Mappa del Sito

Muros

gif

I servizi e la consulenza per approntare al meglio la tua attività di commercio elettronico li trovi in
MARALB
SOLUZIONI PER IL COMMERCIO ELETTRONICO.

Banner
Home -- SASSARI -- Muros
 
Aggiungi il sito ai tuoi preferitiAggiungi pagina ai tuoi preferitiScegli come HomepageCondividi questa paginaInvia questa pagina via mail
Muros PDF Stampa E-mail
Scritto da MARALB   
Questo articolo è stato letto: 545 volte
Muros





Muros


fontana


M
uros conta 801 abitanti (Muresi dati al 1.1.2008) e ha una superficie di 11,2 chilometri quadrati per una densità abitativa di 67,4 abitanti per chilometro quadrato. L'altitudine è m. 308 s.l.m ed è raggiungibile percorrendo la statale 131 che collega Sassari a Cagliari in entrambi i sensi di marcia uscita per Muros.
Il paese di Muros di adagia ai piedi del monte Canekervu, guardando ad est verso la pianura di Campamela. Il territorio, attraversato dal fiume Melas, ospita due selve ghiandifere: una chiamata Baddeolia, l'altra Canekervu. Il paese, menzionato nei documenti medioevali come "Villa di Muros", nell' XI secolo apparteneva alla curatoria di Figulinas, nel giudicato di Torres. Dopo la fine del regno giudicale, il paese passò agli Aragonesi quindi ai marchesi di Monte Muros.

Itinerario Archeologico

janas  Il territorio di Muros dista appena 15 km dal mare ed è paesaggisticamente caratterizzato da interessanti presenze vegetazionali che, assieme alle ripide pareti  calcaree, imprimono una forte "personalità" all'ambiente naturale. Il paesaggio presenta forme dolci nel settore a Est dell'abitato e diventa aspro in prossimità  del confine con il comune di Sassari dove il rio Mascari si apre la strada verso il mare dando luogo ad una stretta gola. Si tratta del passaggio obbligato verso  Nord percorso sia dalla linea ferroviaria Cagliari-Sassari, sia dalla S.S. 131 Carlo Felice che divide il territorio di Muros in due parti simmetriche. La  vegetazione varia da quella esile dei pratelli, prati, pascoli (la prateria ad asfodelo o la steppa a piante spinose), a quella a "macchia" composta dagli arbusti  (lentisco e olivastro, mirto, corbezzolo, euforbia arborea), oppure quella imponente dei boschi. La lecceta è più estesa (Badde Olia e Canechervu), rari le  sugherete (Pentumas) e i querceti o boschi di roverella (zona sud-occidentale). Importanti sono anche i boschi a pioppi, olmi, tamerici, frassini meridionali e  salici, specialmente lungo le sponde del rio Mascari e dei suoi affluenti più importanti. Da ricordare inoltre i monumenti vegetali, spettacolari alberi  pluricentenari, che punteggiano il territorio. La fauna autoctona, tra cui anche specie animali d'interesse comunitario, annovera: il cinghiale, la volpe, la martora,  il coniglio, la lepre, la donnola, il riccio, il gatto selvatico, il biacco e le natrici, la raganella, il rospo smeraldino, il gongilo, le lucertole, i gechi e, tra il vasto campionario degli uccelli, il gheppio, la poiana, il picchio rosso, la ghiandaia, il gruccione, il corvo imperiale, la pernice, la cornacchia grigia, lo storno nero e il merlo foto storicaNel Comune di Muros non esistono testimonianze archeologiche particolarmente monumentali o in perfetto stato di conservazione, ma comunque alcuni siti hanno estrema importanza scientifica. Due le principali motivazioni che hanno favorito l'occupazione del territorio, entrambe determinate dalla presenza del fiume Mascari: la prima è la fertilità dei suoli, unita alle abbondanti risorse idriche, la seconda la posizione strategica. Infatti la gola scavata dal fiume tra il massiccio di Canechervu e il monte Venosu ha da sempre costituito un passaggio obbligato dal mare verso l'interno e viceversa. Lo stanziamento umano è documentato già dalle età più antiche: dalla Grotta dell'Inferno provengono testimonianze del neolitico antico, medio e recente (6000-3000 a.C.); del neolitico medio l'idoletto femminile rinvenuto in località Su Monte, una tra le più antiche espressioni artistiche della Sardegna; del neolitico recente le domus de janas di monte Terras e Badde Ivos. Molto importante il sito di Sa Turrìcula, che ha dato il nome alla primissima fase dell'età nuragica; di età nuragica (1600-850 a.C.), oltre a due nuraghi, vi sono due esempi di architettura funeraria, la tomba di giganti di monte Simeone e l'ipogeo di Rocca Ruja. Importanti le tracce della viabilità romana, che seguiva il percorso poi ricalcato dalla Carlo Felice; individuate alcune vie secondarie presso San Leonardo e un santuario dedicato alla dea del grano all'interno del nuraghe Sa Turricula, frequentato già in età punica (535-238 a.C.) e soprattutto romana, in particolare nel I secolo d.C. Per l'età medievale si citano i villaggi di Muros, di Irbosa, di cui la chiesa di San Leonardo costituiva il nucleo principale, e quello relativo alla chiesa di San Giorgio, ora scomparsa. Gran parte dei siti si trova su proprietà private e per l'accesso è necessario disporre del permesso dei proprietari; spesso i sentieri rurali sono difficilmente percorribili e l'accesso ai monumenti è ostacolato dalla vegetazione e dal cattivo stato di conservazione.





Casa Martinez

foto storica Gli stemmi di Casa Martinez: i sigilli della famiglia Martinez di Montemuros si collocano all'interno di una particolare categoria di sigilli ossia quella della sigillografia privata. Questi sigilli raggruppano quelli dei nobili, dei feudatari, dei professionisti, degli artigiani e mercanti e quelli di ''private persone''. Presentano una singolare ricchezza e varietà di temi: figure araldiche, parlanti, immagini scorciosacre, monogrammi, ritratti di personaggi, ecc. Sotto il profilo diplomatico e giuridico possiamo distinguere sigilli dei feudatari, dei professionisti e dei privati cittadini. Il
sigillo qui raffigurato è quello della famiglia Martinez, originaria della Murcia, che a partire dal 1657 sino alla fine del 1700, fu feudataria del villaggio di Muros, piccolo centro ora in provincia di Sassari e precedentemente agglomerato alla Curatorìa di Figulinas. I Martinez, da prima Signori di Muros, acquisirono il titolo baronale e,
sotto il dominio sabaudo, nel 1762 a partire da Pietro Martinez, furono elevati al rango di marchesi con il predicato di Montemuros. Si tratta di un sigillo di tipo araldico, ovale; lo stemma raffigurato presenta uno scudo semirotondo o gotico moderno, sormontato da un elmo a cancelli, chiuso, di pieno profilo a destra, senza corona, circondato da lambrecchini. All'interno dello stemma, al centro, è rappresentato un quadrupede recante un bastone terminante con una croce, dal quale sventola un
vessillo quadripartito a coda di rondine. Il quadrupede potrebbe essere un agnello, anzi con certezza sarebbe il comune Agnus Dei, già raffigurato assieme a numerose
statue di San Giovanni Battista. L'animale è raffigurato ''in movimento'' con la testa rivolta all'indietro nel verso del vessillo e la zampa anteriore destra sollevata (quasi rampante). Forse calpesta un manto erboso. Sotto di esso sono presenti tre foglie trilobate, presumibilmente di vite o fico (molto probabilmente si tratta di foglie di vite, disposte orizzontalmente l'una accanto all'altra). Non compaiono altri simboli. foto storicaOccorre far notare come lo stemma presente sul sigillo sia molto simile alla raffigurazione su una lapide rinvenuta presso la scuola materna di Muros; si tratta di una lastra marmorea opistografa che presenta da un lato lo stemma, come nel sigillo appunto, eccezion fatta per l'agnello evidentemente rampante, e dall'altro lato un'epigrafe in lingua spagnola, ancora da decifrare nella sua totalità. Lo stemma dei
Martinez di Montemuros trova ancora oggi continuità con l'attuale stemma del Comune di Muros, concesso con DPR 6 agosto 1988. Araldicamente si tratta di un semipartito troncato: nel primo, di rosso, al leone d'oro, impugnante con le zampe anteriori lo spino di rovo secco, di nero, posto in palo; nel secondo, di azzurro, l'agnello pasquale, d'argento, coricato, munito di gagliardetto con il drappo bifido, posto in banda, di rosso e con l'asta, posta in sbarra, di nero; nel terzo, d'argento, alla ruota dentata, di rosso, raggiata di otto, munita di sedici denti, cui sono intrecciate tre spighe di grano, impugnate, di azzurro. Sono presenti, ovviamente, ornamenti esteriori tipici dell'araldica civile. Occorre infatti notare come nel cantone destro superiore dell'attuale stemma del Comune di Muros appaia l'agnello con il vessillo, già presente nello stemma dei Martinez, seppur rivolto verso l'interno e senza libro, segno inequivocabile di una continuità nell'attuale identità storica e culturale dell'antica famiglia Martinez di

Montemuros.

anfiteatroLa fonte pubblica è stata costruita alla sommità di via Principe Umberto nella seconda metà del XIX secolo ad opera di maestranze locali, per rendere fruibile alla popolazione l'acqua dell'attigua sorgente. Contraddistinta da una planimetria regolare, la muratura in elevato è realizzata in cantoni di calcare ben squadrati posti in opera su corsi regolari con spessi giunti in malta di calce. Nel prospetto, una nicchia appena accennata in profondità è conclusa da un arco di scarico; al di sopra il cornicione aggettante nasconde il profilo a timpano ribassato del tetto a due falde. Prima che venisse collocato il tubo centrale, l'acqua sgorgava direttamente attraverso due cannule posizionate sui mascheroni. Questi danno alla semplice composizione un tono di elegante monumentalità. La vasca di raccolta, preceduta da tre scalini, viene tutt'ora utilizzata anche come lavatoio, dopo la demolizione di quello antico, originariamente situato accanto alla fonte. Il problema dell'approvvigionamento idrico e della qualità dell'acqua è stato sempre molto sentito nel territorio di Muros. La realizzazione dell'acquedotto a partire dal 1924 e le nuove condotte idriche per l'acqua corrente avviate nel 1952 hanno eliminato definitivamente le lunghe file di fronte alle fontanelle, ma ne hanno decretato il loro progressivo abbandono. foto storica Le funtanas: l'importanza degli affioramenti d'acqua per la vita della comunità di Muros è testimoniata dalla toponomastica, ricca di un interessante palinsesto di idronomi come Badu 'e Carru (Il guado del carro), Caminu de s'Ena (Il sentiero della vena d'acqua), Sa Funtana de su Furraghe, Funtana S'Adde, Funtana 'e Casu, Piscina 'e Pedru, S'Abba Ruja (L'acqua rossa), solo per citarne alcuni. Secondo il censimento idrogeologico condotto tra il 1964 e il 1968 il territorio di Muros è interessato da diciassette sorgenti stagionali o perenni, caratterizzate da portate variabili da pochi litri a varie decine di litri al minuto. La quasi totalità delle sorgenti censite deriva da una medesima condizione strutturale che si verifica sostanzialmente nel contatto tra rocce a differente permeabilità. Le più importanti sono la sorgente o funtana Oroppo, la sorgente Retturas, le sorgenti di Pedru Soro e di San Leonardo, e quelle di Badde Ivos e di monte Terras.

La ''Nuova Cementeria di Scala di Giocca'' è stata costruita nel 1956 per far fronte alla forte domanda di leganti idraulici dovuta alla grande stagione delle opere pubbliche che ha caratterizzato la Sardegna in quegli anni. La Società Cementerie di Sardegna decise così di costruire il nuovo polo produttivo, con una potenzialità annua di circa un milione e duecentomila quintali. La scelta dell'ubicazione nella piana di Scala di Giocca era dovuta alla possibilità di reperire la materia prima nelle immediate adiacenze, ovvero nella cava del massiccio di Canechervu, e la vicinanza strategica con la stazione ferroviaria Scala di Giocca, sulla linea Chilvani-Sassari e la S.S. 131. Il nuovo stabilimento consentiva così di eliminare le condizioni di inferiorità di approvvigionamento di cemento in cui si trovava il nord della Sardegna e, in particolare, la città di Sassari. L'iniziativa venne accolta inizialmente con grande favore popolare e numerose furono le assunzioni che alleviarono temporaneamente roccaru  la piaga della disoccupazione con il rientro di molti emigrati che sperarono invano in un lavoro duraturo. A partire dal 1970 iniziarono le prime crisi del settore  industriale e le difficoltà del cementificio del quale si cominciava a prospettare la chiusura. Uno dei problemi più sentiti era senza dubbio quello  dell'approvvigionamento idrico industriale. Negli anni Ottanta era ormai in atto la ristrutturazione che ha portato alla definitiva fermata della produzione. Oggi  rimane in attività solo il settore commerciale. foto storicaLo studio del progetto era stato condotto sulla scorta delle più aggiornate cognizioni tecniche del  momento, sia in merito alle caratteristiche degli impianti e delle macchine, sia per quanto riguarda le condizioni ambientali di lavoro. L'area occupata dallo  stabilimento ha una superficie di circa 80.000 mq, compresi i raccordi ferroviari e stradali e il piazzale antistante l'ingresso allo stabilimento. Le case di  abitazione dei dipendenti occupano un'area di circa 6.000 mq, comprese le pertinenze ai fabbricati. La cementeria ha prodotto leganti idraulici artificiali  secondo il procedimento cosiddetto ''a via umida''. Il ciclo produttivo iniziava dall'escavazione della roccia eseguita a cielo aperto con l'impiego di perforatrici  ad aria compressa. La roccia abbattuta veniva caricata da escavatori cingolati su automezzi ribaltabili e trasportata dal fronte di cava all'impianto di frantumazione. Quest'ultima era prevista su due stadi, a ciclo chiuso, con interposta vagliatura per la selezione granulometrica. Il prodotto frantumato veniva prelevato dalle tramogge e trasportato allo stabilimento tramite nastri trasportatori e automezzi ribaltabili. Qui venivano immesse in speciali molini tubolari rotanti che provvedevano alla macinazione in presenza di forti quantità d'acqua fino a ricavarne una finissima fanghiglia. Tale fanghiglia era successivamente trattata in una batteria di vasche per ottenere una miscela che avesse la dovuta composizione chimica e, da ultimo, veniva inviata al forno per la cottura. Il prodotto cotto (clinker), scaricato dal forno, era successivamente inviato in uno speciale reparto macinazione per la preparazione dei vari tipi di cemento. Una batteria di silos provvedeva all'immagazzinamento dei prodotti finiti che venivano prelevati a mezzo dell'impianto automatico di estrazione per essere avviati al reparto di insaccamento e carico. foto storicaPer far fronte a tale processo la cementeria si componeva dunque di: capannone generale, lungo circa 120 metri e destinato al deposito di tutti i materiali; impianto di macinazione delle materie prime; impianto di preparazione della miscela; impianto di cottura con forno rotante; impianto di combustione del forno; impianto di macinazione del cotto (clinker); impianto di pilotaggio del cemento, insaccamento e spedizioni; impianti di carico per automezzi e ferrovia; laboratorio chimico e officina meccanica. Oggi chi percorre la S.S. 131 nel territorio del comune di Muros non può rimanere indifferente alle tre grosse ciminiere che interrompono lo skyline naturale del rilievo di Canechervu e impongono nuove riflessioni sulla riconversione dell'enorme patrimonio industriale produttivo ormai quasi interamente dismesso con nuove finalità produttive e turistico-ricettive.

Tradizioni popolari

foto storica La raccolta delle testimonianze orali ha messo in evidenza le credenze popolari che, come in tutta la Sardegna, sono caratterizzate da uno stretto legame tra magia e religione, dove gesti scaramantici, forme di scongiuro e operazioni di tipo magico si fondono a preghiere, oggetti consacrati, e gesti della religione cristiana. Basta ricordare Sa meighina 'e s'ojiu (la medicina dell'occhio), antico rito magico-religioso contro la sfortuna, diffuso in tutta la Sardegna, che consisteva nel versare chicchi di grano all'interno di un bicchiere d'acqua, recitando nel frattempo delle preghiere. Alla fine del rito, in base alla risalita in superficie dei chicchi di grano, si capiva se la persona interessata aveva, o meno, ricevuto una sorta di maledizione, o se era vittima dell'invidia di qualcuno. Altri riti erano invece legati al raccolto. Durante i mesi di giugno e luglio gli uccelli mangiavano il grano che maturava nei campi, causando così la collera degli agricoltori, che si rivolgevano al sacerdote del paese. terrasQuest'ultimo riceveva la persona che andava a chiedere il suo aiuto, lo faceva sedere e, senza parlare, disegnava con una matita rossa delle croci su un foglio, scrivendoci accanto alcune formule in latino. Prendeva poi una canna, ne tagliava un'estremità, vi sistemava all'interno il foglio arrotolato e chiudeva la canna
con un pezzo di sughero. Questa canna veniva poi consegnata all'agricoltore, che aveva il compito di nasconderla nel suo terreno, in un angolo di difficile accesso, magari all'interno di un muretto a secco. Da quel momento in poi gli uccelli non avrebbero più sostato all'interno del terreno, ma ne sarebbero stati lontani, come impauriti. Tra gli interventi magico-religiosi c'erano anche rimedi taumaturgici, come ricette di medicina o veterinaria, permeate di simboli
religiosi cristiani, usati però magicamente, come immagini e sostanze consacrate. Tra questi si segnala quello per la cura dell'ernia dei bambini. Durante la
 notte di San Giovanni Battista, si effettuava una sorta di rito celebrato da un uomo di Mores che veniva chiamato appositamente nel paese. I familiari del bambino si recavano in una località del paese, su Giardineddu, nell'attuale via Brigata Sassari, dove si trovava un albero di fico. Il tronco dell'albero veniva aperto facendo un taglio, alto fino alla metà circa dell'altezza del tronco e di diametro sufficiente a far passare il bambino all'interno. Il bambino veniva preso
 in mano dall'uomo che, recitando delle formule particolari, lo faceva passare all'interno del taglio dell'albero, facendogli fare un movimento rotatorio. Quindi si richiudeva la ''ferita'' dell'albero con degli stracci, avendo cura di tenerlo ben stretto. Dopo un mese l'uomo di Mores tornava in paese e controllava la ''ferita'' dell'albero: se questa era guarita, anche il bambino non avrebbe più avuto disturbi. Tra le consuetudini, invece, si ricorda quella di chiedere sos responsos, una sorta di previsione sull'esito di processi in corso. Infatti quando in paese c'era qualcuno coinvolto come imputato in un processo, i familiari, il giorno del dibattimento, si rivolgevano ad una donna, che sedendosi vicino ad una finestra, ascoltava le frasi dei passanti: in base a ciò che sentiva dire dava l'interpretazione sulla sentenza e sull'eventuale pena. Tra le testimonianze orali emergono inoltre i ricordi legati ai giochi e ai passatempi, come il gioco dei ''gareci'', le antiche biglie di quercia, successivamente sostituite da quelle in terracotta e infine da quelle in vetro, con le quali i bambini del paese passavano il tempo giocando insieme.

MONTE FRUNDAS

fru   Il monte Frundas, che raggiunge una quota massima di 230 m s.l.m., è posizionato nel settore orientale del territorio di Muros, e rappresenta una fra le ultime  propaggini meridionali del massiccio di monte Muros di Osilo che si affaccia sul rio Mascari. Un'evidente nota cromatica è data dalla presenza della ginestra  odorosa, che per tutta la primavera accende di giallo i versanti meridionali del monte. I campi di grano circostanti sono invece punteggiati da numerosi perastri,  uniche specie arboree spontanee sopravvissute alla trasformazione agricola. Tale presenza è sottolineata anche dal fitonimo ''Pirastedu''. In cima al monte  Frundas, nella zona di Su Runatolu, è presente uno fra i pochi nuraghi del territorio: Su Nuraghe. Ginestra odorosa Nome scientifico: Spartium junceum L.  Sardo (variante locale): 'inistra Famiglia: Leguminosae Specie perenne cespugliosa, o a portamento di alberello, alta sino a 2 m, con fusti cilindrici di color  verde, molto tenaci anche se compressibili. È una caducifoglia invernale caratterizzata da una profumata ed esaltata fioritura primaverile, color giallo-oro  intenso. Il frutto è un piccolo legume falciforme. Con la sua evidente nota di colore primaverile, costituisce un peculiare elemento del paesaggio vegetale del  territorio di Muros dove riesce a colonizzare suoli pesanti come argille e marne. Il potente e complesso apparato radicale della ginestra odorosa contribuisce notevolmente a consolidare il terreno dei pendii franosi dove vegeta. Nuraghe Santu Giorzi Il nuraghe si trova in località Santu Giorzi. Costituiva una postazione di controllo rispetto al passaggio sottostante, successivo alla gola di Canechervu e presso il fiume, usato come fonte di approvvigionamento idrico. Si trovava inoltre in contatto visivo con il nuraghe di Sa Turricula. Nella stessa area, oltre a materiali di età nuragica, sono stati rinvenuti reperti di età romana, mentre il toponimo indica la presenza di una chiesa dedicata a San Giorgio. Conglomerato Il sito è caratterizzato da conglomerato, una roccia sedimentaria clastica, appartenente alla classe delle rudite coerenti. Si tratta di rocce di colore variabile e distribuito in maniera irregolare ma con chiare tonalità biancastre. La tessitura è definita da elementi subarrotondati di natura quarzosa, con un diametro superiore ai 4 mm (meno frequentemente di natura feldspatica e solo raramente compaiono frammenti di gusci o impronte di gasteropodi), inglobati in una matrice più fine di sabbia a grana media, cementata da calcare.

MONTE SIMEONE

simeoneMonte Simeone, che raggiunge un'altezza massima di 319 m s.l.m., appartiene, per caratteristiche litologiche e giaciturali, al complesso sedimentario di monte Tudurighe e monte Terras dai quali risulta separato dai fenomeni erosivi che hanno esplicato maggiormente la loro azione in corrispondenza delle discontinuità tettoniche, responsabili dell'attuale strutturazione del territorio. La presenza di termini arenacei, soprattutto nei settori basali dell'ammasso roccioso, permette
la formazione di cenge e tafoni che conferiscono al paesaggio un aspetto aspro e movimentato. Assenti le formazioni arboree, sostituite da associazioni secondarie come la macchia e la gariga, sono presenti vaste aree a pascolo, costituite da specie erbacee caratteristiche dei luoghi aridi. Biancospino Nome scientifico: Crataegus monogyna Jacq. Sardo (variante locale): Carariggiu, Cararizu Famiglia: Rosaceae Il biancospino comune, detto anche azaruolo selvatico
 è una specie a portamento arbustivo o, talora, arboreo. Si tratta di una specie caducifoglia con rami provvisti di numerose spine acute e foglie con profonde incisioni per lato. L'infiorescenza, che si manifesta tra il mese di aprile e quello di maggio, è formata da un corimbo di fiori bianchi che ricoprono l'intera pianta. Altrettanto spettacolare è la vistosa fruttificazione che, con i suoi toni rosso fuoco, accende la stagione autunnale ed invernale. Il biancospino gravita su un
ampio areale di distribuzione (specie paleotemperata) vivendo a quote comprese tra il livello del mare ed i 1500 m di altitudine, entrando a far parte di caratteristiche siepi e cespuglieti. Tomba di giganti Presso monte Simeone si trova la tomba di giganti omonima; costituita da una serie di lastre megalitiche infisse nel terreno che delimitano la camera sepolcrale, di forma rettangolare, mentre non ci sono evidenti tracce dell'esedra, testimoniata dal rinvenimento appena a valle di un frammento della stele centinata. Si tratta di un monumento funerario collettivo di età nuragica, che probabilmente è da collegare ai nuraghi di Sa Turricula e Santu Giorzi. Nel 2001 scavi abusivi hanno distrutto il deposito stratigrafico all'interno della tomba, con la perdita pressoché integrale dei materiali deposti, e hanno anche compromesso l'equilibrio statico del monumento. Calcare compatto l sito è caratterizzato da calcare compatto, una roccia sedimentaria organogena, appartenente alla classe delle rocce calcaree. La roccia costituisce il nucleo di un piccolo rilievo che si eleva dalle piatte colline assumendo l'aspetto di un piccolo ''Tacco''. È composta quasi interamente da un calcare biancastro, a struttura detritica, disposto in bancate, disarticolate da sistemi di fratture che isolano grossi blocchi. La componente fossilifera è rappresentata quasi esclusivamente da frammenti di bivalvi; presenta talora frattura concoide e quasi sempre tessitura compatta.

MONTE TUDURIGHE

Il massiccio del monte Tudurighe, con la vetta che raggiunge i 411 m s.l.m., costituisce il sito più elevato del territorio dopo il monte Muros (460 m s.l.m.). Rappresenta uno straordinario scenario paesaggistico e panoramico, costituito dai boschi sempreverdi nel versante ombroso di Sa Crabola, da macchia mediterranea, garighe e pascoli nel costone occidentale e da aspre e scoscese rupi mioceniche, a corona, nei ripidi versanti nord-orientali. Limonio racemoso Nome scientifico: Limonium racemosum (Lojac.) Diana Corrias Famiglia: Plumbaginaceae Specie perenne alta sino a 60 cm, a volte però solo 5 cm, con portamento talora slanciato. Fiorisce in primavera, palesando piccolissimi calici azzurrini, tra le nude rocce calcaree mioceniche ad est di Sassari, lontano dalle coste marine. Si tudurighe  tratta di una specie rarissima: è infatti un endemismo esclusivo della Sardegna con areale puntiforme relativo a poche località presso Sassari, Tissi, Osilo e  Muros, fra cui le rupi settentrionali del monte Tudurighe a strapiombo nel versante di Sa Crabola. Sa Turricula Il sito di Sa Turricula, sullo spartiacque tra le  valli del Mascari e del Bunnari, ha enorme importanza come insediamento della fase più tarda della cultura di Bonnanaro (facies di Sa Turricula tra 1600-1500  a.C.), a cavallo con il periodo nuragico. Nei pressi, in località Funtana 'e 'Casu (Osilo), c'è un dolmen, mentre nell'area più elevata si trova il nuraghe Sa  Turricula. Il nuraghe, in epoca punica e romana, a partire dal III secolo a.C., venne utilizzato come edificio cultuale, dedicato ad una dea del grano, come  indica il rinvenimento di statuette tipo Sarda Ceres, conservate ora nel museo Sanna di Sassari. Calcare fossilifero Il sito è caratterizzato da calcare fossilifero,  una roccia sedimentaria organogena, appartenente alla classe delle rocce calcaree. Si tratta di rocce di colore biancastro, caratterizzate dalla presenza  esclusiva  di valve di ostree (organismi marini tipici di mare poco profondo) concentrate sulle superficie. La tessitura è compatta ed è costituita in prevalenza da  calcite e da piccole quantità di materiale detritico, come clasti di quarzo e altri silicati.

MONTE TERRAS E S'ISETRI

Il rilievo montuoso di monte Terras, con quota massima a 304 m s.l.m., è ubicato nel settore settentrionale del territorio di Muros. La caratteristica forma del rilievo che sembra adattarsi perfettamente al versante meridionale del monte Tudurighe nonché la notevole differenza altimetrica rispetto a quest'ultimo, lascia supporre che il monte Terras non sia altro che una porzione del monte Tudurighe comunescivolato verso il basso a causa di importanti fenomeni tettonici gravitativi legati alla formazione della valle del Mascari. È caratterizzato da una cresta di rupi mioceniche che dalla vetta degradano ad occidente, sino a sfiorare l'ansa profonda del rio Mascari, a quota 150 m s.l.m., in corrispondenza dello sbocco
 della valle di Badde Padru. Questa corona rocciosa, rivolta a sud per una lunghezza di circa 700 m, risente di una forte insolazione ed ospita solo poche
specie vegetali rupicole e xerofile, capaci di tollerare queste avverse condizioni climatiche e pedologiche. Ruta d'Aleppo Nome scientifico:
Ruta chalepensis L. Sardo (variante locale): Ruta, Ruda Famiglia: Rutaceae È una specie perenne provvista di un fusto legnoso abbastanza ramificato
e di un'infiorescenza costituita da petali gialli dotati di caratteristiche frange. Il frutto è una capsula a quattro lobi. Vive nel sud-mediterraneo a quote
comprese tra 0 e 800 m s.l.m., preferibilmente non molto distante dalle coste, colonizzando rupi, vecchi muri, garighe e macchie xerofile. Fiorisce tra
aprile e luglio ed è considerata specie medicinale: dalla ruta si ricava infatti, per distillazione con vapor d'acqua, un olio essenziale acre ed amaro usato
come emenagogo ed in liquoreria. Nel territorio di Muros è abbastanza diffusa, entrando a far parte sia della gariga che della macchia arida, anche presso
 muri a secco e ruderi. Domus di monte Terras e S'Isteri Nel costone calcareo di monte Terras, dietro lo stabilimento della Sarda Graniti, in un terreno
 privato, si trova una necropoli di ''domus de janas'', la cui prima notizia è nell'elenco Forteleoni del 1902; sono almeno 5, in stato di conservazione pessimo e in gran parte crollate; restano visibili le sezioni. Sono di tipo monocellulare, tipologia che si sviluppa a partire dal neolitico medio, perciò potrebbero ipoteticamente essere ricondotte all'insediamento della medesima epoca nella Grotta dell'inferno, che si trova a circa un chilometro in direzione nord-ovest. A circa 100 m in direzione sud, sulla cima di un piccolo rilievo adiacente la Sarda Graniti che è stato sventrato per il passaggio della camionale parallela alla S.S. 131, si trova la domus di S'Isteri. Sicuramente costituiva una propaggine della necropoli di monte Terras, come indica il tipo di domus in entrambi i casi monocellulare. Evidente lo stato di degrado causato dall'erosione e i problemi di staticità dei monumenti.



Meteo Muros - Previsioni Meteo offerte da Meteo Webcam






fonte:    http://www.comune.muros.ss.it/utente/index.asp?include=news&idformato=52&IDtiponews=175









 

expedia


 

Ricerca personalizzata

Meteo Sassarese

Min Max
Dom. nuvoloso 1 5
Lun. coperto neve 2 5
Mar. coperto neve 1 5
Scegli la città
Cosa ti piace di più della Sardegna
 
Qual è la spiaggia più bella della Sardegna??
 
Quale sezione del sito ti piace di più?