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foresta

Storia -

L
'antico paese di Martis nasce nei pressi di aree di rilevante interesse storico e archeologico della cui testimonianza restano importanti segni e documenti che attendono in larga misura di essere studiati ed interpretati. I reperti, i resti e gli scritti, numerosi e diversificati, sono tali da abbracciare una parte consistente della storia umana. I materiali litici di Pantallinu (Perfugas), Sa Coa de Sa Multa (Laerru) e Serra Preideru (Martis) risultano essere a tutt'oggi i soli ritrovamenti ascrivibili al Paleolitico medio-inferiore della Sardegna, databili fra 120.000 e 500.000 anni fa. Si tratta di utensili come raschiatoi e grattatoi scheggiati dagli uomini preistorici nella selce, una roccia durissima assai diffusa nella regione anglonese proveniente dagli strati sedimentari del lacustre miocenico. Ad un periodo molto più recente risalgono i reperti, ritrovati in quantità importanti soprattutto alle falde di Monte Franco costituiti da utensili ceramici o in pietra silicea lavorata, fabbricati da uomini del Neolitico vissuti in questa regione intorno a 6000 anni fa. Sul territorio si elevano 12 nuraghi alcuni dei quali in precario stato di conservazione, distribuiti in particolare lungo l'altipiano che borda la valle di Badde Traes, sui rilievi di Monte Franco e Monte Seine e nel settore sud-orientale del territorio comunale (Murrone e Spinalva), al confine con i comuni di Chiaramonti e Perfugas. Meritano di essere menzionati il nuraghe Sas Molas, un monotorre dalla caratteristica alternanza cromatica dei filari di trachite rossa e di calcare bianco e il nuraghe Monte Franco che domina dall'alto dell' omonimo colle una area vastissima che offre uno splendido panorama. Così come attestato dallo stesso nome del paese che sembra suggerire un chiaro riferimento al dio romano Marte, e alla probabile presenza di un piccolo tempietto a lui dedicato (Fanum Martis), lo stanziamento umano su queste terre è proseguito poi ininterrottamente nel tempo, lasciando sempre, dietro di sè, vestigia importanti. La presenza in loco di legioni romane è attestata dal ritrovamento in località Sa Balza di una epigrafe in calcare con iscrizione deprecatoria dedicata all'imperatore Massimino. Il centro storico del paese mostra tuttora pregevoli testimonianze di architettura civile, con palazzine abbellite da cornicioni con pregevoli modanature, balconcini in ferro battuto, maestosi portali,ed eleganti e tipiche altane. Come in altri paesi della Sardegna, a Martis è facile osservare caratteristiche porte e finestre contornate con eleganti mostre lapidee che impreziosiscono prospetti solitamente semplici. Gli architravi in calcare, spesso riutilizzati, sono in gran parte opera dei picapedrers di scuola catalana, (XVI-XVII sec.) ben riconoscibili dal tipico arco inflesso, accompagnato o alternato da simboli religiosi e floreali. In altri architravi troviamo rappresentazioni antropomorfe affiancate da clipei con figurazioni araldiche o simboliche. Narra la leggenda che Martis sia stato fondato dai superstiti di una guerra tra due villaggi vicini:uno situato su Monte Franco, detto Tathari e l'altro denominato Marte. La guerra scoppiò, secondo la fantasia popolare, in seguito al rapimento della principessa di Tathari, Bolentina che, disonorata dal principe del villaggio di san pantaleo  Marte, si suicidò. Un gruppo di uomini, donne e bambini si era rifugiato in uno degli ultimi boschi impenetrabili. Scappava da inseguitori, che avevano il volto  massacrato da bestie e da demoni. Erano alti il doppio degli indigeni ed erano armati di clave e assalivano senza dire parola. Nascosto nella macchia del  sottobosco, il gruppo dei vinti aspettava con terrore l'alba, quando gli apparve una figura di amazzone, che si muoveva dentro un alone di luce. Disse loro di  nascondersi sugli alberi, il più alto possibile, e di non avere paura, perché sarebbero successe cose strane. Gli uomini scelsero le querce più grandi e si  collocarono nei punti più alti. Prima dell'alba arrivarono gli uomini mascherati, silenziosi e lanciando pietre tra i rami. I più vecchi avevano dei tizzoni accesi. In  brevissimo tempo il bosco cominciò a bruciare. Ma in quel momento accaddero due fatti strani: si levò un vento forte, che, soffiando rasoterra, investì i  mascherati: le querce cominciarono a scricchiolare e a pietrificarsi. Quando il bosco si fu pietrificato tutto, i rami più bassi si spezzarono e, travolti dalla bufera  andarono a colpire gli uomini mascherati. Essi persero la maschera e si vide che non avevano testa. Cominciarono a fuggire, finché non arrivarono ad un fiume,  che li trascinò via. A mezzogiorno gli uomini rividero la bella amazzone che, nel suo alone di luce li salutava con la mano.
 La cascata di triulintas nella valle di Badde Traes     Geologia Lineamenti geologici e aspetti del paesaggio. Pur essendo una terra di grande stabilità, la Sardegna ha subito, nel corso dei tempi, notevolissime vicissitudini geologiche. Trascurando le vicende legate a tempi più remoti e soffermandoci all'era Terziaria, vediamo che è allora che l'isola raggiunse l'odierna fisionomia strutturale a conclusione di straordinari fenomeni geodinamici. Questi determinarono l'apertura dei mari Ligure e Tirreno e il distacco dal continente europeo, conclusosi con una rotazione di tutta la zolla Corso-Sarda fino al raggiungimento della posizione attuale. Da allora altri imponenti fenomeni geologici hanno via via modificato la fisionomia dell'isola: grandiose manifestazioni vulcaniche e soprattutto invasioni del mare sulla terra ferma e i successivi arretramenti, legati a bilanciamenti di natura isostatica e all'alternarsi di periodi glaciali e temperati. Nell'Anglona, di cui il territorio di Martis costituisce una piccola porzione, l'insieme di questi fenomeni ha imposto un complesso strutturale costituito da effusioni vulcaniche e da importanti sedimenti lacustri ai quali si sono sovrapposte le formazioni marine terminali. Le rocce più diffuse della regione risultano quindi essere le andesiti, le ignimbriti e le cineriti tra le vulcaniche; i sabbioni silicei, le marne e i calcari fossiliferi tra quelle marine. In tutto il territorio tra Chiaramonti, Perfugas e Bulzi affiora infine la cosiddetta formazione lacustre che, contemporanea probabilmente ai sedimenti cineritici, ingloba accanto alle potenti liste di selce i grandiosi resti della foresta miocenica. La rete idrografica, scorrendo fra rilievi calcarei dal profilo a meseta come Monte Franco e Monte Seine e valli sospese testimoni di una antica linea paleogeografica, ha modellato i lineamenti morfologici della regione costruendo una serie di vallecole con versanti inclinati a forte pendenza. Il piccolo paese di Martis, che si trova al centro dell'Anglona ed ha un territorio comunale di appena 22 Kmq modellato in rilievi collinari piuttosto dolci con valli profonde incise in rocce di tipo vulcanico e sedimentario, conserva tuttora delle zone di grande interesse paesaggistico ed ambientale. Come, ad esempio, la profonda gola di Badde Traes, scavata dal Rio Masino (noto anche come Rio Iscaneddu) nelle andesiti oligo-mioceniche, unica valle della regione i cui versanti si ergono a strapiombo sull'alveo del torrente. Lungo queste alte pareti, che raggiungono anche un centinaio di metri di dislivello, sono evidenti le nicchie concave prodotte dal distacco di alcune frane di crollo dovute all'azione erosiva degli agenti atmosferici sulla roccia. Le sponde di questa forra, colorate dal rosso delle trachiti e dal verde della vegetazione, incorniciano il sinuoso corso del torrente in un quadro naturalistico di notevole suggestione. Un gradino di una quindicina di metri in località Triulintas, a valle della confluenza del Rio Pontisella nel Rio Masino, origina una cascata che contribuisce ad esaltare la bellezza dell'intera vallata. Il Miocene in Sardegna Il Miocene, periodo preterminale dell'era terziaria compreso tra l'Oligocene e il Pliocene, ha avuto una durata di circa 18 Ma che va all'incirca da 23 a 5 milioni di anni fa; un'inezia rispetto alla lunghissima vita della Terra, ma un'eternità se paragonata al breve calendario delle vicissitudini umane, contrassegnato peraltro da un'infinità di eventi geologici e biologici fondamentali nell'evoluzione del pianeta intero. Il sollevamento delle Alpi, ingressioni e regressioni marine, una forte attività vulcanica chiesasono alcune delle più importanti manifestazioni che hanno caratterizzato il periodo. Per quanto riguarda la Sardegna poi, esso assume una importanza eccezionale perché è molto probabile che durante il Miocene si sia conclusa la rotazione dell'isola nel Mar Mediterraneo, cominciata con il distacco dalla microzolla dal continente europeo. Sono infatti proprio documenti di natura paleontologica come la presenza della Valserina, fossile marino del dominio Pirenaico - Alpino, nei calcari cretacei di Capo Caccia, che attestano la provenienza europea dell'isola prima che andasse alla deriva nel Mediterraneo Occidentale. Molte sono le testimonianze fossili del Miocene in Sardegna, ma si tratta per lo più di fossili marini che ci permettono di conoscere con buona approssimazione le popolazioni dei mari interni dell'isola e la loro conformazione. Sono assai meno numerosi i resti di animali terrestri, tra i quali emerge la recente scoperta della fauna ad Oreopiteco e Maremmia L. di Fiumesanto, riferibile al Tortoniano, che attesta come la Sardegna sia stata popolata nel
Miocene da scimmie antropomorfe, antilopi, gazzelle, giraffe, coccodrilli ecc., che vivevano in un ambiente probabilmente simile a quello dei loro discendenti attuali. Più numerose sono le testimonianze paleobotaniche legate a sedimentazioni in bacini lacustri e salmastri impostatisi in seguito alla regressione delle
acque del mare, fra le quali spicca la foresta fossile dell'Anglona. Se opportunamente studiati, questi fossili potrebbero aprire uno squarcio importante nel
velo confuso della conoscenza del quadro paleoecologico della Sardegna miocenica. (a cura di Piero Solinas)
Gruppo di concrezioni fossili a Carrucana     La Foresta Pietrificata di Carrucana - Era il 1° Febbraio del 1979 quando per la prima volta venni a contatto con la Foresta Pietrificata dell'Anglona. Si trattava di portare avanti l'oneroso compito di fare un censimento di resti fossili di cui nulla o quasi si conosceva. Lo svolgimento del lavoro ha poi via via sviluppato un interesse imprevisto, che le prime ricerche di carattere scientifico condotte con il geologo Antonio Pinna, hanno moltiplicato. Si trattava, infatti, di inoltrarsi in un mondo estinto, apparentemente freddo, formato da uno sterminato esercito di mute pietre. Invece, man mano che procedevamo, quello strano contatto evocava una realtà lontanissima fatta di foreste, animali e ambienti così sconosciuti e misteriosi da esercitare un fascino irresistibile in noi che cercavamo in qualche modo di penetrarvi. Fu così che, partendo dalle anse morbide del Rio Altana, scoprimmo una realtà più vasta, che riguardava non solo il territorio dei comuni di Perfugas e Martis, di cui già si aveva qualche notizia, ma si estendeva anche oltre i comuni di Bulzi, Laerru, Chiaramonti, S.M. Coghinas, interessando in pratica tutta quell'area della bassa Anglona che nel Miocene era manifestamente occupata da un vasto bacino lacustre. L'origine di questi monumenti naturali a forma d'albero è legata a fenomeni di trasformazione consumatisi diversi milioni d'anni fa in uno scenario fantastico di laghi, foreste e vulcani che, come in un grandioso laboratorio d'alchimia, ad un certo punto cominciarono ad interferire tra loro, concorrendo a produrre le magie della metamorfosi degli antichi vegetali in antenati di pietra. L'esistenza di un antico lago, circondato da un paesaggio assai dissimile da quello attuale e immerso in un clima anch'esso diverso, popolato da un gran numero di piante e animali progenitori delle faune e delle flore attuali, è, infatti, certificata proprio dall'abbondanza di questi fossili vegetali e dagli strati rocciosi nei quali si annidano. Lo studio dei reperti fossili, per altro lungo e difficile, consente, in effetti, di trarre talvolta non solo notizie sul tipo d'albero o di pianta in genere che attraverso strani processi chimico-fisici si mineralizzarono, ma, comparandole a quelle attuali e alla loro distribuzione geografica, consente anche di tentare in qualche modo una ricostruzione di quel che era l'ambiente nel quale prosperavano. Fu così che, dal connubio delle esigenze di tutela sancite dalla legge n° 1089/39 e delle speranze di poter un giorno esplorare i remoti misteri del passato, nacque in noi l'idea che la soluzione ottimale sarebbe stata la realizzazione di un parco paleobotanico. Una tale struttura da un lato avrebbe sancito la fine del periodo dell'abbandono e della predazione, e dall'altro avrebbe potuto decretare la nascita di una nuova era dove la conoscenza, la valorizzazione e la salvaguardia di quel grandioso patrimonio paleontologico e naturalistico costituito dai resti della foresta fossile anglonese, avrebbero potuto fondersi in un'unica operazione. La foresta pietrificata la Paleontologia come" trait d'union" fra rocce ed esseri viventi La storia della vita sulla Terra, che racchiude in sé anche la piccolissima appendice costituita dalla nascita e dall'evoluzione della specie umana, ha inizio molte centinaia di milioni d'anni fa. I primissimi esseri viventi, apparsi circa tre miliardi e mezzo di anni fa nell'oceano primordiale, erano degli organismi semplicissimi, costituiti da una sola cellula sprovvista di nucleo (organismi procarioti) e per oltre due miliardi di anni rimasero i soli esseri presenti sul pianeta. Da quando invece apparvero i primi esseri complessi (organismi pluricellulari), circa 700 milioni di anni fa, la vita sulla terra è andata sviluppandosi assai rapidamente creando svariate forme animali e vegetali che nella quotidiana lotta per la sopravvivenza si sono trovate più o meno preparate alle modificazioni naturali dell'ambiente in cui erano nate. Il pronto adattamento alle mutate condizioni ha salvato molte specie che sono così sopravvissute anche a straordinarie catastrofi ambientali, mentre tantissime altre forme animali e vegetali andavano estinguendosi ineluttabilmente. Solo i vari avvenimenti che hanno portato alla fossilizzazione dei loro resti, hanno permesso la comprensione sia del fenomeno dell'evoluzione, che ha tramandato nel tempo la vita di molte specie viventi, sia del passaggio sulla terra di altre specie che invece non sono giunte fino ai nostri giorni. Poiché l'evento della fossilizzazione degli organismi dotati di vita e quello della litificazione degli strati sono aspetti dello stesso fenomeno di formazione delle rocce sedimentarie, risulta evidente che lo studio dei primi (Paleontologia) è intimamente legato a quello delle seconde (Geologia) e non può quindi prescinderne. Affondando i suoi strumenti in epoche così remote d'altronde la Paleontologia ricostruisce gli ambienti vitali succedutisi nel corso del tempo e fornisce in questo senso un preziosissimo strumento per indagare sul passato stesso della crosta terrestre. D'altra parte, poiché il riconoscimento della fauna e della flora fossile non sarebbe possibile senza una approfondita conoscenza della biologia attuale, rimane evidente che la Paleontologia, così come consente di conoscere il quadro evolutivo della vita dai suoi albori con apparizioni ed estinzioni di specie animali o vegetali, potrà aiutarci anche a capire la situazione evolutiva di gran parte delle specie viventi, costituendo in tal modo una sorta di ponte insostituibile tra passato e futuro. In un'area tettonicamente abbastanza tranquilla come quella anglonese inoltre l'analisi approfondita della successione degli strati può fornire quella documentazione stratigrafica necessaria e fondamentale per la ricostruzione approssimata di un quadro paleoambientale applicabile non solo all'Anglona ma anche a diverse altre regioni che in un periodo tra i 17 e i 13 milioni di anni fa, nel Miocene medio, furono caratterizzate da scenari ambientali simili a quello in esame. La foresta fossile anglonese: un bene inestimabile L'enigmatico e affascinante fenomeno che ha trasformato in pietra gli alberi di una rigogliosa foresta del passato, è legato alle grandiose e spettacolari scenografie di un'epoca segnata da intense manifestazioni vulcaniche. La vastità del bacino lacustre, culla della fossilizzazione, ha impedito la formazione di un unico ambiente di sedimentazione omogeneo in tutte le sue parti, creando invece distinti microambienti nei quali le diverse condizioni chimico-fisiche hanno prodotto differenti tipologie fossili. Così oggi possiamo ammirare accanto ai giganteschi manicotti d'incrostazione tipici di Carrucana, le splendide permineralizzazioni a opale, calcedonio o a grossi cristalli di quarzo e perfino le incredibili silicizzazioni che hanno portato alla totale trasformazione del vegetale in minerale fin nei dettagli più minuti. È quest'ultima tipologia di fossilizzazione, che denominiamo istometabasi, quella che ha fornito quei reperti, pochi in verità, che sono stati studiati e dai quali è stato possibile identificare Callitrixylon e il Tetraclinoxylon anglonae, una pianta simile ad un albero che oggi vive in Andalusia e nell'Africa settentrionale ed il cui olotipo si trova presso l'Istituto di Botanica dell'Università di Camerino. Un fenomeno dunque grandioso, come detto, sia nella forma sia nell'ampiezza, che ha interessato un'area enorme (oltre 100 kmq) che oggi s'identifica con i territori di Perfugas, Bulzi, Laerru, Martis e persino qualche lembo di Chiaramonti e S.M.Coghinas. Un fenomeno anche raro, soprattutto nella sua perfezione, che ha prodotto per la Sardegna uno straordinario patrimonio culturale, fotografando un'epoca nella quale la specie umana non si profilava nemmeno all'orizzonte. Un fenomeno, infine, che occorre studiare in profondità, analizzare attentamente per capire le vicissitudini più lontane di questa terra, per cercare di ricostruire un paesaggio e un ambiente assai remoti, ma tuttavia presenti con le loro preziose testimonianze. Una ricchezza che poche regioni possiedono, da custodire quindi gelosamente e, nel rispetto della loro magnifica senilità, da utilizzare anche per i vantaggi economici delle collettività attuali. Il recente passato Nel periodo che va dal 1978 ad oggi la Soprintendenza Archeologica di Sassari, in ottemperanza alla legge n° 1089 del 1939 che si occupa anche dei beni di natura paleontologica, ha potuto svolgere, dapprima attraverso l'opera della cooperativa Sarda Ce.Ar. e in seguito direttamente tramite l'attività del Settore Geopaleontologico, una costante azione di vigilanza e tutela sull'area delle foreste pietrificate dell'Anglona, in una posizione di continua allerta per contrastare efficacemente l'azione di vandali locali e forestieri. Costoro avevano prodotto, negli anni precedenti, enormi danni al patrimonio naturalistico utilizzando i reperti, strappati agli strati fossiliferi, per gli usi più disparati, come ad esempio la realizzazione di muretti di recinzione o di piedistalli votivi; ma soprattutto contribuendo ad alimentare un fiorente commercio che ha portato i fossili anglonesi ad arricchire le bacheche di collezionisti stranieri, nel solco di una nefasta usanza che accomuna fossili e minerali sardi. Negli ultimi vent'anni questi fenomeni si sono inizialmente attenuati fino a scomparire del tutto. La presenza e l'attività della Soprintendenza hanno, infatti, da un lato intimorito i predatori e dall'altro incoraggiato le amministrazioni comunali che, come quella di Martis, finalmente comprendendo l'importanza del bene di cui erano state ignare detentrici, recentemente sono divenute sostenitrici di una fondamentale azione di valorizzazione. Un più diretto rapporto con le popolazioni locali è andato così maturando nel tempo ed ha contribuito a risvegliare una sensibilità culturale e ambientale fino ad allora abbastanza assopita. Sono stati in questo modo realizzati tra il 1978 ed il 1986 anche preziosi interventi di recupero nelle campagne di Perfugas e Martis nell'ambito di un primo censimento dei più importanti siti fossiliferi. Nella sezione paleobotanica del museo civico di Perfugas, istituito nel 1988, sono confluiti i reperti, per lo più di piccola taglia, provenienti dalle prime campagne di censimento ma anche dalla nascenda attività di collaborazione con i privati detentori dei fossili. Il presente e il futuro Tutto ciò ha fatto sì che andasse vieppiù radicandosi in noi la consapevolezza di trovarci al cospetto di un patrimonio scientifico e culturale d'inestimabile valore. Ed è proprio questo convincimento che ci ha permesso di continuare tenacemente a credere, nonostante un'interminabile trafila di ostacoli, nella bontà di quella primigenia, lontana idea di riuscire un giorno e prima che fosse troppo tardi, a salvaguardare gli alberi pietrificati inserendoli in un'appropriata struttura che fungesse allo stesso tempo da museo all'aperto e da cattedra di educazione culturale e ambientale aperta a tutti: un parco paleobotanico. Nasceva così nel 1992 il progetto di un parco destinato alla valorizzazione dei "tronchi" pietrificati dell'area di Carrucana. I lavori contemplati in questo primo progetto decollavano nel 1995 con un piccolo finanziamento regionale che consentiva di realizzare l'acquisizione dell'area vincolata e una sua parziale recinzione con muretto a secco in pietra locale. Con un secondo finanziamento, nel 1997 si è riusciti a realizzare un secondo progetto, utilizzando un cantiere d'occupazione comunale e sotto la guida diretta del Settore Geopaleontologico della Soprintendenza, peraltro ideatore stesso del progetto che prevede l'ampliamento del parco con l'acquisizione di una superficie arborata oltre ruscello. Si è potuto così, per quanto riguarda la prima area che è stata suddivisa con la creazione dei camminamenti, non solo completare la predetta recinzione ma anche procedere a sistemare i giganteschi cilindroidi fossili, cercando di ripristinare il paesaggio di Carrucana così come era rimasto nella memoria della gente prima che fosse devastato dalle ruspe. Si è provveduto anche a ripulire le sponde del rio, sommerse ed occultate dai rifiuti e dai rovi di un'incuria più che decennale e a trasformarle in un ombreggiato spazio di accoglienza. Con l'imminente finanziamento del Piano Integrato d'Area relativo alla regione Anglona, nel quale era stato inserito il progetto di carattere generale"Il parco Paleobotanico dell'Anglona" (1995), sembra finalmente arrivato il tempo tanto atteso di dare una concreta risposta a tutto il patrimonio paleoxilologico dell'Anglona restituendo ai solenni testimoni del passato, con la creazione dei settori di Perfugas-Laerru e di Bulzi, una dimora degna della loro monumentale vetustà. Per quanto riguarda il territorio martese, potrà essere così completato il parco di Carrucana, con l'allestimento della nuova area e la realizzazione dell'edicola espositiva, la sistemazione delle vie d'accesso e la messa in opera degli impianti e dei servizi collaterali. Ricerca, tutela e valorizzazione Occorre però a questo punto ricordare che, a fronte di una straordinaria abbondanza di reperti fossili che ancora oggi costellano le campagne della bassa Anglona, quelli fin qui studiati sono appena una decina. Considerando inoltre che la più intelligente forma di tutela di un qualsiasi bene coincide con la sua piena valorizzazione e che non si può certo valorizzare ciò di cui non si possiede una conoscenza profonda, non si potrà altresì più prescindere dal mettere in atto quegli studi e quelle analisi che ci consentiranno di completare le conoscenze sulle foreste pietrificate dell'Anglona che al momento sono ancora parziali e probabilmente da rivedere. Con l'attuazione del suddetto progetto generale potranno invece essere effettuate le indispensabili ricerche per uno studio complessivo che consenta di ricostruire tutte quelle vicissitudini del territorio anglonese che hanno visto trasformarsi, nel corso dei tempi, una landa miocenica ricchissima di laghi, vulcani e foreste, in una terra sulla quale tutti gli esseri viventi che oggi la popolano, combattono con tenacia per ritagliarsi un avvenire migliore(a cura di Luciano Trebini - Soprintendenza Archeologica di Sassari e Nuoro Settore Geopaleontologico)
La cascata di Triulintas     Il Territorio - Il piccolo paese di Martis, che si trova al centro dell'Anglona ed ha un territorio comunale di appena 22 Kmq modellato in rilievi collinari piuttosto dolci con valli profonde incise in rocce di tipo vulcanico e sedimentario, conserva tuttora delle zone di grande interesse paesaggistico ed ambientale. Come, ad esempio, la profonda gola di Badde Traes, scavata dal Rio Masino (noto anche come Rio Iscaneddu) nelle andesiti oligo-mioceniche, unica valle della regione i cui versanti si ergono a strapiombo sull'alveo del torrente. Lungo queste alte pareti, che raggiungono anche un centinaio di metri di dislivello, sono evidenti le nicchie concave prodotte dal distacco di alcune frane di crollo dovute all'azione erosiva degli agenti atmosferici sulla roccia. Le sponde di questa forra, colorate dal rosso delle trachiti e dal verde della vegetazione, incorniciano il sinuoso corso del torrente in un quadro naturalistico di notevole suggestione. Un gradino di una quindicina di metri in località Triulintas, a valle della confluenza del Rio Pontisella nel Rio Masino, origina una cascata che contribuisce ad esaltare la bellezza dell'intera vallata.
    Flora e fauna - La vegetazione spontanea è caratterizzata da formazioni a macchie e cespugli di tipo mediterraneo che si alternano a lembi residuali a boschi di quercia contorta (Quercus congesta C. Presl). Delle originarie formazioni boschive restano oggi superfici limitate poiché il territorio è stato sottoposto ad un continuo ed irrazionale disboscamento, al pascolo eccessivo ed agli incendi dolosi. Dove è presente la quercia contorta si formano boschi aperti e luminosi, molto ricchi in formazioni erbacee ed arbustive. Tra gli arbusti ricordiamo il biancospino (Crataegus monogyna), il lentisco (Pistacia lentiscus), il viburno (Viburnum sp.) e la fillirea (Phyllirea latifolia); tra le specie lianose citiamo l'edera (Hedera helix) e la clematide (Clematis vitalba). La formazione vegetale più ricorrente resta tuttavia la vegetazione a macchia, costituita da arbusti sempreverdi e sclerofillici. Le specie che la caratterizzano sono l'oleastro (Olea europea L. var. silvestris Brot) ed il lentisco che spesso si accompagnano alla fillirea a foglie larghe ed a diverse specie di ginestre, spinose (Calicotome sp.p) o giunchiformi (Spartium junceum). Frequenti sono le formazioni a cisto (Cistus sp.p) che nei mesi primaverili con i loro fiori bianchi e rosa danno una particolare suggestione al paesaggio. Lungo i corsi d'acqua allignano specie ripariali quali il tamerice (Tamarix africana Poiret) e le diverse specie di salice (Salix sp.p) e di pioppo nero (Populus nigra) che insieme segnano i corsi d'acqua, oasi per numerosi uccelli acquatici che in questi ambienti trovano rifugio e cibo abbondante. La fauna spontanea che popola le campagne di Martis, come pure di gran parte dell'Anglona, è costituita per lo più da piccoli roditori come il quercino sardo (Eliomys quercinus sardus) e il topo selvatico; e da insettivori come il riccio e il mustiolo (Suncus etruscus), il più piccolo dei mammiferi d'Europa. Specie come la lepre (Lepus capensis mediterraneus) e il coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus) e piccoli carnivori come la martora (Martes martes latinorum), la donnola (Mustela nivalis boccamela) e la volpe (Vulpes vulpes ichnusae), sono ancora presenti in queste campagne, così come alcuni rettili (gongili, lucertole, piccoli serpenti e tartarughe) e il curioso discoglosso (Discoglossus sardus), una rara specie di rana notturna. Sono relativamente ancora numerose le specie di uccelli che frequentano i corsi d'acqua, come le folaghe (Fulica atra atra) e le gallinelle (Gallinula chloropus). Nelle campagne si possono incontrare pernici (Alectoris barbara), quaglie (Coturnix coturnix) e tortore (Streptopelia turtur), mentre tra i dirupi volteggiano corvidi e rapaci come il corvo imperiale (Corvus corax sardus), il gheppio (Falco tinnunculus) e la poiana (Buteo buteo). Non di rado si riesce ancora ad osservare il maestoso airone cinerino (Ardea cinerea) che soggiorna per qualche tempo nell'oasi naturale di Badde Traes. (a cura di Piero Solinas)
Particolare di una architrave nel Centro Storico     La componente umana - L'antico paese di Martis nasce nei pressi di aree di rilevante interesse storico e archeologico della cui testimonianza restano importanti segni e documenti che attendono in larga misura di essere studiati ed interpretati. I reperti, i resti e gli scritti, numerosi e diversificati, sono tali da abbracciare una parte consistente della storia umana. I materiali litici di Pantallinu (Perfugas), Sa Coa de Sa Multa (Laerru) e Serra Preideru (Martis) risultano essere a tutt'oggi i soli ritrovamenti ascrivibili al Paleolitico medio-inferiore della Sardegna, databili fra 120.000 e 500.000 anni fa. Si tratta di utensili come raschiatoi e grattatoi scheggiati dagli uomini preistorici nella selce, una roccia durissima assai diffusa nella regione anglonese proveniente dagli strati sedimentari del lacustre miocenico. Ad un periodo molto più recente risalgono i reperti, ritrovati in quantità importanti soprattutto alle falde di Monte Franco costituiti da utensili ceramici o in pietra silicea lavorata, fabbricati da uomini del Neolitico vissuti in questa regione intorno a 6000 anni fa. Sul territorio si elevano 12 nuraghi alcuni dei quali in precario stato di conservazione, distribuiti in particolare lungo l'altipiano che borda la valle di Badde Traes, sui rilievi di Monte Franco e Monte Seine e nel settore sud-orientale del territorio comunale (Murrone e Spinalva), al confine con i comuni di Chiaramonti e Perfugas. Meritano di essere menzionati il nuraghe Sas Molas, un monotorre dalla caratteristica alternanza cromatica dei filari di trachite rossa e di calcare bianco e il nuraghe Monte Franco che domina dall'alto dell' omonimo colle una area vastissima che offre uno splendido panorama. Così come attestato dallo stesso nome del paese che sembra suggerire un chiaro riferimento al dio romano Marte, lo stanziamento umano su queste terre è proseguito poi ininterrottamente nel tempo, lasciando sempre, dietro di sé, vestigia più o meno importanti. Nonostante i segni inconfondibili di una crisi economica profonda che si evidenzia soprattutto nel crollo demografico, il paese conserva ancora alcuni tangibili segni di un passato assai più prospero. (a cura di Piero Solinas)
Il miracolo di San Pantaleo (Andrea Lusso, 1595)     Le chiese - Il paese di Martis presenta numerose chiese: la più importante è quella di S. Pantaleo, situata al margine sud-orientale dell'abitato e risalente al XIV secolo, in stile romanico-gotico con influssi lombardi ed aragonesi. È ubicata in posizione dominante sulla valle del Rio Carrucana. Nei primi decenni del 1900 la chiesa è stata abbandonata e il cedimento strutturale della collina su cui sorge ne ha compromesso la stabilità. Solo recentemente sono stati intrapresi degli interventi di riprisitno e di mantenimento conservativo del prezioso monumento, seguiti ai lavori di consolidamento dell'intera collina.Questi interventi, restituiscono al visitatore il gioiello gotico-aragonese in tutto il suo antico splendore. A pianta rettangolare, basilicale, divisa in tre navate da una doppia fila di pilastri a pianta cruciforme che sostengono gli archi a tutto sesto della navata centrale e gli archi a sesto acuto delle navate laterali. L'elegante facciata è dominata dal portale romanico con strombatura e il bel rosone bicromo con intreccio di archi di cerchio oggi purtroppo distrutti. Vari interventi di restauro (ancora in atto) operati dal Ministero per i Beni Culturali hanno garantito stabilità e decoro a questo importante monumento. La cappella maggiore della chiesa ospitava la bella pala (olio su tela), del Miracolo di San Pantaleo datata 1595 del più importante pittore manierista sardo Andrea Lusso, che ora si può ammirare nella nuova chiesa parrocchiale. Le chiese minori del paese sono: Santa Croce, San Giovanni e Il Rosario dove si può ammirare un pregevole altare ligneo, in stile barocco, recentemente restaurato. Numerosi sono i ruderi di chiese campestri dislocate nel territorio di Martis, in particolare merita attenzione la chiesetta romanica di San Leonardo del XII secolo. Il Museo Diocesano - Su iniziativa dell'ufficio Beni Culturali della diocesi di Tempio Ampurias e per l'interessamento di alcuni gruppi di giovani dell'Anglona, si sono realizzate diverse sezioni del Museo Diocesano, nei paesi di Martis, Nulvi, Castelsardo, Tempio e Olbia. La sezione di Martis è allestita nella piccola chiesa seicentesca di S. Giovanni; si tratta di una mostra permanente il cui tema è "Le vesti della preghiera". Nell'esposizione, infatti, predomina una consistente collezione di paramenti liturgici (sec. XVII - XIX) quali: dalmatiche, pianete, stole, piviali, manipoli in tessuti serici dai vividi colori, arricchiti da preziosi ricami e passamanerie. Nel museo trova spazio un'interessante dotazione di argenti sacri, corone, pissidi, patene, calici tra i quali spicca per la squisita fattura e la ricchezza di decori il calice con i simboli della passione del XVIII sec. Preziosa ed interessante è la stauroteca, reliquario della Vera Croce, composto di due parti: quella di sostegno, il piede dove appare uno stemma episcopale e la data 1631; la parte superiore cruciforme in stile barocco floreale con un'iscrizione grafica recante la data 1730. Tra le statue lignee policrome, domina il grande crocifisso seicentesco; ha braccia snodate per il rituale de s'Iscravamentu, rappresentazione sacra propria della settimana santa in cui Cristo viene deposto dalla croce. Di solenne bellezza e compostezza è la statua della Dormitio Virginis, probabilmente del XIV sec., alla quale la popolazione di Martis è particolarmente devota; ad essa è legata una leggenda che narra sia stata trovata in un canneto, sul Monte Franco, da un pastorello muto, il quale nel ritrovarla riacquistò miracolosamente la voce. Di autore ignoto e la tela della Natività del XVII sec., recentemente restaurata, dall'atmosfera vagamente "raffaelliana"; di urgente restauro necessita invece la pala dell'altare della chiesa sezione del museo, intitolata Il battesimo di Cristo XVIII sec..
30 novembre, Sant     Tradizioni Sant'Andria il 30 di novembre In Sardegna il mese di novembre viene chiamato Sant'Andria,e si festeggia il trenta. L'etimologia del nome ci dice che il termine andreia significa virilità; addirittura Artemidoro lo utilizza per indicare il membro virile. Tutto il mese di novembre, era dedicato al dio Dioniso e quindi a festeggiamenti sfrenati e orgiastici. La sera del 30 di novembre, infatti, in alcuni paesi dell'Anglona, uscivano uomini mascherati, con graticole, coltelli, scuri e percotendo queste armi fra loro, facevano gran rumore per intimorire i fanciulli. Ferraro riferisce e rapporta questa tradizione a due episodi riguardanti il mito di Dioniso. Si racconta che Zeus, per sottrarre Dioniso agli attacchi di Era, lo abbia portato in una grotta del monte Ida e lo abbia affidato ai Curati che gli facevano la guardia; questi per coprire i suoi vagiti danzavano intorno al bambino, battendo tra loro le armi per far rumore. L'altro episodio è invece quello della cattura del piccolo Dioniso da parte dei Titani che lo fecero a pezzi, poi bollirono e arrostirono le sue carni. Questo spiegherebbe il tipo di armi e graticole portata dagli uomini per spaventare i bambini. Sant'Andrea, secondo Ferraro, premia durante la sua festa le ragazze che hanno filato di più e punisce le pigre, che non avendo lavorato abbastanza dovrebbero tagliarsi le mani come recita una vecchia filastrocca, simulando un dialogo tra il Santo e una ragazza. Halloween a Martis: verrebbe voglia di affermare tanti secoli prima di Halloween! infatti non sono più gli adulti ad uscire per strada, ma i ragazzi e i bambini, che con delle grosse zucche, precedentemente svuotate e intagliate a forma di facce paurose illuminate da una candela all'interno, annunciano la loro presenza, quando vanno a bussare nelle case, percuotendo coperchi di pentole e mestoli a mò di ammonimento recitando la filastrocca: Sant' Andria muzza li mani ! Cantas azzolas as filadu ? Battoro e tres ........ Muzzaredinde manos e pes ! Sant' Andria muzza li mani ! Cantas azzolas as filadu ? Battoro e chimbe ........ Sas manos tuas muzzaredinde ! Sant' Andria muzza li mani Cantas azzolas as filadu ? Battoro e otto ........ Sas manos tuas non ti las tocco ! In cambio ricevono, per questa loro esibizione, buon vino, dolci, mandarini, fichi secchi, bibite e soprattutto soldi. San Giovanni 24 giugno: "Su fogarone" La sera del 24 giugno, si preparano dei grandi falò, che bambini e adulti devono saltare in coppia. In passato, prima del salto, si annodava un fazzoletto, simbolo della relazione che si instaurava in quel momento. Si diventava così compares e comares de "fogarone"; il legame, purificato dalle fiamme, assumeva maggior valore che un vincolo di sangue. Durante il salto, si cantava: Santu Juanne brundu corona 'e su mundu corona 'e su sole bois sezis segnore segnore bois sezzis Cristu battijezzis cun abba e cun sale in bene e in male in male e in bene sorres de piaghere sorres de allegria tottu compares e comares mias. I testi sono Tratti da: Miti Leggende e Fiabe della Sardegna, Turchi
il costume di Martis ricostruito     In Coritu et Faldeta La ricostruzione del vestiario tradizionale martese L’abito maschile L’abito maschile è stato ricostruito tramite le testimonianze orali, dall’analisi di vecchi documenti fotografici e dal confronto con indumenti, che rivelano forti somiglianze, appartenenti a paesi vicini. Il “costume maschile” ricostruito è molto sobrio ed elegante “bianco e nero”. È confezionato con tela bianca per la camicia, velluto nero per il corpetto ed orbace per la giacca ed i calzoni. A Martis i calzoni lunghi hanno sostituito le più antiche ragas già attorno al 1860 – 1870, come è avvenuto ad Ozieri e nei paesi circostanti. Si è preferito ricostruire questa foggia perché maggiormente documentata. Le ragas, che certamente si usavano in fasi anteriori, non possono essere ricostruite, per assenza di documenti che consentano di rifare un modello preciso nei dettagli (in quanto non si sa, ad esempio, quante erano lunghe, come erano orlate, se vi erano tasche, se erano pieghettate o increspate, ecc.). L’abito femminile A Martis restano, conservati gelosamente da alcune famiglie, diversi abiti femminili che risalgono alla fine del 1800 primi anni venti del 1900. Secondo alcune testimonianze questi “costumi” parteciparono ad alcune prime edizioni della Cavalcata Sarda, nel 1956. Si tratta di un abito che ha perso alcuni caratteri “sardi”, influenzato com’è da modelli cittadini e borghesi. Questa foggia è presente con poche variazioni a Ozieri, Tula, Nughedu ed a Oschiri. L’influsso della moda signorile della fine del 1800 è provato dalla scelta del nero come colore dominante e soprattutto dalla giacchetta ermeticamente chiusa sul petto, sino al collo. Certamente si può affermare che questa blusa ha sostituito un più antico insieme che evidenziava la camicia sul petto e metteva in mostra un rigido bustino. Questi insieme al bolero, erano caratterizzati da un vivace contrasto di colori. È stato possibile ritrovare diversi indumenti del “costume femminile più antico”, sempre conservati nelle case martesi, o elementi che, un po’ trasformati, conservavano caratteri antichi. Questa veste di gala, in uso attorno al 1850 – 1870, era formata da una camicia, da un busto, un bolero, una lunga gonna, un grembiale ed un fazzoletto copricapo. Numerosi busti sono sopravvissuti, tutti simili nel modello e nelle decorazioni. Sono di tipo rigido e all’esterno sono ricoperti di pregiati broccati floreali, passamanerie e ricami d’argento. È evidente che in origine non erano coperti da giacchette e che si “dovevano vedere”. Il modello di questo busto risale al 1600. È stato ricostruito fedelmente un busto in broccato blu, quasi identico all’originale, per quanto hanno permesso i materiali in commercio (che hanno richiesto una accurata ricerca). La camicia che si indossava contatto con la pelle, sotto il busto, è stata ripresa da un antico e pregevole esemplare. È di fine tela di cotone bianco ed ha una sottogonna dello stesso materiale cucita alla vita. Ai polsi ed allo scollo presenta un particolare ricamo a rombi, di origine rinascimentale, eseguito sulla pieghettatura che riduce la stoffa. Questo ricamo è tipico delle camice barbaricine e del Goceano, ma non è assente in Logudoro (Putifigari, Ossi, Osilo, Cossoine, Thiesi). Attorno al collo e dai polsi si trova anche una trinetta con microscopici ricami “a punto nodo”: essi sono stati ripresi dall’antica camicia con i motivi di tralci e uccelletti che la caratterizzano. Si è preferito non riprodurre la sparato a pieghette anteriore perché rappresenta certamente un dettaglio di introduzione recente, rispetto agli altri, di origine antica della camicia. Per il giubbetto ci si è ispirati ad alcuni vecchi boleri in terziapelo (velluto di seta a fiori). Si è scelto, tuttavia di utilizzare il velluto liscio, perché usato in fasi antiche, come mostrano diversi documenti prima di quello a fiori (che si acquisì attorno al 1870). Sono state praticate le asole per la buttonera, in consonanza con i boleri antichi del circondario (Osilo, Chiaramonti, Nulvi) e perché risultano consuete dalla documentazione. La gonna è stata confezionata con cura, ripetendo fedelmente un esemplare antico, che presentava una stretta balza di damasco violaceo (che può essere anche di velluto nero, granato o viola). Si è dovuto eseguirla in panno anziché in orbace perché l’orbace attualmente in commercio è grossolano e non consente una fine pieghettatura. Del resto si sa che a Martis alcune donne abbienti preferivano il panno all’orbace. L’abito è completato da un fazzoletto di seta damascata chiara (che poteva anche essere scuro); resta da appurare con maggiori ricerche se si usassero altri tipi di copricapo, come veli o scialle. Il grembiale era l’elemento più variabile del “costume”, a seconda dei gusti e delle possibilità economiche delle proprietarie, ma era più spesso scuro, di seta più o meno preziosa. È stato confezionato un esemplare di taffettà di seta violaceo, che compone bene con il resto degli indumenti. I gioielli tradizionalmente usati sono la buttonera d’argento alle maniche del bolero ed i gemelli d’oro o d’argento dorato che chiudono la camicia al collo. (a cura di Gian Mario Demartis - Soprintendenza ai Beni Archeologici per le Province di Sassari e Nuoro)



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fonte:    http://78.110.185.34/martis/oc/oc_p_elenco.php?x=d90f3d7bdccb39ab41f0cd39913f69d4&





 

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