del II secolo d.C., dei primi decenni del IV secolo d.C., della prima
metà del IV secolo d.C.) e tre capitelli compositi di cui uno adrianeo
(117-138 d.C.), un altro della metà del II secolo d.C. e l’ultimo della
metà del III secolo d.C. Tutto il territorio di Othoca risulta
interessato da testimonianze romane.
Is Fassois
Is Fassois è il nome sardo delle primitive imbarcazioni utilizzate come
strumento di lavoro dalle popolazioni nuragiche, fenicie e romane.
Costruito con fieno palustre, thifa o “fenu”, un’erba che è oggi
oggetto di tutela da parte della Regione che ne ha delimitato e
protetto le zone dove essa si sviluppa, abilmente intrecciato in modo
da rendere appuntita la prua e tronca la poppa. E' lungo 4 m. circa,
largo 0,90 m., con uno spessore del fondo di 30 di 30 cm. e le sponde
alte 25 cm.
Particolare di un fassoi Regata de is Fassois Regata de is Fassois
Regata de is Fassois Dettaglio di un
fassoi Fassoi
Tale imbarcazione ha subito nel corso del tempo una continua evoluzione
fino ad arrivare alla conformazione degli attuali “fassonis” più snelli
ed agili costruiti con l’estremità piegata verso l’alto.
Originariamente i pescatori disponevano di una lunga asta (“su
cantoni”) che poggiavano sul fondo dello stagno per imprimere
all’imbarcazione la spinta necessaria a scivolare nell’acqua e che ha
anche la funzione di timone.
L’antica presenza di quest’imbarcazione è documentata da un’immagine
tracciata sulle pareti dell’ipogeo del Santuario di S. Salvatore a S.
Giovanni di Sinis (IV sec. d.C.). Imbarcazioni similari sono presenti
in Perù, in Egitto e nel Golfo Persico.
La presenza di imbarcazioni similari in Perù, ha reso possibile, grazie
alla collaborazione dell’Ambasciatrice del Governo Peruviano, dott.sa
Marcela Lopez Bravo (presente alla regata de is fassois del 2001) la
creazione di un gemellaggio tra il Comune di S.Giusta e le città di
Huanchaco e Puno, nelle quali le popolazioni presenti utilizzano ancora
oggi tali imbarcazioni per l’attività di pesca. Questa idea è nata
dalla comune affinità tra la nostra imbarcazione, su fassois, e quelle
presenti nel Lago Titicaca e nella costa nord del Perù, dette
Caballitos de tortora, anch’esse realizzate con erbe palustri, “totora”
o “tupo”.
Dal 1978 a Santa Giusta nel mese di luglio si ripete la tradizione con
la “Regata de is fassois”, una manifestazione popolare che si svolge
nelle sponde della laguna, la quale oltre ad arricchire di elementi
storici e culturali l’ambiente lagunare, assume un alto valore di
qualità ed esalta le doti di abilità e di antagonismo dei regatanti.
Festa della Patrona
Festa della Patrona - Preparativi Le celebrazioni in onore di Santa
Giusta si svolgono il 13 e 14 maggio. In passato il presidente della
festa veniva scelto appartenente ad una famiglia benestante per meglio
garantirne la buona riuscita. I preparativi iniziano molto tempo prima:
gli uomini del paese, divisi in compagnie, si recano sul Monte Arci per
tagliare la legna con la quale allestire vari carri che, in passato,
venivano trainati da buoi e asinelli, ed ora quasi completamente sono
sostituiti dai più vecchi trattori dei primi del novecento, i quali
prendono servizio solo in questa occasione.
Il falò viene acceso in onore della Santa la sera del 13 maggio.
Festa della Patrona - Processione Fino ai primi anni sessanta i
festeggiamenti quali canti, balli, gare di poesia, falò e le varie
bancarelle si svolgevano nel piazzale antistante la Basilica. Il giorno
della festa della Santa alle ore 10.00 si svolge una lunga processione
per le vie del paese durante la quale si recita il Rosario cantato in
dialetto. In seguito si celebra la Santa Messa Solenne accompagnata da
Is coggius, canto che narra le gesta della Santa. Nel pomeriggio viene
portata di casa in casa la palma benedetta, simbolo del martirio.
Festa di San Giovanni Battista
Nel quartiere is Concias da una quindicina d’anni, si celebra, la
festività in onore di San Giovanni Battista. Il 24 giugno, intorno alle
ore 18.00 dalla Basilica di Santa Giusta parte la processione che si
reca direttamente nel quartiere per fermarsi dinnanzi alla piccola
Cappella eretta recentemente in onore del Santo. Dopo la processione si
celebra la Santa Messa all’aperto e la notte si svolge la sagra della
pecora bollita organizzata dal Comitato.
A Santa Giusta vi è un’ antica usanza. La notte tra il 23 e 24 giugno
si accendono piccoli fuochi in onore di San Giovanni Battista sui quali
i giovani si divertono a saltare. Ciò avviene presumibilmente fin dal
tempo della peste del 1600. I cadaveri ed il vestiario di chi veniva
contaminato e gli animali morti venivano bruciati. Perciò con il rito
di saltare il fuocherello e rimanere illesi, si scongiurava, secondo le
credenze popolari, il contagio.
Festa di Santa Severa
La terza domenica di Settembre si celebra la festa di Santa Severa. Al
mattino si svolge la processione che si conclude nella piccola chiesa
eretta in onore della Santa dove si celebra la messa solenne.
Fino a qualche decennio fa i festeggiamenti civili si svolgevano nel
piazzale retrostante la chiesetta, attualmente, sono stati trasferiti
nel piazzale retrostante il Municipio. Fino a qualche anno fa la chiesa
di Santa Severa veniva aperta ai fedeli solo per le novene e la
celebrazione liturgica in onore della Santa, e della Madonna del
Rimedio. Ora è aperta tutte le domeniche per la messa mattutina.
In concomitanza con questa festa la Pro-Loco di Santa Giusta organizza
la sagra de “ Is Malloreddus a sa Campidanesa ”, gnocchetti alla
campidanese, definita "Aggiungi un posto a tavola".
Vengono offerti un piatto di malloreddus, pane, formaggio pecorino e un
buon bicchiere di vino locale il tutto contornato da uno spettacolo
musicale.
Is Pregadorias
Il volume “Is pregadorias antigas: su signu de sa devotzioni” nasce da
un progetto di studio proposto, alcuni anni fa, agli Amministratori
della Comunità Montana dell’Arci Grighine finalizzato alla riscoperta
dei componimenti liturgici e paraliturgici in lingua sarda che
rappresentano una delle più originali espressioni di fede. La lingua
sarda trova infatti un’ampia espressione soprattutto nell’ambito della
religiosità popolare individuale, manifestata come sentimento di
devozione che si esprime con le “pratiche” di pietà personale recitate
con precise formule, rimaste inalterate nel tempo.
L’obiettivo del progetto è stato quello di dare un contributo allo
studio del nostro passato, acquisendo una parte significativa della
memoria storica collettiva del territorio dell'Arci Grighine, affinché
non vada perduta.
Il volume è stato realizzato da Nicoletta Rossi e Stefano Meloni della
Società Sarditinera.