osa (in sardo Bosa) è un comune di
circa 8.000 abitanti della
provincia di Oristano, nella antica regione della Planargia.
Geografia
Bosa è un esempio pressoché unico per la Sardegna di città edificata
accanto all'estuario di un fiume, il Temo, che è navigabile con
imbarcazioni a basso pescaggio per circa 5-6 chilometri. Si è
sviluppata in una frazione marina (Bosa Marina), frequentata stazione
balneare con un porto che include l'isola Rossa, prima della foce del
fiume.
Storia
Preistoria e periodo romano
Narra una leggenda che Calmedia, moglie o figlia di Sardo,
giunta nella vallata attraversata dal Temo, colpita dalla bellezza dei
luoghi, abbia deciso di fermarsi e di fondare una città che
da lei avrebbe preso nome. La città di Calmedia, nella località oggi
detta Calameda, sarebbe stata nell'antichità un fiorente centro
culturale, e avrebbe per secoli convissuto con la vicina
Bosa, con cui si sarebbe infine confusa. In realtà, già un'epigrafe
fenicia (oggi perduta), databile al IX secolo a.C., documenta
per la prima volta l'esistenza di un etnico collettivo Bs'n, riferito
alla popolazione di questo luogo. Il nome della città fu dunque fin
dall'origine Bosa, un toponimo forse mediterraneo, d'incerta
etimologia. L'etnico latino bosanus è attestato ancora in un'iscrizione
della prima età imperiale, e il nome di Bosa compare in
questa forma in Tolomeo nell'Itinerario di Antonino, nella Cosmografia
dell'Anonimo Ravennate, e per tutto il Medioevo. La zona fu
abitata già in epoca preistorica e protostorica, come
dimostrano le numerose Domus de janas (per es. a Coroneddu,
Ispilluncas, Monte Furru, Silattari, Tentizzos) e i nuraghi
(per es. a Monte Furru). Nulla di certo si conosce dello stanziamento
fenicio-punico. I Fenici dovettero usare per l'approdo la foce del
fiume Temo (allora all'altezza di Terrìdi), riparata dalle mareggiate
dall'Isola Rossa, e dal maestrale dal colle di Sa Sea.
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Forse proprio lì, o secondo l'ipotesi maggiormente accettata nella vallata di
Messerchimbe, più all'interno e sulla sponda sinistra del fiume,
svilupparono un centro abitato. Qualche studioso (Antonietta Boninu,
Marcello Madau), in base alla conformazione del luogo, sostiene che in
età cartaginese il sito urbano fosse bensì all'altezza di Messerchimbe,
ma sulla riva destra, mentre sull'altra sponda si sarebbero concentrate
l'area sacra e la necropoli. In tal caso si potrebbe pensare a uno
sdoppiamento e a una progressiva traslazione dell'abitato in età
bizantina, con un nuovo agglomerato formatosi intorno alla cattedrale,
sul sito della vecchia necropoli: nel caso di Bosa appunto a
Messerchimbe, dove i dati archeologici testimoniano un centro
altomedioevale, e dove sarebbe sorta in seguito la cattedrale di S.
Pietro. In età romana la città, che in un primo tempo pare aver
mantenuto l'ordinamento punico, con la magistratura dei suffeti,
divenne, forse dalla prima età imperiale, un municipio con un proprio
ordine di decurioni. Attraversata dalla strada costiera occidentale,
che superava il Temo a Pont'ezzu, Bosa era collegata direttamente a sud
con Cornus (presso l'odierna S. Caterina di Pittinuri) ed a nord con
Carbia (N. S. di Calvia, località situata alla periferia di Alghero).
Del porto di Terrìdi restano ancora tracce di bitte per l’attracco
delle barche.
Medioevo
In età bizantina, come si è detto, l'abitato era posto con sicurezza
sulla riva sinistra del Temo, presso il luogo della chiesa di S. Pietro
extra muros. La città subì per tutto il medioevo le scorrerie degli
Arabi. Tuttavia non perse la sua importanza: fu capoluogo della
Curatoria di Planargia, nel Giudicato di Logudoro e sede vescovile. In
un periodo compreso tra il sesto e il settimo decennio del Mille ed il
1073 si provvide alla costruzione della chiesa cattedrale dedicata a s.
Pietro. Le date vengono fornite da due documenti epigrafici presenti
nella chiesa: il primo è rappresentato da un'iscrizione incisa sul
concio di una lesena absidale che, secondo una recente rilettura
operata dallo studioso Giuseppe Piras, attesta l'atto di consacrazione
e posa della prima pietra dell'edificio romanico celebrato dal vescovo
Costantino de Castra (in passato il titulus veniva erroneamente
riferito all'attività di un presunto architetto di nome Sisinius Etra);
il secondo è costituito da un'epigrafe, collocata nella navata
centrale, che ricorda l'anno di ultimazione dei lavori promossi dal
vescovo, il 1073 appunto. La decisione di Costantino de Castra (primo
vescovo di Bosa di cui si abbia notizia) di intitolare a S. Pietro la
cattedrale bosana può essere forse intesa come segno di schieramento
dalla parte del pontefice romano dopo lo scisma ortodosso del 1054:
infatti Costantino de Castra, come sappiamo da una lettera del 1073 del
Papa Gregorio VII, fu impegnato personalmente nella propaganda
cattolica presso i Giudici della Sardegna e nello stesso anno ricevette
da Gregorio VII la nomina ad arcivescovo di Torres. Con l'edificazione
del castello dei Malaspina (secondo lo storico G. F. Fara 1112 o 1121,
secondo uno studio recentissimo 1271) sul colle di Serravalle, due
chilometri più a valle e sulla riva destra del fiume, si pensa che la
popolazione abbia cominciato gradualmente a trasferirsi sulle pendici
dell'altura, che garantiva una maggior protezione contro le incursioni
arabe, finché nella zona di Calameda non restò solo la cattedrale di S.
Pietro.
Periodo aragonese e
spagnolo
Nel
1297 il Papa Bonifacio VIII istituì un Regno di Sardegna e Corsica, che
concesse al re Giacomo II d'Aragona. I Malaspina, temendo l'invasione
aragonese, potenziarono il castello con una torre maestra che ricorda
quelle cagliaritane dell'elefante e di S. Pancrazio (1305 e 1307),
costruite da Giovanni Capula, il quale aveva forse edificato anche
quella bosana (1300). Tuttavia il 2 novembre 1308 Moruello, Corrado e
Franceschino Malaspina cedettero il castello di Bosa a Giacomo II.
Negli anni successivi la famiglia lunense dovette nondimeno mantenere i
proprii diritti sul castello, se una cronaca sarda del Quattrocento
sostiene che nel 1317 essa lo cedette al Giudicato d'Arborea. Ad ogni
modo, a seguito dell'alleanza tra l'Arborea e l'Aragona, Pietro Ortis
prese possesso del castello di Bosa per conto dell'infante
Alfonso d'Aragona, col consenso degli Arborensi. I Malaspina uscirono
però definitivamente dalla storia bosana solo quando l'11 giugno 1326
Azzo e Giovanni delegarono il fratello Federico nelle trattative col re
d'Aragona per la cessione di Bosa e della Curatoria di Planargia.
Passarono solo due anni, e il 1 maggio 1328 Alfonso il Magnanimo, re
d'Aragona, concesse in feudo il castello al giudice arborense Ugone II
Cappai de Baux: la città e il suo territorio entrarono allora a far
parte delle terre extra iudicatum dell'Arborea. Il figlio di Ugone,
Mariano IV, ruppe però l'alleanza con gli Aragonesi, e nel suo
tentativo di unificare la Sardegna sotto di sé fece imprigionare, nel
dicembre del 1349, il fratello Giovanni, Signore
di Bosa dal 1335, e fedele alla vecchia alleanza. Il castello
di Bosa era una roccaforte di grande importanza strategica per il
controllo della Sardegna, e tanto Mariano quanto Pietro IV il
Cerimonioso, desiderosi di impossessarsene, cercarono di farselo cedere
dalla moglie di Giovanni, la catalana Sibilla di Moncada; ma ella tirò
per le lunghe le trattative, finché il 20 giugno 1352 Mariano lo prese
con la forza. Bosa fu quindi sotto il controllo dei giudici d'Arborea
Ugone III (1376-'83), ed Eleonora Cappai de Baux (1383-1404), che ne
fecero la loro roccaforte nella guerra contro gli Aragonesi; alle
trattative di pace tra Eleonora e Giovanni I d'Aragona, il 24 gennaio
1388, la città inviò il proprio podestà con centouno rappresentanti che
firmarono gli atti, separatamente dal castellano e dai funzionarii e
rappresentanti feudali. L'esistenza a quel tempo di un'organizzazione
comunale, oltre che da questo fatto, è dimostrata dai quattro capitoli
degli statuti di Bosa citati in un atto notarile seicentesco. La città
era dunque divisa tra la parte di pertinenza del castello, e quindi
soggetta al feudatario (che si suole oggi identificare, pur senza vere
prove, col
quartiere di Sa Costa, privo di chiese perché avrebbe fatto
capo a quella del castello), e il libero comune (identificato oggi col
quartiere di Sa Piatta), retto dagli statuti. La guerra però
riprese, e quando gli Aragonesi il 30 giugno 1409 sconfissero il nuovo
Giudice Guglielmo III Cappai di Narbona a Sanluri, il
Giudicato d'Arborea, ultimo dei regni sardi indipendenti,
cessò di esistere, e l'anno successivo Bosa passò definitivamente sotto
il controllo della Corona d'Aragona. Poco dopo la conquista
aragonese, il 15 giugno 1413, Bosa e la Planargia furono unite al
patrimonio regio, e la città, riconosciuti privilegii e
consuetudini, fu organizzata come un comune catalano.
L'organo cittadino era il consiglio generale, col potere di deliberare,
dal quale erano scelti i cinque consiglieri, uno per ogni
classe di censo, che formavano l'organo esecutivo; il primo consigliere
rivestiva la funzione di sindaco, e rappresentava la città. D'altra
parte il castello era tenuto da un capitano o castellano, di
nomina regia, che curava la difesa; il re nominava anche il doganiere o
maggiore del porto, il mostazzaffo (ufficiale incaricato di
sorvegliare il commercio), e il podestà, che amministrava la giustizia
e controllava per conto della corona l'operato dei
consiglieri. Alle dipendenze del consiglio era poi
l'ufficiale che governava la Planargia. In teoria tutte le cariche
dovevano essere ricoperte da Sardi nativi o residenti a Bosa
o nella Planargia; ma sebbene questo diritto fosse stato ribadito più
volte, di fatto venne spesso calpestato. Tra la città e il castello la
convivenza non fu pacifica, e al parlamento sardo del 1421 i sindaci
Nicolò de Balbo e Giacomo de Milia ottennero dal re la destituzione del
castellano Pietro di San Giovanni. Sotto il regno di Giovanni II
d'Aragona a Bosa funzionò anche una zecca, che emetteva monete di
mistura del valore di un minuto, destinate a una circolazione locale.
Qualcuna di esse si conseva tuttora. Il 23 settembre 1468 il castellano
di Bosa, Giovanni di Villamarina, capitano generale della flotta reale,
ottenne in feudo perpetuo (secundum morem Italie) la città, il castello
e la Planargia di Bosa (con le ville di Suni, Sagama, Tresnuraghes,
Sindia, Magomadas, Tinnura e Modolo), di cui divenne barone. Il
Villamarina tuttavia prestò omaggio alla città e ne mantenne
sostanzialmente le istituzioni. In questi tempi Bosa si trovò ad avere
il singolare privilegio di partecipare a tutti i tre stamenti del
parlamento sardo, attraverso il feudatario (braccio militare), il
vescovo (braccio ecclesiastico) e i delegati dei cittadini (braccio
reale). Nel 1478 il castello di Serravalle vide la fine delle ultime
speranze di indipendenza dei Sardi, quando il marchese di Oristano,
Leonardo Alagòn, vinto a Macomer, trovò in città l'ultimo rifugio,
prima di essere catturato da una nave spagnola, mentre fuggiva per mare
verso Genova. Ereditata da Bernardo di Villamarina il 24 dicembre 1479
alla morte del padre, Bosa ottenne sempre maggiori privilegii
commerciali, spesso ai danni della vicina e rivale Alghero, che ne
fecero una città prospera. Il 30 settembre 1499 una prammatica di
Ferdinando il Cattolico la inserì tra le città reali, concedendole i
privilegii connessi a tale titolo; essa restò tuttavia infeudata ai
Villamarina, di cui anzi il 18 luglio 1502 divenne possedimento
allodiale. La fioritura continuò anche sotto la figlia di Bernardo,
Isabella, che la resse tra il 1515/18 e il 1559, facendole guadagnare
terreno nei mercati dell'isola anche su Oristano. Ma proprio allora
l'economia bosana doveva subire un duro colpo. Nel 1527, durante la
guerra tra la Francia di Francesco I e l'Impero di Carlo V, mentre i
lanzichenecchi saccheggiavano Roma, i Francesi contesero alla corona di
Spagna il possesso della Sardegna. Entrati a Sassari alla fine di
dicembre, la saccheggiarono, incutendo terrore nelle altre città sarde.
I Bosani, per impedire un assalto della flotta francese comandata da
Andrea Doria, reagirono l'anno successivo ostruendo con dei massi la
foce del Temo, forse a S'Istagnone, determinando però in questo modo il
rapido decadimento del porto, e l'inizio di un lungo periodo di
straripamenti del Temo che resero l'ambiente malsano. Da allora le
imbarcazioni presero ad attraccare all'Isola Rossa. Morta senza eredi
Isabella di Villamarina, il re Filippo II di Spagna sequestrò il
territorio riunendolo al patrimonio regio. Da allora Bosa divenne a
tutti gli effetti una città reale, cessando di essere sotto un'autorità
feudale. Nel 1565, per ordine del re, e su richiesta dello stamento
militare, vennero tradotti in lingua catalana gli statuti di Bosa,
originariamente in italiano o in sardo. Probabilmente intorno al 1580,
nell'ambito del progetto di fortificazione delle coste sarde, fu
costruita la torre dell'Isola Rossa, già citata dal Fara
nella sua Corografia della Sardegna. Dal 1583 l'amministrazione di essa
fu demandata ad un alcaide, che vi risiedeva insieme alla sua
guarnigione composta da un artigliere e quattro soldati. Il
1591 fu per la cultura bosana un anno straordinario. In quell'anno
infatti fu consacrato vescovo Giovanni Francesco Fara, il
padre della storiografia sarda. Egli diresse la chiesa bosana soltanto
per sei mesi, durante i quali visitò tutte le parrocchie; ma
subito convocò il sinodo diocesano (10-12 giugno 1591), e con
le sue costituzioni riorganizzò la diocesi secondo i canoni tridentini.
Con tutta probabilità si deve a lui la costituzione
dell'archivio diocesano e l'avvio della redazione dei cinque libri, il
cui documento più antico conservato oggi è del 1594.
All'interessamento del Fara dovette probabilmente la libertà
e la possibilità di uscire di prigione il poeta bosano Pietro Delitala,
uno tra i primi autori sardi ad usare nella sua opera la
lingua italiana. Dal carcere indirizzò alcuni sonetti di supplica al
vescovo, e da altre liriche si evince che nel 1590 era tornato in
libertà. Trascorse i suoi ultimi anni a Bosa, dove prese moglie ed ebbe
cinque figli, fu podestà della città e Cavaliere nello Stamento
Militare del Parlamento del Regno di Sardegna. A Bosa operava già dal
1569 come canonico della cattedrale anche Gerolamo Araolla, il maggiore
poeta in lingua sarda dell'età spagnola, che vi compose le sue opere
(Sa vida, su martiriu et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu
et Gianuariu, e Rimas diversas spirituales), e fu forse anche alcaide
del castello di Serravalle nella prima decade del Seicento. Il periodo
postridentino vide anche l'arrivo a Bosa dei Cappuccini, che vi
edificarono il loro convento (1609); e la fondazione delle
confraternite della S. Croce e del Rosario, e dei gremii dei sarti e
calzolai e dei fabbri. Il nuovo secolo fu però un periodo di grande
decadenza, come per tutti i dominii spagnoli, anche per Bosa. Apertosi
con la grave inondazione del 1606, funestato dalla peste (1652-'56), da
un violento incendio (1663), dalla grande carestia del 1680, dalle
continue incursioni ottomane e dalla forte recessione economica, vide
precipitare la popolazione dai circa 9000 abitanti del 1609 ai 4372 del
1627, ridotti ancora a 2023 nel 1688. Non dovette giovare molto la
concessione dello statuto di porto franco da parte del re Filippo IV,
nel 1626. Poco dopo, nel 1629, con la concessione della Planargia in
feudo a don Antonio Brondo, Bosa perdeva anche i contributi in grano
dell'entroterra. Tuttavia verso la fine del secolo, in seguito a vari
passaggi di mano del feudo che, poverissimo e spopolato, era caduto nel
disinteresse dei suoi signori, la città ne riprese di fatto il
controllo.
Vista del paese dal Castello Malaspina.
Periodo sabaudo
Passata con l'intera Sardegna agli Asburgo nel 1714, quindi ai Savoia
nel 1718-'20, la città riacquistò via via una certa importanza: già nel
1721 le barche coralline napoletane furono autorizzate a far quarantena
anche nel porto di Bosa, e di conseguenza fu inaugurato un lazzaretto a
S. Giusta. La popolazione era andata in quegli anni progressivamente
aumentando, tanto che dai 3335 abitanti del 1698, si era giunti nel
1728 a 3885, e nel 1751 a 4609. Nel 1750 Carlo Emanuele III autorizzò
un gruppo di coloni provenienti dalla Morea a insediarsi su una parte
del territorio di Bosa: fu così fondato il paese di S. Cristoforo, in
seguito chiamato Montresta. Gli immigrati, però, furono insediati in
territorii fino ad allora usati dai pastori bosani: non ebbero perciò
vita facile, e furono oggetto dell'aperta ostilità della città, spesso
sfociata in fatti di sangue, cosicché un secolo dopo, secondo l'Angius,
delle famiglie greche restavano due soli membri. Interessante per
questo periodo è la relazione nel 1770 della visita che il Viceré
Vittorio Ludovico de Hayes compì anche a Bosa: venne segnalato lo stato
d'abbandono degli ufficii ed in particolare degli archivii. Il 4 maggio
1807 Bosa divenne capoluogo di provincia per un decreto del re Vittorio
Emanuele I. Nel 1927 venne istituita la Provincia di Nuoro e Bosa venne
accorpata ad essa.
Dall'unità d'Italia a
oggi
La
città conobbe nell'Ottocento un incremento demografico progressivo ma
lento: la popolazione passò via via dai 5600 abitanti del 1821 ai 6260
del 1844, ai 6403 del 1861, ai 6696 del 1881, ai 6846 del 1901. Si
sviluppò tuttavia l'attività della concia delle pelli (sulla sinistra
del Temo, negli edificii noti come sas Conzas), mentre le vecchie mura
vennero abbattute e già alla metà del XIX secolo la città si ampliò
verso il mare, secondo le indicazioni del piano d'ornato di Pietro
Cadolini (1867). Il rinnovamento delle vecchie infrastrutture, come il
ponte sul Temo (1871), e le nuove costruzioni, quali l'acquedotto
(1877) e la rete fognaria, che posero rimedio all'ambiente insalubre
della città, o la strada ferrata a scartamento ridotto per Macomer,
segnarono un risveglio che soltanto dopo la grande guerra conobbe un
sensibile rallentamento. Nel 1869, dopo decennii di richieste, si cercò
di ridar vita anche al porto, ormai scomparso da più di trecento anni,
congiungendo l'Isola Rossa alla terraferma, senza però che si
ottenessero risultati apprezzabili. Le opere pubbliche di questi anni
diedero al centro un aspetto dignitoso ancora oggi pienamente fruibile;
tuttavia per il comune di allora, accanto al miglioramento delle
condizioni di vita, significarono anche un forte indebitamento, che con
gli anni, sommandosi alla pressione fiscale voluta dal ministero, diede
origine a una rivolta popolare (14 aprile 1889). La popolazione conobbe
un'evoluzione relativamente modesta anche nel corso del Novecento (8632
abitanti nel 1971, ma 7935 nel 2001) ed è proprio grazie a questa sua
scarsa vitalità che Bosa ha potuto mantenere una fisionomia storica
sconosciuta in molti altri centri della Sardegna. Negli ultimi decenni
l'espansione urbana ha portato al congiungimento del centro alla
marina, con interventi edilizi come due nuovi ponti, il primo
all'altezza di Terrìdi (anni '80) e il secondo (esclusivamente
pedonale) presso il centro storico (anno 2000), che hanno almeno in
parte alterato il sapore tradizionale del suo ambiente. Oggi per di
più, anche in seguito all'apertura della litoranea per Alghero, la
città è avviata verso un rilancio turistico, che se rappresenta
un'opportunità economica per gli abitanti, rischia di compromettere
definitivamente il suo carattere. Nel maggio 2005, in attuazione della
Legge Regionale di riforma delle circoscrizioni provinciali della
Sardegna, il comune di Bosa è passato dalla Provincia di Nuoro alla
Provincia di Oristano.
Monumenti
* Cattedrale dell'Immacolata:
Sorta su una preesistente costruzione risalente al XII secolo, più
volte rimaneggiata in epoca successiva, la cattedrale di Bosa,
intitolata alla Madonna Immacolata, venne realizzata a partire dal
1803, quando il Capitolo vescovile ne affidava il rifacimento al
capomastro locale Salvatore Are al quale, in un secondo tempo si
affiancherà il sassarese Ramelli. Il nuovo edificio venne solennemente
consacrato – a cantiere ancora aperto – dal vescovo mons. Murro nel
luglio 1809, mentre per il completamento dei lavori si dovette
attendere l’anno successivo. L’edificio è costituito da un’ampia navata
voltata a botte in cui si aprono quattro cappelle sul lato sinistro e
tre sul destro. L’ampio presbiterio rialzato è coperto da una cupola
impostata su tamburo ottagonale. All’ingresso, a destra, si apre il
cosiddetto Cappellone, che si presenta come edificio autonomo dotato di
altari e di un presbiterio rialzato coperto da cupola. Sotto l’egida
del vescovo Eugenio Cano, negli anni settanta dell’Ottocento, la
cattedrale bosana è oggetto di interventi di abbellimento, che vanno
dalle decorazioni pittoriche realizzate dal parmense Emilio Scherer al
rifacimento dell’organo – originariamente costruito dal lucchese
Giuseppe Crudeli nel 1810 e del quale si conserva la cassa neoclassica
– operato nel 1875 dai fabbricanti modenesi Tommaso Piacentini e
Antonio Battani di Frassinoro (Modena).
Negli incantevoli fondali di Bosa Marina è possibile praticare
l'immersione subacquea con autorespiratore. Alcune strutture
organizzate dirette da istruttori e guide esperte consentono di
disporre di tutte le attrezzature quali apparecchi di respirazione,
mute, pinne, maschere, veicoli subacquei e di superficie. Tra le
strutture meglio organizzate Bosa Diving Center iscritto all'albo della
Regione Sardegna. Tra le immersioni più famose: Secca di Capo
Marrargiu, Secca di Cala e Moros, Grotte della Casa del vento, Secca di
Corona Niedda, Secca di Su Puntillone, Secca delle Piramidi. Biologia
subacquea: Tra le numerose specie viventi presenti nel mare di Bosa ve
ne sono alcune meritevoli di catalogazione tra le specie poco diffuse
in mediterraneo. Corinactis virydis di un bel colore lilla colonizza la
sommità della secca di Su Puntillone 13 km a sud di Bosa Marina. é una
specie endemica atlantica poco diffuso in Mediterraneo. A proposito
degli sport praticabili a Bosa si ricorda il canottaggio, che con il
"Circolo Canottieri G.Sannio" ha raggiunto i massimi livelli in
Sardegna; sono stati raggiunti ottimi risultati e piazzamenti anche a
livello nazionale. Nella stagione agonistica del 2007 i canottieri del
Sannio hanno portato a casa tutti i trofei regionali.
Bosani celebri
Benito Urgu (Oristano, 12 gennaio 1939) cantante,comico e cabarettista
italiano;oristanese di nascita,ma di famiglia bosana.
Amministrazione comunale
Sindaco: --- (giunta caduta) dal 28/05/2006
Centralino del comune: 0785 368000
Posta elettronica: non_disponibile
Spiagge
* Cala Managu - Spiaggia di Cala Managu
* Cala Cumpoltitu - Spiaggia di Cala
Cumpoltitu
* Abba Drucche - Spiagge in località
S'Abba Drucche
* Bosa Marina - Spiaggia di Bosa Marina
(chiamata anche le Colonie perché li ci vanno, d'estate, i bambini che
sono iscritti in colonie di tutta l'Italia.
* Turas - Spiaggia di Turas
Le tradizioni e la cultura popolare bosana, sia civili che
religiose, offrono al visitatore momenti di grande suggestione. Il
primo appuntamento dell’anno è quello del Carnevale. Per
l’occasione Bosa esplode in un carosello di maschere tradizionali ed
estemporanee che fanno vivere alla città un lungo periodo
gioioso. In primavera gli appuntamenti di rilievo sono: la settimana
Santa, ricca di suggestive processioni religiose, la festa dei SS.
Pietro e Paolo che vede riaprirsi per l'occasione la
cattedrale romanica di S. Pietro (1062), che viene raggiunta in barca
dai fedeli, la festa Patronale dei SS. Emilio e
Priamo e quella, dedicata al mondo contadino, di S. Isidoro. In piena
estate due appuntamenti di grande impatto scenico sono, la prima
domenica d’Agosto, S. Maria del mare, la festa dei pescatori
dedicata alla Madonna loro protettrice che viene accompagnata, lungo il
fiume, da un pittoresco corteo di barche addobbate. Nel
secondo fine settimana di Settembre la festa dedicata a Nostra Signora
di Regnos Altos popola i vicoli del centro storico dei
cosiddetti "altarittos", realizzati dagli abitanti del quartiere di "Sa
Costa", e di lunghe tavolate in cui turisti e residenti si mescolano
festosamente gustando bevande e piatti tipici della
gastronomia locale. Un artigianato sapiente, rinomato per la
lavorazione del corallo, della filigrana d'oro e dei suoi
pregiati ed esclusivi filet. Nella parte più bassa, quasi nascoste fra
le alte case, si trovano le suggestive cantine dove è possibile gustare
la profumata Malvasia di Bosa D.O.C., un vino dal ricco
sapore dal colore ambrato.
Nel suggestivo corso Vittorio Emanuele si trova la casa museo "Casa
Deriu", la quale ospita sia mostre permanenti, come quella dedicata a
Melkiorre Melis, che itineranti.
Atza: autoritratto bosano 1983Fronte "Casa Deriu", sempre sul Corso
Vittorio Emanuele, dal 2001 è stata allestita,
dall'assessorato alla cultura del Comune di Bosa, una mostra
permanente dedicata al pittore Antonio Atza che occasionalmente ospita
opere Scherer: Bosa Marina 1904anche di altri artisti, tra cui dal 21
luglio 2002 quelle di Emilio Scherer.
Occasionalmente, sopratutto nel periodo estivo, vengono allestite
mostre e manifestazioni artistiche di vario genere anche nella torre
Saracena dell'Isola Rossa a Bosa Marina.