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Martis
Scritto da MARALB
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Martis
Martis
Storia
-
L
'antico paese di Martis nasce nei pressi di aree di rilevante
interesse storico e archeologico della cui testimonianza restano
importanti segni e documenti che attendono in larga misura di essere
studiati ed interpretati. I reperti, i resti e gli scritti, numerosi e
diversificati, sono tali da abbracciare una parte consistente della
storia umana. I materiali litici di Pantallinu (Perfugas), Sa Coa de Sa
Multa (Laerru) e Serra Preideru (Martis) risultano essere a tutt'oggi i
soli ritrovamenti ascrivibili al Paleolitico medio-inferiore della
Sardegna, databili fra 120.000 e 500.000 anni fa. Si tratta di utensili
come raschiatoi e grattatoi scheggiati dagli uomini preistorici nella
selce, una roccia durissima assai diffusa nella regione anglonese
proveniente dagli strati sedimentari del lacustre miocenico. Ad un
periodo molto più recente risalgono i reperti, ritrovati in quantità
importanti soprattutto alle falde di Monte Franco costituiti da
utensili ceramici o in pietra silicea lavorata, fabbricati da uomini
del Neolitico vissuti in questa regione intorno a 6000 anni fa. Sul
territorio si elevano 12 nuraghi alcuni dei quali in precario stato di
conservazione, distribuiti in particolare lungo l'altipiano che borda
la valle di Badde Traes, sui rilievi di Monte Franco e Monte Seine e
nel settore sud-orientale del territorio comunale (Murrone e Spinalva),
al confine con i comuni di Chiaramonti e Perfugas. Meritano di essere
menzionati il nuraghe Sas Molas, un monotorre dalla caratteristica
alternanza cromatica dei filari di trachite rossa e di calcare bianco e
il nuraghe Monte Franco che domina dall'alto dell' omonimo colle una
area vastissima che offre uno splendido panorama. Così come attestato
dallo stesso nome del paese che sembra suggerire un chiaro riferimento
al dio romano Marte, e alla probabile presenza di un piccolo tempietto
a lui dedicato (Fanum Martis), lo stanziamento umano su queste terre è
proseguito poi ininterrottamente nel tempo, lasciando sempre, dietro di
sè, vestigia importanti. La presenza in loco di legioni romane è
attestata dal ritrovamento in località Sa Balza di una epigrafe in
calcare con iscrizione deprecatoria dedicata all'imperatore Massimino.
Il centro storico del paese mostra tuttora pregevoli testimonianze di
architettura civile, con palazzine abbellite da cornicioni con
pregevoli modanature, balconcini in ferro battuto, maestosi portali,ed
eleganti e tipiche altane. Come in altri paesi della Sardegna, a Martis
è facile osservare caratteristiche porte e finestre contornate con
eleganti mostre lapidee che impreziosiscono prospetti solitamente
semplici. Gli architravi in calcare, spesso riutilizzati, sono in gran
parte opera dei picapedrers di scuola catalana, (XVI-XVII sec.) ben
riconoscibili dal tipico arco inflesso, accompagnato o alternato da
simboli religiosi e floreali. In altri architravi troviamo
rappresentazioni antropomorfe affiancate da clipei con figurazioni
araldiche o simboliche. Narra la leggenda che Martis sia stato fondato
dai superstiti di una guerra tra due villaggi vicini:uno situato su
Monte Franco, detto Tathari e l'altro denominato Marte. La guerra
scoppiò, secondo la fantasia popolare, in seguito al rapimento della
principessa di Tathari, Bolentina che, disonorata dal principe del
villaggio di
Marte, si suicidò. Un gruppo di uomini, donne e bambini si
era rifugiato in uno degli ultimi boschi impenetrabili. Scappava da
inseguitori, che avevano il volto massacrato da bestie e da
demoni. Erano alti il doppio degli indigeni ed erano armati di clave e
assalivano senza dire parola. Nascosto nella macchia del
sottobosco, il gruppo dei vinti aspettava con terrore l'alba,
quando gli apparve una figura di amazzone, che si muoveva dentro un
alone di luce. Disse loro di nascondersi sugli alberi, il più
alto possibile, e di non avere paura, perché sarebbero successe cose
strane. Gli uomini scelsero le querce più grandi e si
collocarono nei punti più alti. Prima dell'alba arrivarono
gli uomini mascherati, silenziosi e lanciando pietre tra i rami. I più
vecchi avevano dei tizzoni accesi. In brevissimo tempo il
bosco cominciò a bruciare. Ma in quel momento accaddero due fatti
strani: si levò un vento forte, che, soffiando rasoterra, investì i
mascherati: le querce cominciarono a scricchiolare e a
pietrificarsi. Quando il bosco si fu pietrificato tutto, i rami più
bassi si spezzarono e, travolti dalla bufera andarono a
colpire gli uomini mascherati. Essi persero la maschera e si vide che
non avevano testa. Cominciarono a fuggire, finché non arrivarono ad un
fiume, che li trascinò via. A mezzogiorno gli uomini rividero
la bella amazzone che, nel suo alone di luce li salutava con la mano.
La cascata di triulintas nella valle di Badde Traes
Geologia Lineamenti geologici e aspetti
del paesaggio. Pur essendo una terra di grande stabilità, la Sardegna
ha subito, nel corso dei tempi, notevolissime vicissitudini geologiche.
Trascurando le vicende legate a tempi più remoti e soffermandoci
all'era Terziaria, vediamo che è allora che l'isola raggiunse l'odierna
fisionomia strutturale a conclusione di straordinari fenomeni
geodinamici. Questi determinarono l'apertura dei mari Ligure e Tirreno
e il distacco dal continente europeo, conclusosi con una rotazione di
tutta la zolla Corso-Sarda fino al raggiungimento della posizione
attuale. Da allora altri imponenti fenomeni geologici hanno via via
modificato la fisionomia dell'isola: grandiose manifestazioni
vulcaniche e soprattutto invasioni del mare sulla terra ferma e i
successivi arretramenti, legati a bilanciamenti di natura isostatica e
all'alternarsi di periodi glaciali e temperati. Nell'Anglona, di cui il
territorio di Martis costituisce una piccola porzione, l'insieme di
questi fenomeni ha imposto un complesso strutturale costituito da
effusioni vulcaniche e da importanti sedimenti lacustri ai quali si
sono sovrapposte le formazioni marine terminali. Le rocce più diffuse
della regione risultano quindi essere le andesiti, le ignimbriti e le
cineriti tra le vulcaniche; i sabbioni silicei, le marne e i calcari
fossiliferi tra quelle marine. In tutto il territorio tra Chiaramonti,
Perfugas e Bulzi affiora infine la cosiddetta formazione lacustre che,
contemporanea probabilmente ai sedimenti cineritici, ingloba accanto
alle potenti liste di selce i grandiosi resti della foresta miocenica.
La rete idrografica, scorrendo fra rilievi calcarei dal profilo a
meseta come Monte Franco e Monte Seine e valli sospese testimoni di una
antica linea paleogeografica, ha modellato i lineamenti morfologici
della regione costruendo una serie di vallecole con versanti inclinati
a forte pendenza. Il piccolo paese di Martis, che si trova al centro
dell'Anglona ed ha un territorio comunale di appena 22 Kmq modellato in
rilievi collinari piuttosto dolci con valli profonde incise in rocce di
tipo vulcanico e sedimentario, conserva tuttora delle zone di grande
interesse paesaggistico ed ambientale. Come, ad esempio, la profonda
gola di Badde Traes, scavata dal Rio Masino (noto anche come Rio
Iscaneddu) nelle andesiti oligo-mioceniche, unica valle della regione i
cui versanti si ergono a strapiombo sull'alveo del torrente. Lungo
queste alte pareti, che raggiungono anche un centinaio di metri di
dislivello, sono evidenti le nicchie concave prodotte dal distacco di
alcune frane di crollo dovute all'azione erosiva degli agenti
atmosferici sulla roccia. Le sponde di questa forra, colorate dal rosso
delle trachiti e dal verde della vegetazione, incorniciano il sinuoso
corso del torrente in un quadro naturalistico di notevole suggestione.
Un gradino di una quindicina di metri in località Triulintas, a valle
della confluenza del Rio Pontisella nel Rio Masino, origina una cascata
che contribuisce ad esaltare la bellezza dell'intera vallata. Il
Miocene in Sardegna Il Miocene, periodo preterminale dell'era terziaria
compreso tra l'Oligocene e il Pliocene, ha avuto una durata di circa 18
Ma che va all'incirca da 23 a 5 milioni di anni fa; un'inezia rispetto
alla lunghissima vita della Terra, ma un'eternità se paragonata al
breve calendario delle vicissitudini umane, contrassegnato peraltro da
un'infinità di eventi geologici e biologici fondamentali
nell'evoluzione del pianeta intero. Il sollevamento delle Alpi,
ingressioni e regressioni marine, una forte attività vulcanica sono
alcune delle più importanti manifestazioni che hanno caratterizzato il
periodo. Per quanto riguarda la Sardegna poi, esso assume una
importanza eccezionale perché è molto probabile che durante il Miocene
si sia conclusa la rotazione dell'isola nel Mar Mediterraneo,
cominciata con il distacco dalla microzolla dal continente europeo.
Sono infatti proprio documenti di natura paleontologica come la
presenza della Valserina, fossile marino del dominio Pirenaico -
Alpino, nei calcari cretacei di Capo Caccia, che attestano la
provenienza europea dell'isola prima che andasse alla deriva nel
Mediterraneo Occidentale. Molte sono le testimonianze fossili del
Miocene in Sardegna, ma si tratta per lo più di fossili marini che ci
permettono di conoscere con buona approssimazione le popolazioni dei
mari interni dell'isola e la loro conformazione. Sono assai meno
numerosi i resti di animali terrestri, tra i quali emerge la recente
scoperta della fauna ad Oreopiteco e Maremmia L. di Fiumesanto,
riferibile al Tortoniano, che attesta come la Sardegna sia stata
popolata nel
Miocene da scimmie antropomorfe, antilopi, gazzelle, giraffe,
coccodrilli ecc., che vivevano in un ambiente probabilmente simile a
quello dei loro discendenti attuali. Più numerose sono le testimonianze
paleobotaniche legate a sedimentazioni in bacini lacustri e salmastri
impostatisi in seguito alla regressione delle
acque del mare, fra le quali spicca la foresta fossile dell'Anglona. Se
opportunamente studiati, questi fossili potrebbero aprire uno squarcio
importante nel
velo confuso della conoscenza del quadro paleoecologico della Sardegna
miocenica. (a cura di Piero Solinas)
Gruppo di concrezioni fossili a Carrucana
La Foresta Pietrificata di Carrucana - Era il 1° Febbraio del
1979 quando per la prima volta venni a contatto con la Foresta
Pietrificata dell'Anglona. Si trattava di portare avanti l'oneroso
compito di fare un censimento di resti fossili di cui nulla o quasi si
conosceva. Lo svolgimento del lavoro ha poi via via sviluppato un
interesse imprevisto, che le prime ricerche di carattere scientifico
condotte con il geologo Antonio Pinna, hanno moltiplicato. Si trattava,
infatti, di inoltrarsi in un mondo estinto, apparentemente freddo,
formato da uno sterminato esercito di mute pietre. Invece, man mano che
procedevamo, quello strano contatto evocava una realtà lontanissima
fatta di foreste, animali e ambienti così sconosciuti e misteriosi da
esercitare un fascino irresistibile in noi che cercavamo in qualche
modo di penetrarvi. Fu così che, partendo dalle anse morbide del Rio
Altana, scoprimmo una realtà più vasta, che riguardava non solo il
territorio dei comuni di Perfugas e Martis, di cui già si aveva qualche
notizia, ma si estendeva anche oltre i comuni di Bulzi, Laerru,
Chiaramonti, S.M. Coghinas, interessando in pratica tutta quell'area
della bassa Anglona che nel Miocene era manifestamente occupata da un
vasto bacino lacustre. L'origine di questi monumenti naturali a forma
d'albero è legata a fenomeni di trasformazione consumatisi diversi
milioni d'anni fa in uno scenario fantastico di laghi, foreste e
vulcani che, come in un grandioso laboratorio d'alchimia, ad un certo
punto cominciarono ad interferire tra loro, concorrendo a produrre le
magie della metamorfosi degli antichi vegetali in antenati di pietra.
L'esistenza di un antico lago, circondato da un paesaggio assai
dissimile da quello attuale e immerso in un clima anch'esso diverso,
popolato da un gran numero di piante e animali progenitori delle faune
e delle flore attuali, è, infatti, certificata proprio dall'abbondanza
di questi fossili vegetali e dagli strati rocciosi nei quali si
annidano. Lo studio dei reperti fossili, per altro lungo e difficile,
consente, in effetti, di trarre talvolta non solo notizie sul tipo
d'albero o di pianta in genere che attraverso strani processi
chimico-fisici si mineralizzarono, ma, comparandole a quelle attuali e
alla loro distribuzione geografica, consente anche di tentare in
qualche modo una ricostruzione di quel che era l'ambiente nel quale
prosperavano. Fu così che, dal connubio delle esigenze di tutela
sancite dalla legge n° 1089/39 e delle speranze di poter un giorno
esplorare i remoti misteri del passato, nacque in noi l'idea che la
soluzione ottimale sarebbe stata la realizzazione di un parco
paleobotanico. Una tale struttura da un lato avrebbe sancito la fine
del periodo dell'abbandono e della predazione, e dall'altro avrebbe
potuto decretare la nascita di una nuova era dove la conoscenza, la
valorizzazione e la salvaguardia di quel grandioso patrimonio
paleontologico e naturalistico costituito dai resti della foresta
fossile anglonese, avrebbero potuto fondersi in un'unica operazione. La
foresta pietrificata la Paleontologia come" trait d'union" fra rocce ed
esseri viventi La storia della vita sulla Terra, che racchiude in sé
anche la piccolissima appendice costituita dalla nascita e
dall'evoluzione della specie umana, ha inizio molte centinaia di
milioni d'anni fa. I primissimi esseri viventi, apparsi circa tre
miliardi e mezzo di anni fa nell'oceano primordiale, erano degli
organismi semplicissimi, costituiti da una sola cellula sprovvista di
nucleo (organismi procarioti) e per oltre due miliardi di anni rimasero
i soli esseri presenti sul pianeta. Da quando invece apparvero i primi
esseri complessi (organismi pluricellulari), circa 700 milioni di anni
fa, la vita sulla terra è andata sviluppandosi assai rapidamente
creando svariate forme animali e vegetali che nella quotidiana lotta
per la sopravvivenza si sono trovate più o meno preparate alle
modificazioni naturali dell'ambiente in cui erano nate. Il pronto
adattamento alle mutate condizioni ha salvato molte specie che sono
così sopravvissute anche a straordinarie catastrofi ambientali, mentre
tantissime altre forme animali e vegetali andavano estinguendosi
ineluttabilmente. Solo i vari avvenimenti che hanno portato alla
fossilizzazione dei loro resti, hanno permesso la comprensione sia del
fenomeno dell'evoluzione, che ha tramandato nel tempo la vita di molte
specie viventi, sia del passaggio sulla terra di altre specie che
invece non sono giunte fino ai nostri giorni. Poiché l'evento della
fossilizzazione degli organismi dotati di vita e quello della
litificazione degli strati sono aspetti dello stesso fenomeno di
formazione delle rocce sedimentarie, risulta evidente che lo studio dei
primi (Paleontologia) è intimamente legato a quello delle seconde
(Geologia) e non può quindi prescinderne. Affondando i suoi strumenti
in epoche così remote d'altronde la Paleontologia ricostruisce gli
ambienti vitali succedutisi nel corso del tempo e fornisce in questo
senso un preziosissimo strumento per indagare sul passato stesso della
crosta terrestre. D'altra parte, poiché il riconoscimento della fauna e
della flora fossile non sarebbe possibile senza una approfondita
conoscenza della biologia attuale, rimane evidente che la
Paleontologia, così come consente di conoscere il quadro evolutivo
della vita dai suoi albori con apparizioni ed estinzioni di specie
animali o vegetali, potrà aiutarci anche a capire la situazione
evolutiva di gran parte delle specie viventi, costituendo in tal modo
una sorta di ponte insostituibile tra passato e futuro. In un'area
tettonicamente abbastanza tranquilla come quella anglonese inoltre
l'analisi approfondita della successione degli strati può fornire
quella documentazione stratigrafica necessaria e fondamentale per la
ricostruzione approssimata di un quadro paleoambientale applicabile non
solo all'Anglona ma anche a diverse altre regioni che in un periodo tra
i 17 e i 13 milioni di anni fa, nel Miocene medio, furono
caratterizzate da scenari ambientali simili a quello in esame. La
foresta fossile anglonese: un bene inestimabile L'enigmatico e
affascinante fenomeno che ha trasformato in pietra gli alberi di una
rigogliosa foresta del passato, è legato alle grandiose e spettacolari
scenografie di un'epoca segnata da intense manifestazioni vulcaniche.
La vastità del bacino lacustre, culla della fossilizzazione, ha
impedito la formazione di un unico ambiente di sedimentazione omogeneo
in tutte le sue parti, creando invece distinti microambienti nei quali
le diverse condizioni chimico-fisiche hanno prodotto differenti
tipologie fossili. Così oggi possiamo ammirare accanto ai giganteschi
manicotti d'incrostazione tipici di Carrucana, le splendide
permineralizzazioni a opale, calcedonio o a grossi cristalli di quarzo
e perfino le incredibili silicizzazioni che hanno portato alla totale
trasformazione del vegetale in minerale fin nei dettagli più minuti. È
quest'ultima tipologia di fossilizzazione, che denominiamo
istometabasi, quella che ha fornito quei reperti, pochi in verità, che
sono stati studiati e dai quali è stato possibile identificare
Callitrixylon e il Tetraclinoxylon anglonae, una pianta simile ad un
albero che oggi vive in Andalusia e nell'Africa settentrionale ed il
cui olotipo si trova presso l'Istituto di Botanica dell'Università di
Camerino. Un fenomeno dunque grandioso, come detto, sia nella forma sia
nell'ampiezza, che ha interessato un'area enorme (oltre 100 kmq) che
oggi s'identifica con i territori di Perfugas, Bulzi, Laerru, Martis e
persino qualche lembo di Chiaramonti e S.M.Coghinas. Un fenomeno anche
raro, soprattutto nella sua perfezione, che ha prodotto per la Sardegna
uno straordinario patrimonio culturale, fotografando un'epoca nella
quale la specie umana non si profilava nemmeno all'orizzonte. Un
fenomeno, infine, che occorre studiare in profondità, analizzare
attentamente per capire le vicissitudini più lontane di questa terra,
per cercare di ricostruire un paesaggio e un ambiente assai remoti, ma
tuttavia presenti con le loro preziose testimonianze. Una ricchezza che
poche regioni possiedono, da custodire quindi gelosamente e, nel
rispetto della loro magnifica senilità, da utilizzare anche per i
vantaggi economici delle collettività attuali. Il recente passato Nel
periodo che va dal 1978 ad oggi la Soprintendenza Archeologica di
Sassari, in ottemperanza alla legge n° 1089 del 1939 che si occupa
anche dei beni di natura paleontologica, ha potuto svolgere, dapprima
attraverso l'opera della cooperativa Sarda Ce.Ar. e in seguito
direttamente tramite l'attività del Settore Geopaleontologico, una
costante azione di vigilanza e tutela sull'area delle foreste
pietrificate dell'Anglona, in una posizione di continua allerta per
contrastare efficacemente l'azione di vandali locali e forestieri.
Costoro avevano prodotto, negli anni precedenti, enormi danni al
patrimonio naturalistico utilizzando i reperti, strappati agli strati
fossiliferi, per gli usi più disparati, come ad esempio la
realizzazione di muretti di recinzione o di piedistalli votivi; ma
soprattutto contribuendo ad alimentare un fiorente commercio che ha
portato i fossili anglonesi ad arricchire le bacheche di collezionisti
stranieri, nel solco di una nefasta usanza che accomuna fossili e
minerali sardi. Negli ultimi vent'anni questi fenomeni si sono
inizialmente attenuati fino a scomparire del tutto. La presenza e
l'attività della Soprintendenza hanno, infatti, da un lato intimorito i
predatori e dall'altro incoraggiato le amministrazioni comunali che,
come quella di Martis, finalmente comprendendo l'importanza del bene di
cui erano state ignare detentrici, recentemente sono divenute
sostenitrici di una fondamentale azione di valorizzazione. Un più
diretto rapporto con le popolazioni locali è andato così maturando nel
tempo ed ha contribuito a risvegliare una sensibilità culturale e
ambientale fino ad allora abbastanza assopita. Sono stati in questo
modo realizzati tra il 1978 ed il 1986 anche preziosi interventi di
recupero nelle campagne di Perfugas e Martis nell'ambito di un primo
censimento dei più importanti siti fossiliferi. Nella sezione
paleobotanica del museo civico di Perfugas, istituito nel 1988, sono
confluiti i reperti, per lo più di piccola taglia, provenienti dalle
prime campagne di censimento ma anche dalla nascenda attività di
collaborazione con i privati detentori dei fossili. Il presente e il
futuro Tutto ciò ha fatto sì che andasse vieppiù radicandosi in noi la
consapevolezza di trovarci al cospetto di un patrimonio scientifico e
culturale d'inestimabile valore. Ed è proprio questo convincimento che
ci ha permesso di continuare tenacemente a credere, nonostante
un'interminabile trafila di ostacoli, nella bontà di quella primigenia,
lontana idea di riuscire un giorno e prima che fosse troppo tardi, a
salvaguardare gli alberi pietrificati inserendoli in un'appropriata
struttura che fungesse allo stesso tempo da museo all'aperto e da
cattedra di educazione culturale e ambientale aperta a tutti: un parco
paleobotanico. Nasceva così nel 1992 il progetto di un parco destinato
alla valorizzazione dei "tronchi" pietrificati dell'area di Carrucana.
I lavori contemplati in questo primo progetto decollavano nel 1995 con
un piccolo finanziamento regionale che consentiva di realizzare
l'acquisizione dell'area vincolata e una sua parziale recinzione con
muretto a secco in pietra locale. Con un secondo finanziamento, nel
1997 si è riusciti a realizzare un secondo progetto, utilizzando un
cantiere d'occupazione comunale e sotto la guida diretta del Settore
Geopaleontologico della Soprintendenza, peraltro ideatore stesso del
progetto che prevede l'ampliamento del parco con l'acquisizione di una
superficie arborata oltre ruscello. Si è potuto così, per quanto
riguarda la prima area che è stata suddivisa con la creazione dei
camminamenti, non solo completare la predetta recinzione ma anche
procedere a sistemare i giganteschi cilindroidi fossili, cercando di
ripristinare il paesaggio di Carrucana così come era rimasto nella
memoria della gente prima che fosse devastato dalle ruspe. Si è
provveduto anche a ripulire le sponde del rio, sommerse ed occultate
dai rifiuti e dai rovi di un'incuria più che decennale e a trasformarle
in un ombreggiato spazio di accoglienza. Con l'imminente finanziamento
del Piano Integrato d'Area relativo alla regione Anglona, nel quale era
stato inserito il progetto di carattere generale"Il parco Paleobotanico
dell'Anglona" (1995), sembra finalmente arrivato il tempo tanto atteso
di dare una concreta risposta a tutto il patrimonio paleoxilologico
dell'Anglona restituendo ai solenni testimoni del passato, con la
creazione dei settori di Perfugas-Laerru e di Bulzi, una dimora degna
della loro monumentale vetustà. Per quanto riguarda il territorio
martese, potrà essere così completato il parco di Carrucana, con
l'allestimento della nuova area e la realizzazione dell'edicola
espositiva, la sistemazione delle vie d'accesso e la messa in opera
degli impianti e dei servizi collaterali. Ricerca, tutela e
valorizzazione Occorre però a questo punto ricordare che, a fronte di
una straordinaria abbondanza di reperti fossili che ancora oggi
costellano le campagne della bassa Anglona, quelli fin qui studiati
sono appena una decina. Considerando inoltre che la più intelligente
forma di tutela di un qualsiasi bene coincide con la sua piena
valorizzazione e che non si può certo valorizzare ciò di cui non si
possiede una conoscenza profonda, non si potrà altresì più prescindere
dal mettere in atto quegli studi e quelle analisi che ci consentiranno
di completare le conoscenze sulle foreste pietrificate dell'Anglona che
al momento sono ancora parziali e probabilmente da rivedere. Con
l'attuazione del suddetto progetto generale potranno invece essere
effettuate le indispensabili ricerche per uno studio complessivo che
consenta di ricostruire tutte quelle vicissitudini del territorio
anglonese che hanno visto trasformarsi, nel corso dei tempi, una landa
miocenica ricchissima di laghi, vulcani e foreste, in una terra sulla
quale tutti gli esseri viventi che oggi la popolano, combattono con
tenacia per ritagliarsi un avvenire migliore(a cura di Luciano Trebini
- Soprintendenza Archeologica di Sassari e Nuoro Settore
Geopaleontologico)
La cascata di Triulintas Il Territorio -
Il piccolo paese di Martis, che si trova al centro dell'Anglona ed ha
un territorio comunale di appena 22 Kmq modellato in rilievi collinari
piuttosto dolci con valli profonde incise in rocce di tipo vulcanico e
sedimentario, conserva tuttora delle zone di grande interesse
paesaggistico ed ambientale. Come, ad esempio, la profonda gola di
Badde Traes, scavata dal Rio Masino (noto anche come Rio Iscaneddu)
nelle andesiti oligo-mioceniche, unica valle della regione i cui
versanti si ergono a strapiombo sull'alveo del torrente. Lungo queste
alte pareti, che raggiungono anche un centinaio di metri di dislivello,
sono evidenti le nicchie concave prodotte dal distacco di alcune frane
di crollo dovute all'azione erosiva degli agenti atmosferici sulla
roccia. Le sponde di questa forra, colorate dal rosso delle trachiti e
dal verde della vegetazione, incorniciano il sinuoso corso del torrente
in un quadro naturalistico di notevole suggestione. Un gradino di una
quindicina di metri in località Triulintas, a valle della confluenza
del Rio Pontisella nel Rio Masino, origina una cascata che contribuisce
ad esaltare la bellezza dell'intera vallata.
Flora e fauna - La vegetazione spontanea
è caratterizzata da formazioni a macchie e cespugli di tipo
mediterraneo che si alternano a lembi residuali a boschi di quercia
contorta (Quercus congesta C. Presl). Delle originarie formazioni
boschive restano oggi superfici limitate poiché il territorio è stato
sottoposto ad un continuo ed irrazionale disboscamento, al pascolo
eccessivo ed agli incendi dolosi. Dove è presente la quercia contorta
si formano boschi aperti e luminosi, molto ricchi in formazioni erbacee
ed arbustive. Tra gli arbusti ricordiamo il biancospino (Crataegus
monogyna), il lentisco (Pistacia lentiscus), il viburno (Viburnum sp.)
e la fillirea (Phyllirea latifolia); tra le specie lianose citiamo
l'edera (Hedera helix) e la clematide (Clematis vitalba). La formazione
vegetale più ricorrente resta tuttavia la vegetazione a macchia,
costituita da arbusti sempreverdi e sclerofillici. Le specie che la
caratterizzano sono l'oleastro (Olea europea L. var. silvestris Brot)
ed il lentisco che spesso si accompagnano alla fillirea a foglie larghe
ed a diverse specie di ginestre, spinose (Calicotome sp.p) o
giunchiformi (Spartium junceum). Frequenti sono le formazioni a cisto
(Cistus sp.p) che nei mesi primaverili con i loro fiori bianchi e rosa
danno una particolare suggestione al paesaggio. Lungo i corsi d'acqua
allignano specie ripariali quali il tamerice (Tamarix africana Poiret)
e le diverse specie di salice (Salix sp.p) e di pioppo nero (Populus
nigra) che insieme segnano i corsi d'acqua, oasi per numerosi uccelli
acquatici che in questi ambienti trovano rifugio e cibo abbondante. La
fauna spontanea che popola le campagne di Martis, come pure di gran
parte dell'Anglona, è costituita per lo più da piccoli roditori come il
quercino sardo (Eliomys quercinus sardus) e il topo selvatico; e da
insettivori come il riccio e il mustiolo (Suncus etruscus), il più
piccolo dei mammiferi d'Europa. Specie come la lepre (Lepus capensis
mediterraneus) e il coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus) e
piccoli carnivori come la martora (Martes martes latinorum), la donnola
(Mustela nivalis boccamela) e la volpe (Vulpes vulpes ichnusae), sono
ancora presenti in queste campagne, così come alcuni rettili (gongili,
lucertole, piccoli serpenti e tartarughe) e il curioso discoglosso
(Discoglossus sardus), una rara specie di rana notturna. Sono
relativamente ancora numerose le specie di uccelli che frequentano i
corsi d'acqua, come le folaghe (Fulica atra atra) e le gallinelle
(Gallinula chloropus). Nelle campagne si possono incontrare pernici
(Alectoris barbara), quaglie (Coturnix coturnix) e tortore
(Streptopelia turtur), mentre tra i dirupi volteggiano corvidi e rapaci
come il corvo imperiale (Corvus corax sardus), il gheppio (Falco
tinnunculus) e la poiana (Buteo buteo). Non di rado si riesce ancora ad
osservare il maestoso airone cinerino (Ardea cinerea) che soggiorna per
qualche tempo nell'oasi naturale di Badde Traes. (a cura di Piero
Solinas)
Particolare di una architrave nel Centro Storico
La componente umana - L'antico paese di Martis nasce nei
pressi di aree di rilevante interesse storico e archeologico della cui
testimonianza restano importanti segni e documenti che attendono in
larga misura di essere studiati ed interpretati. I reperti, i resti e
gli scritti, numerosi e diversificati, sono tali da abbracciare una
parte consistente della storia umana. I materiali litici di Pantallinu
(Perfugas), Sa Coa de Sa Multa (Laerru) e Serra Preideru (Martis)
risultano essere a tutt'oggi i soli ritrovamenti ascrivibili al
Paleolitico medio-inferiore della Sardegna, databili fra 120.000 e
500.000 anni fa. Si tratta di utensili come raschiatoi e grattatoi
scheggiati dagli uomini preistorici nella selce, una roccia durissima
assai diffusa nella regione anglonese proveniente dagli strati
sedimentari del lacustre miocenico. Ad un periodo molto più recente
risalgono i reperti, ritrovati in quantità importanti soprattutto alle
falde di Monte Franco costituiti da utensili ceramici o in pietra
silicea lavorata, fabbricati da uomini del Neolitico vissuti in questa
regione intorno a 6000 anni fa. Sul territorio si elevano 12 nuraghi
alcuni dei quali in precario stato di conservazione, distribuiti in
particolare lungo l'altipiano che borda la valle di Badde Traes, sui
rilievi di Monte Franco e Monte Seine e nel settore sud-orientale del
territorio comunale (Murrone e Spinalva), al confine con i comuni di
Chiaramonti e Perfugas. Meritano di essere menzionati il nuraghe Sas
Molas, un monotorre dalla caratteristica alternanza cromatica dei
filari di trachite rossa e di calcare bianco e il nuraghe Monte Franco
che domina dall'alto dell' omonimo colle una area vastissima che offre
uno splendido panorama. Così come attestato dallo stesso nome del paese
che sembra suggerire un chiaro riferimento al dio romano Marte, lo
stanziamento umano su queste terre è proseguito poi ininterrottamente
nel tempo, lasciando sempre, dietro di sé, vestigia più o meno
importanti. Nonostante i segni inconfondibili di una crisi economica
profonda che si evidenzia soprattutto nel crollo demografico, il paese
conserva ancora alcuni tangibili segni di un passato assai più
prospero. (a cura di Piero Solinas)
Il miracolo di San Pantaleo (Andrea Lusso, 1595)
Le chiese - Il paese di Martis presenta numerose chiese: la
più importante è quella di S. Pantaleo, situata al margine
sud-orientale dell'abitato e risalente al XIV secolo, in stile
romanico-gotico con influssi lombardi ed aragonesi. È ubicata in
posizione dominante sulla valle del Rio Carrucana. Nei primi decenni
del 1900 la chiesa è stata abbandonata e il cedimento strutturale della
collina su cui sorge ne ha compromesso la stabilità. Solo recentemente
sono stati intrapresi degli interventi di riprisitno e di mantenimento
conservativo del prezioso monumento, seguiti ai lavori di
consolidamento dell'intera collina.Questi interventi, restituiscono al
visitatore il gioiello gotico-aragonese in tutto il suo antico
splendore. A pianta rettangolare, basilicale, divisa in tre navate da
una doppia fila di pilastri a pianta cruciforme che sostengono gli
archi a tutto sesto della navata centrale e gli archi a sesto acuto
delle navate laterali. L'elegante facciata è dominata dal portale
romanico con strombatura e il bel rosone bicromo con intreccio di archi
di cerchio oggi purtroppo distrutti. Vari interventi di restauro
(ancora in atto) operati dal Ministero per i Beni Culturali hanno
garantito stabilità e decoro a questo importante monumento. La cappella
maggiore della chiesa ospitava la bella pala (olio su tela), del
Miracolo di San Pantaleo datata 1595 del più importante pittore
manierista sardo Andrea Lusso, che ora si può ammirare nella nuova
chiesa parrocchiale. Le chiese minori del paese sono: Santa Croce, San
Giovanni e Il Rosario dove si può ammirare un pregevole altare ligneo,
in stile barocco, recentemente restaurato. Numerosi sono i ruderi di
chiese campestri dislocate nel territorio di Martis, in particolare
merita attenzione la chiesetta romanica di San Leonardo del XII secolo.
Il Museo Diocesano - Su iniziativa dell'ufficio Beni Culturali della
diocesi di Tempio Ampurias e per l'interessamento di alcuni gruppi di
giovani dell'Anglona, si sono realizzate diverse sezioni del Museo
Diocesano, nei paesi di Martis, Nulvi, Castelsardo, Tempio e Olbia. La
sezione di Martis è allestita nella piccola chiesa seicentesca di S.
Giovanni; si tratta di una mostra permanente il cui tema è "Le vesti
della preghiera". Nell'esposizione, infatti, predomina una consistente
collezione di paramenti liturgici (sec. XVII - XIX) quali: dalmatiche,
pianete, stole, piviali, manipoli in tessuti serici dai vividi colori,
arricchiti da preziosi ricami e passamanerie. Nel museo trova spazio
un'interessante dotazione di argenti sacri, corone, pissidi, patene,
calici tra i quali spicca per la squisita fattura e la ricchezza di
decori il calice con i simboli della passione del XVIII sec. Preziosa
ed interessante è la stauroteca, reliquario della Vera Croce, composto
di due parti: quella di sostegno, il piede dove appare uno stemma
episcopale e la data 1631; la parte superiore cruciforme in stile
barocco floreale con un'iscrizione grafica recante la data 1730. Tra le
statue lignee policrome, domina il grande crocifisso seicentesco; ha
braccia snodate per il rituale de s'Iscravamentu, rappresentazione
sacra propria della settimana santa in cui Cristo viene deposto dalla
croce. Di solenne bellezza e compostezza è la statua della Dormitio
Virginis, probabilmente del XIV sec., alla quale la popolazione di
Martis è particolarmente devota; ad essa è legata una leggenda che
narra sia stata trovata in un canneto, sul Monte Franco, da un
pastorello muto, il quale nel ritrovarla riacquistò miracolosamente la
voce. Di autore ignoto e la tela della Natività del XVII sec.,
recentemente restaurata, dall'atmosfera vagamente "raffaelliana"; di
urgente restauro necessita invece la pala dell'altare della chiesa
sezione del museo, intitolata Il battesimo di Cristo XVIII sec..
30 novembre, Sant Tradizioni Sant'Andria
il 30 di novembre In Sardegna il mese di novembre viene chiamato
Sant'Andria,e si festeggia il trenta. L'etimologia del nome ci dice che
il termine andreia significa virilità; addirittura Artemidoro lo
utilizza per indicare il membro virile. Tutto il mese di novembre, era
dedicato al dio Dioniso e quindi a festeggiamenti sfrenati e
orgiastici. La sera del 30 di novembre, infatti, in alcuni paesi
dell'Anglona, uscivano uomini mascherati, con graticole, coltelli,
scuri e percotendo queste armi fra loro, facevano gran rumore per
intimorire i fanciulli. Ferraro riferisce e rapporta questa tradizione
a due episodi riguardanti il mito di Dioniso. Si racconta che Zeus, per
sottrarre Dioniso agli attacchi di Era, lo abbia portato in una grotta
del monte Ida e lo abbia affidato ai Curati che gli facevano la
guardia; questi per coprire i suoi vagiti danzavano intorno al bambino,
battendo tra loro le armi per far rumore. L'altro episodio è invece
quello della cattura del piccolo Dioniso da parte dei Titani che lo
fecero a pezzi, poi bollirono e arrostirono le sue carni. Questo
spiegherebbe il tipo di armi e graticole portata dagli uomini per
spaventare i bambini. Sant'Andrea, secondo Ferraro, premia durante la
sua festa le ragazze che hanno filato di più e punisce le pigre, che
non avendo lavorato abbastanza dovrebbero tagliarsi le mani come recita
una vecchia filastrocca, simulando un dialogo tra il Santo e una
ragazza. Halloween a Martis: verrebbe voglia di affermare tanti secoli
prima di Halloween! infatti non sono più gli adulti ad uscire per
strada, ma i ragazzi e i bambini, che con delle grosse zucche,
precedentemente svuotate e intagliate a forma di facce paurose
illuminate da una candela all'interno, annunciano la loro presenza,
quando vanno a bussare nelle case, percuotendo coperchi di pentole e
mestoli a mò di ammonimento recitando la filastrocca: Sant' Andria
muzza li mani ! Cantas azzolas as filadu ? Battoro e tres ........
Muzzaredinde manos e pes ! Sant' Andria muzza li mani ! Cantas azzolas
as filadu ? Battoro e chimbe ........ Sas manos tuas muzzaredinde !
Sant' Andria muzza li mani Cantas azzolas as filadu ? Battoro e otto
........ Sas manos tuas non ti las tocco ! In cambio ricevono, per
questa loro esibizione, buon vino, dolci, mandarini, fichi secchi,
bibite e soprattutto soldi. San Giovanni 24 giugno: "Su fogarone" La
sera del 24 giugno, si preparano dei grandi falò, che bambini e adulti
devono saltare in coppia. In passato, prima del salto, si annodava un
fazzoletto, simbolo della relazione che si instaurava in quel momento.
Si diventava così compares e comares de "fogarone"; il legame,
purificato dalle fiamme, assumeva maggior valore che un vincolo di
sangue. Durante il salto, si cantava: Santu Juanne brundu corona 'e su
mundu corona 'e su sole bois sezis segnore segnore bois sezzis Cristu
battijezzis cun abba e cun sale in bene e in male in male e in bene
sorres de piaghere sorres de allegria tottu compares e comares mias. I
testi sono Tratti da: Miti Leggende e Fiabe della Sardegna, Turchi
il costume di Martis ricostruito In
Coritu et Faldeta La ricostruzione del vestiario tradizionale martese
L’abito maschile L’abito maschile è stato ricostruito tramite le
testimonianze orali, dall’analisi di vecchi documenti fotografici e dal
confronto con indumenti, che rivelano forti somiglianze, appartenenti a
paesi vicini. Il “costume maschile” ricostruito è molto sobrio ed
elegante “bianco e nero”. È confezionato con tela bianca per la
camicia, velluto nero per il corpetto ed orbace per la giacca ed i
calzoni. A Martis i calzoni lunghi hanno sostituito le più antiche
ragas già attorno al 1860 – 1870, come è avvenuto ad Ozieri e nei paesi
circostanti. Si è preferito ricostruire questa foggia perché
maggiormente documentata. Le ragas, che certamente si usavano in fasi
anteriori, non possono essere ricostruite, per assenza di documenti che
consentano di rifare un modello preciso nei dettagli (in quanto non si
sa, ad esempio, quante erano lunghe, come erano orlate, se vi erano
tasche, se erano pieghettate o increspate, ecc.). L’abito femminile A
Martis restano, conservati gelosamente da alcune famiglie, diversi
abiti femminili che risalgono alla fine del 1800 primi anni venti del
1900. Secondo alcune testimonianze questi “costumi” parteciparono ad
alcune prime edizioni della Cavalcata Sarda, nel 1956. Si tratta di un
abito che ha perso alcuni caratteri “sardi”, influenzato com’è da
modelli cittadini e borghesi. Questa foggia è presente con poche
variazioni a Ozieri, Tula, Nughedu ed a Oschiri. L’influsso della moda
signorile della fine del 1800 è provato dalla scelta del nero come
colore dominante e soprattutto dalla giacchetta ermeticamente chiusa
sul petto, sino al collo. Certamente si può affermare che questa blusa
ha sostituito un più antico insieme che evidenziava la camicia sul
petto e metteva in mostra un rigido bustino. Questi insieme al bolero,
erano caratterizzati da un vivace contrasto di colori. È stato
possibile ritrovare diversi indumenti del “costume femminile più
antico”, sempre conservati nelle case martesi, o elementi che, un po’
trasformati, conservavano caratteri antichi. Questa veste di gala, in
uso attorno al 1850 – 1870, era formata da una camicia, da un busto, un
bolero, una lunga gonna, un grembiale ed un fazzoletto copricapo.
Numerosi busti sono sopravvissuti, tutti simili nel modello e nelle
decorazioni. Sono di tipo rigido e all’esterno sono ricoperti di
pregiati broccati floreali, passamanerie e ricami d’argento. È evidente
che in origine non erano coperti da giacchette e che si “dovevano
vedere”. Il modello di questo busto risale al 1600. È stato ricostruito
fedelmente un busto in broccato blu, quasi identico all’originale, per
quanto hanno permesso i materiali in commercio (che hanno richiesto una
accurata ricerca). La camicia che si indossava contatto con la pelle,
sotto il busto, è stata ripresa da un antico e pregevole esemplare. È
di fine tela di cotone bianco ed ha una sottogonna dello stesso
materiale cucita alla vita. Ai polsi ed allo scollo presenta un
particolare ricamo a rombi, di origine rinascimentale, eseguito sulla
pieghettatura che riduce la stoffa. Questo ricamo è tipico delle camice
barbaricine e del Goceano, ma non è assente in Logudoro (Putifigari,
Ossi, Osilo, Cossoine, Thiesi). Attorno al collo e dai polsi si trova
anche una trinetta con microscopici ricami “a punto nodo”: essi sono
stati ripresi dall’antica camicia con i motivi di tralci e uccelletti
che la caratterizzano. Si è preferito non riprodurre la sparato a
pieghette anteriore perché rappresenta certamente un dettaglio di
introduzione recente, rispetto agli altri, di origine antica della
camicia. Per il giubbetto ci si è ispirati ad alcuni vecchi boleri in
terziapelo (velluto di seta a fiori). Si è scelto, tuttavia di
utilizzare il velluto liscio, perché usato in fasi antiche, come
mostrano diversi documenti prima di quello a fiori (che si acquisì
attorno al 1870). Sono state praticate le asole per la buttonera, in
consonanza con i boleri antichi del circondario (Osilo, Chiaramonti,
Nulvi) e perché risultano consuete dalla documentazione. La gonna è
stata confezionata con cura, ripetendo fedelmente un esemplare antico,
che presentava una stretta balza di damasco violaceo (che può essere
anche di velluto nero, granato o viola). Si è dovuto eseguirla in panno
anziché in orbace perché l’orbace attualmente in commercio è grossolano
e non consente una fine pieghettatura. Del resto si sa che a Martis
alcune donne abbienti preferivano il panno all’orbace. L’abito è
completato da un fazzoletto di seta damascata chiara (che poteva anche
essere scuro); resta da appurare con maggiori ricerche se si usassero
altri tipi di copricapo, come veli o scialle. Il grembiale era
l’elemento più variabile del “costume”, a seconda dei gusti e delle
possibilità economiche delle proprietarie, ma era più spesso scuro, di
seta più o meno preziosa. È stato confezionato un esemplare di taffettà
di seta violaceo, che compone bene con il resto degli indumenti. I
gioielli tradizionalmente usati sono la buttonera d’argento alle
maniche del bolero ed i gemelli d’oro o d’argento dorato che chiudono
la camicia al collo. (a cura di Gian Mario Demartis - Soprintendenza ai
Beni Archeologici per le Province di Sassari e Nuoro)