pinti dalla sempre più incessante
pressione assira lungo le coste
libanesi, nel corso del IX secolo a.C. e del VIII secolo a.C., si hanno
notizie della presenza dei primi insediamenti fenici lungo le coste
meridionali della Sardegna.
Abili naviganti ed altrettanto abili nei commerci, i Fenici
percorrevano il Mediterraneo in lungo ed in largo principalmente per
vendere o barattare i prodotti del loro fiorente artigianato quali
gioielli e ceramiche, ma soprattutto le loro pregiate stoffe di lino e
di lana colorate con la porpora (phoinix) di cui avevano il monopolio e
che ottenevano da un particolare tipo di conchiglia marina chiamata
murice.
Secondo le più probabili ipotesi - in accordo con i popoli nuragici che
in quel periodo vivevano l' epoca d'oro della loro civiltà, i primi
innocui commercianti semiti impiantarono pacificamente empori nelle
rade meridionali dell'Isola, dando vita a delle piccole strutture per
la commercializzazione delle merci, dei mercati veri e propri nei quali
i gli indigeni acquistavano (o barattavano) le loro pregiate mercanzie.
I primi insediamenti sorsero a Karalis, a Nora, a Bithia (nei pressi di
Pula), a Sulci nell'isola di Sant'Antioco, a Tharros nella penisola del
Sinis, e poi a Neapolis (nei pressi di Terralba) e a Bosa.
Le prime
città
Questi punti di approdo - con il costante prosperare dei commerci - si
consolidarono e si trasforarono da empori in villaggi abitati
stabilmente da famiglie fenicie che seguivano le proprie tradizioni e
praticavano i loro culti di origine. Con il trascorrere dei secoli
diventarono poi importanti centri urbani, organizzati in una maniera
simile alle città stato di origine. Tale forma di importante
aggregazione urbana, era
ancora sconosciuta agli autoctoni i quali preferivano vivere in villaggi
a ridosso dei complessi nuragici.
Contemporaneamente al progredire degli scali fenici nelle coste
meridionali sarde, dall'altra parte del Mediterraneo, nel continente
africano, nell' 814 a.C. nasceva Cartagine, e sessanta anni più tardi,
in quello italiano, nasceva Roma.
Le due anime dell’Isola
Gli archeologi pensano che con lo sbarco dei fenici ebbe iniziò
nell'Isola la coesistenza di due anime ben specifiche e caratterizzate
che non riuscirono mai ad integrarsi completamente una con l'altra: una
definita costiera, con origine nella civiltà orientale semitica, ed
un'altra interna con origine nella civiltà nuragica autoctona.
Questa presenza di nuove genti sul suolo sardo, fu avvertita dagli
indigeni come un pericolo solamente quando era già troppo tardi, e
quando oramai i semiti di Sardegna, dopo tante generazioni, si
sentivano pure loro isolani a tutti gli effetti, al pari dei nativi
nuragici, anche se tra le due culture - in quel periodo - non ci fu
vera integrazione, e l'economia dei primi centri costieri rimase sempre
orientata verso i commerci marittimi, mentre quella indigena rimase
legata al mondo agro pastorale.
L’epoca d’oro dei sardi
nuragici
Secondo gli archeologi, il periodo che va dal 900 a.C. al 500 a.C.,
corrisponde all'epoca d'oro della civilizzazione nuragica. Intorno ai
nuraghi, sempre più complessi ed elaborati, le capanne nei villaggi
aumentavano di numero e ci fu generalmente un ampio incremento
demografico. L'artigianato produceva ceramiche raffinate e strumenti
sempre più elaborati, mentre aumentava la qualità delle armi.
In epoca recente, i ricercatori hanno scoperto in località Monti Prama,
non lontano dalla città di Tharros nel Sinis, luogo di contatto con i
nuovi arrivati fenici, imponenti statue in pietra arenaria,
rappresentanti guerrieri armati con archi e altre armi, segno eloquente
che la civiltà nuragica si evolveva verso forme sempre più spettacolari
ed imponenti.
Ma la vera conquista in quel periodo, secondo l'archeologo G. Lilliu,
non fu tanto l’accuratezza nella cultura materiale, ma bensì
l'organizzazione politica che ruotava intorno al parlamento del
villaggio, nel quale un’assemblea composta dai capi e dalle persone più
influenti, si riuniva per discutere sulle questioni più importanti e
sulla giustizia. Secondo l’illustre studioso, questa forma di governo,
benché non originale ed esclusivo della Sardegna, si ritrovò intatto,
dopo duemila anni, nello spirito delle coronas giudicali.
Espansione
militare fenicia
Con l’aumentare della loro prosperità e potenza, le città stato semite
non si accontentarono più del piccolo approdo iniziale concesso loro
dagli indigeni, ma sentirono l'esigenza di assicurarsi il controllo del
territorio circostante e specialmente le fertili pianure
dell'entroterra, dominio fino ad allora delle genti nuragiche. A questo
punto il fragile equilibrio che si reggeva sui reciprochi interessi
economici basati sugli scambi commerciali, si interruppe bruscamente ed
ebbe inizio una feroce guerra che vide i fenici penetrare verso i
territori dell'interno. Quelli di Karalis arrivarono fino a Monastir e
San Sperate, quelli di Sulci fino al Monte Sirai, quelli di Tharros
occuparono il Sinis e si spinsero fino a Narbolia e a San Vero Milis,
fondando in queste nuove terre i centri urbani di Othoca e di Cornus.
Il tentativo di respingere l'invasione fenicia verso l'entroterra,
segna verso il VI secolo a.C. l' entrata della Sardegna negli annali
della Storia: la letteratura classica infatti ci da per la prima volta
un resoconto preciso e datato su ciò che stava accadendo sull'Isola.
Intervento di Cartagine
Al tentativo di colonizzazione, seguì la reazione armata dei nuragici;
in breve rioccuparono tutti i territori invasi minacciando la
distruzione delle città stesse. Contro il comune nemico, si
coalizzarono e insorsero le comunità federate del Cixerri, dei
Campidani, della Marmilla e del Trexenta e tutta l’Isola fu scossa dai
nuovi eventi. La fortezza del Monte Sirai, baluardo avanzato dei
sardi-semiti, fu ripetutamente attaccata e ripresa e a quel punto le
città stato temettero seriamente per la loro sopravvivenza. Mentre
stavano arretrando sotto l’incalzare dell’offensiva nuragica, intuirono
la presenza di un ulteriore pericolo costituito dal maturarsi di
un'alleanza tra sardi nuragici e greci focesi di Marsiglia e di Alalia
: a quel punto chiesero senza esitazione aiuto a Cartagine.
Prima guerra sardo-punica
Chiamati a difesa degli interessi semiti in Europa, nel 540 a.C.
Cartagine inviò in Sardegna un suo esperto generale, già vittorioso in
Sicilia contro i greci e da questi chiamato Malco (ossia il Re).
Sbarcato nell'Isola con un corpo di spedizione composto dalle èlite
puniche, con il compito di liberare le città sorelle dall'incombente
pericolo di annientamento, Malco trovò ad aspettarlo la feroce ed
organizzata resistenza dei sardi nuragici. Travolti da continui
attacchi e dalla sanguinosa guerriglia che si sviluppò intorno ai loro
movimenti, i Cartaginesi furono costretti a ritirarsi e a reimbarcarsi
subendo ingenti perdite. Non furono le fortezze nuragiche però lo
strumento di vittoria per i sardi, ma i punici furono sconfitti in
scontri campali.
L’intervento di Cartagine in Sardegna fu descritto dallo storico
Giustino e sembra che nella madrepatria questa sconfitta fu accolta
come un disastro tanto da motivare successivamente ampie riforme civili
e militari. Dopo questi avvenimenti, l’esercito fu potenziato e divenne
il simbolo e lo strumento della volontà di dominazione cartaginese
In tale periodo, secondo gli studiosi, vi fu l'introduzione nell'isola
di una malattia fino ad allora sconosciuta: la malaria. Si suppone che
furono le truppe di Malco a portare in Sardegna le zanzare anofele,
terribile flagello per gli isolani sino al 1946-50.
Seconda guerra
sardo-punica
Dopo la vittoriosa battaglia navale del Mare Sardo contro i greci
focesi, i punici al comando dei due fratelli Asdrubale e Amilcare,
figli di Magone, nel 535 a.C. tentarono una nuova campagna militare per
la conquista dell'Isola.
Non si sa molto di tale spedizione, ma si suppone che l’avanzata punica
fu arrestata nuovamente nei Campidani, prima ancora di raggiungere le
propaggini
montuose. La resistenza dei sardi fu nuovamente accanita e la
guerriglia assai feroce. Di sicuro, venticinque anni dopo,
nel 510 a.C., si combatteva a ancora ed in quell' anno i punici persero
in battaglia il generale Asdrubale
Gli sforzi tuttavia portarono a dei risultati se si pensa
che nel 509 si poté stipulare il trattato con Roma che
riconobbe a Cartagine il possesso della Sardegna .
La rivolta del 368 a.C.
Ma la convivenza armata tra i due popoli fu assai difficile e
ripetutamente scoppiavano rivolte e ribellioni nelle comunità
sardo-nuragiche dei territori occupati, costrette a pagare forti tasse
e a sottostare a pesanti imposizioni come il divieto di coltivare in
proprio la terra.
La politica agraria punica prevede la coltura estensiva del grano e dai
centri minerari furono allontanati i nuragici e i punici assunsero il
controllo diretto delle miniere, sfruttando la manodopera indigena per
l’estrazione dei minerali.
Nel 368 a.C., nonostante quasi un secolo di presenza punica, nei
territori occupati scoppiò l’ennesima ribellione: per la durata di
diversi decenni, i sardi nuragici, aiutati dalle comunità libere
dell’interno, costrinsero gli eserciti cartaginesi a vere e proprie
campagne militari per sedare le rivolte.
Aiutati dalla loro potente flotta, i punici riuscirono però a
controllare tutti i porti e impedirono ai sardi ribelli della parte
settentrionale e orientale ogni commercio con l’esterno, assediando
l’Isola conun vero e proprio blocco navale.
Il trattato del 348 tra Roma e Cartagine dimostra che i punici
raggiunsero un relativo controllo sulla Sardegna attuando una
accentuata occupazione territoriale nei Campidani, nel Sinis, in
Trexenta, Marmilla, Iglesiente. Si costruirono opere di difesa a Nora,
Monte Sirai, Kalari, Tharros e Bithia.
Le città
stato
Se i fenici fondarono le prime colonie lungo le coste sarde e
introdussero per la prima volta nell’isola l’organizzazione urbana, la
documentazione storica si fa però ricca e dettagliata a partire dal VI
e V secolo a.C, quando ormai sull’isola si affermavano i punici: questi
importarono negli oramai ex centri sardo-fenici, un’organizzazione
politica e sociale del tutto analoga a quella di Cartagine. Se infatti
le prime città fenicie divennero autonome rispetto alle città-madri che
si trovavano nel lontano Libano, trasformandosi loro stesse città
stato, con proprie autonomie e propri territori e culture, con l’arrivo
dei punici che le salvarono dalla minaccia nuragica, esse si ridussero
ad una semplice estensione oltremarina della potente citta-stato a loro
sorella, perdendo la loro primitiva identità ed autonomia. Le città
restarono autonome nel controllo del territorio e nell’amministrazione
civica, ma non nelle decisioni internazionali; divennero sempre più
popolate si specializzarono ulteriormente a secondo dei bisogni della
nuova madre patria:
* Karalis era importante per i suoi
rapporti con l’interno perché vi confluivano i minerali dell’isola.
* Sulki aveva solo rapporti con
l’interno.
* Tharros era importante per il
controllo del Sinis e per il traffico con l' Iberia non punica e con la
Gallia, con l' Etruria e con le città greche della Sicilia e della
Magna Grecia. Tharros poi aveva l’esclusiva produzione degli scarabei
di pietra dura che esporta in tutti i paesi compresa Cartagine.
* A Nora aveva la sua sede il
governatore militare.
* Macopsisa, città di frontiera, era
nata per tenere sotto controllo i territori della Campeda e del
Marghine interessati dal limes con le tribù nuragiche.
* Othoca.....
* Cornus....
Il limes
Si ritiene la durata della presenza punica di circa 271 anni, fino alla
invasione romana nel 238 a.C. . Durante questo periodo, alle continue
guerre, seguì una fase di assestamento, determinato dall’arresto della
penetrazione cartaginese alle falde dei massicci montani della Barbagia
e dalla dorsale del Goceano
Per difendersi dagli indigeni, venne tracciato un limes che andava da
Padria a Macomer, Bonorva, Bolotana, Sedilo, Neoneli, Fordongianus,
Samugheo, Asuni, Genoni, Isili, Orroli, Goni, Ballao fino alla foce del
Flumendosa.
Monete cartaginesi rinvenute all’interno dei territori liberi, fanno
intuire che nonostante il limes, tra i due popoli sussistevano
interscambi commerciali.
Vennero rinforzati i centri che sorgevano in prossimità della zona di
confine e vennero fondati nuovi insediamenti nelle zone interne. A nord
acquistò grande importanza Alghero, venne fondata Olbia nella parte
nord orientale dell'Isola e vennero costruiti i centri fortificati di
Dorgali, Tertenia, Colostrai e Villaputzu, sempre sulla costa orientale.
Il Periodo
nuragico finale
La potente flotta cartaginese, controllando tutti i porti della parte
sud occidentale e operando un completo blocco commerciale su tutti i
porti e gli approdi della parte settentrionale, colpirono il libero
commercio degli staterelli indipendenti della zona nuragica libera.
Privati delle terre più fertili, dei centri minerari più importanti,
privati dei contatti commerciali con l'esteno, la civiltà nuragica
entrò inesorabilmente in un periodo di forte decadenza ossia la fase V
ed ultima della sua storia. Tale periodo è chiamato Nuragico finale e
coprì il tempo che andava dal V secolo a.C. al II secolo a.C..
La federazione
sardo-punica
Nei territori invasi ossia nell' anima
semita della Sardegna, si
sviluppò a questo punto una cultura mista, formata dall'insieme di
elementi culturali di entrambi i popoli che iniziarono ad avere
contatti sempre più stretti tra loro. A tal proposito, lo storico G.
Pesce scrive:
..Nello stesso tempo i
sardi rimasti
indipendenti sulle montagne, smisero il loro iniziale atteggiamento
ostile nei confronti dei cartaginesi, dei quali divennero federati,
come dimostra il fatto che essi non si sollevarono contro i punici nel
momento in cui Scipione prese Olbia (259 a.C.), ma anzi fecero causa
comune con quelli. Ne sono indizio le numerose menzioni di trionfi
romani su cartaginesi e sardi. »
(G.Pesce, La
società in Sardegna nei secoli, pag 36)
Fin dagli inizi del V secolo a.C., anche i sardi vennero ingaggiati
come mercenari e combatterono per Cartagine nei territori d’oltremare.
Il loro armamentario era sicuramente quello tradizionale ossia lo scudo
rotondo, l’elmo cornuto, la spada lunga e la daga a foglia, il grande
arco, il pugnale, ma gli studiosi non escludono che utilizzassero armi
di tipo orientale, e di certo, già a partire dal III secolo,
l'inserimento dei sardi nell’esercito cartaginese era giunto ad uno
stadio così avanzato che gli stessi indigeni delle montagne (i sardi
pelliti) combattevano per gli interessi sardo-cartaginesi contro Roma
non più da semplici mercenari, ma bensì da alleati a tutti gli effetti.
Si creò nel tempo la situazione che nei territori sud occidentali la
componente sardo-punica formava l'elite negli eserciti mercenari,
questi poi erano affiancati dalle truppe alleate dei sardi pelliti
abitanti i territori nuragici liberi.
La civiltà
sardo-punica
Le componenti della società sarda durante la presenza punica nell'
Isola, secondo lo storico G. Pesce, furono generalmente tre: quella
semitica delle città fenicie-cartaginesi, quella mediterranea
rappresentata dagli indigeni nuragici, e quella libica composta dalle
truppe mercenarie e dalle tribù africane deportate dai punici per i
lavori nei campi e a tal proposito scrive:
La fusione tra le due
componenti
maggiori avvenne per gradi e nell'arco di un tempo molto lungo.
Cominciano ad apparire a Monte Sirai le testimonianze archeologiche di
questa fusione, rappresentata da prodotti artigianali con forme
contaminate: sarde e puniche. Altra prova importante è quella
linguistica. Nell'iscrizione neopunica di Bithia si leggono in lingua
punica nomi di maestranze di origine indubbiamente sarda. »
(G.Pesce, La vita quotidiana durante il periodo punico. La società in
Sardegna nei secoli. Pag 56))
Come a Cartagine, anche nelle città sardo-puniche esisteva un'
aristocrazia orgogliosa dei propri antenati che venivano menzionati
nelle epigrafi funerarie. Illustre rappresentante di tale classe
dominante fu senza dubbio Ampsicora che , dopo la disfatta romana di
Canne, condusse la lotta dei sardo punici contro gli italici.
Dell’aristocrazia facevano parte i comandanti militari e i sacerdoti,
mentre la truppa era composta principalmente da soldati mercenari
stranieri.
Una classe molto numerosa era quella dei servi. Tra questi, alcuni
potevano formarsi una famiglia e possedere denaro per poi potersi
affrancare. Questi erano utilizzati dai padroni per la sorveglianza di
altri servi che invece non godevano di nessuna protezione legale.
L’eredità di Cartagine, divenuta sostrato, rimase patrimonio del popolo
sardo abitante la vasta pianura campidanese e i territori marini sud
occidentali. La vitalità di quegli antichissimo germi culturali non
venne meno, neanche durante la dominazione romana. Mescolata con la
cultura indigena, venne tramandata nelle generazioni come antichissima
tradizione sarda vera e propria.
L’economia
Mentre in Africa esisteva la piccola proprietà, in Sardegna furono
favoriti i medi e grandi proprietari terrieri i quali, nelle vaste e
fertili pianure - che da Othoca si estendevano sino a Kalari -
favorivano le culture intensive di grano. Secondo gli studiosi, questi
territori rendevano a Cartagine non meno di 125.000 ettolitri di
cereali ogni anno.
In quel periodo fu introdotto in Sardegna il cavallo e, accanto alla
cerealicoltura, alla piantagione del lino, della palma, dell'ulivo,
degli alberi da frutta e degli ortaggi, si intensificò l’allevamento
del bestiame bovino e ovino, lo sfruttamento delle miniere di piombo
argentifero e di ferro, l’utilizzazione delle risorse marine mediante
la pesca del tonno, delle sardine, del corallo e l’estrazione del sale.
A tal proposito, molto significative sono le tracce di saline e di
antiche peschiere scoperte presso i centri costieri di Bithia e presso
Porto Pino, come anche le lucerne puniche ritrovate dentro antiche
miniere sulcitane.
L' artigianato produsse rasoi votivi di bronzo, maschere ghignanti di
terracotta, teste femminili e tutto un vasto repertorio di stele votive.
La religione
L’elite locale si integrò con quella Cartaginese anche dal punto di
vista religioso. Se dal punto di vista militare l'inserimento negli
eserciti punici non fu mai totale, molto più profonda fu la fusione
culturale che si evidenzia significativamente nelle manifestazioni
religiose. Gli storici sono concordi nell'affermare che i punici stessi
assimilarono ai propri culti quelli incontestabilmente indigeni, come
quello del Sardus Pater e quello della Grande Madre analoga alla loro
Astarte.
Altri dei venerati erano: Sid Addir ad Antas; Baal, Amon e Tanit nei
tofet; Astarte a Cagliari; Melqart a Tharros; Eshmun a Cagliari e a San
Nicolò Gerrei. Nei santuari di Villanovaforru, Sanluri, Santa
Margherita di Pula è documentato il culto per Demetra e Kore accettato
a Cartagine nel 394 a.C..
Lo storico Ferruccio Barreca, a tal proposito scrive:
...(..)..Culti punici e
culti
punicizzati, praticati da cartaginesi e da sardi, e le cui tracce sono
rappresentate dai santuari e dagli ex-voto che sempre più numerosi si
vanno scoprendo nell’Isola. Non solo nei luoghi corrispondenti agli
antichi centri abitati, costieri o interni, ma anche nelle zone
extraurbane, sulla vetta delle alture, sui promontori costieri, nelle
pianure agricole o in fondo alle vallate boscose, è facile imbattersi
nei ruderi del caratteristico muro che delimitava il santuario semitico
e, varcata quella recinzione, trovare le reliquie del santuario stesso:
un sacello a pianta tripartita con vestibolo, sala mediana e penetrale
nel fondo, bacini per l’acqua lustrale, pietre piramidali o pilastri
concepiti come oggetti nei quali amava concentrarsi la potenza divina,
e altari, dentro e fuori del sacello, che del resto poteva anche
mancare ed essere sostituito da una grotta o da una semplice roccia
sacra ..(..).. Questi erano dunque i luoghi ove i semiti di Sardegna
pregavano ed offrivano sacrifici alle loro divinità, e dove
gradatamente dovettero unirsi al loro stesso culto anche gli indigeni
sardi. La presenza di costoro, nei templi punici di Monte Sirai, è
attestata non solo dal tipo di alcune sculture e oggetti votivi, ma
addirittura alla inusitata forma triangolare data agli altari nei
rimaneggiamenti del III e II secolo a. C. »
(F. Barreca, La società in Sardegna nei secoli, pag 52)
I tophet
Secondo i fenici, la vita terrena si prolungava all’interno della
tomba, dalla quale il defunto non tentava di uscire purché gli fosse
stato assicurato lo stretto necessario, cioè cibi e bevande e
protezione divina contro i demoni. Generalmente si praticava
l'inumazione e ma successivamente a questo rito si associò quello
dell'incinerazione.
Ma uno dei tratti più sorprendenti della religione fu quello
caratterizzato dai sacrifici di bambini - i cui corpi venivano poi
bruciati - offerti inizialmente al dio Baal e successivamente alla dea
Tanit. Questi riti venivano chiamati Molk (Moloch secondo la Bibbia).
Gli altari destinati a celebrarli erano edificati generalmente al di
fuori della cinta muraria delle città, in posti chiamati tophet. Nel
1889, a Nora , vennero scoperti i primi tophet ed in quel posto, come
nei numerosi altri identificati successivamente, gli archeologi
trovarono migliaia di urne d’argilla riempite di cenere e resti umani,
nonché centinaia stele votive il cui scopo - probabilmente - era quello
di prolungare nel tempo l’efficacia dei riti.
Uno di questi siti, quello di Sulki, nell’isola di Sant’Antioco, ci è
pervenuto pressoché intatto tanto che ancora oggi è possibile farsi
un’idea abbastanza precisa di come esattamente si svolgevano le
cerimonie.
Gli archeologi si sono sempre chiesti se le immancabili reazioni di
orrore suscitate sin dai tempi antichi dalla scoperta delle ceneri dei
bambini, fosse realmente giustificata. In effetti, molte delle urne
analizzate, non contenevano ceneri umane, ma semplicemente resti di
animali come agnelli e capretti - si pensa – usati in sostituzione
degli umani. Ma, secondo lo storico F. Barrecca,
..originariamente e solo in
via
eccezionale si ammetteva la sostituzione di un animale al fanciullo,
secondo la formula rituale del molkomor, che prevalse invece in epoca
tardo punica e romana. In ogni caso il sacrificio del tophet dovette
essere sempre più importante e rivestire un carattere particolarmente
solenne e suggestivo, accresciuto dall’ora notturna in cui veniva
compiuto, al termine di una di quelle processioni tanto frequenti nel
rituale fenicio-punico e che sembra documentata da un altarino
rupestre, scoperto a Sulcis, presso il tophet, sulla via che dalla
città portava al santuario. »
(F. Barreca, La società in Sardegna nei secoli, pag 40)