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Ghilarza





Ghilarza



nuraghe



G
hilarza e il suo territorio si trovano nel cuore del Guilceri, sulla riva destra del fiume Tirso e del grande lago, contenuti in un grandioso arco di colline.
Un terra senza tempo deve ogni secolo ha depositato sedimenti di storia, una storia scritta sulla pietra che rappresenta corpo e anima di questa regione.

Data la sua posizione geografica strategicamente rilevante e il clima salubre, la frequentazione dell’uomo nel territorio risale ad epoche remote: a darne testimonianza è la cospicua presenza di monumenti e resti di epoca prenuragica e nuragica la cui origine è databile a partire dal Neolitico recente, in cui si diffondono le grandi costruzioni nuragiche.
costia
Un elemento sicuro e di grande importanza che fa supporre l’esistenza di villaggi organizzati sin dall’epoca della dominazione romana in Sardegna, è dato dalla “a Karalibus Turrem” strada romana che attraversando la parte meridionale del territorio del Guilcieri collegava Cagliari a Porto Torres. Dagli scavi condotti tra il XVIII e il XIX secolo, son stati rinvenuti i resti di necropoli risalenti all’età romana. Alla fine dell’Impero romano seguì il dominio bizantino prevalentemente attraverso la presenza monastica soprattutto di Benedettini e Camaldolesi, che oltre ad introdurre il culto religioso dei santi orientali, contribuirono in maniera decisiva all’insegnamento di nuove pratiche agricole e all’importazione di nuove specie di coltivazioni. Queste presenze favorirono nel territorio di Ghilarza la nascita di ben quattro centri religiosi chiamati novenari, quelli di San Raffaele Arcangelo (S. Serafino), San Michele, S. Maria di Trempu e San Giovanni, attorno ai quali furono costruiti appositi alloggi per i fedeli chiamati “catalessia” o “attristente”.

casa gramsciLa fine del secolo IX coincise con un periodo di trasformazioni e riorganizzazione civile e politica, il più rilevante, è rappresentato dalla formazione dei Giudicati. La Sardegna era divisa in quattro giudicati i quali presero ciascuno il nome della regione su cui si estesero: Calari, Arborea, Torres (Logudoro), Gallura. Ogni giudicato era a sua volta diviso in curatorie. Le curatorie avevano un’estensione geografica limitata. Queste comunità, prima che amministrative e produttive, costituivano solide entità sociali. A capo vi era il curatore, che, generalmente, risiedeva nel paese più importante e dipendeva dal giudice, per il quale amministrava la giustizia. Nella villa, invece, risiedeva il majore de villa, con funzioni simili a quelle di un’attuale sindaco posto a capo del territorio facente parte del centro abitato. Guilcieri. Dal punto di vista organizzativo la vita civile ed economica era scandita dalle norme della Carta de Logu promulgata dai Giudici di Arborea. I regnanti Catalano-Aragonesi estesero la
validità del Codice a tutto il territorio isolano, al fianco dei Pregoni e dei Regolamenti emanati dall’autorità viceregia, ed esso trovò applicazione sino al passaggio
dell’isola sotto la dominazione Sabauda nel XVIII secolo.

Tra il ‘500 e il ‘600 la Sardegna visse un periodo di crisi economico-sociale legata alla diffusione di pestilenze ed epidemie che contribuirono a decimarne la popolazione. Tra ‘600 e ‘700 il territorio di Ghilarza seguì le vicende che interessarono il Regno di Sardegna fino ai successivi passaggi dalla dominazione spagnola e austriaca al Regno Sabaudo nel 1720. A tale data seguì un intenso periodo di riforme sociali e amministrative che portò l’isola, nel 1847, alla fusione amministrativa perfetta con i territori di terra ferma della famiglia Savoia, la base della creazione del Regno d’Italia. Con le riforme settecentesche e ottocentesche Ghilarza mantenne il suo status di favore divenendo sede di uno dei 53 Mandamenti in cui fu suddiviso il territorio regionale. Testimonianze dell’importanza storico-culturale di Ghilarza sono conservate presso l’Archivio Storico Comunale, uno dei più interessanti e di grande pregio, nel panorama archivistico regionale. Con la creazione del grande bacino artificiale sul Tirso, le vicende di Ghilarza e Zuri hanno subito vicende diverse e spesso in contrasto fra loro. Mentre Ghilarza ha consolidato il suo ruolo di comune guida per il territorio circostante, Zuri ha perso i suoi terreni migliori, ha subito un pesante spopolamento e da comune autonomo, è diventato frazione di Ghilarza. Nel 1852 fu fondato a Ghilarza il Circolo di lettura, uno dei sodalizi culturali più antichi in Sardegna. Queste associazioni, sorte con finalità di diffusione e crescita culturale trovavano all’epoca loro naturale sede nelle grandi città capoluogo quali Cagliari, Oristano, Sassari e Nuoro, luoghi di ritrovo per notabili, letterati e artisti. Allo stesso modo la Società Operaia di Mutuo Soccorso nata nella seconda metà del XIX secolo come associazione degli artigiani locali: una delle prime sorte in Sardegna in un periodo di profonda crisi economico-sociale, testimonia la centralità di Ghilarza e Zuri, rispetto al panorama isolano.

chiesa  
L’importanza culturale di Ghilarza, oltre alle testimonianze materiali di civiltà il cui valore è unanimemente riconosciuto, è confermata dalla folta schiera di personaggi  illustri che per nascita, per contatti e per vicende personali e familiari hanno dato lustro alla vita civile, religiosa e politica della Sardegna nel mondo. Tra essi Antonio  Gramsci; l’Ambasciatore Angelino Corrias; il Canonico Michele Licheri; Padre Giovanni Soggiu; l’avvocato Piero Soggiu, la signora Rosa Sanna Delogu, fondatrice  dell’orfanotrofio femminile e il cui nome è legato all’opera dell’Istituto Cottolengo; il Professore Giuseppe Brotzu, Giampietro Delogu, a cui si deve la nascita  dell’Ospedale civile del paese, sino al noto, anche al pubblico televisivo, magistrato Santi Licheri. La vivacità culturale di Ghilarza è testimoniata anche dal ricco  calendario di eventi che hanno luogo durante l’anno, tra questi: il Mese della Cultura, dal 1977 la finestra culturale del territorio ghilarzese che vede la partecipazione di  studiosi, artisti e letterati di fama nazionale e internazionale; di particolare interesse e suggestione per gli appassionati della storia e delle tradizioni umane sono inoltre gli  incontri organizzati dai due gruppi folk presenti e attivissimi nel territorio di Ghilarza e Zuri: Gli incontri di musica popolare a cura del Gruppo Folk Onnigaza, e Ballu  sardu e Amistade organizzato dal Gruppo Folk Su Carruzu. Gli stessi gruppi folkoristici in collaborazione con la Pro Loco di Ghilarza mantengono viva la sfilata  carnascialesca del Su Carruzu a s’antiga che ogni anno apre le manifestazioni del Carnevale ghilarzese. Anche la cultura per lo sport trova nel territorio di Ghilarza luogo  ideale di crescita. Sono vive e attive numerose associazioni sportive che si occupano da decenni di trasmettere e mantenere viva una sana pratica sportiva.


l territorio di Ghilarza è geologicamente compreso nell’altipiano basaltico di Abbasanta, le cui origini risalgono a circa 4 milioni di anni fa, e confina a Nord-Ovest con il Marghine, a Nord-Est con la Barbagia di Ollolai, a Ovest con il Montiferru, a Est con il Barigadu e a Sud con il Campidano di Oristano.
L’area è attraversata da svariati torrenti e piccoli corsi d’acqua, appartenenti al bacino idrografico del fiume Tirso, il più grande della Sardegna, e si affaccia, con un’incantevole e suggestiva veduta, sulla sponda destra del Lago Omodeo.

Ghilarza è caratterizzata da un clima mite e temperato, favorito dalle catene montuose dalle quali è protetta, rispetto alla forza dei venti di maestrale che soffiano costantemente sull’isola, e dalla sua altitudine sul livello del mare. Ad essi si aggiunge l’azione mitigatrice del lago artificiale, elementi che favoriscono un’ottima vivibilità durante tutto il corso dell’anno, limitando a poche giornate durante l’inverno temperature prossime allo 0°. Nonostante la presenza dell’uomo sin da tempi remoti, si conservano ampi spazi incontaminati, ricchi di specie vegetali e faunistiche endemiche del sistema sardo-corso. Chi si inoltra nelle campagne di Ghilarza si immerge in un ambiente caratterizzato dalla macchia mediterranea: mirto, lentisco e corbezzolo accompagnati da olivi e olivastro, perastro, leccio e sugherete che in certe zone, soprattutto in prossimità dello specchio lacustre, assumono l’aspetto di veri e propri boschi. In primavera e in autunno è ancora possibile trovare i frutti spontanei del sottobosco come l’antunna, i cardi e i prelibati asparagi selvatici, che uniti alle produzioni agricole e dell’allevamento, ancora caratterizzanti l’economica locale, sono alla base della cucina tipica tradizionale.

chiesa romanicaNumerose le specie animali che popolano il territorio. In prossimità del lago, tra le numerose varietà di rettili e anfibi è ancora possibile scorgere l’euprotto o tritone sardo (noto anche come gongillus), ormai in via di estinzione; il discoglosso sardo, un mix tra il rospo e la rana; la raganella sarda; la tartaruga comune
(in dialetto locale tostoinu). Anche l’avifauna è ben rappresentata: è abbastanza comune imbattersi nell’elegante volteggiare del gheppio, rapace principe di
 tutto il territorio regionale, oltre a pernici, quaglie, passeri e rondini. Tra i mammiferi sono diffusi in tutto il territorio l’endemica lepre sarda, il coniglio
 selvatico, il cinghiale sardo, le piccola volpe sarda e altri piccoli predatori, come la donnola e il furetto. Capita sovente di incontrare i simpatici ricci anche
nelle periferie dei centri abitati.

l Lago Omodeo è il più grande bacino artificiale d’Europa con i suoi 600 mln di m3 di portata massima. il primo invaso, della capacità di circa 400 mln di m3 fu creato tra il 1919 e il 1924. Anticipando i tempi, può essere considerato a buon diritto come esempio di “project-financing” nella storia d’Italia con la partecipazione di capitali privati alla realizzazione di grandi opere di interesse pubblico. La sua creazione, ad opera della Società Imprese Idrauliche ed Elettriche del Tirso (in seguito confluita nell’ENEL), avvenne con lo sbarramento del Tirso all’altezza de“Passo con barca” in territorio di Ula Tirso. L’imponente opera nasce da una geniale idea dell’ing. Angelo Omodeo – dopo approfonditi studi ed indagini sulle caratteristiche dei suoli e delle risorse idriche della Sardegna – e la sua realizzazione avvenne sul progetto architettonico di diga ad archi multipli dell’ing. Luigi Kambo.
Prima nel suo genere in Italia, la sua creazione aveva il duplice scopo di regolamentare il flusso delle acque nella media valle del Tirso, per bonificare i terreni e migliorare sensibilmente le condizioni igienico sanitarie dell’area, e dall’altro lato garantire l’irrigazione costante dei Campidani e un più razionale uso delle acque in favore del miglioramento delle tecniche e delle produzioni agricole. La centrale idro-elettrica installata all’interno dell’impianto della vecchia diga, sfruttando il salto delle acque per la produzione di energia, funse inoltre da volano per l'elettrificazione della Sardegna: primo passo verso la modernizzazione dell’economia isolana. Durante il secondo conflitto mondiale, poichè considerato obiettivo strategicamente sensibile del regime fascista, fu oggetto di incursioni aeree da parte della flotta inglese, fortunatamente senza importanti conseguenze.
torre aragonese  Il Lago Omodeo è il più grande bacino artificiale d’Europa con i suoi 600 mln di m3 di portata massima. il primo invaso, della capacità di circa 400 mln di m3  fu creato tra il 1919 e il 1924. Anticipando i tempi, può essere considerato a buon diritto come esempio di “project-financing” nella storia d’Italia con la  partecipazione di capitali privati alla realizzazione di grandi opere di interesse pubblico. La sua creazione, ad opera della Società Imprese Idrauliche ed  Elettriche del Tirso (in seguito confluita nell’ENEL), avvenne con lo sbarramento del Tirso all’altezza de“Passo con barca” in territorio di Ula Tirso.  L’imponente opera nasce da una geniale idea dell’ing. Angelo Omodeo – dopo approfonditi studi ed indagini sulle caratteristiche dei suoli e delle risorse  idriche  della Sardegna – e la sua realizzazione avvenne sul progetto architettonico di diga ad archi multipli dell’ing. Luigi Kambo.
 Prima nel suo genere in Italia, la sua creazione aveva il duplice scopo di regolamentare il flusso delle acque nella media valle del Tirso, per bonificare i terreni e  migliorare sensibilmente le condizioni igienico sanitarie dell’area, e dall’altro lato garantire l’irrigazione costante dei Campidani e un più razionale uso delle  acque in favore del miglioramento delle tecniche e delle produzioni agricole. La centrale idro-elettrica installata all’interno dell’impianto della vecchia diga,  sfruttando il salto delle acque per la produzione di energia, funse inoltre da volano per l'elettrificazione della Sardegna: primo passo verso la modernizzazione dell’economia isolana. Durante il secondo conflitto mondiale, poichè considerato obiettivo strategicamente sensibile del regime fascista, fu oggetto di incursioni aeree da parte della flotta inglese, fortunatamente senza importanti conseguenze.
L'antica fontana de Su Cantaru venne rimossa alcuni decenni fa da quello che era il sito originario e ricomposta altrove, pietra per pietra, con l'intento di renderla più visibile e valorizzarla sotto l'aspetto artistico. Si tratta di un manufatto artistico in pietra basaltica, posto su un basamento quadrato, formato da quattro prospetti uguali lavorati con bordature e lavabo dalle quali fuoriescono i canali di sgrondo.

Voluta dal Consiglio Comunale nel 1866 come "edificio distributore" per venire incontro alla carenza idrica della popolazione, venne costruita da maestranze locali. Il collaudo definitivo avvenne nel 1868 sotto la direzione dell'architetto Carlo Marongiu: la fonte, divenne la principale risorsa idrica del paese.

Nel 1924, con l'arrivo dell'acqua dalla condotta pubblica che, gradatamente, venne distribuita all'interno delle abitazioni arrivò la decadenza. Negli anni '70 la fonte fu abbandonata e accanto venivano scaricati i cumuli di terra necessari alla vicina fornace di tegole. Pertanto il Comune decise di spostarla e trasferirla altrove.

Attualmente la fontana è situata nella zona orientale di Ghilarza, vicino alla strada d'ingresso al centro abitato, isolata in un area verde, circondata da alberi e zone pavimentate.
san palmeriol primo impatto per il visitatore,nell’addentrarsi nei centri abitati di Ghilarza, ma anche nel resto del territorio campestre, è costituito dall’importanza della religiosità nella vita quotidiana delle due comunità. Elemento testimoniato dalla presenza di ben 11 chiese disseminate in tutto il territorio comunale: 7 nel centro abitato e 4 nei rispettivi novenari campestri. Oltre la chiesa parrocchiale, e la già citata chiesa di San Giorgio, sono presenti all’interno del centro abitato di Ghilarza altre quattro chiese, intitolate rispettivamente a: San Palmerio, Madonna del Carmelo, Santa Lucia e Sant’Antioco a cui si aggiunge S. Pietro di Zuri.
La chiesa di San Palmerio fu costruita nel primo quarto del secolo XIII. Molto suggestiva è la chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo costruita su un muraglione nuragico e circondata da un’oasi di verde. La chiesa di S. Antioco fu terminata data 1577, risulta essere posteriore al primitivo culto del Santo nel paese. Fino al 1840 la chiesa risultava periferica rispetto al centro abitato, gli interventi più importanti sulla struttura architettonica della chiesa avvennero nel 1896 quando essa fu allungata includendo i loggiati, furono inoltre costruite due cappelle laterali e ne fu invertito l’ingresso da ovest ad est. Nel 1533, i
 ghilarzesi costruirono un’altra chiesa da adibire a parrocchiale, sita dove sorge quella attuale. durante quest’ultimo rifacimento è cambiata anche la sua intito lazione in onore a Maria Vergine Immacolata.
Le campagne del ghilarzese vantano numerosi luoghi di culto, segno di una religiosità profonda coltivata sin dai tempi antichi: esistevano ben sei santuari campestri in corrispondenza di altrettanti villaggi dei quali la metà sarebbe andata distrutta nei secoli. Al limite estremo della periferia di Ghilarza, sorge il novenario di S. Michele Arcangelo. La sua venerazione, praticata già nella Sardegna bizantina, è ormai certo, dalle testimonianze documentali pervenuteci, che nella località sorgesse fino al XV secolo la chiesa di Sant Miguel di Urri. Della chiesa non è possibile sapere quale fosse l’impianto originario poichè essa fu riedificata nel 1702 e subì successivi restauri e modifiche tra il XIX e il XX secolo. La facciata, restaurata di recente, conserva i tratti dell’impianto settecentesco. Il novenario dedicato a San Giovanni Battista è il più piccolo dei novenari ghilarzesi, è raggiungibile proseguendo a percorre la provinciale 24 e subito prima di arrivare al novenario di S. Serafino. La chiesetta mostra l’impianto originario: vano rettangolare,e fino al secolo scorso, tetto con incannuciata, il documento più antico che ne testimonia l’esistenza risale al XIX secolo. Percorrendo per circa quattro km la provinciale che collega Ghilarza a Fordongianus, si arriva al novenario di S. Maria di Trempu, la cui chiesetta è dedicata a Maria Ausiliatrice. Il santuario di Santa Maria Trempu o ad Templum. Anche questo centro ha origini antichissime, oltre alle numerose emergenze pre-nuragiche e nuragiche, sono stati rinvenuti numerosi resti di epoca romana che fanno supporre la presenza di una stazione di sosta per le truppe che percorrevano la “Karalibus Turrem”. Sotto l’aspetto naturalistico e storico, il più interessante novenario di Ghilarza è senz’altro quello di San Serafino, le sue origini sono antichissime. Situato in un ampio anfiteatro naturale, nella parte più ad Est del territorio del Guilcier, la località è stata frequentata sin dall’ epoca preistorica e, in seguito, dai Romani e dai Bizantini, questi ultimi artefici dell’impianto originario della chiesa e della sua intitolazione. La chiesa, fu riedificata in epoca giudicale nel XIV secolo sui pochi resti di quella bizantina dietro commissione della famiglia Bas-Serra, la stessa della Giudicessa Eleonora e del Giudice Mariano IV d’Arborea. La pianta attuale realizzata verso la fine del XIX secolo sovrasta quella giudicale e l’aggiunta di due cappelle e la sagrestia ha inglobato il corpo dell’abside nella struttura della chiesa. Dell’impianto giudicale sono rimasti parte dei muri laterali, la monofora strombata, la facciata e tutte le sculture in basso rilievo.

torre san palmerioIl primo impatto per il visitatore,nell’addentrarsi nei centri abitati di Ghilarza, ma anche nel resto del territorio campestre, è costituito dall’importanza della religiosità nella vita quotidiana delle due comunità. Elemento testimoniato dalla presenza di ben 11 chiese disseminate in tutto il territorio comunale: 7 nel centro abitato e 4 nei rispettivi novenari campestri. Oltre la chiesa parrocchiale, e la già citata chiesa di San Giorgio, sono presenti all’interno del centro abitato di Ghilarza altre quattro chiese, intitolate rispettivamente a: San Palmerio, Madonna del Carmelo, Santa Lucia e Sant’Antioco a cui si aggiunge S. Pietro di Zuri.
La chiesa di San Palmerio fu costruita nel primo quarto del secolo XIII. Molto suggestiva è la chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo costruita su un muraglione nuragico
 e circondata da un’oasi di verde. La chiesa di S. Antioco fu terminata data 1577, risulta essere posteriore al primitivo culto del Santo nel paese. Fino al 1840 la chiesa
 risultava periferica rispetto al centro abitato, gli interventi più importanti sulla struttura architettonica della chiesa avvennero nel 1896 quando essa fu allungata includendo i loggiati, furono inoltre costruite due cappelle laterali e ne fu invertito l’ingresso da ovest ad est. Nel 1533, i ghilarzesi costruirono un’altra chiesa da adibire a parrocchiale,
 sita dove sorge quella attuale. durante quest’ultimo rifacimento è cambiata anche la sua intito lazione in onore a Maria Vergine Immacolata.
Le campagne del ghilarzese vantano numerosi luoghi di culto, segno di una religiosità profonda coltivata sin dai tempi antichi: esistevano ben sei santuari campestri in corrispondenza di altrettanti villaggi dei quali la metà sarebbe andata distrutta nei secoli. Al limite estremo della periferia di Ghilarza, sorge il novenario di S. Michele Arcangelo. La sua venerazione, praticata già nella Sardegna bizantina, è ormai certo, dalle testimonianze documentali pervenuteci, che nella località sorgesse fino al XV secolo la chiesa di Sant Miguel di Urri. Della chiesa non è possibile sapere quale fosse l’impianto originario poichè essa fu riedificata nel 1702 e subì successivi restauri e modifiche tra il XIX e il XX secolo. La facciata, restaurata di recente, conserva i tratti dell’impianto settecentesco. Il novenario dedicato a San Giovanni Battista è il più piccolo dei novenari ghilarzesi, è raggiungibile proseguendo a percorre la provinciale 24 e subito prima di arrivare al novenario di S. Serafino. La chiesetta mostra l’impianto originario: vano rettangolare,e fino al secolo scorso, tetto con incannuciata, il documento più antico che ne testimonia l’esistenza risale al XIX secolo. Percorrendo per circa quattro km la provinciale che collega Ghilarza a Fordongianus, si arriva al novenario di S. Maria di Trempu, la cui chiesetta è dedicata a Maria Ausiliatrice. Il santuario di Santa Maria Trempu o ad Templum. Anche questo centro ha origini antichissime, oltre alle numerose emergenze pre-nuragiche e nuragiche, sono stati rinvenuti numerosi resti di epoca romana che fanno supporre la presenza di una stazione di sosta per le truppe che percorrevano la “Karalibus Turrem”. Sotto l’aspetto naturalistico e storico, il più interessante novenario di Ghilarza è senz’altro quello di San Serafino, le sue origini sono antichissime. Situato in un ampio anfiteatro naturale, nella parte più ad Est del territorio del Guilcier, la località è stata frequentata sin dall’ epoca preistorica e, in seguito, dai Romani e dai Bizantini, questi ultimi artefici dell’impianto originario della chiesa e della sua intitolazione. La chiesa, fu riedificata in epoca giudicale nel XIV secolo sui pochi resti di quella bizantina dietro commissione della famiglia Bas-Serra, la stessa della Giudicessa Eleonora e del Giudice Mariano IV d’Arborea. La pianta attuale realizzata verso la fine del XIX secolo sovrasta quella giudicale e l’aggiunta di due cappelle e la sagrestia ha inglobato il corpo dell’abside nella struttura della chiesa. Dell’impianto giudicale sono rimasti parte dei muri laterali, la monofora strombata, la facciata e tutte le sculture in basso rilievo.
Posta sul margine dell'altopiano, la chiesa di San Giorgio è stata considerata nel passato "bizantina", ma sia l'aspetto esterno, riconducibile a tradizioni locali, anche se antiche, sia la complessità delle strutture visibili, non porgono alcuna luce sull'origine e la genesi del monumento.
Secondo la tradizione viva ancora nel secolo scorso San Giorgio fu prima del 1533 la chiesa parrocchiale di Ghilarza, cominciò a decadere dopo la costruzione della chiesa di San Macario e sul finire del secolo XVIII fu destinata a cimitero in nome della sua passata dignità parrocchiale. Alcuni elementi essenziali in un luogo di culto mancavano nella chiesa di San Giorgio, infatti non esisteva una struttura per la campana, non esisteva un fonte battesimale e persino l'acquasantiera appare rudimentale: "così bassa che bisognava curvarsi a prender l'acqua, di pietra così rozza che pareva un truogolo mal fabbricato, sopra alcuni ciottoli". Da tutti questi elementi prende consistenza l'ipotesi che la chiesa di San Giorgio se veramente fu chiesa parrocchiale doveva servire una comunità ben modesta raccolta in piccole abitazioni intorno alla chiesa. La chiesa, di dimensioni modeste è tutta costruita con ciottoli e fango eccetto l'absidiola costruita in pietra da taglio rossa senza alcuna decorazione esterna. La facciata è disadorna, la porta ad arco ribassato è sormontata da un architrave privo di arco di scarico.
Nel 1882 furono svolti dei lavori di restauro che trasformarono in parte l'aspetto dell'edificio.
La chiesa di San Palmerio è la custode delle antiche memorie del paese, anzi della sue stesse origini; sorge, infatti nella regione Pantaleo dove l'altopiano degrada lentamente verso la vallata di Chenale.

san pietro  La chiesa con il suo ricco patrimonio terriero e con i contadini che lo lavoravano costituiva una proprietà dell'arcivescovo di Oristano. La facciata è divisa in tre  specchiature da sottili lesene concluse da arcate cieche ed è costruita in pietra da taglio nera e rossa; l'apparato murario denota nell'accuratezza dei conci  grande abilità ed esperienza, lo stesso alternarsi delle pietre chiare e scure ritorna nell'arco che immette nell'abside. Le fiancate presentano nella sommità  archetti a doppia ghiera.

 La chiesa fu ignorata per diversi secoli ma, negli ultimi decenni del 500, a Ghilarza, fu fondata la confraternita del rosario e gli fu affidata come sede proprio  l'antica chiesa di San Palmerio che da allora fu chiamata chiesa del Rosario.

 La devozione della Madonna del Carmelo si diffuse a Cagliari nel 200 e in seguito nel resto dell'isola. A Santulussurgiu la confraternita fu istituita nel 1628.

Si può ipotizzare che nello stesso periodo il culto si sia diffuso anche a Ghilarza e sia stata costruita la chiesa. Ipotesi suggerita da alcuni elementi architettonici. La porta maggiore presenta un arco a tutto sesto in trachite, sostenuto da colonnine sormontate da capitelli a testa di mazza decorati con motivi floreali. È questo un modello diffuso nel 600 nel centro della Sardegna e visibile fino alla metà del 900 sia a Ghilarza che ad Abbasanta; in una di quelle superstiti si leggeva la data 1603.

La chiesa era una costruzione molto modesta con il tetto di incannicciata e capriate di legno, la pietà delle persone dotò la chiesa di un altare in legno: al centro la Madonna e ai lati San Raimondo e Santa Rita rimosso nel 1806. Nel 1893 furono costruiti tre archi a sostegno della copertura e si costruì un altare in pietra, la chiesa oggi si presenta come un vano rettangolare con copertura a falde inclinate in cemento armato. Di fianco all'accesso meridionale si diparte una scala che porta a un campanile a vela.

Dopo l'anno mille, contemporaneamente ad un certo risveglio culturale e commerciale, dovuto soprattutto alla penetrazione del monachesimo attraverso i Benedettini di Montecassino, i Vittorini di Marsiglia, e in seguito i Camaldolesi, i Vallombrosani, ecc., con l'irruzione della cultura romanica si registrò un grande risveglio artistico che portò alla costruzione di numerosi edifici religiosi.
Monaci - architetti, edificatori di chiese, contribuirono alla formazione ed all'espansione dell'arte romanica e maestranze di alta tradizione operarono nel nostro territorio.

San Pietro di Zuri è una costruzione senza precedenti né seguito nell'architettura sarda. La differenziano la sproporzione degli spazi (40 x 12), il particolare campanile a vela e le sculture.
È una delle poche chiese firmate: fabbricata, come si legge nell'epigrafe del prospetto, nel 1291 da Anselmo da Como, sotto Mariano II d'Arborea, che governò in uno dei periodi più prosperi del giudicato d'Arborea. Ha forme romanico-lombarde, che già fanno intravedere il gotico nascente. È costituita in pietra da taglio. Nella facciata tre arcate a pieno centro poggiano su pilastri; l'architrave del portale è scolpita con figure della Madonna, di San Pietro e di altri santi. Sopra di esso si apre una finestra rettangolare di epoca posteriore. L'abside semi-ottagonale, gotica, ne a sostituito, verso il 1325-1350, una semicircolare di cui resta un pilastrino con capitello a foglia.

Il grande campanile a vela è stato addossato alla facciata dopo il 1504. Un motivo decorativo interessante si trova nel capitello compreso tra il fianco destro e il muro dell'abside, perché istoria, con una scena di ballo sardo tradizionale, forse la più antica testimonianza di questo motivo in una ornamentazione scultorea. L'interno è ad una navata, illuminata da grandi monofore non comuni nelle chiese romaniche sarde. Il tetto è a capriate a vista. Sul lato destro dell'abside si apre una nicchia a sesto acuto con arco trilobato che poggia su due mensoloni sostenuti da fasci di colonne ofitice con un nodo a mezza altezza, di cui solo una originale.

La chiesa dopo la costruzione della diga e del Lago Omodeo, nel 1923-25, è stata completamente demolita e riedificata. Contemporaneamente fu ricostruito anche il paese di Zuri.

santa maria trempuIl culto di S. Antioco ha in Ghilarza radici profonde, la data 1577, riportata su una lastra di pietra, a testimonianza dell’edificazione della chiesa, risulta essere posteriore al primitivo culto del Santo nel paese,infatti, il nome di Antioco in Ghilarza risultava già essere allora il più diffuso.
Fino al 1840 la chiesa risultava alquanto staccata dall’abitato, e perciò era fornita, come negli attuali santuari campestri di muristenes per ospitare i fedeli durante i giorni delle novene ed era inoltre in due lati circondata da loggiati.
Nel 1832 Mons. Bua affido la chiesa al gremio degli artigiani, che in precedenza avevano in affido la chiesa della Maddalena, ormai impraticabile, perché vi mantenessero vivo il culto della stessa Santa. Purtroppo l’unione non ebbe buon fine ed il culto della Maddalena si spense di lì a poco insieme al gremio degli artigiani.
Nel 1873 venne collocato al suo interno l’antico altare della chiesa parrocchiale.
I più significativi cambiamenti avvennero, però nel 1896 quando la chiesa fu allungata includendo in essa i loggiati, vennero costruite due cappelle laterali dedicate a S. Filippo Apostolo e a Nostra Signora della Buona Morte e ne fu invertito l’ingresso da ovest ad est, recuperando con una gradinata il dislivello antistante la nuova entrata
La chiesa di S. Antioco ebbe anche una presenza francescana (cappuccini) intorno al 1698, che ebbe però breve vita. Pare, infatti, che la fondazione del convento francescano si dovesse ad un lascito testamentario di un fedele ghilarzese, insufficiente però, a detta della autorità conventuale, a garantire una dignitosa sussistenza ai frati e perciò la stessa autorità ne ordinò nel 1703 la definitiva soppressione.
S. Antioco conserva due feste aprile ed il primo sabato d’agosto. Vi si celebravano anticamente anche le novene d S. Gaetano e di Nostra Signora della Buona Morte. Tutt’ora nella chiesa, che rappresenta un riferimento “strategico” per la zona alta di Ghilarza viene celebrata settimanalmente la messa festiva.
hilarza è un territorio ricco di festività che, ricorrendo periodicamente, sono per i locali un'occasione di riscoperta delle proprie radici e, per il turista, un'opportunità di incontro con tradizioni e cultura della gente del posto. Le feste della tradizione, le sagre, le manifestazioni di tipo culturale o folklorico, possono considerarsi un momento di ritrovo in cui si festeggia divertendosi. L’espressione comunitaria della religiosità popolare di Ghilarza si manifesta nella grande partecipazione che si registra ancora oggi durante le principali celebrazioni dell’anno liturgico.

Le intense rappresentazioni della settimana Santa, che hanno conservato nei secoli i suggestivi costumi della tradizione, aperti con le celebrazioni della Domenica delle Palme, con la benedizione delle palme intrecciate secondo l’antica tradizione spagnola. I toccanti riti della lavanda dei piedi del Giovedì e de S’Iscravamentu del Venerdì Santo in cui sos Cuffrades rievocano i sacri avvenimenti nelle forme e con i costumi di un tempo. Al culmine delle celebrazioni la suggestiva processione de S'Incontru nella domenica della Pasqua tra il Cristo Risorto, con il corteo che parte dalla Chiesa di San Palmerio e il commovente incontro con la Madonna Addolorata nella piazza della Chiesa Parrocchiale. Un elemento che contraddistingue le principali celebrazioni religiose, e ne sottolinea la solennità, è dato dalle forme della partecipazione popolare: l'apertura dei riti con suggestive processioni a cavallo, apripista per i gruppi in costume tradizionale che annunziano l’arrivo de Sas Infradicia incaricate dell’organizzazione dei festeggiamenti religiosi, che affiancando i Ministranti portano i vessilli e l’effige della Chiesa e dei Santi. È così per la Pasqua, per Sa Candelora, rievocazione della presentazione di Gesù al tempio, per i festeggiamenti in onore di San Palmerio, di Sant’Isidoro, patrono del lavoro nei campi, e di Sant’Antioco.

In ciascun novenario campestre appare inoltre di grande suggestione quanto si ripete da secoli in occasione dei periodi di festa quando la statua del Santo, annunciata dal rintocco delle campane della chiesa a lui dedicata e accompagnata dai tradizionali goloso, è portata in processione dai novenanti come testimonianza di fede presso tutti i muristenes che si ripopolano per l’occasione. I festeggiamenti religiosi in onore dei Santi venerati nel territorio sono sempre accompagnati da ricchi calendari di eventi civili, gare sportive, esibizioni artistiche e musicali con la partecipazione dei personaggi più noti dello spettacolo nel panorama regionale e nazionale. Grande importanza è sempre data ai momenti di vita comunitaria che trovano la loro più alta rappresentazione nel tradizionale Pranzo dei novenanti caratteristico in tutti i novenari del territorio ghilarzese cui prendono parte tutti coloro che popolano i muristenes durante il periodo della novena in onore del Santo.



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fonte: http://www.comune.ghilarza.or.it/comune_ghilarza/export/sites/default/www/SezioniPrincipali/Ghilarza










 

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