a storia della Sardegna contemporanea può essere fatta partire, dal
punto di vista istituzionale e politico, dall'Unione Perfetta tra
l'Isola e gli stati del continente (1847). In quel momento l'Isola,
abbandonando le ultime vestigia statuali (carica vicereale, parlamento
degli Stamenti, suprema corte della Reale Udienza), diventava una
propaggine periferica di un'entità statale più ampia, composta
dall'insieme dei possedimenti sabaudi, retta dopo un anno, dallo
Statuto Albertino [1]. La condizione di marginalità, non solo
geografica, verrà poi confermata e accentuata dall'esito
dell'unificazione politica italiana, che sfocerà nella proclamazione
del Regno d'Italia del 1861, abolendo anche nel nome qualsiasi residuo
di legame con la Sardegna e la storia dei secoli precedenti.
I processi
socio-economici, politici e culturali
Le premesse
I primi passi verso quella che sarebbe stata la condizione strutturale
della Sardegna contemporanea possono rinvenirsi già negli anni della
Restaurazione (il periodo successivo alla conclusione del Congresso di
Vienna), quando gli assetti geo-politici scaturiti dalla sconfitta
della Francia napoleonica consentiranno alla classe dominante del Regno
sardo di avviare una stagione di riforme legislative rivolte alla
modernizzazione dello stato.
Riforme legislative ed
economiche
Le riforme furono inaugurate nel 1820 con il famigerato Editto delle
Chiudende (chiunque riuscisse a cingere un pezzo di terra non gravato
da diritti proprietari – ossia la maggior parte delle terre agricole e
pastorali dell'Isola – ne diventava automaticamente proprietario),
proseguì nel 1827 con l'adozione del nuovo codice civile di Carlo
Felice (che sostituiva la vetusta Carta de Logu), quindi con
l'abolizione del feudalesimo (alla fine del decennio successivo).
Tuttavia, nel loro insieme, tali riforme non facevano che stravolgere
gli assetti produttivi e sociali, senza tener conto delle esigenze
quotidiane della popolazione e senza creare le condizioni (economiche,
finanziarie e politiche) perché tale modernizzazione fosse realmente
efficace. Un numero cospicuo di famiglie persero le proprie fonti di
sostentamento, favorendo gli arricchimenti improvvisi e la creazione di
una rendita parassitaria di coloro che erano riusciti, con spesa
modesta, a divenire proprietari di immense estensioni di terra. Il
regime successorio (le regole che presiedevano alla trasmissione delle
eredità), frammentando tali proprietà, generava poi ulteriori conflitti
e impediva la messa a frutto delle terre finalmente acquisite in
proprietà piena[2]. Contemporaneamente, le risorse dell'Isola (legname,
sughero, pelli, sale, prodotti agroalimentari, prodotti del sottosuolo)
e interi comparti produttivi, venivano appaltati a imprese esterne, che
trasformavano le materie prime e commercializzavano il prodotto finito,
acquisendo tutto il valore aggiunto. Ciò era reso possibile dal comodo
sfruttamento come manovalanza della gran massa di espulsi dal mondo
agro-pastorale in seguito alla chiusura delle terre. In tale contesto,
anche grazie al basso costo della manodopera, prendono avvio nuove
forme di imprenditoria locale, soprattutto nelle principali città
(Sassari e Cagliari), non solo come indotto delle attività agricole e
zootecniche, ma anche dell'industria estrattiva[3]
Gli
intellettuali dell'Ottocento
Nella prima metà del XIX secolo emerge in Sardegna una classe
intellettuale che, attraverso la carriera burocratica e accademica,
viene veicolata e cooptata nei ranghi della classe dirigente dello
stato. Si tratta di un ceto assortito ma ideologicamente omogeneo.
Fedeltà alla casa Savoia e desiderio di riscatto per la propria terra
d'origine si compongono in modo contraddittorio, ma senza apparenti
conflitti, in personalità quali quelle di Giuseppe Manno, gran
funzionario dello stato e insieme esimio storico, il primo storico
sardo moderno. Oppure come Vittorio Angius, co-estensore del Dizionario
geografico, storico, statistico, commerciale degli Stati di S.M. il Re
di Sardegna di Goffredo Casalis. Da citare, sempre nel mondo degli
studi, il canonico Giovanni Spano, storico, linguista e archeologo, e
Giovanni Siotto Pintor, magistrato e uomo politico ma anche erudito e
letterato.
Nel 1847, con l'Unione Perfetta decretata da re Carlo Alberto (ossia
l'estensione alla Sardegna dell'ordinamento giuridico e delle
istituzioni degli altri territori della corona), la frazione
intellettuale-liberale della borghesia sarda credette di avere
definitivamente le porte aperte per una parificazione anche economica e
sociale con la terraferma. La delusione per le conseguenze di tale
scelta porteranno in breve alla prima stagione autonomista: la
richiesta del riconoscimento di uno status speciale per la Sardegna
nell'ambito del nuovo stato che andava nascendo. Protagonisti politici
del primo autonomismo sardo furono Giovanni Battista Tuveri e Giorgio
Asproni.
Negli anni in cui si compiva la parabola storica del Risorgimento
italiano, la maggior parte della popolazione sarda, ancorata a schemi e
a valori ancora largamente pre-moderni, tagliata fuori dal resto del
nuovo stato sia dalla distanza geografica, sia dalla lontananza
linguistica (che significava il più pesante analfabetismo di massa
dell'intero Regno d'Italia[4]), doveva sopravvivere in condizioni di
precaria sussistenza.
Le Carte di
Arborea
Relativamente a quegli anni bisogna ricordare la famosa vicenda delle
Carte di Arborea, assortimento di documenti di età medievale, messi in
circolo a partire dal 1846 da Pietro Martini (esponente della ricerca
erudita del periodo) ed assurti ben presto a caso accademico
internazionale.
Dopo tre decenni di dibattiti, e dopo che molti documenti erano stati
pubblicati ed utilizzati come base di corsi accademici, di monografie,
di ricostruzioni storiche, la sentenza dell'Accademia di Berlino
(presieduta dal grande storico Theodor Mommsen) ne decretò
definitivamente la falsità. Tale vicenda si inquadra perfettamente nel
contesto di desiderio di riscatto e contemporaneamente di omologazione
dei ceti dirigenti sardi del periodo.
Economia e
crisi sociali tra Otto e Novecento
Dopo le ultime crisi, dovute all'abolizione di ulteriori diritti civici
(in particolare quella degli “ademprivi”, con conseguenti rivolte
popolari, anni '60 dell'Ottocento), nei successivi anni Ottanta, la
crescente domanda estera di alcuni prodotti sardi e una congiuntura
economica favorevole avevano portato l'Isola a un primo progresso
economico, con la prospettiva di ricadute sociali favorevoli (prima
diminuzione del banditismo). Nel giro di pochi anni, però, ad una
repentina crisi del credito sardo (che colpì imprese e famiglie), si
aggiunse nel 1887 l'annullamento dei trattati commerciali con la
Francia (governo Crispi), chiudendo uno dei mercati principali
dell'import-export della Sardegna. Le conseguenze saranno una grave
crisi nel settore agroalimentare, crisi economica, tensioni sociali e
il verificarsi del primo fenomeno dell'emigrazione.
Ancora una volta era il mondo agro-pastorale a pagare le conseguenze
più gravi. Una folla di braccianti, pastori e addetti ai settori
dell'indotto veniva ricacciata nella disoccupazione oppure, come unico
sbocco, verso il lavoro in miniera. La crescente domanda di lavoro
faceva crollare i salari e rendeva le condizioni lavorative precarie.
Un altro sbocco praticabile diventava nuovamente il banditismo. Gli
anni Novanta vedono una recrudescenza del fenomeno, contrastato con
mezzi improvvisati e comunque solo dal lato della repressione. La
situazione dell'Isola diventa talmente eccezionale, che il governo
Crispi nel 1894 commissiona al deputato Francesco Pais-Serra una
indagine conoscitiva sulla situazione sarda. Due anni dopo, la
relazione conclusiva indicherà non solo e non tanto nella questione
dell'ordine pubblico, ma soprattutto nelle carenze infrastrutturali e
nelle gravi responsabilità della politica (ancorata a pratiche
clientelari di potere personale e familistico) la radice dei problemi
sardi [5]. Già l'anno successivo (1897), però, a conferma della
concezione imperante, viene pubblicato con gran rumore il saggio
“antropologico” di scuola lombrosiana La delinquenza in Sardegna, di
Alfredo Niceforo. Vi si tratteggiava uno studio fisiognomico e
pseudo-storico da cui emergeva il tratto congenitamente deviante della
natura dei sardi, specie di quelli delle Zone Interne. Non si doveva
cercare la ragione del fenomeno banditesco e del degrado sociale della
Sardegna in cause materiali, economiche o politiche, ma nel carattere
stesso della popolazione. Ne seguì qualche polemica, ma soprattutto una
generale accettazione di tale verdetto (che convinse la stessa Grazia
Deledda, allora in rapida ascesa presso i circoli letterari italiani).
Due anni dopo (1899), dopo la visita della coppia reale sabauda
nell'Isola (in occasione del centenario della fuga in Sardegna dei
Savoia, conseguente alle conquiste napoleoniche), ai primi dell'estate
venne allestita una grande spedizione militare volta al ripristino
dell'ordine pubblico, operazione cui parteciparono i reduci dalle
guerre in Africa. Interi villaggi furono occupati, le campagne battute
a tappeto, i beni requisiti. Quando non ci fu altra risorsa, si ricorse
al fermo dei familiari dei latitanti (senza esclusione di donne, vecchi
e ragazzi). Migliaia di persone tratte agli arresti, detenzioni
arbitrarie, confessioni estorte con la forza e una serie di processi di
massa che alla fine portarono a pochissime condanne e al totale
fallimento del piano[6]. L'operazione suscitò scandalo nell'opinione
pubblica sarda, informata e coinvolta dai giornali, su cui buona parte
del crescente ceto intellettuale riversava idee e commenti.
Proteste di
massa e repressione
Nel 1904 a Buggerru, grosso centro minerario sulla costa
sud-occidentale, per protestare per le condizioni disumane di lavoro i
minatori si rifiutarono di lavorare e presentarono le loro istanze alla
società francese (che gestiva le miniere), per tutta risposta questi
chiamarono l'esercito che fece fuoco sugli operai uccidendone tre e
ferendone molti. Quella domenica 4 settembre 1904 sarà ricordata come
la data dell'eccidio di Buggerru per il quale sarà fatto il primo
sciopero generale in Italia.
Solo due anni dopo (1906), il caro-prezzi e condizioni di vita precarie
per gran parte dei lavoratori porteranno alle rivolte cittadine di
Cagliari e del circondario, poi di gran parte dell'Isola. Anche in
questo caso la risposta fu di tipo eminentemente repressivo, con
migliaia di militari impegnati. Emersero prepotentemente sentimenti di
tipo autonomista e indipendentista, con la minaccia, gridata a gran
voce dalle folle radunate, di ricacciare in mare “i continentali”[7].
Le fortune politiche del giolittiano F. Cocco-Ortu, punto di
riferimento della politica isolana, arrivato sino alla carica
ministeriale, non avranno alcun positivo riscontro sulle condizioni
generali della Sardegna. I sentimenti identitari e la crisi di
rappresentanza saranno le cause del successo che, di lì a pochi anni,
arriderà al movimento dei reduci dal fronte.
Vita
culturale
Questa è anche l'epoca dell'affermazione oltre i confini isolani di
Grazia Deledda, ma anche, in misura minore, di altri artisti come il
poeta Sebastiano Satta, lo scrittore Enrico Costa, lo scultore
Francesco Ciusa, solo per citarne alcuni.
Giornali, teatro, università animano la vita delle città (Cagliari e
Sassari in primis). Ma hanno una portata assai minore sulle popolazioni
rurali e dell'interno. Infatti, parallelamente all'acquisizione di
mezzi espressivi nuovi (la lingua italiana, l'arte contemporanea)
permanevano forti le tradizioni culturali popolari. Nel corso
dell'Ottocento, anzi, la poesia sarda aveva vissuto una stagione di
grande affermazione con i vari Luca Cubeddu, Melchiorre Murenu e poi
Peppinu Mereu (solo per citarne alcuni). Verso la fine del secolo
inoltre le gare di improvvisazione poetica, che prima si svolgevano
privatamente, vengono strutturate e hanno luogo nelle pubbliche piazze
(la prima si svolse ad Ozieri), specialmente in occasione delle feste
paesane. In breve tempo diviene un fenomeno di massa, con un suo
star-sistem fatto di professionisti dell'improvvisazione e un
vastissimo pubblico di estimatori esperti ed esigenti.
La musica tradizionale vede affiancarsi alle launeddas, al canto corale
a tenore o a cuncordu e al cantu a chiterra un nuovo strumento
musicale, l'organetto diatonico, che supporta o sostituisce la voce
umana e gli strumenti tradizionali[8] nell'accompagnamento del ballo.
La cultura sarda, tra Otto e Novecento, diventa oggetto di studi
accademici. La lingua viene studiata oltre che sull'Isola (Giovanni
Spano, Vittorio Angius) soprattutto in Germania (Meyer-Lübke e
soprattutto Max Leopold Wagner che darà un contributo essenziale,
producendo gli studi più significativi; in Italia, da citare Matteo
Giulio Bartoli, docente di glottologia a Torino).
L'archeologia, dopo il periodo pionieristico avviato da Giovanni Spano,
in seguito alla nascita delle Soprintendenze Archeologiche, comincia a
divenire materia di catalogazione e di studio e si tentano le prime
azioni di salvaguardia. Cospicuo fu il contributo dell'archeologo
Antonio Taramelli che diresse le soprintendenze per un arco di oltre 3
decenni e studiò e catalogò centinaia di reperti, strutture e siti. La
musica popolare viene studiata in modo sistematico e scientifico da
Giulio Fara. L'affermazione letteraria e artistica di tanti autori
sardi comincia a far conoscere all'Italia e al mondo il patrimonio
antropologico e storico della Sardegna[senza fonte], per quanto in
generale si tenda a relegarlo nella dimensione folkloristica.
La Prima
Guerra Mondiale e le sue conseguenze
Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e l'entrata nel conflitto
dell'Italia (1915), la Sardegna ha un'improvvisa e traumatica
immersione nella Grande Storia[senza fonte]. Gli arruolamenti privano
una terra ancora prevalentemente agro-pastorale di migliaia di braccia
(i lavoratori delle miniere e delle industrie, una minoranza tra i
lavoratori sardi, erano in gran parte esentati dal servizio militare).
Le vicende belliche e le scelte del comando militare portano alla
creazione di quella sorta di reparto etnico che sarà la Brigata
Sassari, che si distinguerà nelle operazioni sul Carso, in quelle
sull'Altopiano di Asiago, ecc. (molte delle quali rievocate da Emilio
Lussu in Un anno sull'altipiano) e che sarà insignita di due Medaglie
d'oro al valor militare.
Alla fine del conflitto (novembre 1918), le perdite tra i militari
sardi saranno le più alte tra tutti i contingenti italiani al fronte
(il 13% circa degli arruolati, contro la media nazionale del 10%[9]).
Dall'esperienza bellica acquisterà corpo il senso di delusione dei
sardi nei confronti dello stato italiano che, nonostante il grande
prezzo di sangue pagato dai sardi, non corrisponderà una politica seria
di investimenti nell'isola. Il movimento dei reduci conquisterà larghi
consensi nelle elezioni politiche del 1919 e porterà nel 1921 alla
fondazione del Partito Sardo d'Azione, guidato da Camillo Bellieni ed
Emilio Lussu.
La forte delusione delle aspettative ed il mancato miglioramento delle
condizioni economiche, daranno al nuovo partito consensi e forza
politica crescente fino all'avvento del fascismo.
Il fascismo
in Sardegna
Una parte del movimento sardista confluirà nel Partito Nazionale
Fascista, mentre il resto del movimento sarà liquidato con i processi e
le minacce e confluirà nei movimenti antifascisti, come nel caso di
Emilio Lussu che, dall'esilio, diventerà uno degli animatori
dell'antifascismo.
Tra anni Venti e anni Trenta la situazione dell'Isola sembra
pacificata. Permangono problemi di ordine pubblico, specie per il gran
numero di latitanti alla macchia e per il ravvivarsi di faide
sanguinose, specie nelle zone interne.
Le misure economiche volute dal regime (la Legge del Miliardo, 1929; le
bonifiche, la costruzione delle dighe, la valorizzazione
dell'agricoltura e delle miniere) costituiranno una risposta alle
istanze di sviluppo dell'isola, tuttavia la strutturazione
dell'economia risponde alle esigenze dello stato centrale in
particolare alla politica dell'autarchia. Dal lato strettamente
culturale verrà accentuato il sistematico programma nazionale di
italianizzazione linguistica e culturale.
La Sardegna non conoscerà un'adesione di massa al regime, ma nemmeno
una resistenza esplicita. Non mancheranno tuttavia i grandi oppositori
a Mussolini (a parte Emilio Lussu e Antonio Gramsci, va ricordato
almeno l'ingegner Dino Giacobbe, tra i maggiori esponenti
dell'antifascismo isolano).
La Seconda
Guerra Mondiale
La Seconda Guerra Mondiale vide la Sardegna strategicamente coinvolta
nel conflitto, specie come base aerea e navale. La conseguenza più
grave fu una serie impressionante di campagne di bombardamento da parte
degli Alleati almeno fino all'estate del 1943. Famoso il bombardamento
di Cagliari, di quell'anno. La città fu distrutta al 70%. Dopo
l'armistizio (8 settembre 1943), tuttavia, la Sardegna uscì dal
conflitto. Le truppe tedesche furono lasciate transitare fino
all'imbarco per la Corsica (dove affronteranno duri combattimenti)
senza alcuno spargimento di sangue. In Sardegna, dunque, non ci furono
la Resistenza e la Lotta di Liberazione dal nazi-fascismo.
La
ricostruzione
Nel dopoguerra, la ricostruzione in Sardegna si fonda sul grande
progetto di eliminazione della malaria (grazie al contributo della
Fondazione Rockefeller), a base di bombardamenti di DDT (ultimo morto
di malaria sull'Isola, 1951), e sulle aspettative dovute
all'istituzione della Regione Autonoma (lo Statuto speciale entra in
vigore alla fine di febbraio del 1948). Negli anni Cinquanta e
Sessanta, la Sardegna diventa base strategica per la NATO. Vengono
istituite e progressivamente allargate le zone di “servitù militare”, i
poligoni di esercitazione, le basi aeree, i centri di addestramento, la
base appoggio per sommergibili nucleari di Santo Stefano (La
Maddalena). Negli anni Sessanta, le rivendicazioni delle giunte
regionali, sulla base di condizioni socio-economiche drammatiche,
portano alla Legge 588 del 1962 (c.d. Piano di Rinascita),
finanziamento di opere di industrializzazione e infrastrutturazione.
Nascono i poli petrolchimici di Sarroch e di Porto Torres (1964). Dopo
un primo boom economico avvenuto nella seconda metà degli anni '60,
nelle aree di Sassari e Cagliari, già nel 1973, a causa dell'embargo
del petrolio e conseguente aumento del costo del greggio, comincia un
inesorabile declino del settore petrolchimico. Così le neonate
industrie petrolchimiche e le raffinerie subiscono un grave crollo
nella produzione, causando una lenta ma inesorabile perdita di migliaia
di posti di lavoro. Ai poli di Porto Torres e Cagliari si aggiungerà
nel 1973 il polo di Ottana. Il polo barbaricino fu creata a seguito di
indicazioni fornite dalla commissione parlamentare d'inchiesta
presieduta dal senatore Medici, la quale individuava nella perdurante
cultura pastorale delle Zone Interne uno dei mali dell'Isola. Perciò
attraverso il rifinanziamento del Piano di Rinascita con due leggi
apposite (1972 e 1974) sarà creato il nuovo polo industriale, dove, fra
le altre cose, il greggio veniva trasportato su gomma. Gli esiti
saranno fallimentari. L'industrializzazione voluta anche per indebolire
le strutture socio-economiche agro-pastorali che si pensava
alimentassero il fenomeno del banditismo, fallisce nel suo intento,
provocando al contrario ulteriore disgregazione sociale. Inoltre in
alcuni casi il flusso di capitali dirottato in Sardegna finirà nelle
tasche di imprenditori con pochi scrupoli, di cui negli anni successivi
dovrà occuparsi la magistratura (celebre la parabola dell'industriale
Rovelli). Riprende l'emigrazione e si inaspriscono i fenomeni criminali
(dovuti in parte anche al fatto che sull'Isola furono detenuti
importanti delinquenti, legati, ad esempio, all'eversione politica,
come le Brigate Rosse, che intrapresero contatti col banditismo
locale[senza fonte]).
Tuttavia un cambiamento positivo sarà determinato dall'approvazione il
27 gennaio 1971 della cosidetta Legge "De Marzi-Cipolla" sui fondi
rustici, che porrà fine alle lotte per il pascolo ed in buona parte al
fenomeno del banditismo.
Il mutamento
dei costumi
A cavallo tra anni Sessanta e anni Settanta, i trionfi sportivi del
Cagliari di Gigi Riva, per altro finanziati in buona parte
dall'industria petrolchimica dei Moratti[senza fonte], faranno in parte
da schermo ai mali irrisolti dell'Isola, ma origineranno anche un
diffuso sentimento di riscatto e di orgoglio identitario. In questo
periodo si produce una svolta sociale, grazie alla maggiore
scolarizzazione dell'intera società sarda e al primo ingresso di massa
dei ragazzi sardi all'Università. Sebbene i livelli di reddito e di
prodotto interno lordo pro-capite rimangano sotto la media nazionale,
si evidenzia una crescita netta e l'abbandono degli ultimi posti tra le
regioni italiane. I processi di modernizzazione coinvolgono la Sardegna
soprattutto a causa all'omologazione indotta dalla televisione e da
modelli soci-economici diversi da quelli tradizionali. Prende corpo il
settore turistico. Il “risveglio sardista” dei primi anni Ottanta
(1983, primo presidente della Regione del Partito Sardo d'Azione)
sembra annunciare una svolta anche a livello politico. In realtà, si
tratterà di una stagione effimera, presto travolta, seppur non
drammaticamente come altrove, dalla fine della Guerra Fredda e dalle
sue conseguenze sull'assetto politico-istituzionale italiano.
Indipendentismo
L'indipendentismo che per molti anni era limitato ad una esigua elite
di intellettuali come l’architetto Antonio Simon Mossa, nei primi anni
1970 si materializza in un movimento culturale e politico. Nel 1973
fondato fra gli altri da Angelo Caria, nacque il movimento Su Populu
Sardu, che pubblicherà per alcuni anni l’omonimo periodico. Questo
movimento era anche caratterizzato dall'adesione di molti studenti
universitari che studiavano nella penisola, una delle più rapprentative
fu la sede di via degli Aurunci a Roma. Al movimento aderirà anche il
giornalista Gianfranco Pintore. Nei primi anni 1980 a causa di una
scissione nascerà il Partidu Sardu Indipendentista. Da quest’ultimo nel
1994 con il contributo dello stesso Caria nacque Sardigna Natzione. Nel
2001 a seguito di una rottura all’interno del movimento fu fondato da
Gavino Sale e Franciscu Sedda l’iRS, che eleggerà lo stesso Sale nelle
elezioni provinciali del 2006. Questi ultimi due movimenti hanno in
comune diverse caratteristiche fra le quali stretti rapporti con gli
altri movimenti indipendentisti d'Europa (Corsica, Catalogna, Paesi
Baschi, Scozia) e il perseguimento dell’obiettivo attraverso la pratica
della non violenza. Il cantautore Fabrizio De André era un
simpatizzante dei movimenti indipendentisti.[senza fonte]
Gli anni più
recenti
La degenerazione della classe dirigente sarda, votata sempre più alla
gestione “patrimoniale” dell'accesso ai ruoli istituzionali e pubblici
in generale, condurrà a cavallo del nuovo secolo alla crisi di
rappresentanza e di credibilità dell'intera classe politica. La
Sardegna si affaccia sul XXI secolo percorsa da spinte contraddittorie:
da un lato stagnazione economica e nuova emigrazione,ecc.; dall'altro,
l'emersione di nuove forze sia in settori tradizionali come quello
agro-alimentare, artigianale, turistico, ma anche in quello
informatico. Inoltre l'apertura di contatti e canali con l'estero,
grazie soprattutto all'avvento sul mercato dei trasporti civili delle
compagnie aeree c.d. low-cost, si registra anche una vivacità culturale
che la pongono ancora una volta all'attenzione dell'Italia e
dell'Europa (con la fioritura di un discreto numero di nuovi
scrittori), e del mondo con il riconoscimento da parte delle
istituzioni internazionali del valore della cultura e del patrimonio
storico-archeologico.
Cronologia
essenziale degli avvenimenti
1820 Promulgazione dell'Editto delle "Chiudende".
1827 Abrogazione della Carta de Logu ed entrata in vigore del nuovo
Codice di Carlo Felice.
1838 Abolizione del feudalesimo. Il riscatto monetario dei feudi a
favore dei feudatari viene fatto pagare alle comunità.
1847 Il re Carlo Alberto, su pressante richiesta delle borghesie
cittadine, concede l'Unione Perfetta con gli stati della terraferma:
abolizione delle istituzioni del regno (carica viceregia, parlamento,
corte suprema).
1848 Concessione dello Statuto c.d. Albertino, prima costituzione del
Regno di Sardegna.
1861 Proclamazione del Regno d'Italia: lo stato sabaudo, dopo aver
annesso le altre entità politiche della penisola, cambia denominazione
e bandiera (che diventa il tricolore con lo stemma Savoia al centro).
1868 Scoppiano gli ennesimi tumulti contro l'abolizione degli usi
civici comunitari (celebri i moti di Nuoro, detti " de su Connottu").
1885 Impianto dell’industria casearia nell'isola
1887 Lo stato italiano annulla i trattati commerciali con la Francia
(per questioni di protezionismo). Si chiude uno dei principali mercati
di esportazione per la Sardegna. Crisi nel settore agroalimentare.
Tensioni sociali.
1897 A. Niceforo pubblica il suo saggio La delinquenza in Sardegna dove
teorizza, sulla base dei ridicoli precetti fisiognomici del Lombroso,
la naturale predisposizione dei Sardi al crimine.
1899 In primavera, visita sull'Isola dei reali (re Umberto I e
consorte). Al principio dell'estate, spedizione militare nelle Zone
Interne per sconfiggere il banditismo. Centinaia di arresti arbitrari
(specie di donne e anziani, ma anche bambini), il cui esito processuale
sarà alla fine di pochissime condanne.
1904 Mentre la Sardegna registra tassi di povertà e analfabetismo che
la relegano all'ultimo posto tra le regioni del Regno d'Italia, la
situazione dei lavoratori, specie quelli delle miniere, si fa sempre
più pesante. Domenica 4 settembre ci fu uno sciopero con manifestazione
dei minatori a Buggerru che chiedevano condizioni di lavoro più umane e
fu repressa dai militari che spararono uccidendo tre operai e ferindone
tani altri. In conseguenza dell'eccidio fu proclamato il primo sciopero
generale della storia d'Italia.
1906 Manifestazioni popolari in tutta l'isola e soprattutto a Cagliari
contro la povertà e il caro-prezzi (specie del pane). Il motto dei
manifestanti è: "Fuori i continentali!".
1915 All'entrata in guerra del Regno d'Italia, iniziano gli
arruolamenti nei reggimenti 151 e 152 che costituiranno la Brigata
"Sassari".
1919 Alla fine della guerra, a cui hanno partecipato circa 100'000
sardi su una popolazione di 870'000, i morti saranno circa il 13% del
contingente, contro una media italiana del 10%. Si organizza il partito
dei reduci che alle elezioni ottiene un clamoroso 23% dei voti. È
guidato da Camillo Bellieni ed Emilio Lussu.
1921 A Livorno, fondazione del Partito Comunista d'Italia, tra i cui
leader c'è A. Gramsci. A Macomer, fondazione del Partito Sardo d'Azione.
1923-43 Una parte del PSd'Az confluisce nel Partito Nazionale Fascista,
il resto viene smantellato dal regime.
Anni '30 Imponenti misure di bonifica e infrastrutturazione in alcune
aree dell'Isola. Altri investimenti, già finanziati, subiscono
ridimensionamenti a causa della crisi mondiale (crollo delle Borse del
'29). Sottoposizione dell'economia sarda e delle risorse dell'Isola
alle esigenze dello stato fascista.
1940-3 Bombardamenti Alleati sulle città sarde: Cagliari viene
distrutta al 70%.
1943, settembre Le truppe tedesche lasciano la Sardegna senza
combattere.
1944 Si insedia la Consulta regionale che, parallelamente al governo
provvisorio dell'Italia liberata e poi ai lavori della Costituente,
dovrà gestire il trapasso verso le istituzioni di pace e redigere il
testo dello Statuto Speciale della regione sarda.
1948, febbraio Promulgazione dello Satuto Speciale. Nasce la Regione
Autonoma sarda.
1946-50 Risolutive campagne antimalariche (a base di DDT) finanziate
dalla Fondazione Rockfeller. Nel 1951 per la prima volta da secoli non
si registra alcuna morte per malaria.
1957-61 Installazione di basi NATO (basi logistiche, poligoni di tiro,
aeroporti, centri di addestramento, centri radar) in varie zone
dell'isola ("servitù militari").
1962 Approvazione della Legge 588[10], il c.d. Piano di Rinascita.
1964 A Porto Torres iniziano le prime assunzioni da parte
dell'Industria petrolchimica
1967-9 Recrudescenza del banditismo nelle Zone Interne.
1969, giugno, la popolazione di Orgosolo a Pratobello si oppone ai
reparti dell'esercito che, nell'intento di creare un nuovo poligono di
addestramento, occupano un'area del territorio comunale, adibita a
pascolo libero: ritiro dell'esercito.
1970 La squadra di calcio del Cagliari vince lo scudetto: l'evento
viene vissuto come una rivincita morale da tutti i sardi.
1971 (27 gennaio) Approvazione della cosidetta Legge "De Marzi-Cipolla"
sui fondi rustici
1972 La Commissione Parlamentare d' Inchiesta (costituita nel 1969)
espone al Senato della Repubblica la sua relazione sui fenomeni della
criminalità in Sardegna, a seguito di questa sarà rifinanziato il Piano
di Rinascita (L. 268/1972).
1972 (21 settembre) Il Governo Andreotti, senza informare il Parlamento
e senza alcun adempimento formale, sulla base di un patto segreto,
concede agli USA uno scalo marittimo presso l'isola della Maddalena,
dove fu creata una base d'appoggio per i sommergibili nucleari. Il
Governo e lo stesso Andreotti, nonostante l'evidenza, negheranno per
anni l'esistenza dell'accordo segreto con gli USA e la presenza dei
sommergibili.
1973 Nasce l'Industria petrolchimica ad Ottana.
1983 Storica avanzata alle elezioni regionali del PSdAz, con
conseguente nomina a Presidente della Giunta regionale di Mario Melis
suo esponente.
Anni '90 Crisi socio-economica e decadenza istituzionale. Riprende
l'emigrazione, anche intellettuale.
1999 Con la Legge 482[11] del 15 dicembre di quest'anno lo Stato
italiano per la prima volta riconosce il sardo come lingua minoritaria,
attribuendo ai sardi lo status di minoranza linguistica (la più
consistente entro i suoi confini).
2003 chiude l'industria petrolchimica di Ottana
2004 Alle elezioni regionali ottiene la maggioranza lo schieramento
guidato dall'imprenditore Renato Soru. Profondo ricambio politico e
riforme radicali nella legislazione e nell'amministrazione.
2007 Si inizia lo smantellamento della Base Militare Americana della
Maddalena.