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Scritto da MARALB
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romani
I ROMANI
S toria della Sardegna romana, dal 238
a.C. al 456, ovvero l'arco
temporale trascorso dalla conquista alla perdita della Sardegna ad
opera dei Romani.
Roma occupò la Sardegna nell'intervallo fra la prima e la seconda
guerra punica. Già nei primi anni del grande conflitto, precisamente
nel 259 a.C., il suo esercito aveva tentato la conquista dell'isola,
giungendovi dalla Corsica, ma il console Lucio Cornelio Scipione, dopo
essersi impadronito di Olbia, aveva dovuto ritirarsene.
Altrettanto inconcludente fu la vittoria ottenuta l'anno successivo da
Sulpicio Patercolo nelle acque di Sulcis, cosicché nei venti anni che
seguirono non si parlò più di Romani in Sardegna e la pace del 241 a.C.
lasciò l'isola sotto l'egemonia di Cartagine, anche perché la
suddivisione del Mediterraneo in sfere d'influenza aveva portato i
cartaginesi, una volta perso la Sicilia, a spostare la propria
attenzione verso altre zone affacciantesi sul Mediterraneo ed il cui
possesso non li mettesse in concorrenza con i Romani. Ma in quello
stesso anno, seguendo l'esempio dei commilitoni d'Africa, i mercenari
stanziati da Cartagine in Sardegna si ribellarono e s'impadronirono del
potere nell'isola, compiendovi ogni sorta di efferatezze finché i
Sardi, esasperati, insorsero e li cacciarono dalla loro terra.

L'orda dei sanguinari invasori si rifugiò allora in Italia dove invitò
i Romani a prendere possesso della Sardegna, momentaneamente indifesa.
L'invito fu accolto: Roma, cogliendo l'occasione dei preparativi punici
per la rioccupazione dell'isola, accusò
Cartagine di preparare l'invasione del Lazio e, nel 238 a.C.,
inviò le sue legioni in Sardegna. Cartagine, che non era allora in
condizioni di intraprendere una nuova guerra contro Roma, subì
il sopruso.
Le prime rivolte
Non altrettanto fecero le fiere popolazioni isolane che, se in
precedenza avevano finito con l'accettare la presenza dei Cartaginesi
collaborando parzialmente con loro, ora non erano affatto disposte a
subire il dominio di quella nuova gente, anch'essa venuta d'oltremare
con le armi in pugno, ed intrapresero subito un'accanita resistenza
all'invasore nei modi di una formidabile guerriglia.
Già nel 236 infatti, due anni dopo la conquista da parte romana del
centro sardo-punico della Sardegna, i Romani condussero varie
operazioni militari contro i Sardi che rifiutavano di sottomettersi.
Nel 235, sobillati dai Cartaginesi che "agivano segretamente", i Sardi
si ribellarono, ma la rivolta fu soffocata nel sangue da Manlio
Torquato, che avrebbe celebrato il trionfo sui Sardi il 10 marzo del
234.
Nel 233 altre rivolte furono sanguinosamente represse dal Console
Carvilio Massimo, il cui trionfo sarebbe stato celebrato il 1° Aprile
dello stesso anno. Nel 232 fu il console Manio Pomponio a sconfiggere i
Sardi ed a ricevere gli onori del trionfo il 15 marzo. La resistenza,
però, era ben lungi dall'essere stata sedata ed anzi il clima si fece
rovente.
Nel 231, data la grave situazione di pericolo, furono inviati
addirittura due eserciti consolari: uno contro i Corsi, comandato da
Papirio Masone, e uno, guidato da Marco Pomponio Matone, contro i
Sardi. I consoli non ottennero il trionfo, dati i risultati
fallimentari conseguiti. E a poco valse a Papirio Masone celebrare di
sua iniziativa il trionfo, negatogli dal senato, sul monte Albano
anziché sul Campidoglio e con una corona di mirto anziché di alloro.
La provincia
Nel 226 e 225 si verificò una recrudescenza dei moti, ma ormai Roma era
fortemente intenzionata ad assicurarsi il dominio del Mar Mediterraneo,
e dunque il possesso della Sardegna, che continuava ad essere di
decisiva importanza; così, già dal 227, l'isola ottenne la forma
giuridica ed il rango di Provincia e vi fu inviato un pretore per
governarla. Per domare gli ultimi focolai, stavolta fu inviato
l'esperto Console Caio Attilio Regolo, con 2 legioni, ai primi di
maggio del 225 a.C..
Amsicora
In assoluto, la più importante rivolta dei Sardi fu quella del 215
a.C., scoppiata all'indomani delle grandi vittorie di Annibale in
Italia, e che per poco non riuscì ad espellere i Romani dalla Sardegna.
Un autorevole esponente dell'aristocrazia terriera sardo-punica,
quell'Amsicora (o Ampsicora) che Tito Livio definì "qui tum auctoritate
atque opibus longe primis erat" (colui il quale in quel tempo era
largamente primo per autorità e per ricchezze), era infatti riuscito
non solo a mettere in campo un esercito sardo abbastanza consistente,
ma anche ad ottenere rinforzi militari da Cartagine.
Il piano di Amsicora era quello di dare battaglia solo quando tutte le
forze disponibili si fossero riunite. Cartagine gli stava inviando in
aiuto Asdrubale il Calvo, quando il sardo lasciò il figlio Iosto a
Cornus con il primo gruppo di rivoltosi per andare di persona a
reclutare truppe tra i sardi dell'interno.
I rinforzi di Cartagine però non arrivarono in tempo per colpa di una
tempesta, ed i sardi dell'interno indugiarono troppo prima di unirsi al
suo gruppo;
Questa voce non è neutrale!
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non neutrale.
Motivo: non sono chiari i motivi del vantaggio del console che affrontò
con soli 23000 legionari oltre 30000 guerrieri sardi
Per contribuire, partecipa alla discussione. Non rimuovere questo
avviso finché la disputa non è risolta.
il comandante Manlio Torquato si trovò quindi in una situazione di
vantaggio numerico, con 4 legioni ed un totale di 23.000 uomini.
Sfruttando l'irruente inesperienza del giovane Iosto, attaccò
rapidamente e sconfisse l'esercito sardo nella battaglia di Cornus. In
questa battaglia persero la vita 30.000 sardi e 1.300 furono fatti
prigionieri.
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Motivo: come fa l'autore del testo a dire che il console non avanzò
nell'interno per paura di imboscate?era presente all'epoca? si
richiedono fonti non congetture
Per contribuire, partecipa alla discussione. Non rimuovere questo
avviso finché la disputa non è risolta.
Nonostante la vittoria, il comandante romano non marciò verso
l'interno, probabilmente per paura di qualche imboscata
, ma si diresse verso Cagliari, non sapendo però di andare incontro ad
Amsicora ed ai rinforzi Cartaginesi finalmente giunti.
Lo scontro tra i due eserciti avvenne nella piana del campidano
meridionale tra Decimomannu e Sestu accanto ai due corsi d'acqua che
scorrono nella zona, in territorio amico per i romani ove, dopo una
lunghissima ed acerrima battaglia, i Romani sconfissero i sardi;
Amsicora, affranto dal dolore per la morte del figlio e non volendo
finire nelle mani dei Romani, si uccise.
Morirono 22.000 tra Sardi e Cartaginesi e 3.700 furono fatti
prigionieri. I superstiti si rifugiarono a Cornus dove prepararono
un'ultima inutile resistenza, ma anche questa volta vinsero i Romani.
La città fu rasa al suolo e la popolazione fuggì verso l'interno
dell'isola.
Le rivolte del II secolo
La resistenza dei sardi si protrasse ancora, con immutato vigore, nel
II secolo a.C.: si sa che furono almeno una dozzina le ribellioni
importanti avvenute in questo secolo.
Per sedare la ribellione dei Balari e degli Iliesi del 177/176 a.C., il
senato inviò il console Tiberio Sempronio Gracco, al comando di due
legioni di 5.200 fanti ciascuna, più 300 cavalieri, 10 quinqueremi, cui
si associarono altri 12.000 fanti e 600 cavalieri fra alleati e latini,
per un totale di oltre 23.300 uomini. In questa rivolta persero la vita
27.000 sardi (12.000 nel 177 e 15.000 nel 176); in seguito alla
sconfitta, a queste comunità fu raddoppiato il gravame delle tasse,
mentre Gracco ottenne il trionfo.
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non neutrale.
Motivo: in base a quali fonti l'autore ritiene che le cifre dei
resoconti siano poco attendibili? ha altre fonti documentarie a sua
disposizione?era presente all'epoca??? citi fonti invece di esporre sue
congetture
Per contribuire, partecipa alla discussione. Non rimuovere questo
avviso finché la disputa non è risolta.
Le cifre indicate, di fonte storiografica romana, non sono generalmente
considerate molto precise; è molto probabile che le truppe romane siano
state più numerose e che le perdite dei Sardi siano stati meno
rilevanti.
Era infatti prassi usuale per i Romani ridurre il reale numero dei loro
uomini e aumentare quello dei morti avversari per almeno 2 ragioni:
prima di tutto perché accrescere il numero dei nemici sconfitti giovava
ai generali romani per ottenere il trionfo, in secondo luogo perché era
consolidata consuetudine della propaganda Romana (accentuata durante
l'impero) onde corroborare il prestigio e la gloria dell'Urbe. In ogni
caso è presumibile che questi dati non siano poi molto lontani da
quelli effettivi.
La Sardegna in epoca romana aveva appena 1/5 dei suoi abitanti attuali
(300.000 contro 1.600.000 attuali) e la Barbagia (più o meno la
provincia di Nuoro) poteva avere allora appena 55 mila abitanti (1/5
dei suoi attuali 280 mila). I Romani avevano dunque ucciso la metà
degli abitanti, per di più tutti maschi e adulti, così che prima che i
sardi potessero arruolare un nuovo esercito, di proporzioni adeguate,
sarebbero passati anni.
Le rivolte dei sardi non si erano concluse, ma bisognò attendere gli
anni 163 e 162 a.C. per vederne di nuove (13-14 anni dopo lo sterminio
compiuto da Sempronio Gracco). Non si sa molto su queste rivolte poiché
andarono perduti i testi di Tito Livio successivi al 167. Si sa però da
altre fonti che le sollevazioni causate dall'eccessiva pressione
fiscale dei pretori romani continuarono e gli eserciti e i generali
romani che si susseguirono nel compito di domare questa terra
utilizzarono sempre la stessa strategia: eliminare il maggior numero di
Sardi possibile.
Tra le ultime rivolte di una qualche importanza vanno citate quelle del
126 e del 122: quest'ultima permise a Lucio Aurelio di celebrare l'8
dicembre il penultimo trionfo romano sui Sardi. L'onore però
dell'ultimo fu dato dal Senato al console Marco Cecilio Metello che nel
111 a.C., dopo 127 anni di lotta, sconfisse l'ultima resistenza dei
Sardi uniti (quelli delle coste e dell'interno).
Da questo momento i Sardi delle zone più esterne dell'isola, pur non
essendosi alleati con i Romani, smisero di ribellarsi continuamente
preferendo fare buon viso a cattivo gioco. Continuarono invece le
ribellioni dei "sardi pelliti" (ovvero vestiti di pelli) dell'interno e
ad ogni ribellione corrispondeva puntuale una vendetta spietata dei
Romani.
In queste epoche, un gran numero di sardi che erano stati fatti
prigionieri furono venduti come schiavi nei mercati di Roma, al punto
che divenne proverbiale la frase di Livio: "sardi venales" (sardi a
basso costo).
Le Guerre Sociali
Durante le guerre civili romane l'isola fu dapprima spinta verso la
fazione mariana dal suo governatore Quinto Antonio e poco dopo indotta
a schierarsi nel campo opposto dal sopraggiungere del rappresentante di
Silla.
Morto questo, il pretore Caio Valerio Triario mantenne la Sardegna
fedele al partito senatorio capeggiato da Pompeo (l'isola pagò a
quest'ultimo un enorme tributo in acciaio per le armi del suo esercito
nel 47 a.C.), finché Carales (Cagliari) non si schierò con Cesare,
imitata poco dopo da tutta l'isola.
Fu scacciato il luogotenente di Pompeo, Marco Cotta, e fu accolto
favorevolmente quello di Cesare, Quinto Valerio Orca. I pompeiani non
si diedero per vinti e iniziarono una serie di azioni guerresche intese
alla riconquista delle città costiere.
Sulcis si arrese mentre Carales resistette: per questo motivo, Cesare
punì la prima e premiò la seconda. La situazione si capovolse di nuovo
nel 44 a.C., quando la Sardegna, assegnata ad Ottaviano, fu invece
occupata da Sesto Pompeo che la tenne come preziosa base per la sua
lotta contro i cesariani fino al 38 a.C., quando, tradito dal suo
luogotenente, fu definitivamente soppiantato da Ottaviano nel possesso
dell'isola.
Con quella data finalmente ebbe termine per la Sardegna il periodo
delle lotte violente e dei bruschi sovvertimenti politici, con le loro
funeste conseguenze economiche, durato esattamente duecento anni.
I primi due secoli dell'Impero
Il 13 gennaio del 27 a.C. le province dell'Impero Romano furono
ripartite tra le province affidate all'Imperatore Augusto, governate da
legati di rango senatorio, e province affidate al senato, governate da
proconsoli (proconsules) di rango senatorio.
Anche nelle province senatorie l'Imperatore aveva suoi rappresentanti
di rango equestre detti procuratori (procuratores). Nel 6 d.C. i sardi
si ribellarono, non solo all'interno ma anche nelle pianure, e
manifestarono il loro malcontento unendosi ai pirati del Tirreno.
La violenza di questa rivolta costrinse Augusto a rimuovere i senatori
dal comando dell'isola ed a prenderne lui stesso il controllo diretto.
Fu inviato un distaccamento di legionari, comandati da un prolegato (al
posto del legato) di rango equestre o da un prefetto, a rinforzare la
presenza militare sull'isola che prima era affidata solo ad alcune
coorti ausiliarie.
La rivolta fu così violenta che alcuni storici hanno ipotizzato che la
Sardegna e la Corsica fossero state divise e affidate a 2 governatori
di pari grado indipendenti l'uno dall'altro; è infatti attestata
l'esistenza di un praefectus corsicae. Più accreditata è però l'ipotesi
che vuole che questo prefetto di Corsica fosse un subordinato del
governatore della Sardegna.

Svetonio ci dice che Augusto visitò tutte le province
tranne la Sardegna e l'Africa poiché le condizioni
del mare non glielo permisero, mentre quando il
mare non glielo impediva non c'era bisogno che
partisse: questo fa capire che la rivolta pur essendo
violenta non durò molto. Infatti nel 19 Tiberio
sostituì il distaccamento di legionari con 4000 liberti
(o figli di liberti) ebrei. La situazione ritornò
tranquilla e Claudio ridette il comando al senato.
Nerone mandò in esilio sull'isola Aniceto, ex
precettore dell'imperatore ed ex prefetto della flotta
di Miseno. Aniceto, su istigazione di Nerone ne
aveva ucciso la madre, Agrippina e qualche anno
dopo, per spianare la strada a Poppea "confessò"
una relazione con Claudia Ottavia moglie legittima di
Nerone e fanciulla di specchiata virtù.
Probabilmente per evitare fughe di notizie o ricatti
Aniceto fu spedito in Sardegna dove visse fra gli agi
al sicuro anche da eventuali sicari dell'imperatore.
I problemi però ricominciarono nel 68-69, poiché
l'isola non appoggiava la nomina di Vespasiano, il quale
dovette toglierne al senato il controllo per ristabilire l'ordine.
In seguito a questo nuovo intervento militare la Gallura (una delle
aree nord orientali della Sardegna) perse quel carattere barbarico che
a causa dei suoi abitanti l'aveva caratterizzata: infatti furono
distribuite terre per coltivare ai barbari dell'interno che ben presto
si romanizzarono.
Il II secolo fu un momento di sviluppo e di prosperità anche per la
Sardegna: tutti gli abitanti, anche i barbaricini, si mostravano
contenti della politica romana (almeno secondo la storiografia
ufficiale) e ben presto tutta l'isola avrebbe parlato latino (la lingua
dei Cartaginesi è attestata fino al principato di Marco Aurelio).
In questo periodo non ci furono rivolte ed i Romani ebbero la
possibilità di ricostruire e migliorare la rete stradale punica
spingendola anche all'interno, costruirono terme, anfiteatri, ponti,
acquedotti, colonie e monumenti.
La ricchezza della Sardegna era dovuta ad uno sfruttamento agricolo e
minerario senza precedenti: l'isola infatti esportava piombo, ferro,
acciaio e argento grazie alle sue miniere, e grano per 250.000 persone.
Ma nonostante tutto la Sardegna venne sempre considerata, e non solo
sotto i Romani, come una terra lontana e utile solo per isolare
prigionieri e nemici dell'impero.
Tra le varie persone che giunsero in Sardegna dal mare vi erano
numerosi criminali, anarchici, rivoluzionari ma anche tantissimi
cristiani tra cui anche i papi Callisto (174) e papa Ponziano (235) e
il famoso prete Ippolito.
I governatori, in questa fase, sembravano di fatto dei coordinatori
manageriali, con esperienza nel rifornimento e nel trasporto del grano,
più che uomini d'arme. Sappiamo ora con certezza che, nel 170, l'isola
era sotto il controllo senatoriale.
Se Ippolito è preciso nella sua terminologia, il governatore della
provincia era chiamato procurator. Questi governatori (procuratori)
gestirono il territorio in modo pacifico fino al 211, ma dopo, come del
resto in tutto l'impero, riprese il malcontento della popolazione, che
costrinse i governatori a reprimere le rivolte con l'uso della forza,
nei casi più gravi.
Gli ultimi tre secoli
dell'Impero
Nel 226 la situazione era cambiata rispetto a quella del secolo
precedente; i governatori erano quasi tutti militari ed alcuni, come
Tizio Licinio Hierocle e Publio Sallustio Sempronio, erano anche uomini
con esperienze di guerra. Il malcontento andò aumentando poiché le
tasse erano alte, il latifondo si diffondeva e gli agricoltori erano
sempre più legati alla terra.
Il fatto che nel 212 grazie a Caracalla i Sardi, come tutti gli
abitanti dell'Impero, avessero ottenuto la cittadinanza romana, passò
in secondo piano poiché questo onore era in concreto legato a tasse
aggiuntive.
L'aumento del numero di monete in circolazione ad opera degli
imperatori Gallieno, Claudio II e Probo fa capire che questi imperatori
cercarono di risolvere la situazione attraverso una manovra economica
inflazionistica e di svalutazione, non riuscendo però a riportare la
tranquillità. La situazione peggiorò giorno dopo giorno sino a che
Aureliano non fu costretto a inviare delle truppe dalla Gallia per
domare insurrezioni che le truppe dei vari governatori non erano state
in grado di fermare.
In ogni caso la situazione non era disastrosa come nelle province
danubiane, che oltre ad avere tasse alte erano soggette a continue
invasioni barbariche; questo pensavano i sardi nel III secolo, finché
un giorno del 280 d.C. una flotta di Franchi saccheggiò impunemente le
città costiere di tutto il Mar Mediterraneo da oriente ad occidente.
Da quel giorno in poi i Sardi, che per secoli si erano ritenuti al
sicuro da ogni pericolo esterno all'Impero, tornarono progressivamente
all'interno dell'isola e quelli che restarono sulle coste chiusero i
porti e cinsero le città con spesse mura.
Successivamente la "provincia della Sardegna e della Corsica" fu divisa
e dal quel momento in poi le due isole avrebbero vissuto storie diverse
e mai più si sarebbero davvero riunite (anche il successivo Regno di
Sardegna e Corsica non ebbe mai un effettivo riscontro territoriale).
Le tasse andarono aumentando fino al 456 quando i Vandali, di ritorno
dalla penisola, dove avevano saccheggiato Roma, en passant la
conquistarono e la annetterono al loro regno. Ma vinsero solo sulle
coste, poiché i Sardi dell'interno, ormai pratici, immediatamente si
ribellarono ai Vandali impedendo loro di entrare nella loro zona.
Anche la parte esterna dell'isola, grazie ad un certo Godas, che era un
governatore dell'isola di origine Gotica, resistette per un certo
periodo ai Vandali.
Non senza un'ironicamente leggibile stranezza, i Sardi guidati da un
Goto cercavano di far sopravvivere sull'isola la cultura Romana.
Geografia
Il passaggio dei Romani lasciò numerose tracce nella geografia
dell'Isola per l'importante opera di mappatura del territorio, del
quale si ebbero le prime serie catalogazioni, ed ovviamente nella
toponomastica, di cui parte non è stata ancora soppiantata nonostante
il tempo trascorso.
Le Bocche di Bonifacio, che separano la Sardegna dalla Corsica, erano
un tratto di mare molto temuto dai romani per via delle correnti che
potevano far affondare le loro navi ed erano dette Fretum Gallicum.
L'isola dell'Asinara, famosa per il carcere chiuso solo pochi anni fa,
era detta Herculis mentre le isole di San Pietro e di Sant'Antioco
erano dette rispettivamente Accipitrum la prima e Plumbaria la seconda;
Capo Teulada, la punta di meridionale dell'isola era chiamata
Chersonesum Promontorium mentre Punta Falcone, l'opposto settentrionale
di Capo Teulada, era detta Gorditanum Promontorium; l'attuale fiume
Tirso era chiamato Thyrsus.
Le città dei
Romani
I Romani, nei secoli in cui dominarono l'isola, fondarono molte nuove
città come Turris Libisonis (oggi Porto Torres) e fecero sviluppare
molti centri abitati soprattutto nelle coste, come Carales, Olbia,
Fanum Carisii (oggi Orosei), Nora e Tharros, ma anche nell'interno,
come Forum Traiani (oggi Fordongianus), Forum Augustis (oggi Austis),
Valentia (oggi Nuragus),Colonia Julia Uselis (oggi Usellus), ed infine
elevarono diverse città al rango di municipio.
Bonorva
Il generale sabaudo Alessandro La Marmora, in esplorazione presso San
Simeone di Bonorva, aveva identificato un forte romano che era stato
dimenticato per tutto questo tempo.
Il Tetti indica in realtà che si trattava di una fortificazione punica,
che era stata occupata dai romani. Nulla però dimostra una presenza
militare in questo luogo per i primi secoli dell'Impero Romano.
Cagliari
Cagliari (Carales o Karalis) era la città più importante della Sardegna.
Il fatto che da qui partissero ben quattro strade che attraversavano
l'intera isola dal sud al nord, la circostanza che il suo porto fosse
un centro strategico importante per le rotte commerciali del
Mediterraneo occidentale (che oltretutto ospitava un distaccamento
della flotta di Miseno ed era il porto dal quale partiva il grano per
l'approvvigionamento di Roma) e che la sua popolazione fosse
all'incirca di 20.000 abitanti, rendeva Carales una tra le più
importanti città marittime della zona occidentale dell'Impero Romano.
La zona abitata si sviluppava sulla costa per circa 300 ettari, il
centro di questa città era il foro, dove sorgevano numerosi edifici
come la curia municipale, l'archivio provinciale, la sede del
governatore, la basilica, il tempio di Giove Capitolino.
La città fu interessata da una serie di interventi edilizi di pubblica
utilità come la realizzazione di una complessa rete fognaria e la
pavimentazione di strade e piazze, la costruzione di un acquedotto (nel
140 d.C.) che molto probabilmente prendeva l'acqua dalla sorgente di
Villamassargia e, attraverso Siliqua, Decimo, Assemini, Elmas, arrivava
in città passando per il quartiere di Stampace.

Nel I secolo d.C. la città fu dotata di eleganti passeggiate coperte da
portici mentre nel II secolo d.C. fu costruito l'anfiteatro, ancora
utilizzato per gli spettacoli al giorno d'oggi, semi-scavato nella
roccia, che poteva ospitare fino a 10.000 persone.
Il titolo di municipium fu ottenuto solo sul finire del I secolo a.C.;
era un titolo importante perché le consentiva di essere una città
autonoma con cittadinanza romana.
Per quanto riguarda le differenze tra i vari quartieri, quelli
signorili sorgevano nel territorio a nord di Sant'Avendrace e nell'area
di San Lucifero; al loro interno sorgevano le terme, i templi, alcuni
teatri e numerose ricche abitazioni; i quartieri mercantili si
trovavano nella zona della Marina e i quartieri popolari vicino al
porto, fra l'odierna via Roma e il Corso Vittorio Emanuele.
Fordongianus
Fordongianus, Forum Traiani, si trova oggi in provincia di Oristano ed
è particolarmente importante per la sua posizione geografica che lo
vede incuneato tra i monti della Valle del Tirso, naturale via di
penetrazione dalla pianura all'entroterra e punto di contatto tra i due
diversi mondi.
Fin dalla sua fondazione fu un centro rinomato per le sue terme, che
sfruttavano una fonte naturale di acqua calda e curativa.
Qui si trova un'iscrizione che testimonia come l'attività delle genti
della Barbaria fosse ancora viva nel I sec. d.C. poiché furono queste a
dedicare un'iscrizione ad un imperatore, probabilmente Tiberio,
rinvenuta nel Forum Traiani.
L'antico nome di Forum Traiani parrebbe assai allusivo sulla sua
fondazione, ma ingannevolmente: la città non fu fondata da Traiano, ma
il "Forum" suggerisce piuttosto che la città dovesse essere un punto di
incontro e pacifico scambio commerciale tra le popolazioni romanizzate
e quelle non ancora sottomesse a Roma e parzialmente indipendenti
dell'interno.
Come già accennato in precedenza, tra le motivazioni originarie
dell'insediamento, si pone la presenza di una fonte d'acqua
naturalmente calda e curativa. Sfruttando la fonte sorse, proprio
presso il fiume, un vasto edificio termale (che costituisce oggi il
nucleo dell'attuale area archeologica) caratterizzato da una grande
piscina, in origine coperta, in cui giungono le acque calde temperate
con un'aggiunta di acqua fredda.
L'aspetto curativo delle terme è sottolineato dal rinvenimento di due
statue del dio Bes, divinità legata ai culti salutiferi, e la loro
importanza è messa in evidenza dalla recente scoperta di un piccolo
spazio sacro dedicato alle ninfe, divinità delle acque.
In un'area vicina all'attuale centro abitato è stato rinvenuto
l'anfiteatro, vicino alla necropoli tardo-antica sulla quale fu
edificata nell'XI secolo la chiesa di San Lussorio.
Mamoiada
Mamoiada (o Mamujada) era probabilmente uno stanziamento militare
romano nell'isola, infatti diversi studiosi moderni sono propensi a far
derivare il suo nome da mansio manubiata (stazione vigilata,
sorvegliata).
Altra prova a favore di questa ipotesi è il nome del quartiere più
antico della città "su Qastru" (dal lat. castrum, campo fortificato,
accampamento militare).
Mamoiada in effetti si trova in una zona centrale e quindi strategica
della Barbagia, e precisamente al centro della cerchia dei seguenti
villaggi: Orgosolo, Fonni, Gavoi, Lodine, Ollolai, Olzai, Sarule ed
Orani, e dunque questa sua posizione strategica non poteva non essere
sfruttata dalle truppe romane nelle loro azioni di sorveglianza e di
repressione.
Macomer
Fondata tra il VI e il V secolo a.C. dai Punici Macopsissa costituiva
un'importante centro per il controllo del territorio. La sua importanza
aumentò durante il periodo romano, divenendo un importante snodo fra
Calares e Turris Libisonis.
Macomer era un importante nodo della rete viaria creata dai Romani
sull'Isola.
Meana Sardo
Anche Meana Sardo, villaggio della Barbagia, era probabilmente un
presidio romano poiché il suo nome potrebbe derivare da mansio mediana
(stazione mediana o intermedia) di una tra le più importanti arterie
stradali romani nell'isola quella che da Carales porta a Olbia.
Meana si trova esattamente a metà strada di quel lungo tracciato ed
anche a metà strada tra la costa orientale e quella occidentale della
Sardegna.
Nora
Il preesistente abitato punico non ha condizionato in maniera
particolare l'assetto urbano di epoca romana. I Romani hanno effettuato
infatti pesanti interventi per la costruzione di strade, edifici e aree
pubbliche come il teatro e il foro, demolendo i precedenti edifici, in
un piano di forte rinnovamento urbanistico. I Romani modificarono a tal
punto la città probabilmente perché Nora fu la prima sede del
governatore della provincia.
Numerose erano le ville e le case dei nobili e della plebe; degli
edifici non rimane molto poiché erano costruiti con zoccolo in pietra e
l'elevato in mattoni crudi. A differenza delle case e delle ville le
strutture pubbliche erano costruite col cemento e rivestite di laterizi
o grossi blocchi di pietra.
Le più importanti opere della città erano: il teatro, costruito in età
augustea, e le terme a mare, edificate tra la fine del II e gli inizi
del III secolo d.C.
Nuoro
Sono scarne le notizie sulla città di Nuoro in epoca romana.
Secondo alcuni proprio all'inizio della dominazione romana la città fu
fondata con l'unione di vari gruppi nuragici, inizialmente legati
contro il nemico comunque, successivamente spinti all'unione dalla
possibilità di arricchirsi col commercio dei prodotti locali.
Furono 2 i primi nuclei cittadini, infatti i primi 2 gruppi si
insediarono in parti diverse: un gruppo si stanziò nel monte Ortobene,
l'altro nel quartiere di Seuna.

In seguito i 2 gruppi si riunirono dando origine alla vera e propria
città.
Importante è anche il fatto che a Nuoro nella zona più ricca dal punto
di vista agricolo, oltre Badu e'Carros, ci fosse un presidio militare.
Questa zona infatti si chiama "Corte", e ricorda molto la Coorte, che
nel periodo romano era un gruppo di soldati.
La città è di un'importanza strategica immensa poiché è stanziata
proprio al centro della Barbagia, i cui abitanti per secoli si
ribellarono ai Romani.
Olbia
Olbia occupò in età romana gli stessi spazi della città punica fino
alle soglie dell'età imperiale.
Infatti non pare che durante la repubblica si siano verificati
sostanziali mutamenti nell'assetto urbanistico che continuò a
mantenere, intatto, il primitivo impianto ortogonale dei fondatori
cartaginesi.
Successivamente la città si arricchì di opere pubbliche: vennero
lastricate le strade, si edificarono due impianti termali e un
acquedotto, i cui resti sono tuttora visibili a nord della città, e si
rinnovarono alcune strutture templari.
Una concubina di Nerone di nome Atte fece erigere ad Olbia un tempio a
Cerere, e grazie all'imperatore ebbe latifondi nell'agro e fu anche
proprietaria di un'officina che fabbricava laterizi.
Il porto, in contatto con i principali scali del Mediterraneo, fu di
primaria importanza nell'ambito della Sardegna settentrionale poiché da
qui partivano per Roma buona parte dei prodotti, soprattutto
cerealicoli, del nord dell'isola che confluivano nella città grazie a
tre grandi strade.
Per questo motivo nel 56 a.C., soggiornò nella città Quinto, fratello
di Marco Tullio Cicerone, che controllava i commerci per ordine di
Pompeo.
La necropoli, che si estese uniformemente oltre la cinta urbana a
occidente della città, restituì ricchi corredi funerari.
In particolare, nell'area della collina oggi occupata dalla chiesa di
San Simplicio (santo qui martirizzato, secondo la tradizione locale,
durante le persecuzioni di Diocleziano), l'utilizzo per le sepolture
avvenne fino a età medioevale e vi si rinvennero preziose oreficerie,
sarcofagi istoriati e iscrizioni.
Intorno alla metà del V secolo Olbia fu saccheggiata dai Vandali come
dimostrano gli straordinari ritrovamenti avvenuti nel 1999 nell'area
del porto vecchio. Furono infatti ritrovati 24 relitti di navi romane e
medievali e da questo scavo è stato possibile accertare l'attacco dei
Vandali e il crollo della città anche se l'abitato non fu abbandonato e
l'abitato rifiorì in etò medievale
Oschiri
Una mattonella o un mattone trovata a Oschiri porta l'iscrizione COHR P
S per "coh(o)r(tis) p(rimae)" o "p(raetoriae) S(ardorum)", ma non è
impossibile che provenga da Nostra Signora di Castro poiché non è
conosciuto bene il modo in cui è stato scoperto questo mattone.
Per il resto il luogo non ha nulla che faccia pensare ad una presenza
militare romana.
Porto Torres
Fondata nel 46 a.C. da veterani di Giulio Cesare appartenenti in gran
parte alla tribù metropolitana di Roma, la città fu uno dei più
importanti porti sardi in età romana e grazie alla sua posizione
strategica continua ad esserlo anche oggi, oltre 2000 anni dopo, con un
altro nome: Porto Torres. Porto Torres si trova a Nord-Ovest della
Sardegna, vicino all'Isola dell'Asinara.
Cicerone in una sua lettera la chiama "Collina" ma, visti i
ritrovamenti archeologici trovati, possiamo affermare con sicurezza che
Turris Libisonis non fu per Roma solo una collina.
La città era importante e ricca e insieme ad Olbia uno dei più
importanti centri della Sardegna Settentrionale; non è un caso che la
città continuò ad esistere nei secoli successivi tenendo inalterata la
sua importanza strategica al centro del mediterraneo.
I Romani costruirono ponti e strade: in alcuni tratti l'attuale Strada
Statale 131 Carlo Felice risulta affiancata dalla vecchia strada
romana, che seguiva il medesimo percorso fra i due poli dell'isola.
Quartu Sant'Elena
Il termine Quarto, ai tempi dei romani, stava a indicare la distanza in
miglia che separava l'antico insediamento quartese da Cagliari.
Infatti distava 4 miglia romane da Carales.
È stata da sempre una meta ambita, viste le possibilità che offriva,
grazie ad una economia agricola stabile e fruttuosa integrata alla
pesca e alla caccia.
Sassari
Nonostante la città di Sassari sia stata fondata in periodo Medioevale,
il suo territorio conserva ricche testimonianze d' epoca romana, a
partire da opere infrastrutturali di rilievo come i resti della strada
che collegava Cagliari a Porto Torres e le rovine dell' acquedotto
romano che serviva la colonia romana di Turris. L' area ricca di
vegetazione e sorgenti, era un luogo amato dalle famiglie patrizie
della vicina colonia di Porto Torres, per cui oggi sono presenti nel
territorio le rovine di alcune residenze d' epoca romana, la più famosa
delle quali situata nei sotterranei del Duomo di San Nicola, molti
edifici medioevali sono stati costruiti riutilizzando materiali
provenienti da abitazioni romane, le colonne presenti nel piazzale del
Santuario di San Pietro di Silki, provengono da un tempio romano
smantellato che sorgeva nella zona.
Usellus
Usellus godette di grande splendore soprattutto nel periodo romano. Fu
nel 2° secolo a.c. che venne fondata l'antica Colonia Julia Uselis il
cui centro si trovava molto probabilmente sopra al colle di Donigala
(Santa Reparata) non lontano da quello attuale. Venne fondata
soprattutto come baluardo militare per contrastare le continue
incursioni dei mai domi barbaricini dell'interno dell'isola. Poté
usufruire dello splendore di Roma che la innalzò dapprima a Municipium
e poi la elesse Colonia Julia Augusta sotto l'Imperatore Cesare
Augusto, in onore della propria figlia Giulia ed eleggendo nel contempo
i propri abitanti a "civis”. Quinto Cicerone, fratello di Marco Tullio,
vi fu Pretore. Quest’ultimo stato giuridico è accertato nella Geografia
di Tolomeo ed in una preziosissima tavola di bronzo dell’anno 158 d.C.,
come si desume dal nome dei consoli, contenente un decreto d’ospitalità
e clientela, riguardante l’antica Usellus.
La città doveva estendersi per circa sette ettari ed i suoi fertili
terreni vennero assegnati ai veterani delle guerre.
In questo periodo Uselis sfruttando la sua favorevole posizione
geografica subì un'importante evoluzione economica e militare divenendo
centro nevralgico di un'intensa attività economica e crocevia
dell'importante rete viaria che la metteva in comunicazione a sud con
Aquae Neapolitanae (terme di Sardara), a nord con Forum Traiani e una
terza via la univa a Neapolis, vicino alla costa occidentale.
Nel suo territorio sono ancora presenti due ponti romani, ci cui uno in
ottimo stato di conservazione,lunghi tratti dell’importante via di
comunicazione e resti delle imponenti mura che la cingevano.
La rete stradale
Quando i Romani iniziarono la conquista della Sardegna vi trovarono già
una rete stradale punica; questa però collegava tra loro solo alcuni
centri costieri, tralasciando completamente la parte interna; d'inverno
era impraticabile a causa delle piogge e i Romani furono quindi
costretti a costruirne una nuova che si sovrapponeva a quella
precedente solo parzialmente.
I Romani costruirono 4 grandi arterie stradali: 2 lungo le coste e 2
interne. Le 2 interne collegavano Cagliari (Calares) con Olbia passando
per Fonni (Sorabile) la prima, Cagliari con Porto Torres (Turris
Libisonis) passando per Macomer (Macopsissa) la seconda.
Le 2 strade che seguivano le coste invece collegavano Cagliari con
Olbia (costa orientale) e Cagliari con Porto Torres (costa occidentale).
A questa ossatura si congiungevano molte altre strade più modeste che
collegavano i piccoli centri dell'interno tra loro e con le più grandi
città costiere. Questo sistema di comunicazione era molto efficiente e
creò le condizioni favorevoli alla penetrazione culturale romana presso
le popolazioni locali.
La rete stradale, inizialmente costruita per motivi militari, fu poi
mantenuta e continuamente restaurata per motivi economici; grazie a
questa, infatti, i Sardi dell'interno vendevano i loro prodotti ai
commercianti romani che provvedevano poi a spedirli nei più grandi
porti del mediterraneo occidentale.
La rete stradale romana è stata talmente efficace e costruita in zone
strategiche che alcune strade sono utilizzate ancora oggi; ne è un
esempio la statale Carlo Felice.
La lingua
La lingua delle popolazioni sarde subì profonde trasformazioni con
l'introduzione del latino che nelle zone interne penetrò lentamente ma
alla fine si radicò a tal punto che, fra le lingue neolatine, il sardo
è quella che ne conserva più chiaramente i caratteri. Infatti la zona
del Logudoro è ancor oggi il luogo ove è possibile acoltare un dialetto
molto simile a quello che parlavano gli antichi romani.
Nonostante questo, c'è da dire che il latino non si diffuse subito: è
ancora presente un'iscrizione risalente al regno di Marco Aurelio (fine
II secolo) in lingua punica, e se questa era la situazione quando si
scriveva, è possibile che nell'ambito familiare la lingua dei
Cartaginesi fosse ancora abbastanza diffusa. Interessante è il fatto
che, a volte, si trovino delle ceramiche riportanti il nome del
proprietario in Latino scritto con caratteri punici.
L'esercito
I sardi entrarono anche a far parte dell'esercito romano dando il loro
piccolo contributo ovunque vi fossero truppe.
Per quanto riguarda i legionari, non essendo un'isola molto popolata, e
dato che i cittadini non avevano avuto la cittadinanza (ottenuta dopo
la riforma di Caracalla), il numero fu sempre bassissimo ed entra nelle
statistiche solo nell'epoca successiva ad Adriano.
Per quanto riguarda gli ausiliari, i sardi fornirono (come isola
Sardegna) 3 coorti, mentre come provincia (Sardegna e Corsica) 6
coorti, 3 per ciascuna isola con un numero maggiore dei Sardi sui Corsi.
La "Cohors I Sardorum" era probabilmente stanziata a Cagliari nei primi
tre secoli d.C., mentre la "Cohors II Sardorum" fondata al tempo di
Adriano, era stanziata a Sur Djuab, a circa 100 km a sud di Algeri.
Il riscatto della Sardegna avvenne con la flotta; infatti i sardi erano
la prima fonte di reclutamento occidentale della flotta di Miseno.
Considerando invece tutto l'impero, l'isola diventa la quarta fonte di
reclutamento della stessa flotta, battuta soltanto dalle province
d'Egitto, d'Asia e della Tracia che avevano una popolazione molto più
grande e una tradizione marinara molto più antica di quella sarda.
La religione
I Romani, come è noto, permettevano una certa libertà di culto; questo
consentì alle popolazioni interne di continuare a praticare le loro
religioni preistoriche di ispirazione naturalistica, mentre a quelle
delle coste la religione punica con tutti i suoi dei (Tanit, Demetra e
Sid, ribattezzato Sardus Pater dai Romani, vedi Tempio di Antas); ma
col passare del tempo trovarono spazio anche i culti di Giove e Giunone
poi soppiantati dal Cristianesimo.
Sappiamo che alcune divinità, come un demone brutto ma benefico
rappresentato come il Dio Bes (divinità egiziana assimilata nel
pantheon cartaginese), vennero associate ad alcuni Dei Romani (in
questo caso ad Esculapio, divinità salutare romana).
In età romana era diffuso a Carales, Sulci e Turris Libisonis il Culto
di Iside, costantemente associato ad una cospicua presenza mercantile.
L'economia
Il commercio
La Sardegna si integrò nel sistema economico e commerciale dell'Impero
soprattutto per quanto riguarda il commercio del grano, del legname e
dei metalli del Sulcis grazie ad ottimi porti quali Olbia, Tybula
(Santa Teresa Gallura), Turris Libisonis (Porto Torres), Cornus,
Tharros, Sulkis (Sant'Antioco) e Carales.
L'importanza di questi porti è testimoniata da due mosaici trovati ad
Ostia con la menzione dei "navicularii Turritani e Calaritani",
mercanti marittimi di Porto Torres e Cagliari.
Soprattutto in età imperiale la Sardegna divenne una tappa obbligatoria
per i viaggi dalla penisola all'Africa e alle Mauretanie.
L'agricoltura
L'agricoltura era diffusa nell'isola soprattutto nelle aree esterne e
in particolar modo nella pianura del Campidano nella parte meridionale
della Sardegna. Il grano era prodotto in quantità tali che solo quello
che si esportava bastava a sfamare 250.000 persone. Per questo motivo
la Sardegna, durante la repubblica, assunse il titolo di "granaio di
Roma".
Si dice che la quantità di grano preso dai Romani dalla Sardegna non
solo bastò per riempire tutti i granai dell'Urbe, ma per contenerlo
tutto se ne dovettero costruire di nuovi.
La coltivazione di cereali era sviluppata in particolar modo nella
parte settentrionale, mentre quella dell'ulivo e della vite era diffusa
in tutta l'isola.
L'allevamento
L'allevamento per esportazioni era un'attività economica diffusa in
tutta l'isola. Tra suini, bovini e ovini solo i primi erano venduti in
buone quantità al resto dell'impero.
Gli ovini erano importanti per la lana e i latticini che i sardi
pelliti dell'interno vendevano a Roma; infatti la pastorizia era una
pratica molto diffusa nella parte centrale della Sardegna.
Sappiamo con certezza che i popoli dell'interno, grazie a questa
pratica, furono in grado di arricchirsi trasformando la pastorizia da
attività di sussistenza ad attività d'esportazione.
L'estrazione mineraria
Importante era anche l'estrazione mineraria, diffusa in tutta l'isola.
Ferro, argento e piombo erano estratti nelle miniere del Sulcis in
quantità tali da far scendere il costo di questi metalli in tutto
l'impero, inoltre per l'estrazione non erano usati solo schiavi di
guerra ma anche personaggi scomodi nel campo della politica o per la
religione da essi professata.
La pietra e il granito erano invece estratti nell'interno e lungo le
coste. La pietra che gli isolani avevano sempre utilizzato per la
costruzione dei nuraghi e dei loro templi megalitici era ora destinata
ad arricchire gli edifici dei ricchi Romani. Ancora oggi, sulle isole
della Marmorata e lungo le spiagge di Santa Teresa di Gallura, nella
parte nord-orientale dell'isola, non è difficile imbattersi in blocchi
"tagliati" con regolarità oppure in frammenti di colonne, sfuggiti ai
numerosi carichi fatti dai Romani durante tutto il periodo della loro
dominazione, durato quasi settecento anni. Non era facile infatti
imbarcare sulle navi da carico i blocchi di pietra nei tratti di mare
antistanti i promontori rocciosi. Le correnti e le condizioni
atmosferiche provocavano spesso dei naufragi o costringevano i marinai
a liberarsi dei pesanti carichi per evitare che le imbarcazioni
affondassero.
Governatori dell'isola
* 217 a.C.: Aulo Cornelio Mammula
(patrizio, con 1 legione (IX))
* 216 a.C.: Aulo Cornelio Mammula
(patrizio, pretore del 217 a.C., con 1 legione IX)
* 215 a.C.: Quinto Mucio Scevola (con 2
legioni (IX, XVIII))
Tito Manlio Torquato (patrizio, sostituisce Scevola ammalato)
* 211 a.C.: Lucio Cornelio Lentulo
(patrizio, con 2 legioni (IX, XVIII))
* 209 a.C.: Publio Manlio Vulsone
* 207 a.C.: Aulo Ostilio Catone (con 2
legioni, (IX, XVIII))
* 206 a.C.: Gneo Ottavio
* 205 a.C.: Gneo Ottavio (pretore del
206 a.C., comandante di flotta in Sardegna ed in Africa dal 204 al 201)
* 204 a.C.: Tiberio Claudio Nerone
* 203 a.C.: Publio Cornelio Lentulo
Claudiano (patrizio)
* 202 a.C.: Publio Cornelio Lentulo
Claudiano (patrizio, con 1 legione (XXXVIII) e 20 navi)
* 201 a.C.: Marco Valerio Faltone
(patrizio)
* 200 a.C.: Marco Valerio Faltone
(patrizio, pretore del 201 a.C., con 5.000 soldati alleati scelti tra
gli ultimi arruolati)
* 198 a.C.: Marco Porcio Catone (detto:
il Censore)
* 197 a.C.: Lucio Atilio (patrizio)
* 191 a.C.: Lucio Oppio Salinatore
* 190 a.C.: Lucio Oppio Salinatore
* 189 a.C.: Quinto Fabio Pittore
(patrizio)
* 181 a.C.: Marco Pinario
* 169 a.C.: Publio Fonteio Capitone
* 126 a.C.: Caio Gracco
* 107/5 a.C.: Tito Albucio
* 106/4 a.C.: Tito Albucio (pretore del
107/5 a.C.)
* 57 a.C.: Appio Claudio (patrizio)
* 56 a.C.: Appio Claudio (patrizio,
pretore del 57 a.C.)
* 49 a.C.: Marco Aurelio Cotta
* 48 a.C.: Sesto Peducco (designato da
Cesare)
* 47 a.C.: Sesto Peducco (designato da
Cesare, pretore del 48 a.C.)
* 36 a.C.: Menodoro (legato e liberto di
Sesto Pompeo)
fonte: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Storia_della_Sardegna_romana&oldid=19588303
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