hilarza e il suo territorio si trovano nel cuore del Guilceri, sulla
riva destra del fiume Tirso e del grande lago, contenuti in un
grandioso arco di colline.
Un terra senza tempo deve ogni secolo ha depositato sedimenti di
storia, una storia scritta sulla pietra che rappresenta corpo e anima
di questa regione.
Data la sua posizione geografica strategicamente rilevante e il clima
salubre, la frequentazione dell’uomo nel territorio risale ad epoche
remote: a darne testimonianza è la cospicua presenza di monumenti e
resti di epoca prenuragica e nuragica la cui origine è databile a
partire dal Neolitico recente, in cui si diffondono le grandi
costruzioni nuragiche.
Un elemento sicuro e di grande importanza che fa
supporre l’esistenza di villaggi organizzati sin dall’epoca della
dominazione romana in Sardegna, è dato dalla “a Karalibus Turrem”
strada romana che attraversando la parte meridionale del territorio del
Guilcieri collegava Cagliari a Porto Torres. Dagli scavi condotti tra
il XVIII e il XIX secolo, son stati rinvenuti i resti di necropoli
risalenti all’età romana. Alla fine dell’Impero romano seguì il dominio
bizantino prevalentemente attraverso la presenza monastica soprattutto
di Benedettini e Camaldolesi, che oltre ad introdurre il culto
religioso dei santi orientali, contribuirono in maniera decisiva
all’insegnamento di nuove pratiche agricole e all’importazione di nuove
specie di coltivazioni. Queste presenze favorirono nel territorio di
Ghilarza la nascita di ben quattro centri religiosi chiamati novenari,
quelli di San Raffaele Arcangelo (S. Serafino), San Michele, S. Maria
di Trempu e San Giovanni, attorno ai quali furono costruiti appositi
alloggi per i fedeli chiamati “catalessia” o “attristente”.
La
fine del secolo IX coincise con un periodo di trasformazioni e
riorganizzazione civile e politica, il più rilevante, è rappresentato
dalla formazione dei Giudicati. La Sardegna era divisa in quattro
giudicati i quali presero ciascuno il nome della regione su cui si
estesero: Calari, Arborea, Torres (Logudoro), Gallura. Ogni giudicato
era a sua volta diviso in curatorie. Le curatorie avevano un’estensione
geografica limitata. Queste comunità, prima che amministrative e
produttive, costituivano solide entità sociali. A capo vi era il
curatore, che, generalmente, risiedeva nel paese più importante e
dipendeva dal giudice, per il quale amministrava la giustizia. Nella
villa, invece, risiedeva il majore de villa, con funzioni simili a
quelle di un’attuale sindaco posto a capo del territorio facente parte
del centro abitato. Guilcieri. Dal punto di vista organizzativo la vita
civile ed economica era scandita dalle norme della Carta de Logu
promulgata dai Giudici di Arborea. I regnanti Catalano-Aragonesi
estesero la
validità del Codice a tutto il territorio isolano, al fianco dei
Pregoni e dei Regolamenti emanati dall’autorità viceregia, ed esso
trovò applicazione sino al passaggio
dell’isola sotto la dominazione Sabauda nel XVIII secolo.
Tra il ‘500 e il ‘600 la Sardegna visse un periodo di crisi
economico-sociale legata alla diffusione di pestilenze ed epidemie che
contribuirono a decimarne la popolazione. Tra ‘600 e ‘700 il territorio
di Ghilarza seguì le vicende che interessarono il Regno di Sardegna
fino ai successivi passaggi dalla dominazione spagnola e austriaca al
Regno Sabaudo nel 1720. A tale data seguì un intenso periodo di riforme
sociali e amministrative che portò l’isola, nel 1847, alla fusione
amministrativa perfetta con i territori di terra ferma della famiglia
Savoia, la base della creazione del Regno d’Italia. Con le riforme
settecentesche e ottocentesche Ghilarza mantenne il suo status di
favore divenendo sede di uno dei 53 Mandamenti in cui fu suddiviso il
territorio regionale. Testimonianze dell’importanza storico-culturale
di Ghilarza sono conservate presso l’Archivio Storico Comunale, uno dei
più interessanti e di grande pregio, nel panorama archivistico
regionale. Con la creazione del grande bacino artificiale sul Tirso, le
vicende di Ghilarza e Zuri hanno subito vicende diverse e spesso in
contrasto fra loro. Mentre Ghilarza ha consolidato il suo ruolo di
comune guida per il territorio circostante, Zuri ha perso i suoi
terreni migliori, ha subito un pesante spopolamento e da comune
autonomo, è diventato frazione di Ghilarza. Nel 1852 fu fondato a
Ghilarza il Circolo di lettura, uno dei sodalizi culturali più antichi
in Sardegna. Queste associazioni, sorte con finalità di diffusione e
crescita culturale trovavano all’epoca loro naturale sede nelle grandi
città capoluogo quali Cagliari, Oristano, Sassari e Nuoro, luoghi di
ritrovo per notabili, letterati e artisti. Allo stesso modo la Società
Operaia di Mutuo Soccorso nata nella seconda metà del XIX secolo come
associazione degli artigiani locali: una delle prime sorte in Sardegna
in un periodo di profonda crisi economico-sociale, testimonia la
centralità di Ghilarza e Zuri, rispetto al panorama isolano.
L’importanza culturale di Ghilarza, oltre alle testimonianze materiali
di civiltà il cui valore è unanimemente riconosciuto, è confermata
dalla folta schiera di personaggi illustri che per nascita,
per contatti e per vicende personali e familiari hanno dato lustro alla
vita civile, religiosa e politica della Sardegna nel mondo. Tra essi
Antonio Gramsci; l’Ambasciatore Angelino Corrias; il Canonico
Michele Licheri; Padre Giovanni Soggiu; l’avvocato Piero Soggiu, la
signora Rosa Sanna Delogu, fondatrice dell’orfanotrofio
femminile e il cui nome è legato all’opera dell’Istituto Cottolengo; il
Professore Giuseppe Brotzu, Giampietro Delogu, a cui si deve la nascita
dell’Ospedale civile del paese, sino al noto, anche al
pubblico televisivo, magistrato Santi Licheri. La vivacità culturale di
Ghilarza è testimoniata anche dal ricco calendario di eventi
che hanno luogo durante l’anno, tra questi: il Mese della Cultura, dal
1977 la finestra culturale del territorio ghilarzese che vede la
partecipazione di studiosi, artisti e letterati di fama
nazionale e internazionale; di particolare interesse e suggestione per
gli appassionati della storia e delle tradizioni umane sono inoltre gli
incontri organizzati dai due gruppi folk presenti e
attivissimi nel territorio di Ghilarza e Zuri: Gli incontri di musica
popolare a cura del Gruppo Folk Onnigaza, e Ballu sardu e
Amistade organizzato dal Gruppo Folk Su Carruzu. Gli stessi gruppi
folkoristici in collaborazione con la Pro Loco di Ghilarza mantengono
viva la sfilata carnascialesca del Su Carruzu a s’antiga che
ogni anno apre le manifestazioni del Carnevale ghilarzese. Anche la
cultura per lo sport trova nel territorio di Ghilarza luogo
ideale di crescita. Sono vive e attive numerose associazioni
sportive che si occupano da decenni di trasmettere e mantenere viva una
sana pratica sportiva.
l territorio di Ghilarza è geologicamente compreso nell’altipiano
basaltico di Abbasanta, le cui origini risalgono a circa 4 milioni di
anni fa, e confina a Nord-Ovest con il Marghine, a Nord-Est con la
Barbagia di Ollolai, a Ovest con il Montiferru, a Est con il Barigadu e
a Sud con il Campidano di Oristano.
L’area è attraversata da svariati torrenti e piccoli corsi d’acqua,
appartenenti al bacino idrografico del fiume Tirso, il più grande della
Sardegna, e si affaccia, con un’incantevole e suggestiva veduta, sulla
sponda destra del Lago Omodeo.
Ghilarza è caratterizzata da un clima mite e temperato, favorito dalle
catene montuose dalle quali è protetta, rispetto alla forza dei venti
di maestrale che soffiano costantemente sull’isola, e dalla sua
altitudine sul livello del mare. Ad essi si aggiunge l’azione
mitigatrice del lago artificiale, elementi che favoriscono un’ottima
vivibilità durante tutto il corso dell’anno, limitando a poche giornate
durante l’inverno temperature prossime allo 0°. Nonostante la presenza
dell’uomo sin da tempi remoti, si conservano ampi spazi incontaminati,
ricchi di specie vegetali e faunistiche endemiche del sistema
sardo-corso. Chi si inoltra nelle campagne di Ghilarza si immerge in un
ambiente caratterizzato dalla macchia mediterranea: mirto, lentisco e
corbezzolo accompagnati da olivi e olivastro, perastro, leccio e
sugherete che in certe zone, soprattutto in prossimità dello specchio
lacustre, assumono l’aspetto di veri e propri boschi. In primavera e in
autunno è ancora possibile trovare i frutti spontanei del sottobosco
come l’antunna, i cardi e i prelibati asparagi selvatici, che uniti
alle produzioni agricole e dell’allevamento, ancora caratterizzanti
l’economica locale, sono alla base della cucina tipica tradizionale.
Numerose
le specie animali che popolano il territorio. In prossimità del lago,
tra le numerose varietà di rettili e anfibi è ancora possibile scorgere
l’euprotto o tritone sardo (noto anche come gongillus), ormai in via di
estinzione; il discoglosso sardo, un mix tra il rospo e la rana; la
raganella sarda; la tartaruga comune
(in dialetto locale tostoinu). Anche l’avifauna è ben rappresentata: è
abbastanza comune imbattersi nell’elegante volteggiare del gheppio,
rapace principe di
tutto il territorio regionale, oltre a pernici, quaglie,
passeri e rondini. Tra i mammiferi sono diffusi in tutto il territorio
l’endemica lepre sarda, il coniglio
selvatico, il cinghiale sardo, le piccola volpe sarda e altri
piccoli predatori, come la donnola e il furetto. Capita sovente di
incontrare i simpatici ricci anche
nelle periferie dei centri abitati.
l Lago Omodeo è il più grande bacino artificiale d’Europa con i suoi
600 mln di m3 di portata massima. il primo invaso, della capacità di
circa 400 mln di m3 fu creato tra il 1919 e il 1924. Anticipando i
tempi, può essere considerato a buon diritto come esempio di
“project-financing” nella storia d’Italia con la partecipazione di
capitali privati alla realizzazione di grandi opere di interesse
pubblico. La sua creazione, ad opera della Società Imprese Idrauliche
ed Elettriche del Tirso (in seguito confluita nell’ENEL), avvenne con
lo sbarramento del Tirso all’altezza de“Passo con barca” in territorio
di Ula Tirso. L’imponente opera nasce da una geniale idea dell’ing.
Angelo Omodeo – dopo approfonditi studi ed indagini sulle
caratteristiche dei suoli e delle risorse idriche della Sardegna – e la
sua realizzazione avvenne sul progetto architettonico di diga ad archi
multipli dell’ing. Luigi Kambo.
Prima nel suo genere in Italia, la sua creazione aveva il duplice scopo
di regolamentare il flusso delle acque nella media valle del Tirso, per
bonificare i terreni e migliorare sensibilmente le condizioni igienico
sanitarie dell’area, e dall’altro lato garantire l’irrigazione costante
dei Campidani e un più razionale uso delle acque in favore del
miglioramento delle tecniche e delle produzioni agricole. La centrale
idro-elettrica installata all’interno dell’impianto della vecchia diga,
sfruttando il salto delle acque per la produzione di energia, funse
inoltre da volano per l'elettrificazione della Sardegna: primo passo
verso la modernizzazione dell’economia isolana. Durante il secondo
conflitto mondiale, poichè considerato obiettivo strategicamente
sensibile del regime fascista, fu oggetto di incursioni aeree da parte
della flotta inglese, fortunatamente senza importanti conseguenze.
Il Lago Omodeo è il più grande bacino artificiale d’Europa
con i suoi 600 mln di m3 di portata massima. il primo invaso, della
capacità di circa 400 mln di m3 fu creato tra il 1919 e il
1924. Anticipando i tempi, può essere considerato a buon diritto come
esempio di “project-financing” nella storia d’Italia con la
partecipazione di capitali privati alla realizzazione di
grandi opere di interesse pubblico. La sua creazione, ad opera della
Società Imprese Idrauliche ed Elettriche del Tirso (in
seguito confluita nell’ENEL), avvenne con lo sbarramento del Tirso
all’altezza de“Passo con barca” in territorio di Ula Tirso.
L’imponente opera nasce da una geniale idea dell’ing. Angelo
Omodeo – dopo approfonditi studi ed indagini sulle caratteristiche dei
suoli e delle risorse idriche della Sardegna – e la
sua realizzazione avvenne sul progetto architettonico di diga ad archi
multipli dell’ing. Luigi Kambo.
Prima nel suo genere in Italia, la sua creazione aveva il
duplice scopo di regolamentare il flusso delle acque nella media valle
del Tirso, per bonificare i terreni e migliorare
sensibilmente le condizioni igienico sanitarie dell’area, e dall’altro
lato garantire l’irrigazione costante dei Campidani e un più razionale
uso delle acque in favore del miglioramento delle tecniche e
delle produzioni agricole. La centrale idro-elettrica installata
all’interno dell’impianto della vecchia diga, sfruttando il
salto delle acque per la produzione di energia, funse inoltre da volano
per l'elettrificazione della Sardegna: primo passo verso la
modernizzazione dell’economia isolana. Durante il secondo conflitto
mondiale, poichè considerato obiettivo strategicamente sensibile del
regime fascista, fu oggetto di incursioni aeree da parte della flotta
inglese, fortunatamente senza importanti conseguenze.
L'antica fontana de Su Cantaru venne rimossa alcuni decenni fa da
quello che era il sito originario e ricomposta altrove, pietra per
pietra, con l'intento di renderla più visibile e valorizzarla sotto
l'aspetto artistico. Si tratta di un manufatto artistico in pietra
basaltica, posto su un basamento quadrato, formato da quattro prospetti
uguali lavorati con bordature e lavabo dalle quali fuoriescono i canali
di sgrondo.
Voluta dal Consiglio Comunale nel 1866 come "edificio distributore" per
venire incontro alla carenza idrica della popolazione, venne costruita
da maestranze locali. Il collaudo definitivo avvenne nel 1868 sotto la
direzione dell'architetto Carlo Marongiu: la fonte, divenne la
principale risorsa idrica del paese.
Nel 1924, con l'arrivo dell'acqua dalla condotta pubblica che,
gradatamente, venne distribuita all'interno delle abitazioni arrivò la
decadenza. Negli anni '70 la fonte fu abbandonata e accanto venivano
scaricati i cumuli di terra necessari alla vicina fornace di tegole.
Pertanto il Comune decise di spostarla e trasferirla altrove.
Attualmente la fontana è situata nella zona orientale di Ghilarza,
vicino alla strada d'ingresso al centro abitato, isolata in un area
verde, circondata da alberi e zone pavimentate. l
primo impatto per il visitatore,nell’addentrarsi nei centri abitati di
Ghilarza, ma anche nel resto del territorio campestre, è costituito
dall’importanza della religiosità nella vita quotidiana delle due
comunità. Elemento testimoniato dalla presenza di ben 11 chiese
disseminate in tutto il territorio comunale: 7 nel centro abitato e 4
nei rispettivi novenari campestri. Oltre la chiesa parrocchiale, e la
già citata chiesa di San Giorgio, sono presenti all’interno del centro
abitato di Ghilarza altre quattro chiese, intitolate rispettivamente a:
San Palmerio, Madonna del Carmelo, Santa Lucia e Sant’Antioco a cui si
aggiunge S. Pietro di Zuri.
La chiesa di San Palmerio fu costruita nel primo quarto del secolo
XIII. Molto suggestiva è la chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo
costruita su un muraglione nuragico e circondata da un’oasi di verde.
La chiesa di S. Antioco fu terminata data 1577, risulta essere
posteriore al primitivo culto del Santo nel paese. Fino al 1840 la
chiesa risultava periferica rispetto al centro abitato, gli interventi
più importanti sulla struttura architettonica della chiesa avvennero
nel 1896 quando essa fu allungata includendo i loggiati, furono inoltre
costruite due cappelle laterali e ne fu invertito l’ingresso da ovest
ad est. Nel 1533, i
ghilarzesi costruirono un’altra chiesa da adibire a
parrocchiale, sita dove sorge quella attuale. durante quest’ultimo
rifacimento è cambiata anche la sua intito lazione in onore a Maria
Vergine Immacolata.
Le campagne del ghilarzese vantano numerosi luoghi di culto, segno di
una religiosità profonda coltivata sin dai tempi antichi: esistevano
ben sei santuari campestri in corrispondenza di altrettanti villaggi
dei quali la metà sarebbe andata distrutta nei secoli. Al limite
estremo della periferia di Ghilarza, sorge il novenario di S. Michele
Arcangelo. La sua venerazione, praticata già nella Sardegna bizantina,
è ormai certo, dalle testimonianze documentali pervenuteci, che nella
località sorgesse fino al XV secolo la chiesa di Sant Miguel di Urri.
Della chiesa non è possibile sapere quale fosse l’impianto originario
poichè essa fu riedificata nel 1702 e subì successivi restauri e
modifiche tra il XIX e il XX secolo. La facciata, restaurata di
recente, conserva i tratti dell’impianto settecentesco. Il novenario
dedicato a San Giovanni Battista è il più piccolo dei novenari
ghilarzesi, è raggiungibile proseguendo a percorre la provinciale 24 e
subito prima di arrivare al novenario di S. Serafino. La chiesetta
mostra l’impianto originario: vano rettangolare,e fino al secolo
scorso, tetto con incannuciata, il documento più antico che ne
testimonia l’esistenza risale al XIX secolo. Percorrendo per circa
quattro km la provinciale che collega Ghilarza a Fordongianus, si
arriva al novenario di S. Maria di Trempu, la cui chiesetta è dedicata
a Maria Ausiliatrice. Il santuario di Santa Maria Trempu o ad Templum.
Anche questo centro ha origini antichissime, oltre alle numerose
emergenze pre-nuragiche e nuragiche, sono stati rinvenuti numerosi
resti di epoca romana che fanno supporre la presenza di una stazione di
sosta per le truppe che percorrevano la “Karalibus Turrem”. Sotto
l’aspetto naturalistico e storico, il più interessante novenario di
Ghilarza è senz’altro quello di San Serafino, le sue origini sono
antichissime. Situato in un ampio anfiteatro naturale, nella parte più
ad Est del territorio del Guilcier, la località è stata frequentata sin
dall’ epoca preistorica e, in seguito, dai Romani e dai Bizantini,
questi ultimi artefici dell’impianto originario della chiesa e della
sua intitolazione. La chiesa, fu riedificata in epoca giudicale nel XIV
secolo sui pochi resti di quella bizantina dietro commissione della
famiglia Bas-Serra, la stessa della Giudicessa Eleonora e del Giudice
Mariano IV d’Arborea. La pianta attuale realizzata verso la fine del
XIX secolo sovrasta quella giudicale e l’aggiunta di due cappelle e la
sagrestia ha inglobato il corpo dell’abside nella struttura della
chiesa. Dell’impianto giudicale sono rimasti parte dei muri laterali,
la monofora strombata, la facciata e tutte le sculture in basso rilievo.
Il
primo impatto per il visitatore,nell’addentrarsi nei centri abitati di
Ghilarza, ma anche nel resto del territorio campestre, è costituito
dall’importanza della religiosità nella vita quotidiana delle due
comunità. Elemento testimoniato dalla presenza di ben 11 chiese
disseminate in tutto il territorio comunale: 7 nel centro abitato e 4
nei rispettivi novenari campestri. Oltre la chiesa parrocchiale, e la
già citata chiesa di San Giorgio, sono presenti all’interno del centro
abitato di Ghilarza altre quattro chiese, intitolate rispettivamente a:
San Palmerio, Madonna del Carmelo, Santa Lucia e Sant’Antioco a cui si
aggiunge S. Pietro di Zuri.
La chiesa di San Palmerio fu costruita nel primo quarto del secolo
XIII. Molto suggestiva è la chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo
costruita su un muraglione nuragico
e circondata da un’oasi di verde. La chiesa di S. Antioco fu
terminata data 1577, risulta essere posteriore al primitivo culto del
Santo nel paese. Fino al 1840 la chiesa
risultava periferica rispetto al centro abitato, gli
interventi più importanti sulla struttura architettonica della chiesa
avvennero nel 1896 quando essa fu allungata includendo i loggiati,
furono inoltre costruite due cappelle laterali e ne fu invertito
l’ingresso da ovest ad est. Nel 1533, i ghilarzesi costruirono un’altra
chiesa da adibire a parrocchiale,
sita dove sorge quella attuale. durante quest’ultimo
rifacimento è cambiata anche la sua intito lazione in onore a Maria
Vergine Immacolata.
Le campagne del ghilarzese vantano numerosi luoghi di culto, segno di
una religiosità profonda coltivata sin dai tempi antichi: esistevano
ben sei santuari campestri in corrispondenza di altrettanti villaggi
dei quali la metà sarebbe andata distrutta nei secoli. Al limite
estremo della periferia di Ghilarza, sorge il novenario di S. Michele
Arcangelo. La sua venerazione, praticata già nella Sardegna bizantina,
è ormai certo, dalle testimonianze documentali pervenuteci, che nella
località sorgesse fino al XV secolo la chiesa di Sant Miguel di Urri.
Della chiesa non è possibile sapere quale fosse l’impianto originario
poichè essa fu riedificata nel 1702 e subì successivi restauri e
modifiche tra il XIX e il XX secolo. La facciata, restaurata di
recente, conserva i tratti dell’impianto settecentesco. Il novenario
dedicato a San Giovanni Battista è il più piccolo dei novenari
ghilarzesi, è raggiungibile proseguendo a percorre la provinciale 24 e
subito prima di arrivare al novenario di S. Serafino. La chiesetta
mostra l’impianto originario: vano rettangolare,e fino al secolo
scorso, tetto con incannuciata, il documento più antico che ne
testimonia l’esistenza risale al XIX secolo. Percorrendo per circa
quattro km la provinciale che collega Ghilarza a Fordongianus, si
arriva al novenario di S. Maria di Trempu, la cui chiesetta è dedicata
a Maria Ausiliatrice. Il santuario di Santa Maria Trempu o ad Templum.
Anche questo centro ha origini antichissime, oltre alle numerose
emergenze pre-nuragiche e nuragiche, sono stati rinvenuti numerosi
resti di epoca romana che fanno supporre la presenza di una stazione di
sosta per le truppe che percorrevano la “Karalibus Turrem”. Sotto
l’aspetto naturalistico e storico, il più interessante novenario di
Ghilarza è senz’altro quello di San Serafino, le sue origini sono
antichissime. Situato in un ampio anfiteatro naturale, nella parte più
ad Est del territorio del Guilcier, la località è stata frequentata sin
dall’ epoca preistorica e, in seguito, dai Romani e dai Bizantini,
questi ultimi artefici dell’impianto originario della chiesa e della
sua intitolazione. La chiesa, fu riedificata in epoca giudicale nel XIV
secolo sui pochi resti di quella bizantina dietro commissione della
famiglia Bas-Serra, la stessa della Giudicessa Eleonora e del Giudice
Mariano IV d’Arborea. La pianta attuale realizzata verso la fine del
XIX secolo sovrasta quella giudicale e l’aggiunta di due cappelle e la
sagrestia ha inglobato il corpo dell’abside nella struttura della
chiesa. Dell’impianto giudicale sono rimasti parte dei muri laterali,
la monofora strombata, la facciata e tutte le sculture in basso rilievo.
Posta sul margine dell'altopiano, la chiesa di San Giorgio è stata
considerata nel passato "bizantina", ma sia l'aspetto esterno,
riconducibile a tradizioni locali, anche se antiche, sia la complessità
delle strutture visibili, non porgono alcuna luce sull'origine e la
genesi del monumento.
Secondo la tradizione viva ancora nel secolo scorso San Giorgio fu
prima del 1533 la chiesa parrocchiale di Ghilarza, cominciò a decadere
dopo la costruzione della chiesa di San Macario e sul finire del secolo
XVIII fu destinata a cimitero in nome della sua passata dignità
parrocchiale. Alcuni elementi essenziali in un luogo di culto mancavano
nella chiesa di San Giorgio, infatti non esisteva una struttura per la
campana, non esisteva un fonte battesimale e persino l'acquasantiera
appare rudimentale: "così bassa che bisognava curvarsi a prender
l'acqua, di pietra così rozza che pareva un truogolo mal fabbricato,
sopra alcuni ciottoli". Da tutti questi elementi prende consistenza
l'ipotesi che la chiesa di San Giorgio se veramente fu chiesa
parrocchiale doveva servire una comunità ben modesta raccolta in
piccole abitazioni intorno alla chiesa. La chiesa, di dimensioni
modeste è tutta costruita con ciottoli e fango eccetto l'absidiola
costruita in pietra da taglio rossa senza alcuna decorazione esterna.
La facciata è disadorna, la porta ad arco ribassato è sormontata da un
architrave privo di arco di scarico.
Nel 1882 furono svolti dei lavori di restauro che trasformarono in
parte l'aspetto dell'edificio.
La chiesa di San Palmerio è la custode delle antiche memorie del paese,
anzi della sue stesse origini; sorge, infatti nella regione Pantaleo
dove l'altopiano degrada lentamente verso la vallata di Chenale.
La chiesa con il suo ricco patrimonio terriero e con i
contadini che lo lavoravano costituiva una proprietà dell'arcivescovo
di Oristano. La facciata è divisa in tre specchiature da
sottili lesene concluse da arcate cieche ed è costruita in pietra da
taglio nera e rossa; l'apparato murario denota nell'accuratezza dei
conci grande abilità ed esperienza, lo stesso alternarsi
delle pietre chiare e scure ritorna nell'arco che immette nell'abside.
Le fiancate presentano nella sommità archetti a doppia ghiera.
La chiesa fu ignorata per diversi secoli ma, negli ultimi
decenni del 500, a Ghilarza, fu fondata la confraternita del rosario e
gli fu affidata come sede proprio l'antica chiesa di San
Palmerio che da allora fu chiamata chiesa del Rosario.
La devozione della Madonna del Carmelo si diffuse a Cagliari
nel 200 e in seguito nel resto dell'isola. A Santulussurgiu la
confraternita fu istituita nel 1628.
Si può ipotizzare che nello stesso periodo il culto si sia diffuso
anche a Ghilarza e sia stata costruita la chiesa. Ipotesi suggerita da
alcuni elementi architettonici. La porta maggiore presenta un arco a
tutto sesto in trachite, sostenuto da colonnine sormontate da capitelli
a testa di mazza decorati con motivi floreali. È questo un modello
diffuso nel 600 nel centro della Sardegna e visibile fino alla metà del
900 sia a Ghilarza che ad Abbasanta; in una di quelle superstiti si
leggeva la data 1603.
La chiesa era una costruzione molto modesta con il tetto di
incannicciata e capriate di legno, la pietà delle persone dotò la
chiesa di un altare in legno: al centro la Madonna e ai lati San
Raimondo e Santa Rita rimosso nel 1806. Nel 1893 furono costruiti tre
archi a sostegno della copertura e si costruì un altare in pietra, la
chiesa oggi si presenta come un vano rettangolare con copertura a falde
inclinate in cemento armato. Di fianco all'accesso meridionale si
diparte una scala che porta a un campanile a vela.
Dopo l'anno mille, contemporaneamente ad un certo risveglio culturale e
commerciale, dovuto soprattutto alla penetrazione del monachesimo
attraverso i Benedettini di Montecassino, i Vittorini di Marsiglia, e
in seguito i Camaldolesi, i Vallombrosani, ecc., con l'irruzione della
cultura romanica si registrò un grande risveglio artistico che portò
alla costruzione di numerosi edifici religiosi.
Monaci - architetti, edificatori di chiese, contribuirono alla
formazione ed all'espansione dell'arte romanica e maestranze di alta
tradizione operarono nel nostro territorio.
San Pietro di Zuri è una costruzione senza precedenti né seguito
nell'architettura sarda. La differenziano la sproporzione degli spazi
(40 x 12), il particolare campanile a vela e le sculture.
È una delle poche chiese firmate: fabbricata, come si legge
nell'epigrafe del prospetto, nel 1291 da Anselmo da Como, sotto Mariano
II d'Arborea, che governò in uno dei periodi più prosperi del giudicato
d'Arborea. Ha forme romanico-lombarde, che già fanno intravedere il
gotico nascente. È costituita in pietra da taglio. Nella facciata tre
arcate a pieno centro poggiano su pilastri; l'architrave del portale è
scolpita con figure della Madonna, di San Pietro e di altri santi.
Sopra di esso si apre una finestra rettangolare di epoca posteriore.
L'abside semi-ottagonale, gotica, ne a sostituito, verso il 1325-1350,
una semicircolare di cui resta un pilastrino con capitello a foglia.
Il grande campanile a vela è stato addossato alla facciata dopo il
1504. Un motivo decorativo interessante si trova nel capitello compreso
tra il fianco destro e il muro dell'abside, perché istoria, con una
scena di ballo sardo tradizionale, forse la più antica testimonianza di
questo motivo in una ornamentazione scultorea. L'interno è ad una
navata, illuminata da grandi monofore non comuni nelle chiese romaniche
sarde. Il tetto è a capriate a vista. Sul lato destro dell'abside si
apre una nicchia a sesto acuto con arco trilobato che poggia su due
mensoloni sostenuti da fasci di colonne ofitice con un nodo a mezza
altezza, di cui solo una originale.
La chiesa dopo la costruzione della diga e del Lago Omodeo, nel
1923-25, è stata completamente demolita e riedificata.
Contemporaneamente fu ricostruito anche il paese di Zuri.
Il
culto di S. Antioco ha in Ghilarza radici profonde, la data 1577,
riportata su una lastra di pietra, a testimonianza dell’edificazione
della chiesa, risulta essere posteriore al primitivo culto del Santo
nel paese,infatti, il nome di Antioco in Ghilarza risultava già essere
allora il più diffuso.
Fino al 1840 la chiesa risultava alquanto staccata dall’abitato, e
perciò era fornita, come negli attuali santuari campestri di muristenes
per ospitare i fedeli durante i giorni delle novene ed era inoltre in
due lati circondata da loggiati.
Nel 1832 Mons. Bua affido la chiesa al gremio degli artigiani, che in
precedenza avevano in affido la chiesa della Maddalena, ormai
impraticabile, perché vi mantenessero vivo il culto della stessa Santa.
Purtroppo l’unione non ebbe buon fine ed il culto della Maddalena si
spense di lì a poco insieme al gremio degli artigiani.
Nel 1873 venne collocato al suo interno l’antico altare della chiesa
parrocchiale.
I più significativi cambiamenti avvennero, però nel 1896 quando la
chiesa fu allungata includendo in essa i loggiati, vennero costruite
due cappelle laterali dedicate a S. Filippo Apostolo e a Nostra Signora
della Buona Morte e ne fu invertito l’ingresso da ovest ad est,
recuperando con una gradinata il dislivello antistante la nuova entrata
La chiesa di S. Antioco ebbe anche una presenza francescana
(cappuccini) intorno al 1698, che ebbe però breve vita. Pare, infatti,
che la fondazione del convento francescano si dovesse ad un lascito
testamentario di un fedele ghilarzese, insufficiente però, a detta
della autorità conventuale, a garantire una dignitosa sussistenza ai
frati e perciò la stessa autorità ne ordinò nel 1703 la definitiva
soppressione.
S. Antioco conserva due feste aprile ed il primo sabato d’agosto. Vi si
celebravano anticamente anche le novene d S. Gaetano e di Nostra
Signora della Buona Morte. Tutt’ora nella chiesa, che rappresenta un
riferimento “strategico” per la zona alta di Ghilarza viene celebrata
settimanalmente la messa festiva.
hilarza è un territorio ricco di festività che, ricorrendo
periodicamente, sono per i locali un'occasione di riscoperta delle
proprie radici e, per il turista, un'opportunità di incontro con
tradizioni e cultura della gente del posto. Le feste della tradizione,
le sagre, le manifestazioni di tipo culturale o folklorico, possono
considerarsi un momento di ritrovo in cui si festeggia divertendosi.
L’espressione comunitaria della religiosità popolare di Ghilarza si
manifesta nella grande partecipazione che si registra ancora oggi
durante le principali celebrazioni dell’anno liturgico.
Le intense rappresentazioni della settimana Santa, che hanno conservato
nei secoli i suggestivi costumi della tradizione, aperti con le
celebrazioni della Domenica delle Palme, con la benedizione delle palme
intrecciate secondo l’antica tradizione spagnola. I toccanti riti della
lavanda dei piedi del Giovedì e de S’Iscravamentu del Venerdì Santo in
cui sos Cuffrades rievocano i sacri avvenimenti nelle forme e con i
costumi di un tempo. Al culmine delle celebrazioni la suggestiva
processione de S'Incontru nella domenica della Pasqua tra il Cristo
Risorto, con il corteo che parte dalla Chiesa di San Palmerio e il
commovente incontro con la Madonna Addolorata nella piazza della Chiesa
Parrocchiale. Un elemento che contraddistingue le principali
celebrazioni religiose, e ne sottolinea la solennità, è dato dalle
forme della partecipazione popolare: l'apertura dei riti con suggestive
processioni a cavallo, apripista per i gruppi in costume tradizionale
che annunziano l’arrivo de Sas Infradicia incaricate
dell’organizzazione dei festeggiamenti religiosi, che affiancando i
Ministranti portano i vessilli e l’effige della Chiesa e dei Santi. È
così per la Pasqua, per Sa Candelora, rievocazione della presentazione
di Gesù al tempio, per i festeggiamenti in onore di San Palmerio, di
Sant’Isidoro, patrono del lavoro nei campi, e di Sant’Antioco.
In ciascun novenario campestre appare inoltre di grande suggestione
quanto si ripete da secoli in occasione dei periodi di festa quando la
statua del Santo, annunciata dal rintocco delle campane della chiesa a
lui dedicata e accompagnata dai tradizionali goloso, è portata in
processione dai novenanti come testimonianza di fede presso tutti i
muristenes che si ripopolano per l’occasione. I festeggiamenti
religiosi in onore dei Santi venerati nel territorio sono sempre
accompagnati da ricchi calendari di eventi civili, gare sportive,
esibizioni artistiche e musicali con la partecipazione dei personaggi
più noti dello spettacolo nel panorama regionale e nazionale. Grande
importanza è sempre data ai momenti di vita comunitaria che trovano la
loro più alta rappresentazione nel tradizionale Pranzo dei novenanti
caratteristico in tutti i novenari del territorio ghilarzese cui
prendono parte tutti coloro che popolano i muristenes durante il
periodo della novena in onore del Santo.